Montefiorino

Ahi ahi ahi, di questi tempi, ci saremmo potuti vedere in pochi posti! Se è in senso metaforico, vuoi che mettiamo una trattoria delle mie parti?

I passi nel boscoLa trattoria mi sembra perfetta per incontrare Sandro Campani, che torna in libreria con un nuovo, nitido e polifonico romanzo, “I passi nel bosco”, sempre per Einaudi come il precedente, “Il giro del miele”, di cui abbiamo chiacchierato insieme QUI.

Abbiamo cominciato questo confronto ai tempi del coronavirus quando erano già in atto le misure restrittive e di isolamento; ringrazio, dunque, Sandro Campani per avermi tenuto compagnia con le sue risposte sempre generose e piene, nella speranza di fare altrettanto con chi leggerà questo post.

 

Il bosco è il grande protagonista del nuovo romanzo di Sandro Campani, in tutta la sua realtà sensoriale: suoni odori conformazione fisica. Un essere vivente e pulsante, che trattiene i segreti di ognuno. Un essere che plasma anche la lingua, in un plurilinguismo musicale e a tratti stridente.

All’interno del bosco, i passi dell’uomo. Il romanzo ha il proprio tempo in una lunga giornata in cui i personaggi si incontrano per pulire il bosco della Betti, che è vedova e sta cercando di portare avanti il sogno del marito Fausto di un albergo diffuso sull’appennino emiliano.

Qual è il rapporto tra il bosco e Luisa, Betti, Antonello, Daniele, Francesco, Beniamino, Oreste e gli altri? Sono loro che vivono il bosco o è il bosco che vive le loro storie?

Sandro CampaniRISPOSTA: Il paesaggio, il bosco in questo caso, per me ha la stessa importanza di un personaggio. Ho imparato a descrivere prima che a raccontare (cosa nella quale ho ancora grandi lacune); ho cominciato a guardare e a descrivere la natura che avevo intorno ben prima di provare a descrivere, e chissà se mai a capire, gli esseri umani.

L’ambiente, perlomeno nei miei intenti, non è mai uno sfondo da riempire con le emozioni dei personaggi; è qualcosa che li determina e li influenza; se Daniele, Francesco e tutti gli altri facessero parte di un altro ambiente sarebbero persone diverse. Come hai fatto notare tu, fra l’ambiente e i personaggi c’è una relazione che si muove nei due sensi: è vero che l’ambiente non è un mero sfondo per le azioni dei personaggi, ma è anche vero che ciascuna delle voci narranti vede il bosco a proprio modo.

  La Luisa ha un rapporto di familiarità disillusa con il bosco, con il lago, la pineta, con le foglie che interpreta e che annusa; ha i suoi Posti con la P maiuscola, e questa specie di senso dello stare al mondo che ci fa sentire centrati e sensati, e forse passibili di qualche scampo, soltanto se abbiamo un’appartenenza a determinati posti; è per questo che la Luisa, al contrario di Luchino, non se ne andrà mai via: lo dice lei e lo dicono quelli che la vedono.

 Per i genitori di Fausto, e per la Betti che ne è la vedova, il bosco è come il ricordo di Fausto, la sua presenza che va perpetuata.

 Quello di Oreste col bosco è un rapporto lirico, estetico, proprio di chi sa vedere le cose ma sa di non poter incidere davvero su di esse – per quanto Oreste faccia il giardiniere e traffichi con le motoseghe (potrebbe anche essere quello che dirige le operazioni, ma nella pratica non lo è); Oreste percepisce i misteri, ma soffre della consapevolezza di non essere colui che li può svelare, risolvere o possedere: e questo vale sia per il suo rapporto con il bosco, che per il suo rapporto con Luchino.

  E Antonello, è una cosa complicata: da un lato pensa al bosco come un impiccio, un lavoro da sbrigare, un accumulo di problemi pratici; ma la voce di Antonello è schizofrenica, gli scappa, diventa panica, animista. Il fulcro del delirio di Antonello, il punto in cui le varie linee della sua voce vanno a collidere è una quercia; non si tratta solo del significato simbolico che l’albero ha per lui: l’albero è Dio, o qualcosa di assimilabile. Io fin da piccolo ho sentito le cose a questo modo, ho due querce biforcute a cui sono devoto – di una mi restano solo dei pezzettini di corteccia, perché è stata tagliata, era in un campo che non ci apparteneva, ma in cui andavamo a giocare: mia zia mi ci metteva a cavalcioni, quand’ero piccolissimo. Poi, sempre da piccolo, ho incontrato il libro della mia vita, “Al Dio sconosciuto” di Steinbeck, ed era già tutto lì dentro. La quercia è il padre, ed è Dio. 

