Ragazze elettriche

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Non è semplice organizzare i pensieri e le sensazione che si irradiano dalla lettura di “Ragazze elettriche” di Naomi Alderman (traduzione di Silvia Bre, Nottetempo). Sicuramente il nodo centrale è che non si rimane illesi dalla lettura di un libro fulminante come questo, e non si torna indietro, non si può essere quello che si era, dopo averlo letto.

Un libro dalla struttura narrativa apparentemente semplice: una doppia cornice. Uno scambio di lettere, tra il professionale e l’amichevole, tra Neil Adam Armon, un saggista storico alla sua prima prova con il romanzesco, (ma questo nome mi dice qualcosa!)  e la stessa scrittrice, o una sua omonima, Naomi. Lo scrittore è ansioso di consegnare, per varie perplessità di trama e verisimiglianza, la sua opera alla scrittrice. Eppure è il primo geniale elemento del libro: la motivazione per cui allo scrittore e alla scrittrice, e di conseguenza ai loro lettori, potrebbe apparire inverosimile una trama come quella proposta da Neil. Un mondo retto dagli uomini.

naomi_alderman-d23Con questa suggestione, Naomi Alderman in un momento imprecisato della storia futura ci conduce in un mondo distopico, sradicando con forza, la stessa di una scarica elettrica potentissima, tutti i pregiudizi e i preconcetti di genere, al maschile e al femminile. Per un gioco tra adolescenti, divenuto virale e diffuso sui social, le giovani donne scoprono di avere una matassa, che consente loro un potere violento raffinato e invincibile, come quello delle anguille elettriche: dalle mani possono scaricare scosse elettriche capaci, se non contenute, di arrecare la morte alle loro vittime. I maschi, e con loro la società in generale, sono spaventati, intuendone le potenzialità e le conseguenze, tali da poter mettere a rischio il dominio maschile su cui finora si è retto il potere. (altro…)

Chiacchierando (di nuovo) con… Patrizia Rinaldi

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Sotto un pezzo di cielo romano? 

Solo lei, Patrizia Rinaldi, sa fare inviti così belli, che valgono il tutto e il niente mescolati insieme. Naso all’in su, occhi che inseguono le nuvole, forse a riconoscere l’immagine dei polli appesi ai ganci di macelleria, con cui si apre il nuovo romanzo della scrittrice napoletana, “La figlia maschio” (E/O), che insieme al precedente “Ma già prima di giugno” (QUI la chiacchierata che facemmo sul romanzo) rappresenta il filone de-genere della sua scrittura, rispetto ai romanzi iniziali legati al genere giallo e alla narrativa per ragazzi: immaginateci così dunque, mentre chiacchieriamo, e unitevi a noi per intraprendere un viaggio introspettivo fino in Cina, passando per il cuore e per lo stomaco.

 

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Quattro voci si alternano e si incrociano in “La figlia maschio”, per raccontare dai diversi punti di vista, il medesimo viaggio in Cina in cui ogni cosa cominciò e tutto finì. Due voci maschili, con toni differenti: virile e sprezzante quella di Marino che apre il libro; dolce e a tratti “materna” quella di Sergio; stridente e sempre più matura quella di Felicita; dirompente e risoluta nel suo essere risolutiva quella di Na.

Grande ricchezza di voci e sensazioni, amplificata dal raccontare una storia unica, che diviene molteplice perché via via si accresce di dettagli, sfumature, rivelazioni che ciascun personaggio arreca alla storia nel suo sfogo esistenziale. Eppure la voce della scrittrice Patrizia Rinaldi, in questo romanzo, più ancora che nel precedente, “Ma già prima di giugno”, si avverte, a tratti sfocata a tratti nitidissima (penso all’esperienza di insegnamento di Felicita, in cui mi è parso di sentire un’eco di ciò che sei). (altro…)

“Quasi Grazia” al Teatro Puccini a Firenze

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Confesso di non amare particolarmente Grazia Deledda come scrittrice, forse anch’io inconsapevolmente vittima del pregiudizio che tanto la ferì in vita, e mi sono avvicinata al testo “Quasi Grazia” di Marcello Fois, per la passione per lo scrittore sardo, più che per l’ammirazione verso la scrittrice, premio Nobel per la Letteratura nel 1926. Nelle pagine di Fois vive una Grazia intima, rappresentata in tre momenti cardine della sua vita, in cui si evince tutta la carica rivoluzionaria e anticonformista della donna, prima ancora che della scrittrice, ma strettamente legata alla sua dedizione alla scrittura, perché quello è il più grande “peccato” e la grande rivoluzione che Grazia Deledda, donna sarda del Primo Novecento, imprime al suo destino.

