Calle Pedro Donoso, Santiago

A Calle Pedro Donoso, Santiago, dove è avvenuta la Matanza de Corpus Christi.

Questo è il luogo ideale, e non poteva essere un altro, dove ci saremmo viste io e Laura Forti per chiacchierare di “L’acrobata”, il romanzo della drammaturga italiana pubblicato di recente da Giuntina. Una storia che Laura Forti è riuscita a intarsiare finemente sull’equilibrio tra l’introspezione della voce narrante, l’oggettività della Storia che non prende mai il sopravvento, e le pieghe intime e memorialistiche che le vicende storiche incidono nelle vite personali degli individui.

Mi rendo conto che sto scrivendo a te la lettera che non ho mai mandato a tuo padre, quella che avrei dovuto scrivergli per liberarmi il cuore. Ti sto caricando di un peso troppo grande e tu ne hai già tanti.

Sono alcune righe di una delle mail che una nonna manda al nipote per raccontargli la storia del padre, suo figlio, e la sua fine tragica. lacrobata-definitivo-coperta-piattoMi sembra che possano servire come ottimo inizio per la chiacchierata su “L’acrobata”, il libro che Laura Forti ha pubblicato con Giuntina per raccontare con forte introspezione e intimità gli innesti della storia con la maiuscola nella memoria familiare.
Non voglio aggiungere altro in prima persona sui protagonisti della tua storia, ma lascio a te la parola per tracciare ai lettori di “L’acrobata” il triangolo amoroso, su cui si struttura il romanzo, di una nonna, un figlio e suo nipote.

 

foto Lucia Baldini
foto Lucia Baldini

Nomini una parola complessa, amore. Un sentimento profondo che sicuramente pervade questa storia ma che per i protagonisti non è così facile dare o ricevere. L’amore presuppone presenza, forza, coraggio, vuol dire esserci per l’altro. Questa madre che parla in prima persona ha amato visceralmente suo figlio, infondendogli valori, ideali, pensieri ma poi lo ha anche in qualche modo lasciato andare troppo presto, l’ha visto incamminarsi per una strada autonoma che lo ha portato a un gesto coraggioso ma anche alla morte, al sacrificio di sé. E allora si chiede: è stato davvero amore il suo? Avrebbe potuto o dovuto proteggerlo di più, esserci, intervenire nelle decisioni, nelle scelte di vita? Il nipote invece non si sente amato da un padre eroe che lo ha abbandonato per la lotta: lo ammira, certo, ma non ha avuto occasione di conoscerlo, di avere con lui un rapporto affettivo normale. 

Nonna e nipote infine non si sono mai frequentati, non hanno mai condiviso una relazione autentica, non si sono mai parlati con il cuore in mano di questa storia o di altro. Sono il prodotto di famiglie che hanno rimosso per generazioni i sentimenti, per paura che provare qualcosa di profondo, di vero, potesse schiantare una corazza necessaria per la sopravvivenza. 

Quindi, la tua domanda centra un nervo scoperto del mio racconto, anzi direi che la lettera che la madre-nonna scrive a suo nipote è un tentativo di riconoscere a sé stessa la possibilità di amare, di uscire dalla frustrazione dell’assenza e di riaccogliere, insieme al dolore del lutto, la vita che riprende. 

 

secondo gli autori, esistono due tipi di esuli, i nostalgici e quelli che si riadattano subito al nuovo. I primi amano conservare fotografie e ricordi, mantengono un rapporto con la terra d’origine, sperano di tornarci un giorno e si considerano abitanti provvisori, figli adottivi del paese che li accoglie. Si aggrappano al passato e nel libro sono chiamati con una parola greca, “ocnofilici”, che vuol dire proprio questo, attaccarsi in modo patologico a ciò che è stabile e sicuro; i secondi invece sono quelli che si mimetizzano immediatamente nella nuova realtà, facendone propri usi e abitudini. La parola con cui vengono chiamati nel saggio è “filobatici” e la traduzione letterale significa “coloro che camminano sulle mani, sulle dita”. I filobatici sono come dei funamboli che passeggiano sul filo del rischio e dell’avventura, evitano i rapporti troppo intensi, tendono all’indipendenza, recidono i fondi dietro di sé.
Ti piace questo paragone con gli acrobati, tu che lavori nel circo? Mi chiedo che esule sono io…