  Un’altra cosa in merito ad Antonello è che lui, tecnicamente, descrive il taglio del bosco dall’interno, nel suo svolgersi (l’Emilia lo fa dall’esterno). Mano a mano che le voci camminano nel bosco, Antonello racconta attraverso lo spazio (e questa è un’altra cosa che mi è sempre piaciuto fare e deriva dalla mia consuetudine con la descrizione). 

 

Non credo che si possa dire molto sui due protagonisti del romanzo. Eh sì, perché per me sono due. Non solo Luchino che tutti attendono nel suo ennesimo ricordo e che vediamo solo fuggevolmente nel presente narrativo mentre va e ritorna da una gita con il nipote Beniamino. Ma anche la Catia, che è presente solo nel ricordo e nel racconto del passato, mentre nel presente si constata la sua scomparsa.

  Un personaggio diverso da Luchino, la cui assenza è sottolineata da tutti i personaggi, con il desiderio dai multiformi aspetti di rivederlo. Catia è andata via ed è rimasto solo il suo profumo.

  Anche Daniele è assente nel bosco, ma forse per la sua stazza fisica, la sua assenza è molto fisica e sembra quasi come se ci sia.

  “I passi nel bosco” è un romanzo sull’assenza o invece è una caratteristica dei tuoi personaggi più fascinosi non presentarsi tra le pagine, come già avveniva in “Il giro del miele”? Cosa vuol dire per un narratore presentare personaggi come Luchino, Catia e Daniele solo attraverso la percezione altrui? E cosa aggiunge ai personaggi il velo e la maschera (se di questo si tratta) che gli altri gli appongono? Nasconde o svela la loro vera natura? 

RISPOSTA: È vero: nella compagnia di adolescenti di paese che i protagonisti, ora invecchiati, un tempo furono, Catia e Luchino erano i due eccentrici. Luchino eccentrico e sfuggente lo è rimasto. È diventato la vita che agli altri avrebbero voluto per sé, il metro, il corsaro, la pietra d’inciampo. Catia si è fatta una vita “normale” lontano da lì, come qualcuno immaginava.

  Mi sono chiesto anche io come mai spesso costruisco le mie storie come degli andirivieni attorno a un buco, più che come scale con pioli ben precisi per salire da un punto a un altro.

  Una risposta plausibile è che scrivere in fondo è lavorare attorno a un mistero, al mistero che la vita degli altri che non siamo noi, immaginata, ci butta addosso giorno per giorno; il mistero di tutte le vite che non siamo noi.

  La cosa intrigante è l’indagine sul mistero, l’approssimarsi a esso, non la spiegazione (e questo mi dice ancora una volta come mai sono così maniaco di David Lynch); l’emozione, lo sconcerto, la tensione che si provano girando attorno a un buco misterioso e buio, più che costruendo un oggetto riconoscibile.

  Mi intriga che il mistero rimanga tale, e che possa essere il viaggio che noi compiamo attorno a quel mistero a farci fare un salto di consapevolezza in merito alla vita, magari qualcosa che non sappiamo ben spiegare ma è come un’aritmia, un respiro diverso.

  In questo caso ho esasperato questa soluzione, perché ho usato la forma del romanzo corale (un’altra cosa che mi piace moltissimo è imitare le voci) e ho costruito tutto il discorso in questo bosco attorno a un personaggio assente, parlando del quale ciascuno parlasse di sé, anche inavvertitamente; che ciascuna delle voci rivelasse di sé qualcosa che forse avrebbe preferito non rivelare, quasi suo malgrado, tradendosi. Questo era l’intento, poi come sempre, mentre si lavora, l’intento fa i conti con la pratica e quel che ne esce è un compromesso.

 

Non solo ti piace imitare le voci, ma lo sai fare molto bene. Con le motoseghe a mio avviso hai dato un’interpretazione magistrale di scrittura.

  Anche le voci umane, certo. Sia ne “Il giro del miele” che ne “I passi nel bosco”, sebbene la tecnica con cui dai voce ai personaggi tra i due romanzi mi pare completamente diversa.

  Nel nuovo c’è un movimento triplice, scandito dalla ripartizione della struttura del romanzo in tre parti: Il bosco, il taglio, l’epilogo.

