La vita involontaria

Brianna Carafa, chi era costei? E non sperate che vi siano d’aiuto i manuali di letteratura italiana in uso nelle scuole, perché non ne troverete traccia. 

Ma c’è un modo per conoscerla, di cui dobbiamo essere grati alla casa editrice Cliquot. Forse il modo migliore: leggere il romanzo, con cui fu finalista al Premio Strega nel 1975, “La vita involontaria”. E a rendere ancora più incisiva la conoscenza con questa donna, dalla vita culturalmente molto stimolante, la bella edizione del romanzo ha in apertura la prefazione di Ilaria Gaspari, che con la Carafa condivide la solida cultura e l’elegante e sobria scrittura, tanto da poterla descrivere come una vecchia, nuovissima amica, mettendone in luce la prosa ipnotica, limpida e così classica.

Comincerei rivolgendomi a uno degli editori di Cliquot, Paolo Guazzo, in modo che attraverso la riscoperta di Brianna Carafa possa anche illustrarci il progetto della casa editrice: come e perché Brianna Carafa è nel vostro catalogo? Qual è il caso che l’ha portata a voi?

paolo_porta_portesePAOLO GUAZZO: Giuditta in primis vorrei ringraziarti per l’opportunità che mi dai di parlare di questo romanzo e del nostro progetto editoriale. Cliquot si occupa esclusivamente di recuperare opere del passato cadute ingiustamente (almeno secondo il nostro punto di vista) nel dimenticatoio. Il mondo editoriale ha i suoi meccanismi troppo spesso perversi, si muove con assoluta frenesia, è fagocitante. In Italia si pubblica tantissimo, ma si legge pochissimo. A prescindere dal suo valore letterario, quindi, se un’opera non ha un immediato riscontro in termini di critica, ma soprattutto di vendite, può avere una vita editoriale veramente brevissima. È quello che molto probabilmente è successo a “La vita involontaria” di Brianna Carafa, nonostante sia stato pubblicato da un grande editore come Einaudi e, come dicevi tu prima, sia arrivato in finale al Premio Strega. Un esordio, quello della Carafa, che fu accolto con un certo entusiasmo anche dalla critica, ma che probabilmente non ha avuto il tempo di essere compreso anche dai lettori di quel tempo. La verità non la sapremo mai fino in fondo, quello che è certo è che quando lo abbiamo scovato tra le mensole piene di libri dello stand Libraccio al salone di Torino, e dopo averlo letto, abbiamo capito subito che ci trovavamo di fronte a una grande scrittrice di cui si erano perse completamente le tracce. In fondo noi siamo un po’ come degli archeologi che scavano e cercano di riportare alla luce cose preziose. Pensiamo che “La vita involontaria” lo sia e stia anche molto bene nella nostra collana Biblioteca, dove accogliamo opere di autori che facciano della modernità della lingua il loro vero punto di forza. All’interno di questa collana, poi, abbiamo pensato fosse importante dare spazio alle troppe brillanti scrittrici italiane del Novecento che non vengono più lette, studiate, menzionate. Questo percorso è iniziato con Livia De Stefani, ci ha portato ora a Brianna Carafa, proseguirà il prossimo inverno con Laudomia Bonanni e speriamo poi con molte altre.

 

Seguirò con grande interesse la volpe del logo Cliquot, elegante e sinuosa (complimenti!) che sembra fuggire verso lidi lontani con un invito al lettore.

… e Brianna Carafa arriva nelle mani di Ilaria Gaspari: ci racconti, Ilaria, il vostro primo incontro? Cosa hai pensato, cosa hai sentito, cosa vi siete dette tra le pagine di “La vita involontaria”? ma soprattutto cosa ti ha più sorpresa di quello che stavi leggendo e del perché lo stavi leggendo?