È sempre la nonna, unica voce a cui affidi la narrazione e da cui il lettore filtra anche le reazioni del nipote al susseguirsi delle mail. Nella sua biografia sia personale che familiare il tema dell’esilio è molto sentito. Dal tema dell’esilio deriva un senso di cosmopolitismo e universalismo che amplia gli orizzonti del romanzo, espandendone i confini geografici e le prospettive politiche e introspettive.
L’io narrante non è che una delle interpreti di “esule”, rispetto ai nonni, ai genitori e poi a seguire al figlio e al nipote, esuli a loro modo anche loro.
Che peso e ruolo ha l’esilio, e il tema connesso dell’identità e della cittadinanza, in “L’acrobata”?

foto Lucia Baldini
foto Lucia Baldini

Le frasi che citi e che riporto liberamente nel testo richiamano un libro che ho letto davvero e che mi è stato molto utile per scrivere “L’acrobata” ma anche per elaborare il materiale emotivo del romanzo, ispirato alla mia storia familiare. 

Si tratta di “Psicoanalisi dell’emigrazione e dell’esilio” del 1989 ed è scritto da una coppia di psicoanalisti ebrei argentini, Leon e Rebecca Grinberg. È il primo tentativo di fare un’opera sistematica sul tema dell’esilio parlandone come esperienza psichica, di rinascita, e affrontando quindi da vicino i sentimenti complessi e profondi dell’esule. Per i Grimberg l’esilio può portare a una rigenerazione dell’anima che come tutte le nascite però comporta un trauma da affrontare. Gli esuli in genere si difendono da questi sentimenti traumatici e mettono su due tipi di difese, due maschere, che possono dar vita a due stereotipi (di cui aveva già parlato lo psicologo ungherese Balint), gli ocnofilici e i filobatici appunto. 

I primi sono coloro che si attaccano alla propria patria di cui vogliono conservare morbosamente  il ricordo e che non riescono a adattarsi al nuovo paese, i secondi invece recidono i legami e si riproiettano verso il futuro, considerando l’espatrio un’avventura eccitante e adrenalinica e dimenticando quasi il passato, rinnegando quindi le radici e l’identità, con il rischio di disperdersi nella follia o in un’eterna solitudine.

Queste due figure sono in realtà “mescolate” in ogni esule; il pericolo è quando si sclerotizzano e l’esule si identifica soltanto in uno dei due stereotipi non elaborando appunto i sentimenti dolorosi che l’esperienza reca con sé e cioè la rabbia l’inadeguatezza la paura la colpa la vergogna. 

Il libro dei Grinberg mi ha aiutato a chiarire i personaggi, ma soprattutto a dipanare la mia storia familiare per ricavarne una sintesi.

Il tema dell’esilio è insito nella mia famiglia – una famiglia ebraica che tra l’altro ha già la diaspora nel suo DNA, ma che nel corso del tempo ha subito diversi sradicamenti. Prima dell’”Acrobata” avevo scritto un altro romanzo, rimasto inedito, “Camminare sulle dita”, che mi è servito come preparazione e dove ho elaborato proprio la mia storia familiare, cercando di capire come l’esilio abbia segnato i destini dei componenti. 

La famiglia di mia nonna materna veniva dalla Russia da dove era dovuta scappare per la dittatura dello Zar; giunti in Italia avevano incontrato le leggi razziali di Mussolini e di nuovo erano dovuti espatriare in Cile dove i discendenti avevano conosciuto l’oppressione di Pinochet. Tre esili e tre dittatura nel corso di meno di un secolo.

Io in realtà appartengo alla parte della famiglia rimasta in Italia; ma i sentimenti dell’esilio riguardano tutti i componenti, coinvolgono chi parte e chi resta perché anche chi rimane proietta su chi se ne va dinamiche, desideri, sensi di colpa, nostalgia, paura che condizioneranno le sue scelte e la sua esistenza.

Mia madre ad esempio che era sempre stata molto legata ai nonni e ai cugini quando questi decisero di andare in  Cile nel 1939 visse questa partenza come un vero tradimento e provò invidia verso questi parenti che, ai suoi occhi di bambina, andavano in un paese nuovo a ricominciare una vita, mentre l’Italia si incamminava verso  la discriminazione e la persecuzione. Poi per un beffardo gioco del destino le sorti si sono invertite e chi è rimasto si è rintegrato nella normalità, chi è partito ha di nuovo conosciuto il morso della dittatura e la tragedia. 

Nell’”Acrobata” ho deciso di affrontare soltanto la parte della famiglia andata in Cile. 

La protagonista decide di riaprire lo scrigno della memoria per il nipote e quindi racconta anche il suo esilio. Lo descrive all’inizio come una cosa che non l’ha toccata più di tanto all’epoca, quando aveva appena dieci anni. Non aveva versato una lacrima, dice. Si era difesa e si era protetta dalla paura e dalla perdita, aveva sospeso quei sentimenti dolorosi che in seguito avrebbero condizionato la sua identità di adulta (non a caso poi ha scelto di fare la geologa – forse le è affine la durezza delle pietre?-, di studiare i terremoti, le improvvise spaccature della terra che ricordano le fratture che lei stessa si porta nel cuore, gli improvvisi capovolgimenti del destino). 