  Se nelle prime due sono presenti una molteplicità di voci, che poi è la tua caratteristica, nell’epilogo è come se tu volessi fare silenzio e affidare le ragioni più profonde dei sentimenti che si agitano e rimescolano nel romanzo, lasciando che si assopiscano anche i segreti che serpeggiano intorno al bosco e chi lo vive, a uno sguardo più immacolato e disinteressato, ma intimamente e profondamente coinvolto: Beniamino.
La presentazione del personaggio la lascio a te.

RISPOSTA: Sai che all’inizio, fra le centinaia di appunti che ho preso per il romanzo, avevo anche la mezza idea di definire le voci tramite la marca e il modello di motosega che usavano? Ogni motosega ha la sua voce, e il modo in cui taglia è diverso, così come il modo in cui viene adoperata. In questo mi ha aiutato Marco, mio fratello più piccolo, che  fra i suoi vari lavori fa anche il boscaiolo. Io ho una motosega piccolissima da povero villeggiante, è già tanto che la riesca ad accendere e a tagliare qualche ramo, ma mio fratello butta giù tutti gli alberi che vuole. Comunque: per comodità, sapendo benissimo che non era la stesura definitiva, ho scritto le voci come se fossero cinque lunghi racconti. Immaginavo già che in fase di editing avremmo lavorato sul montaggio (che è una fra le doti massime di Marco Peano, il mio editor). Le voci avevano un ordine di apparizione, che non coincideva con l’ordine temporale delle cose che raccontano (Luisa la preparazione del taglio, fino al momento esatto in cui comincia; Francesco il venerdì precedente al taglio; Oreste un lungo flashback sul passato, più la settimana successiva al taglio; Emilia il taglio dalla prospettiva dell’albergo; Antonello il giorno del taglio visto nel suo svolgersi, dall’interno del bosco; Beniamino, l’epilogo). Quando si è trattato di spezzettare per dare una presa alla storia, l’unica cosa che ho detto è stata: attenzione, non dobbiamo semplicemente costruire un insieme di pezzi che stiano bene insieme, come se componessimo la tracklist di un disco: deve diventare una sinfonia. La soluzione che Marco ha trovato è stata di mantenere l’ordine di apparizione delle voci, ma creando una coralità concatenata per coppie inanellate, Luisa/Francesco – Oreste/Emilia, e poi Antonello, da solo, là dov’era: perché Antonello è una voce complessa, che ne ha dentro tante; è l’antagonista, in fondo; la tensione è cresciuta, tutti gli altri l’hanno portato fino a lì, e adesso, se fossimo in un western, il duello con Luchino tocca a lui: è Antonello che deve prendersi questa responsabilità dal punto di vista narrativo.

 Quanto a Beniamino, avevo paura di affrontare la voce di un bambino: che risultasse un cliché, che fosse pretenziosa,  o avesse quei vezzi lirici con cui da adulti spesso scimmiottiamo i bambini, generando un’eccentricità posticcia; però il libro non poteva avere una conclusione diversa da questa. Serviva Beniamino, con uno sguardo disincantato e finale, privo delle ossessioni incrostate da anni negli adulti. Quello che ho tentato di fare è stato sparire il più possibile, usare un numero molto limitato di verbi, e ogni volta che avevo la possibilità di scegliere una strada, scegliere la più semplice; nello stesso tempo, individuare qualche tocco di sguardo che fosse soltanto suo, e quindi spiazzante – perché i bambini hanno la facoltà di inventarsi modi di dire, di nominare le cose in modo inaspettato. Dopodiché, ho fatto leggere le sette pagine al figlio undicenne della mia chitarrista, un tipo sveglio, che ha detto: tipico di quelli di otto anni, dire le cose così. Bah, che tipi, quelli di otto anni!

  Avuto il suo benestare, mi sono tranquillizzato.

 

E se volessimo continuare questo interessante excursus sulle voci di “I passi nel bosco” non potremmo mancare di indicare quella così vera e originale del gatto di Beniamino, se mai quel gatto possa appartenere o essere possesso di qualcuno.

  Certo la letteratura è piena di gatti e di gattari, ma il tuo personaggio felino, perché tale è: un vero e proprio personaggio che intuisce e che suggerisce al lettore la sua percezione istintiva alle figure umane che completa la fisionomia degli stessi e ne svela sfumature nascoste o ancora ne evidenzia caratteristiche note, ha un piglio molto originale ed è di grande fascino.

  Viene dal mondo letterario o è un personaggio “naturale” frutto, come altri elementi della tua capacità sinestetica di osservare?

