Cuzzole

Nel paese dove ho ambientato i miei primi due romanzi: a Cùzzole. È lì che ci siamo conosciuti, è lì dove mi hai presentato Marco Malvaldi, scrittore e persona “superiore” (per dirla alla Quattrocchio). Ah, dici che Cuzzole non esiste e quindi non va bene? Esiste, te lo dico io. Come il binario 9 e 3/4, l’isola che non c’è. Devi soltanto crederci. Alla prossima intervista ti ci porto.

sette abbracciQuesta è la proposta di Stefano Tofani, quando gli chiedo dove avremmo potuto incontrarci per chiacchierare di “Sette abbracci e tieni il resto”, il nuovo romanzo pubblicato recentemente da Rizzoli e presentato al Festival Letteratura di Mantova. Sul libro c’è la fascetta di Marco Malvaldi che dichiara: “Questo libro mi è piaciuto un casino. Non tanto, un casino”.

Venite anche voi a Cuzzole con noi per incontrare Ernesto, il giovane protagonista simpatico, divertente e coraggioso del romanzo e valga anche come invito a tornarci, leggendo i due libri precedenti di Tofani.

La vena giocosa e burlesca è stata sempre ben visibile nella tua scrittura a partire dall’esordio, “L’ombelico di Adamo”, Giulio Perrone (QUI la mia lettura del romanzo), ed è quella che mi sembra ti ha dato l’estro e la grinta, dopo “Fiori a rovescio”, Nutrimenti, (QUI i Dieci Buoni Motivi scritti dall’autore) in cui pure non mancava ma era avvolta da una patina di malinconia, di affidare la voce narrante a un bambino e di guardare con i suoi occhi stralunati a un mondo che ha tanti difetti e che nei suoi confronti manca di generosità.

Il tuo nuovo romanzo “Sette abbracci e tieni il resto” non è un libro solo per adulti, ma si rivolge a quel lato infantile e creativo che si spera ognuno di noi conservi dentro di sé al di là dell’età anagrafica, e quindi si presta molto bene ad essere letto anche da chi ha la stessa età del protagonista, ritrovandosi nelle sue disavventure, che diventano vita vissuta e maggiore consapevolezza di sé. 
Sei andato tu alla ricerca di Ernesto, io narrante del romanzo, o è lui che ha bussato alla porta della tua officina letteraria?

steÈ stato lui a cercarmi e ad arrivare, proprio come succede nel libro. Lì prova a salvare la compagna di classe, ma prima ha salvato me. Mi trovavo in quel periodo della vita in cui ti senti irrimediabilmente, terribilmente adulto, stritolato dalle mille cose a cui devi pensare (figli, lavoro, genitori anziani, soldi). Hai presente? Quando la sera crolli sul divano e non hai mai tempo per te stesso e nessuno si occupa di te. Ti ritrovi spesso a pensare: come sarebbe bello tornare bambini, pensare solo a giocare, andare in giro, correre, inventarsi mille avventure e viverle come se fossero reali! Tornare a meravigliarsi per le piccole cose, senza dare tutto per scontato, tornare a vivere il presente senza preoccuparsi del futuro. È un desiderio irrealizzabile, la macchina del tempo non esiste.

Ma poi è arrivato Ernesto. Ha bussato alla mia porticina interiore come un amico che ti viene a chiamare per andare a giocare e l’ho seguito subito. Grazie a lui sono tornato bambino, almeno con la fantasia, scrivendo. Ho recuperato quello che ero a dodici anni, le paure e le sensazioni che provavo, lo stupore di fronte a una formica, la rabbia per un compagno di scuola che ti prende in giro. E insieme a lui, o forse nei suoi panni, ho vissuto quest’avventura alla ricerca di Martina, con tanti pericoli da affrontare e un grande mistero da risolvere.

 

Quello di cui Ernesto ha bisogno è un amico. Per la verità un amico importante ce l’ha, Lucio. Anche se è un po’ saccente e a un certo punto Ernesto deciderà che non vuole avere più a che fare con lui. Incontra Elien, e spera che possa essere lui l’amico che aspettava:

“Non è una fissa. mi piace stare con i clandestini perchè mi insegnano un sacco di cose… ” gli ho detto guardandolo in faccia. ” Mi aprono gli occhi!”

Lucio è in carrozzella, Elien vive in una casa di accoglienza, eppure Ernesto non accetta il politically correct e se c’è da rimanere deluso da qualche loro comportamento, non se ne fa scrupolo. Sia di lasciare Lucio a fronteggiare le barriere architettoniche e naturali da solo senza il suo accompagnamento, sia di non considerare più Elien un amico per l’amarezza:

Credevo che Elien fosse mio amico e lui non sapeva nemmeno il mio nome, credevo che mi volesse un pochino di bene e invece lui andava a dire che me la faccio addosso come un poppante.