Credi che abbia mai avuto bisogno dell’avvenenza per essere bella? Lei ha la scrittura. E la lettura. Quando legge, lei non legge e basta. Quando scrive non scrive e basta. Lei si guarda costantemente leggere e scrivere. Lo capisci?

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Dieci Buoni Motivi per NON leggere “Le mie amiche streghe”

Dieci Buoni Motivi

di Silvia Bencivelli

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per NON leggere “Le mie amiche streghe

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1. per non dover dire, verso pagina 30, “ah, questa cazzata la fa anche mia sorella!”, perché povera sorella, dai.
2. per non dover dire, verso pagina 80, “cavolo, a questa panzana credevo anch’io”, perché poi ci si rimane male, su.
3. per non dover dire, intorno a pagina 120, “ma non è che alle stronzate crediamo un po’ tutti quanti…”, perché si finisce per diventare buoni, o qualcosa di simile.
4. perché a volte fa ridere, ma l’autrice non è convinta che questo succeda esattamente laddove era davvero sua intenzione.
5. perché parla di vaccini, omeopatia, oroscopi: tutta roba di cui si sente già abbastanza.
6. perché i personaggi principali sono quasi tutte femmine, ma non soffrono di particolari strazi interiori, vanno d’accordo con gli uomini che hanno intorno, e sono sostanzialmente felici: troppo verosimile, dai.
7. perché si scopre che anche le persone di scienza hanno vite normali, fanno cose normali, e a volte sono stronze come tutte le altre.
8. perché la protagonista avrebbe voluto scrivere libri di avventure nei mari del sud e invece scrive di astronomia e va in spiaggia a dieci chilometri da casa, ma è contenta lo stesso.
9. perché sì, la trama è debole. E allora? la trama delle vostre vite è davvero tanto più avvincente?
10. perché è uno di quei libri con dentro la nonna.

Una partita in ballo

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– Mamma, mi fai vedere come sta quel bimbo?

Non è mica facile, come sembra, ma per fortuna Luigi, dopo aver visto la simpatica copertina di “Una partita in ballo” (che titolo da sballo, direte anche voi dopo averlo letto), non intende che anch’io come Tito mi metta in equilibrio su una palla da rugby, ma vuole solo che gli mostri posizione di gambe e braccia. Per poi esclamare: – Come Maestro Frank!- e da questa similitudine arguisco che è stato conquistato, ma non chiedetemi chi sia questo presunto maestro.
22549902_10214231361515654_2691907099983721954_nTito è il protagonista dell’albo scritto da Daniele Bergesio e illustrato con grande ironia da Francesco Fagnani, per la collana Sottosopra di Giralangolo che mi sta aiutando a crescere il mio ultimogenito ormai di 4 anni, più libero dagli stereotipi, che sono sempre in agguato in ogni sistema educativo, per quanto accorto. Tito è un bimbo gracile e mingherlino con la passione per il rugby, le cui mischie in televisione sembrano la cosa più divertente che ci sia. Poi certo, viste dal vivo fanno un po’ paura e Tito ne rimane prima sconcertato e poi vittima.  Sembra che un tipo sottile come lui non ce la possa fare a giocare una partita di rugby, nonostante la forma del pallone sia così leggiadra e aerea. Tito custodisce un segreto, anzi un doppio segreto, tanto vergognoso da sotterrarlo dentro di sé, nonostante nasconda un vero talento. Ma ai piedi non si comanda, e le passioni non possono rimanere sepolte dentro di noi, prima o poi il destino, il caso, le coincidenze le metteranno in ballo. E allora non ce ne sarà per nessuno.

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I Libri di Alice: La vita felice

di Alice Pisu

Libraia e giornalista, al timone con Antonello Saiz dei Diari di bordo, libreria indipendente a Parma, con la rubrica "I libri di Alice"
Libraia e giornalista, al timone con Antonello Saiz dei Diari di bordo, libreria indipendente a Parma, con la rubrica “I libri di Alice”

 

 

 

 

 

 

 

 

La vita felice

Letture. Alice Pisu (Diari di bordo) racconta il nuovo romanzo di Elena Varvello, La vita felice, Einaudi, la storia di un padre che vive un profondo disagio mentale raccontata tra il passato, nel 1978, e il presente, attraverso lo sguardo di un figlio che cerca perennemente le risposte.