RISPOSTA: Gatto Soffione era il mio gatto del cuore; è sparito a ottobre del 2017, in un momento già doloroso per me. Non so se siano i cacciatori che non vogliono gatti intorno e provano gusto ad ammazzarli, se sia stata la volpe, o meno probabile i lupi, fatto sta che intorno a dove abito i gatti non hanno vita facile. Ne spariscono tanti. Soffione si chiamava così perché quando lo presi, da piccolino, graffiava e soffiava come un pazzo, ci ho messo tanto ad addomesticarlo. L’avevo preso in un campeggio deserto, dall’unica ospite rimasta, una signora che aveva nutrito i gattini per i primi mesi, ma con il freddo stava per andarsene in pianura; anche lì attorno, mi diceva la signora, c’era chi i gatti li ammazzava, e lei aveva messo un annuncio per salvare quella cucciolata nata tardi. Quindi Soffione viveva da semiselvatico fra i bungalow chiusi del campeggio; aveva la coda mozza come suo fratello, per una malformazione congenita. Crescendo ha sviluppato un carattere affettuoso e responsabile;  quando sono arrivati altri gatti in casa, li ha accolti come un papà adottivo. Se avevo lui addosso – quasi tutto il giorno – gli altri gatti cedevano il passo. Insomma, dal punto di vista fisico e comportamentale, il gatto Soffione del libro è il mio vero gatto Soffione, a cui ho fatto un omaggio.

  Poi, come osservi tu, il modo in cui i vari personaggi reagiscono al gatto dice molto sul loro carattere, sui loro intenti nascosti, sulle loro pulsioni. Quello che dice Antonello è vero: il gatto è l’animale del bambino; chi non piace al gatto non piace al bambino, e chi non piace al bambino è spacciato. Oppure Oreste: la scena che rivela il lato oscuro di Oreste ha a che fare con il gatto. In questo senso gatto Soffione ha svolto bene il suo compito: quello di rivelare i lati nascosti degli umani; preferisco sempre mostrare il carattere dei personaggi attraverso le azioni, invece che fare psicologia sulla pagina, e in questo caso Soffione mi ha aiutato.

  E sì, sono un gattaro. 

 

Di chi sono i passi nel bosco? Perché se io dovessi attribuirli a qualcuno, istintivamente penserei a Luchino, con l’aura di inafferrabile mistero che l’avvolge, con l’evanescenza della sua figura e con la prepotenza della sua assenza.

  O invece i passi del titolo sono degli altri personaggi, che lo cercano e desiderano irriducibilmente, o ancora di Antonello con la spavalderia ferita che lo contrappone a Luchino? O infine a chi pensavi, se hai scelto tu il titolo che suona così bene e fruscia e incuriosisce?

RISPOSTA: Il titolo, come è successo per tutti i miei libri tranne uno (nel paese del magnano) non l’ho trovato io. Sono negato, con i titoli. Ma i passi (in quel caso i passi di Luchino) stavano già nella prima pagina; è così che Luisa sa del suo ritorno: riconosce i suoi passi sulle foglie. Quindi, il suggerimento era già lì: i passi sono il segno della presenza di un personaggio invisibile, e infatti Luchino sarà fuori scena per tutto il romanzo. I passi sono poi quelli che tutti compiono nel bosco, realmente, durante il taglio, ma anche dentro se stessi, e intorno a Luchino; e i passi sono anche un segno di un tempo che scorre, e di uno spazio. Mi viene in mente quando studiavo un libro sulla tecnica del fumetto – non mi ricordo se l’esempio riguardasse una tavola di Will Eisner o di Carl Barks, comunque: nella vignetta, completamente bianca, si vedevano soltanto delle impronte sulla neve, che andavano rimpicciolendosi, e in primo piano ricoprendosi: la distanza è tempo, come dice Antonello a un certo punto. Attraverso quelle impronte, quel segno di passi, il disegnatore ci ha dato la certezza della presenza (fuori scena) di un personaggio assente, e ci ha dato lo scorrere del tempo. Quella vignetta descrive due tempi: quello che c’è stato e quello che noi vediamo; e descrive il movimento fra i due tempi. Per questo, quando Marco mi ha proposto come titolo “i passi nel bosco”, gli ho detto subito che era quello giusto.

Anche per me suona benissimo. L’unico dubbio che avevo era che richiamasse troppo “il giro del miele” (che questo non lo incasellasse, invece che dargli forza – so bene qual è il personaggio che rischio, l’ingenuo cantore bucolico, ma a un certo punto chi se ne importa: sono preoccupazioni che stanno ben al di sotto di un titolo e di un testo, se nel testo e nel titolo ci credi); in effetti, sono due libri che si parlano, che hanno dei personaggi in comune, e anche per questo in fondo era un buon titolo.

Chiacchierando (per la seconda volta) con… Sandro Campani
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