Racconta che i genitori non si erano riadattati all’espatrio (il servizio di piatti sistemato dalla madre in un grosso baule era arrivato dopo il viaggio in nave in frantumi, triste presagio e metafora di una vita andata in pezzi). Il padre aveva covato una depressione tale che quando era scoppiata la nuova dittatura di Pinochet non aveva retto al trauma e si era suicidato.

La protagonista ci tiene a presentarsi come una donna che invece ha reagito, che si è voluta da subito differenziare dai genitori e considerarsi una vincente, una cilena a tutti gli effetti: non è voluta tornare in Italia quando il padre avrebbe desiderato che i figli studiassero lì dopo la guerra, ha sposato uno del posto e ha fatto  parte della gioventù comunista, ha voluto radicarsi nel paese. Dopo il Golpe è stata però costretta ad andarsene, a fuggire in Svezia, sradicandosi nuovamente da un paese che ormai considerava suo.

E qui la storia della madre si intreccia con quella di suo figlio, il padre del ragazzo a cui le mail sono dirette. Un figlio che non accetta lo strappo imposto dalla Storia, che decide di tornare in Cile per combattere e che qui muore. Un figlio che apparentemente rompe la catena dell’espatrio, il maleficio della partenza e dell’abbandono. 

Ma si può davvero liberarsi dei sentimenti non risolti di chi ci ha preceduto oppure questi continuano ad abitare dentro di noi, silenziosi, in attesa di una nuova esplosione, di un nuovo terremoto? 

Questa madre-nonna che si confessa e si analizza ha paura proprio di questo, di aver trasmesso al figlio i propri sentimenti filobatici. Sospetta che dietro la motivazione giusta e coraggiosa del suo ritorno per combattere il dittatore ci sia un’ansia più profonda che viene da lontano, un’inquietudine che emerge da alcuni dettagli che denotano quasi una schizofrenia dell’anima: il cambiare continuamente identità (essendo combattente il figlio sceglie nomi di battaglia diversi, Rodrigo, Ernesto, fino a non vivere più una vita sua) l’abbandonare due famiglie e due figli piccoli, il recidere i legami affettivi forse per paura dell’intimità, di fermarsi, di affrontare il vuoto e mettere radici.  

La madre-nonna teme che anche lui sia un acrobata, condannato a volteggiare in aria senza trovare mai pace e suolo dove fermarsi, e si rispecchia in lui interrogandosi se non sia stata proprio lei a trasmettergli questa ansia esistenziale, come forse il suo bisnonno Juliusz, venuto dalla Russia, il primo esule, il camaleonte pronto a reinventarsi nel nuovo paese con una nuova professione, perfino una nuova religione, l’aveva comunicata a lei. 

“L’acrobata” è quindi uno spettro con cui fare i conti, una presenza che incombe su tutte queste vite, condizionandone i destini. 

 

Laura, che risposta meravigliosa, sono estasiata.

“L’acrobata” si struttura sono forma di mail, lunghe accorate introspettive che la nonna invia al nipote. Una forma “modernizzata” di romanzo epistolare a una sola voce. Una prima persona incisiva e intima, che dà al libro un ritmo romanzesco e sancisce la distanza dal memoir.

Un soliloquio più ancora che un monologo.

Quanto ha influito in essa la tua dimestichezza con il teatro?

foto Lucia Baldini
foto Lucia Baldini

Quando si scrive si cerca e si segue una voce, questa è arrivata abbastanza naturalmente. È stato un flusso che avevo dentro e che ha trovato una sua forma dopo che avevo già masticato la storia per anni; come ho detto, prima avevo già scritto un altro memoir sempre sullo stesso materiale. Far parlare questo personaggio femminile in prima persona consentiva di trovare un approccio diretto, un rapporto immediato con il lettore, di far diventare la memoria della nonna che parla al nipote racconto universale, in cui tutti potevano identificarsi. Sicuramente avendo lavorato per tanto tempo in teatro il monologo è un genere che ho frequentato altre volte e che mi è congeniale: è sempre affascinante trovare la voce e l’anima del proprio personaggio, capire il suo modo di parlare, seguire la psicologia, immergersi nell’ interiorità di un altro.  Ho fatto leggere questo racconto a Cristina Crippa, un’attrice che stimo molto, compagna di Elio De Capitani del Teatro dell’Elfo. Lei si è innamorata subito della storia, l’ha fatta propria ed è nato il desiderio di trasporla sulla scena. Per fare questo ho scritto una drammaturgia più complessa tratta dall’Acrobata, una struttura dialogica dove al personaggio della Nonna che racconta si alternano quelli del Figlio e del Nipote che nello spettacolo finale erano interpretati dallo stesso attore, Alejandro Bruni Ocana. Anche Elio De Capitani aveva un ruolo, un piccolo cameo: interpretava il mio bisnonno Juliusz, il primo esule dalla Russia, una specie di presenza leggendaria e mitica che incarnava l’idea stessa dell’esilio. 