Ilaria GaspariILARIA GASPARI: Io, quando ho aperto la mail di Paolo che mi proponeva di curare la prefazione a La vita involontaria, Brianna Carafa non l’avevo mai sentita nominare. Il nome però – si sa che anche in un nome, a volte, c’è un destino – mi colpì moltissimo. Era un nome che mi piaceva, per il suono, perché mi sembrava un nome da santa medievale, non lo so. Comunque, armata solo di quel nome mai sentito prima, ho fatto subito la cosa che facciamo tutti, credo, quando incontriamo qualcosa che non conosciamo: ho cercato il nome che tanto mi piaceva su Google. Di notizie, ne trovai pochissime; c’era una biografia su Wikipedia, scarna fino a essere misteriosa. Del romanzo, sapevo solo che era stato in finale al premio Strega del ’75: cercai ancora su Google, vidi che quell’anno aveva vinto Landolfi con A caso. A quel punto, ero già conquistata. Mi piaceva il nome da santa medievale dell’autrice, mi piaceva – moltissimo – il titolo, La vita involontaria. Mi piaceva sapere – per quanto laconica, la voce di Wikipedia qualcosina me l’aveva pur detto – che Carafa era stata una psicanalista. Io mi sento una psicanalista mancata, è un mio grande rimpianto, che compenso lasciandomi ossessionare dal legame fra scrittura e psicanalisi. Mi piaceva pensare a questa sconosciuta Brianna Carafa, psicanalista, di cui non avevo ancora visto il viso, e che ero completamente incapace di immaginare se non sulla scorta delle mie aspettative chiaramente illusorie, castelli di carte che avevo iniziato a costruire usando associazioni, suoni, atmosfere che mi dipingevo in testa, mi piaceva pensare a lei in una sera d’estate del ’75: lei vestita elegante per la serata finale del premio. Mi pareva di vederla senza averla mai vista; cercai senza esito delle immagini di quella sera, scrissi persino alla Fondazione Bellonci ma mi risposero con molta gentilezza che stavano riorganizzando l’archivio e al momento il materiale non era accessibile – poi, poco dopo sarebbe arrivata anche la pandemia a distruggere il mio progetto di investigare sulle testimonianze del premio Strega del ’75, ma questo ancora non lo sapevo.

Così mi buttai sul libro, e la cosa incredibile è stata che già alla seconda pagina ero completamente innamorata. Non mi aspettavo una voce così: così asciutta, così tagliente, così sofisticata. Non mi immaginavo che fosse un romanzo così perfettamente mitteleuropeo, senza la velleità di esserlo, ma quasi per una vocazione naturale. Non mi aspettavo di riuscire a entrare in quel suo mondo rarefatto, e di poterci poi tornare infinite altre volte, a mio capriccio. Non mi aspettavo, soprattutto, un libro così amaro e tenero insieme, così profondo ma senza noiosaggini, senza moine, senza abbellimenti. 

Solo dopo aver letto e riletto il romanzo ho avuto la fortuna di incontrare Fiammetta, la figlia di Brianna. Lo racconto nella prefazione: è stato un incontro bellissimo, sospeso nel tempo, in una giornata tutta d’oro alla fine di febbraio, alla vigilia – ma noi non lo sapevamo – del lockdown. Fiammetta, con un pudore e una tenerezza infiniti, mi ha raccontato sua madre, mi ha mostrato i suoi disegni, le sue poesie, mi ha parlato di come l’ha conosciuta lei, bambina e poi ragazzina, prima di perderla. Non dimenticherò mai, credo, quella mattina. Sono tornata a casa con la sensazione di averle conosciute tutte e due, Brianna e Fiammetta, fuori dal tempo, appena sfiorando le loro vite. 

 

Ilaria Gaspari nella prefazione si è mostrata lettrice ideale per sensibilità e competenza di “La vita involontaria” e di questo sono altrettanto grata alla casa editrice Cliquot, come di avermi fatto scoprire la scrittrice novecentesca. 

Perché proprio Ilaria Gaspari e quale significato come casa editrice riservate alle prefazioni nella riscoperta dell’autore? 

PAOLO GUAZZO: Quando abbiamo deciso di intraprendere questo percorso di riscoperta delle grandi scrittrici italiane del Novecento dimenticate abbiamo subito pensato che per i lettori di oggi sarebbe stato importante avere a disposizione uno strumento che gli permettesse di entrare in contatto, prima ancora che con il romanzo, con il personaggio letterario che volevamo presentargli, conoscere la sua storia personale, l’ambiente culturale e letterario che respirava, analizzare la sua scrittura, le peculiarità dello stile. E volevamo che a fornire questa chiave di accesso fosse una scrittrice di oggi, così da creare attraverso la prefazione del libro un ideale ponte “letterario” che congiungesse due differenti generazioni. Per il nostro primo recupero, “Viaggio di una sconosciuta” di Livia De Stefani abbiamo collaborato con Giulia Caminito che, oltre a essere una giovane scrittrice di successo è anche una delle più grandi studiose delle letteratura italiana al femminile (il suo archivio è veramente sterminato!). Da questa proficua collaborazione (Giulia conosceva e amava la De Stefani avendo già lavorato a una sua precedente ripubblicazione per la casa editrice Elliot) è nata anche una bella amicizia, le abbiamo chiesto di continuare a seguire il progetto anche per le uscite successive, diventando per noi una sorta di consulente di fiducia. Quando le ho parlato per la prima volta della Carafa sono rimasto veramente colpito dal fatto che anche lei non ne avesse mai sentito parlare. In quel momento ho capito anche che non sarebbe stato facile trovare qualcuno che fosse disponibile per questo progetto; non ti nascondo che ero parecchio preoccupato. È stata Giulia a dirmi di fare un tentativo con Ilaria, che già seguivamo e apprezzavamo da tempo. Ci voleva qualcuno che avesse il coraggio di accettare questa sfida, che avesse voglia di ricostruire praticamente da zero la storia di questo straordinario personaggio. E Ilaria l’ha fatto, si è messa in gioco, ha dimostrato, spinta anche dal grande piacere che ha avuto nel leggere “La vita involontaria”, grande disponibilità ed entusiasmo. Insieme al nostro ufficio stampa, Serena Talento, che in questo progetto ha avuto un ruolo chiave, Ilaria ha incontrato Fiammetta Carena, la figlia della Carafa, in più di una circostanza, ha ascoltato i suoi racconti, ha letto le sue poesie, si è documentata e si è appassionata al progetto. Dietro a questa nuova edizione del romanzo, quindi, posso dire che c’è uno straordinario gioco di squadra. E devo ringraziare Ilaria per tutto quello che ha fatto e per la splendida prefazione che ha scritto.  