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È seduto in cucina, al buio, Ettore Furenti. Passa le notti a bere e fumare, la lattina tra le gambe, la cenere della sigaretta sulla canottiera. Lo trova spesso così suo figlio Elia, 16 anni e un mondo dominato da un padre ingombrante che nei suoi deliri di onnipotenza sente di essere Dio, pur non credendo in quella “invenzione per i più deboli”. Soffre di bipolarismo. Ettore Furenti è un uomo alla deriva tormentato dalle sue ossessioni, la perdita del lavoro in fabbrica, i complotti contro di lui, le voci nella testa. La sua mente è lontana, vaga perennemente in un altrove dove cercare conforto, dove poter placare i tormenti. 

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È  un continuo gioco doloroso di immaginazione l’incedere della storia narrata da Elena Varvello ne La vita felice, Einaudi, che traccia il desidero di ogni personaggio di evadere da una realtà famigliare in sfacelo percorrendo sentieri dove il confine tra il reale e l’immaginifico si fa invisibile. È la dimensione in cui un figlio, nel tentativo di comprendere un padre malato, tenta di calarsi nei suoi pensieri e di immaginare ciò che lui immagina, di vederlo trovare conforto solo vicino all’acqua, o sentirlo chiedere perdono mentre a tavola si guarda mangiare, ridere, parlare. La vita felice, romanzo perfetto nella struttura, nell’incedere della narrazione, nella potenza della trama, è il modo di raccontare un padre, di scavare nella mente di un uomo malato che sente di dover lasciare un’impronta di sé a suo figlio, come quella del suo corpo sulla neve quando ci si butta a gambe e braccia aperte convinto che sarebbe rimasta lì per tutto l’inverno. Varvello investiga un conflitto irrisolto alternando costantemente le dimensioni temporali, il passato del 1978 a Ponte, e il presente dove Elia, da adulto, prende consapevolezza dell’uomo che è diventato proprio guardando al passato. William Maxwell, citato in esergo, sostiene che parlando del passato mentiamo su ogni cosa. Elia si nutre di quel passato per cercare le risposte: usa l’immaginazione, il solo modo che ha a disposizione per entrare nei tormenti e nei pensieri di un padre incomprensibile. Per questo La vita felice è anche un romanzo di formazione atipico, perché accompagna la crescita emotiva del protagonista che si scopre uomo e capisce chi non vuole diventare, emancipandosi da quel modello. (altro…)

Chiacchierando con… Marco Ciriello

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Puoi scegliere tra

a) Un campo da tennis sul mare.

b) La Sagrada Família.

c)Un treno per Lourdes.

Sono le alternative che mi avrebbe proposto Marco Ciriello, per chiacchierare di “Le sorelle misericordia” (Spartaco edizioni) e chi ha letto o leggerà il libro si renderà conto di quanto ciascuna delle tre sia calzante. Lascio a voi la scelta di raggiungerci dove più vi aggrada, noi intanto cominciamo a chiacchierare.

sorelle-misericordia-copertina-250x384“Le sorelle misericordia” e non “le sorelle Misericordia” e neppure “sorella misericordia”: Laura e Cristiana sono le due sorelle, protagoniste del romanzo (o del racconto? come sembra tu voglia indicare da uno dei tre passi citati in esergo: Scrivo racconti avari come poesie, di Raymond Carver). Cominciamo a spiegare il titolo e a tracciare il rapporto che le due sorelle hanno con la misericordia? Sempre nell’esergo, tu proponi la definizione del sostantivo misericordia, quasi a volerlo rendere un dato concreto, ma soprattutto a svincolarlo da una logica e ontologia meramente religiosa. La misericordia non è una (pre)disposizione fideistica, come spesso siamo tentati a credere, ma una qualità dell’animo, una virtù, un sentimento. Era anche questo che volevi sottolineare nel titolo?

Juan Villoro, un grande scrittore messicano, dice che Un río es un relato que fluye. Un fiume è un racconto che scorre, per me non ha importanza se ne cogli un pezzo o tutto, quindi se fai un racconto o un lungo romanzo, ma come lo fai. Poi uno potrebbe anche accorgersi che ogni pezzo ha una giusta misura, ma è un discorso successivo e più complicato, che riguarda come si vedono le cose e in che misura si decide di restituirle, riuscendo più o meno a far capire quello che si sente.

