Tamigi

Forse sulla Fortitude, la barca in cui vivo, sul Tamigi. 

Questa è la risposta di Ortensia Visconti, quando le chiedo, com’è tradizione di ogni Chiacchierando, dove avremmo potuto svolgere la chiacchierata che leggerete di seguito. E non poteva esserci luogo più appropriato di una barca: chi ha letto “Malalai” (Rizzoli) capirà.

IMG_20200310_221454_109Ortensia Visconti con il romanzo “Malalai” mi ha tenuto compagnia in questo tempo che la pandemia ha dilatato e allungato, con una storia piena e rotonda.

E allora partiamo per questo viaggio tra le sue pagine così piene di fascino ma anche di meditazione sul rapporto tra Oriente e Occidente.
Partirei dalla destinazione verso cui è diretto chi prende in mano il tuo libro: a/r per Kabul con scorci indimenticabili sulla regione dei Grandi Buddha e la campagna afgana, in cui la tua protagonista Malalai trascorre l’infanzia che è stagione di libertà, l’unica concessa alle donne, e di ingenuità verso ciò che la circonda, compreso l’amore.
Nelle pagine, anche in quelle in cui la terra afgana mostra le sue contraddizioni più forti, traspare un grandissimo amore e una profonda conoscenza e ammirazione per l’Afghanistan, i suoi paesaggi, la sua storia travagliata, i riti più antichi, i piatti e soprattutto per le sue donne.
Chi e cosa ti ha portato lì? Non solo fisicamente come tu spieghi nei ringraziamenti finali, ma anche e soprattutto con un romanzo, che mi sembra racchiuda e superi il tuo lavoro come giornalista e reporter.

foto di Marta Pirlo
foto di Marta Pirlo

In tutto il mondo occidentale, ma anche in quello orientale, c’è un’evoluzione che riguarda l’incontro con l’altro, e credo che analizzarla sia fondamentale. È quello che mi interessa. 

All’università ho studiato letteratura comparata e ricordo l’emozione di scoprire “Tristi tropici”di Levi-Strauss. Già avevo cominciato a scrivere, ma mi è venuto il dubbio se diventare etnologa. Poi ho cominciato il lavoro da reporter seguendo questa passione per le culture altre. Il mio primo romanzo, “Stregonesco”, è la storia di un bambino algerino adottato in Lomellina. Nell’ “L’idee fixe” invece, una raccolta di racconti pubblicata in Francia, uso il sesso per raccontare dodici città del mondo. Il romanzo che sto scrivendo adesso è la storia di un immigrato italiano di seconda generazione, un artista cresciuto a Berlino. Io stessa non vivo in Italia da più di 20 anni, anche se ci torno spesso e mi sento profondamente italiana. L’incontro tra le  culture è la mia passione e l’Afghanistan è il paese che più mi è rimasto nel cuore.

 

Afghanistan e Italia a confronto: attraverso Malalai non solo viviamo le diverse storie che si sono succedute nella terra asiatica a partire dall’invasione russa fino alla crudeltà talebana, ma con il suo sguardo osserviamo anche l’Italia da un’angolazione che è particolare non solo perché chi guarda ha un’altra cultura ma anche perché è ospite di un artista, molto eccentrico, a cui hai affidato la tua passione per la contaminazione tra culture, anche se con un pizzico di disinganno e disillusione: Ernesto Valli.

Malalai ricorda Malala, e nello stesso tempo se ne differenzia. Quello della tua protagonista è un eroismo più sottile e sfumato, coltivato all’ombra della madre, una donna “ribelle”, Bibi, che non ha mai conosciuto e che è avvolta dal mistero che rende intriganti le tue pagine (e che per questo non sveleremo).

Quanto il giovane premio Nobel ha ispirato la tua eroina? e dove hai rintracciato lo sguardo sorpreso di Malalai verso l’Italia e l’Occidente in generale?