Per non parlare di Martina, che non l’hai mai degnato di uno sguardo e forse non sa neppure chi sia.

È difficile conservare e coltivare l’amicizia, riconoscerla e preservarla. Ci vuole un atto di coraggio per appropriarsene. Non è forse questa la lezione che impara Ernesto?

steL’amicizia conta moltissimo, soprattutto in questa fase di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, quando gli amici sono fondamentali per confrontarsi sul mondo degli adulti e fare le prime esperienze, commettere i primi errori, trasgredire. Ernesto detto Quattrocchio, chiuso, introverso e all’apparenza goffo, è rimasto fuori dal gruppetto dei suoi coetanei, e allora si rifugia nell’amicizia con Lucio, una sorta di Grillo Parlante, affezionato ma noioso, finché non si imbatte per caso in Elien, un ragazzo che vive in una comunità. Elien è l’incontro con l’altro, il diverso, il bambino che arriva dall’altra parte del mare e parla una strana lingua. Ernesto, a differenza di molti adulti, è ancora “puro” e non ha paura dell’altro, non lo teme. Diventa così suo amico e i suoi strani racconti lo arricchiscono, “gli aprono gli occhi sul mondo”. Ne fa quasi un mito, salvo poi accorgersi che Elien è esattamente come tutti gli altri, come gli amici di sempre, del paese.

Ecco, forse la lezione vera è questa: tutti siamo uguali, tutti abbiamo dentro di noi una parte buona e una meno buona. Lucio, Martina, Elien, Ernesto. È la natura umana, difettosa e mutevole, e va accettata. Lo stesso Ernesto abbandona Lucio quando non gli serve più e gli tiene nascoste certe cose (la grotta segreta, l’amicizia con Elien). Diceva Tolstoj che “gli uomini sono come i fiumi: l’acqua è in tutti uguale e ovunque la stessa, ma ogni fiume è ora stretto, ora rapido, ora ampio, ora tranquillo, ora limpido, ora torbido, ora tiepido. Così anche gli uomini. Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre, e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico e sempre se stesso”.

L’amicizia può esserci a patto di essere consapevoli di questo e Ernesto lo capisce sulla propria pelle. Un’altra lezione fondamentale che impara in questa sua avventura è che spesso la realtà non è come ci si aspetta che sia, ma è quasi sempre un gradino sotto, molto meno poetica. Anche la sua idealizzazione di Martina, così come quella di Elien, è destinata infatti a frantumarsi. Ma in questo caso non è necessariamente un male: Martina non è una dea inarrivabile come crede, è una ragazzina normalissima.

 

Un’amicizia importante in “Sette abbracci e tieni il resto” è quella tra il protagonista e Fefé, uno dei pochi adulti che gli dà ascolto e che lo prende in considerazione. Un personaggio che serve a sancire in un mondo in cui gli adulti sono defilati, l’importanza di un amico più grande come Cugino per Pin nel “Sentiero dei nidi di ragno”.
Forse perché senza un adulto di riferimento è difficile diventare adulti? O invece il personaggio di Fefè risponde ad altre intenzioni?

steIl personaggio di Fefé è strettamente collegato all’esergo del libro, tratto da una frase di Aldo Nove “I grandi sono bambini andati a male”. Nel romanzo quasi tutti gli adulti sono andati a male, cioè hanno perso le caratteristiche dei bambini: la purezza, la capacità di osservare e di stupirsi, la voglia di ascoltare e di fantasticare. I genitori di Ernesto sono separati e disorientati, ma la cosa che a Ernesto da più fastidio è che gli facciano soltanto domande, domande superficiali, senza mai parlargli di se stessi o ascoltarlo veramente.

La maggior parte degli adulti fa così. Non si mette sullo stesso piano dei bambini. Un po’ come succede nelle strisce dei Peanuts, dove gli adulti non si vedono mai e addirittura non parlano nemmeno. Anche in “Sette abbracci e tieni il resto” lo sguardo è sempre ad altezza bambino, e vediamo Fefé perché si mette come in ginocchio: è l’unico che ascolta davvero Ernesto, è l’unico che gli parla delle stelle, dei messaggi in bottiglia; gli parla dell’amore. È anche l’unico adulto, oltre la nonna, di cui si conosce il nome di battesimo (quello dei genitori non viene detto e nemmeno quello dei genitori di Martina). Conservando la sua parte infantile, Fefé è riuscito a non andare a male, e per questo diventa l’esempio da seguire. Per Ernesto e per ognuno di noi.