Sì, c’è una chiara indicazione al lettore, la misericordia è quella cosa là, per poi giocarci. Tutto quello che scrivo è un gioco, a volte semplice a volte no. Tanto che la storia comincia con la dedica, Hitchens è un mondo, un manifesto, un pensiero. È l’avvocato del diavolo nella causa di beatificazione di Madre Teresa, è uno scrittore che ha fatto un reportage della propria malattia, ed è principalmente un uomo libero, così libero da uscire dal tempo, capace di andare contro anche quello che amava pur di continuare ad essere libero. È un pezzo alto del pensiero occidentale, ancora sottovalutato. A me è servito molto. (altro…)

Nello Zaino di Antonello: Storie dal Novecento

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

Storie dal Novecento

«Il Novecento è il secolo in cui poggiano i miei piedi, a cui appartiene la metà dei miei sogni (l’altra metà si affaccia nel Duemila). Ci sono tanti modi per raccontarlo: vivere nel ricordo o recuperare le pagine che gli hanno dato significazione e riportarle in libreria».
Giuseppe Lupo

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Il racconto di una famiglia nell’Italia spensierata del miracolo economico del Novecento è stato il protagonista ai Diari Sabato 28 ottobre durante la presentazione de “Gli anni del nostro incanto”, il nuovo libro dello scrittore e saggista lucano Giuseppe Lupo, edito da Marsilio. A chiacchierare con l’autore è stato un fine intellettuale, Giuseppe Marchetti, critico letterario della Gazzetta di Parma. La serata organizzata in collaborazione con l’appassionata presenza del Circolo dei Lucani di Parma, ha visto tante persone in libreria, tanti lettori forti e tante giovani presenze, che fanno ben sperare per il futuro e che personalmente mi hanno messo addosso lo stesso entusiamo che ha Louis l’atomico nel libro. Non sono mancati i riferimenti a grandi del Novecento come Silone o Fortini in questa magnifica e frizzante chiacchierata tra due esperti del secolo scorso. Si è partiti da quella Vespa in fotografia, dall’incanto di una vecchia fotografia in bianco e in nero, per raccontare una intera generazione, anche la nostra. Nelle aspettative di una domenica mattina in Vespa, tutti col vestitito della festa, c’eravamo anche Noi con il mito della modernità in testa e tanti sogni da realizzare. (altro…)

Chiacchierando con… Jacopo Cirillo

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Per il Chiacchierando ti avrei dato sicuramente appuntamento in un bar, di sera, davanti a un paio di birre. Nonostante le mie origini napoletane, infatti, sono nato e cresciuto in Romagna, e la Romagna è terra di convivio, la Romagna insegna che mangiare e bere insieme trascende la semplice nutrizione e idratazione; al contrario stare insieme a tavola, o al bar, è un’ottima scusa per raccontarsi storie, e il luogo migliore per farlo. E, in fondo, è questa l’unica cosa che importa. 

Vedrete da voi quanto sia ricca e convincente la chiacchierata con Jacopo Cirillo su “Massimo Ranieri. Le rose non si usano più” (Add editore), ma vi confido che con quel paio di birre sarebbe stata perfetta. Allora vi consiglio di prendere le vostre, metterle accanto al pc e fare finta di essere al bar con noi. Non ve ne pentirete.

06-ranieri-WEB_modQuando ho letto il titolo del libro di Jacopo Cirillo, edito nella originale collana Incendi di Add editore, sono stata spiazzata dal maiuscolo che campeggia al centro della copertina: il nome dell’autore nella metà rossa, accostato a quello di Massimo Ranieri nella metà blu. 

Copertina di Francesco Serasso, a mio sentire, particolarmente riuscita, in cui compostezza e immediatezza si coniugano con un’originalità senza eccessi, ma di sicuro impatto. A fine lettura mi sembra ancora più bella e felice.

Sotto il nome dell’artista napoletano, appare quello che a prima vista può sembrare un sottotitolo, ma che forse è qualcosa di più: Le rose non si usano più. Lo capovolgo da affermazione in domanda: le rose non si usano più? o il loro significato è così universale che non se ne può fare a meno? (altro…)