RISPOSTA: Malala è una ragazza straordinaria e molto coraggiosa ma non ho mai pensato a lei, immaginando Malalai. È un nome comune in Afghanistan e rimanda direttamente alla Malalai di Maiwand, una eroina nazionale che ha aiutato i guerrieri locali a combattere contro gli inglesi nella battaglia di Maiwand, durante la seconda guerra anglo afghama. Era il luglio del 1880, quel giorno Malalai avrebbe dovuto sposare il suo fidanzato. Durante la battaglia, quando le truppe afghane stavano perdendo, lei impugnò la bandiera e gridò: « Giovane amore, se non cadi nella battaglia di Maiwand, per volere di Dio, qualcuno ti sta salvando come un simbolo di vergogna! » I combattenti da lei inspirati raddoppiarono le forze, Malalai fu uccisa dagli inglesi. Nel mondo occidentale è conosciuta come la Giovanna d’Arco afghana.

Lo sguardo di Malalai sull’occidente è lo stesso mio sguardo sull’oriente. Nasce dall’empatia, dalla curiosità, dall’interesse. Poi credo che mettersi nella pelle di qualcun’altro sia quello che fa ogni scrittore. 

 

Sebbene i personaggi femminili nel tuo romanzo abbiamo un fascino magnetico, “Malalai” ha anche personaggi maschili di grande spessore e attraverso di loro, forse persino di più dei personaggi femminili, tu fai a brandelli gli stereotipi sull’uomo musulmano. Ci sono, altrimenti non sarebbe credibile, i fanatici come lo zio di Malalai, ma accanto a lui il fratello Nur, il padre di Malalai, che è indicato dalla stessa protagonista come il vero eroe della storia. Un eroismo fatto di comprensione, cultura, protezione e umanità. Ed è forse attraverso i personaggi maschili che si compie quell’incontro, trasformato inevitabilmente in scontro, tra culture più che tra Oriente e Occidente, perché Nur ed Ernesto Valli condividono lo stesso mondo di bellezza e ammirazione per la civiltà orientale, mentre Gul Zaman, il fratello talebano e potente di Nur, fa parte del mondo violento e fanatico che si trincera dietro la tradizione islamica per i propri tornaconti e per distruggerne la bellezza. 

In mezzo la dolcezza di Tariq e soprattutto Faisal, che è personaggio tragico, perché rassegnato al proprio destino e furente per non poter esaudire il suo sogno d’amore.

Cosa è mancato a Faisal per essere come Nur e cosa l’ha costretto a diventare come Gul Zaman? Non è attraverso di lui che si consuma l’ideale di un incontro tra Oriente e Occidente che non sia scontro?

RISPOSTA: Fai un’ottima analisi dei personaggi maschili, che mi sorprende perché non ci avevo pensato in questi termini. Ma è giusta. Io ho solo sviluppato i caratteri e li ho fatti evolvere secondo la loro natura nell’incontro con l’altro, nelle relazioni. Che poi è il modo in cui lavoro. Le mie storie si costruiscono sulle relazioni tra due o più persone, spesso di culture diverse. Inserisco poi la dinamica di una relazione tra i temi che mi interessano: multiculturalismo, femminismo, libertà….

Credo che la cosa che sia mancata a Faisal per essere autonomo, per decidere con la sua testa, sia una istruzione adeguata. È anche vero che nella sua cultura le tradizioni vengono prima dei sogni d’amore. Credo che Faisal non viva il rapporto tra oriente e occidente, ma sia il prodotto di una cultura senza interferenze, ancora integra. La domanda che si è posto è: Sono un individuo o un essere sociale? Perché l’individualismo impone la rinuncia all’unità sociale (famiglia, tribù o paese) che nel mondo islamico è ancora un caposaldo culturale.

Ma forse se avesse avuto un’istruzione più articolata si sarebbe ribellato alle sue tradizioni. Avrebbe fatto di testa sua, come prima  Bibi, e in seguito Malalai.  