 

Questo è il tuo terzo romanzo, e segna in parte una svolta nella tua narrativa. Un’attenzione più accurata al mondo dei ragazzi che si intravedeva già nel romanzo precedente “Fiori a rovescio” che non esiterei a mettere nelle mani di giovani lettori, anche se forse un po’ più grandi di Ernesto.
“Sette abbracci e tieni il resto” è un libro che con piacere e immedesimazione potrebbero leggere i coetanei di Ernesto. Questa circostanza ha influito e influenzato la tua scrittura? Hai pensato per questo nuovo libro a un lettore differente dai precedenti o ritieni che questo problema non riguardi il narratore che deve adeguare la propria scrittura solo alla vicenda narrata?

steLa seconda che hai detto! Nel senso che ho pensato a immedesimarmi completamente nel protagonista cercando di recuperare le sensazioni che provavo, il modo di pensare dei miei 12 anni. Io stesso, come Fefè mi sono messo in ginocchio e la scrittura è venuta di conseguenza. Pensavo come Ernesto, anzi ero Ernesto, e ho usato il suo linguaggio, il linguaggio di un ragazzino che parla di sé in prima persona e si fa mille domande per cercare di capire se stesso, i grandi, il mondo.

Non è facile, perché bisogna riuscire a dire cose profonde e affrontare temi importanti (amore, amicizia, morte) con un linguaggio giocoforza povero, usando meno parole. Tutto questo riuscendo a essere credibili, che quando si scrive è sempre la cosa più importante. Per esempio: per definire una cosa che ci piace noi potremmo dire che è bellissima o stupenda o fantastica o che ne so, che è immensamente suggestiva. Ernesto no. Tutto ciò che gli piace è racchiuso in un’unica parola: superiore.
“Ernesto com’è questa intervista? Superiore.”
Chiaro, no?
Quindi, ricapitolando: nemmeno nel momento in cui ho finito il romanzo sapevo a chi fosse destinato, se ai bambini, ai ragazzi, o a tutti come spero. Sapevo solamente che quella era la storia di Ernesto Quattrocchio, e che in quel modo l’avrebbe potuta raccontare solo lui.  

 

Una cosa a cui però come Stefano Tofani non hai rinunciato è l’ironia che mi sembra non solo una caratteristica predominante della tua scrittura che si riverbera necessariamente su trama e personaggi in tutti i tuoi libri, ma anche una chiave interpretativa e valutativa del mondo e dei suoi accidenti e incidenti.
In questo nuovo romanzo, poi, si colora delle visioni iridescenti della fervida immaginazione di Ernesto, assumendo le forme cangianti del coraggio e dell’inadeguatezza, della determinazione e della frustrazione, e di tutto ciò che rende l’adolescenza il periodo più tragicamente meraviglioso della vita di ciascuno.
Non hai voluto o saputo rinunciare all’ironia?

steNon posso proprio rinunciare all’ironia. Fa parte del mio modo di essere, del mio modo di vedere il mondo. I problemi ci sono e ci saranno sempre nella vita, tanto vale sdrammatizzare. Aiuta ad affrontarli, è necessaria. Ed è anche una delle affermazioni più alte della libertà dell’uomo, una dimostrazione della sua superiorità su quello che gli accade. Sosteneva qualcosa del genere anche lo scrittore francese Romain Gary. Morì suicida ma questo è un dettaglio secondario. Forse.
Una certa dose di ironia non può non riflettersi nella mia scrittura. Anche perché credo che alleggerire la pagina sia necessario, soprattutto se tratti di temi drammatici o comunque importanti. Togliere peso, come diceva Calvino nelle Lezioni Americane, non significa togliere profondità a un testo o veridicità a una storia. Anzi. È anche un’operazione difficile da fare, rischiosa, e per questo se riesce è ancora più lodevole. I libri, i film che amo sono intrisi di ironia, a volte anche amara ma sempre intelligente e puntuale. Qualche esempio “alto” e apparentemente lontanissimo? Certe pagine de La Cognizione del Dolore di Gadda o del Circolo Pickwick di Dickens, certi film di Monicelli o di Wes Anderson, le filastrocche di Rodari, la prosa di John Fante.

In “Sette abbracci e tieni il resto” l’ironia si trova soprattutto nei dettagli (certe osservazioni di Ernesto, il cane che non vuole usare il proprio fiuto, la nonna e i suoi proverbi) e serve a stemperare la tensione; per un bambino in crisi, per una bambina scomparsa. Vero che è la mia “cifra” ma ho pensato che fosse anche indispensabile in un libro destinato ai ragazzi come questo.

È la tua cifra ed è molto importante che venga usata con acume in un libro, in un libro “senza età” come “Sette abbracci e tieni il resto” ancora di più.

 

 

Chiacchierando con… Stefano Tofani
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