 

Un romanzo e una scrittrice caduta nel dimenticatoio, che oggi ci emoziona e ci parla come se il 1975 fosse ieri. E invece lo so bene quanti anni sono passati da allora perché è il mio anno di nascita. Forse è proprio per questo che è stata accantonata? Perché voce troppo moderna e profonda per toccare lettori immersi nella quotidianità e sommersi dalle contingenze del momento?
Ho come l’impressione, un tranello in cui cado talvolta come lettrice, che spesso alla narrativa chiedo di raccontare “dove siamo”, mentre la letteratura racconta “chi siamo”. Questo assolvimento sono in grado di giudicarlo solo a distanza di tempo, leggendo oggi nel 2020 ciò che una scrittrice di talento e di spessore ha “sentito” e scritto nel 1975.
E questo che accade leggendo oggi Brianna Carafa?

ILARIA GASPARI: Questa è una domanda profonda, e sottile. Forse anche perché sfiora molte questioni su cui mi arrovello da lettrice ma anche, devo dire, da scrittrice: essendo una grande amante delle librerie dell’usato, dei libri mezzi dimenticati, quelli che si trovano nelle case delle vacanze, qualche volta negli alberghi, nei negozi di rigattiere, nei mercatini e sui banchetti dei bouquinistes, ecco, io mi chiedo spesso se quelle storie arrivate da un altro tempo mi parlino la loro lingua ‘originaria’, o una lingua che è un’illusione ottica, perché la leggo attraverso la lente del tempo, con le rifrazioni che il tempo le imprime. E qualche volta, lo confesso, ho fantasticato di un tempo futuro in cui io non ci sarò più e magari qualche mio libro mezzo naufragato arriverà in mano a una ragazza che bigia la scuola e si compra gli usati a un euro in un baracchino di piazza Mercanti a Milano, come facevo io ai tempi del liceo. E mi chiedo se allora le mie parole non suoneranno diverse – in peggio, o sperabilmente in meglio, chissà. Di solito a questo punto in genere mi prende una vertigine e devo smettere di pensarci. Ma penso che una parte del fascino che La vita involontaria ha esercitato su di me abbia a che fare proprio con la sorpresa di sentire che un libro di quarantacinque anni fa mi parlava quasi come se ci ritrovassimo, io e il libro, fuori dal tempo, sospesi fuori dal 1975 ma anche dal 2020. Sicuramente gli anni che passano su un libro possono farlo invecchiare in molti modi: può diventare antiquato, può diventare obsoleto; o semplicemente fuori moda. Questo in genere capita ai libri che, al tempo della loro uscita, sono stati molto ‘alla moda’: è un rischio che si corre, se si vuole essere à la page sul momento bisogna sapere che il momento passerà. Ci sono poi libri che invecchiano con grazia: lo vedi che sono vecchiotti, ma non per questo hanno meno fascino, anzi. E poi ci sono i libri come La vita involontaria, che io immagino un po’ come quelle persone che sembrano sempre ragazze o ragazzi, a qualsiasi età. È una qualità quasi indefinibile, che però è impossibile ignorare. Forse il segreto sta proprio in quello che dici tu: sono libri che ci dicono ‘chi siamo’, non ‘dove siamo’. Sono libri che non sono mai ‘alla moda’, per cui lo sono sempre.