 

I piani temporali in “Malalai” sono sfasati, si aggrovigliano su se stessi come nella memoria, alternando il presente narrativo che è l’arrivo di Malalai in Italia nel 2006, alla sua vita precedente in Afghanistan, che è un continuo procedere avanti e indietro sulla linea del tempo, dall’infanzia all’adolescenza, ai tempi ancora più lontani dei ricordi del padre Nur e poi di Ernesto Valli.

Ma l’inizio vero e proprio del romanzo si consuma nel Mar di Sicilia, su una piccola imbarcazione, lo Zodiac pieno di migranti. Malalai è guardata come una privilegiata, perché li ha raggiunti quasi a ridosso della costa italiana. Non si è imbarcata come loro dalla Libia o dalla Tunisia. E anche una volta a terra, buttata a mare dai trafficanti, la sua pelle non così scura come quella degli africani, le darà una chance in più che la catapulterà nel più sfrenato Occidente: il Pappamolla, il panfilo di Tilo. Un passaggio di fortissimo stridore.

Il “viaggio” di Malalai per giungere in Italia da un lato ti dà la possibilità di trattare e mostrare il tema della tragedia che si consuma nel Mediterraneo e dall’altra però di non farlo diventare il tema dominante del romanzo perché Malalai fa un viaggio in parte diverso per approdare in Italia.

Malalai è una privilegiata come credono gli uomini e le donne che incontra sullo Zodiac? O come lei sostiene una di loro?  

RISPOSTA: Il romanzo ha una narrazione binaria, il presente e il passato, Roma e l’Afghanistan. Due vite diverse di Malalai, due identità. Nella terza parte poi il passato diventa quello del maestro, ma rimane legato al destino di Malalai perché è anche il passato dei suoi genitori. 

Mostrare la tragedia del mediterraneo era necessario, ma lo era anche rompere lo stereotipo dei migranti percepiti come dei relitti, senza passato e senza futuro. Malalai sembra distanziarsi dagli altri migranti perché stiamo raccontando la sua storia, mettiamo a fuoco la sua vita e il suo passato. È una ragazza che proviene da una famiglia colta, quindi privilegiata, come molti altri migranti. È istruita e ha dei valori forti, come molti altri migranti. Il tema dominante del romanzo è la vita di Malalai, non l’immigrazione. È vero però che la tonalità della sua pelle incontra meno barriere che quella dei suoi compagni di viaggio africani. 

 

Anche noi come Malalai siamo giunte a destinazione con l’ultima domanda.
Spero che siano in tanti i lettori che si mettano in strada tra le pagine del tuo romanzo, che allarga gli orizzonti e abbatte le barriere e ci fa sentire cosmopoliti nel senso più autentico e ricco del termine: abitanti dell’universo, e non soltanto del mondo, inteso come il pianeta Terra. Perché sentimenti forti e profondi come quelli presenti nel tuo romanzo (molti dei quali non ho voluto toccare perché il lettore li scopra tra le pagine con la mia stessa sorpresa e partecipazione) non possono essere limitati né definiti ma devono aspirare a una dimensione più ampia, quella del cosmos appunto.
È l’Italia la destinazione finale di Malalai? Se dovessi darle un consiglio: chi le consiglieresti di incontrare in Italia e perché?

RISPOSTA: Ho sempre immaginato Malalai che s’imbarcava su una nave tipo quella di Paul Watson, per andare a salvare le balene, che sono la sua passione da sempre. Quando trova il libro di Moby Dick nell’ultima sinagoga di Kabul, lei comincia a sognare questi esseri quasi mitologici, parte di un mondo che le è sconosciuto e inaccessibile: il mare. La sensazione di non poter raggiungere il mare in un paese senza coste, perché senza un passaporto forte, non è naturale. Quindi forse Paul Watson è quello che potrebbe succederle in un futuro che esiste solo nella mia immaginazione.

Chiacchierando con… Ortensia Visconti
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