 

“La vita involontaria” di Carafa è uscito da poco meno di un mese in libreria, e la sensazione è che stia facendo già parlare di sé. C’è qualcosa, un lettore particolare, un’occasione, un riconoscimento che vi piacerebbe come casa editrice ottenere per questo romanzo?
E aggiungo più in generale: avete in mente un lettore ideale per la collana Biblioteca?

PAOLO GUAZZO: In effetti “La vita involontaria” è uscito solo da pochi giorni, ma la sensazione è quella che si stia creando un grosso interesse attorno alla figura di questa scrittice-poetessa-psicanalista (senza dimenticare che studiò architettura e coltivò una grande passione per il disegno), una donna coraggiosa, colta, emancipata. Di questo siamo felicissimi, è il più grande risultato che potessimo ottenere. Vedi Giuditta abbiamo iniziato questo percorso di riscoperta perché siamo convinti che in Italia ci sia stato un evidente problema di esclusione femminile da quelle che vengono considerate le alte sfere della letteratura, soprattutto per quanto riguarda le scrittrici del Novecento. Ci piacerebbe quindi che attraverso i nostri libri i lettori scoprissero un po’ di questo grande patrimonio letterario ignorato, che comprendessero che in Italia non ci sono state solo Ortese o Morante, ma anche moltissime altre autrici di grande valore: Milena Milani, Marise Ferro, Lalla Kezich solo per citarne alcune. 
Penso che il lettore ideale di Biblioteca sia un lettore vorace, esigente, molto attento alla qualità della scrittura ma anche del libro inteso come oggetto, appassionato di rare edizioni, curioso di fare nuove conoscenze letterarie. Me lo immagino proprio così! 

 

Come ho più volte sottolineato e come mi piace ripetere e ribadire, la prefazione di Ilaria Gaspari allarga gli orizzonti del lettore di “La vita involontaria”. Ci sono due elementi in particolare che hanno dato parole e spiegazione a ciò che sentivo ma non ero in grado di esprimere: per fortuna ci sei stata tu.
Da una parte la letterarietà del romanzo. Dove per letterarietà intendo qualcosa di molto positivo che rasenta la definizione di classico, e che tu hai saputo esprimere con acribia:

seguendo la voce straordinariamente ferma, sobria, matura e insieme tenera di un narratore ragazzo che diventa un uomo nelle pagine del libro, ci si addentra in un perfetto Bildungsroman: il romanzo di una formazione, scritto in un tono straordinariamente mitteleuropeo pur senza voler scimmiottare Musil o Zweig; non si sente nessun desiderio di emulare chicchessia, si sente però una confidenza profonda, affettuosa, sentimentale è mai velleitaria, con luoghi e personaggi sospesi fra la Germania e l’Austria di primo Novecento, concittadine che potrebbero essere raccontate da Heinrich Mann, con studenti che somigliano ai compagni del giovane Torless, ma solo per una dolce aria di famiglia.

In secondo luogo la personalità della scrittrice e la forte empatia che trapela dalle pagine, come se Brianna Carafa le avesse scritte guardando diritto negli occhi i lettori:

la scrittrice di cui non c’era modo di sapere quasi nulla, dalla prosa ipnotica, limpida e così classica, ci viene incontro con una vecchia, nuovissima amica; come quelle amiche che incontri per caso e ti sembra di conoscere da molto tempo, anche se non è vero.

Perché bisogna leggere “La vita involontaria”, tu l’hai spiegato brillantemente nella prefazione, e allora chiedo anche a te come a Paolo Guazzo, chi dovrebbe leggere il romanzo di Brianna Carafa, sicuro di trovare ciò che cerca.

ILARIA GASPARI: Penso che La vita involontaria, come tutti i romanzi davvero riusciti, possa parlare, magari accordandosi a un tono diverso per ogni orecchio, a tantissimi lettori. Dovrebbe leggerlo, secondo me, chi è disposto ad ascoltare una voce che arriva ‘quasi in dormiveglia’, come ha scritto proprio Brianna Carafa in una sua poesia, molti anni prima di scrivere La vita involontaria ma trovando, per incanto, proprio le parole perfette per descrivere il suo romanzo ancora lontano dall’essere concepito. Dovrebbe leggerlo, cioè, chi in un romanzo non cerca certezze perentorie, ma la malinconia dolce della vita in cui tutti ci somigliamo. Chi sta cercando una strada ma sente che prima di trovarla si perderà molte volte, come Paolo Pintus. Chi ama le verità sfumate e sa vedere anche un singolo gesto come un prisma di contraddizioni. E anche, semplicemente, chi ha voglia di lasciarsi trasportare in un mondo onirico ma molto molto reale, proprio come nel dormiveglia. 

A casa di… Cliquot per scoprire Brianna Carafa con Ilaria Gaspari
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