Vedere trasposto sulla scena il testo che avevo scritto, sentire le parola risuonare e prendere vita, condividerlo con attori e spettatori, è stata un’esperienza bellissima. Il teatro è un’avventura meno solitaria della letteratura, consente subito di tastare il polso del pubblico, di sentire il calore delle persone che sono toccate e coinvolte dalle emozioni. Solitudine e condivisione sono due dimensioni entrambe importanti, che mi appartengono e di cui ho ugualmente bisogno. Anche quando faccio presentazioni e letture dell’Acrobata è sempre bello vedere le reazioni del pubblico, ascoltare dal vivo le impressioni, rendersi conto di come sia arrivata una parte della storia piuttosto che un’altra. I lettori fanno parte del processo creativo di uno scrittore, sono anche loro dei personaggi a cui pensare, è per loro che creiamo. 

Si scrive sempre per qualcuno e mi piace vedere la scrittura come un dono, un atto di amore che ci aiuta a capire meglio gli altri. 

 

C’è un protagonista in “L’acrobata” ed è Pepo, che prenderà il nome di battaglia Rodrigo, quello stesso che la madre avrebbe voluto dargli come nome proprio.
Sulla sua prepotente e violenta assenza si innestano tutti i temi della narrazione, da quelli politici a quelli storici sentimentali e relazionali.
È lui il perno su cui si muove tutto il meccanismo narrativo, ma lui non c’è più e il suo non esserci è la forza vitale della narrazione.

“ogni giorno mi alzo e penso una cosa diversa. Un giorno che il suo è stato un atto eroico e devo essere fiera di lui, che è morto per quello in cui credeva. A volte mi illudo persino che il suo gesto abbia contribuito a cambiare le cose. Altre volte invece mi manca il terreno sotto i piedi, vado nel panico e comincio a immaginare che cosa sarebbe potuto diventare se fosse rimasto qui. Un politico, un attivista. Uno scrittore. Un giornalista. Se solo oggi fosse vivo. Immagino che anche tu pensi a come sarebbe, che tu ci abbia pensato ogni minuto della tua vita. Averlo accanto, condividere una cena, una partita di calcio, un insegnamento, una litigata. Presentargli la tua ragazza carina col naso da clown. Fare una nuotata al mare. Non voglio sminuire tuo padre ai tuoi occhi, so che tua madre parla di lui come di un eroe, di un martire ed è instancabile nel partecipare ad ogni veglia, a ogni ricordo in suo onore. Ti ha perfino portato al suo funerale quando eri piccolo, di cui tu ricordi solo i fiori e le bandiere. È stata molto attiva anche al processo, che è durato quasi venti anni, ha combattuto come una leonessa per fargli avere giustizia; e io la ammiro. Un tenace filo intrecciato di rabbia e di dolore la unisce al suo fantasma ragazzino. Vorrei però dirti che tuo padre non era solo un eroe senza macchia.”

Chi era Pepo? Chi era Rodrigo? Che cosa ha lasciato in eredità al figlio?

foto Lucia Baldini
foto Lucia Baldini

È difficile ricostruire un padre scomparso, un padre di cui non si hanno ricordi. Conosco questa sensazione dolorosa, cattiva, frustrante: ne parlerò nel mio prossimo romanzo che sarà proprio su questo, il padre che non ho mai conosciuto, la formazione dell’identità, che è tante cose insieme. Non siamo solo il prodotto dei nostri genitori, siamo fatti di radici che ci legano agli antenati e alla storia familiare ma anche di esperienze, di incontri che facciamo da soli e definiscono chi siamo.

Questo figlio ha sperimentato da sempre un vuoto. Quello nella bara è tuo padre, gli dice a tre anni sua madre portandolo al funerale. Certo, sa che il padre ha fatto un gesto eroico, coraggioso. Ma l’ammirazione è statica non sostituisce l’amore che è un sentimento reciproco. 

Ha fame di informazioni, di dettagli che non possono essere restituiti dai giornali o wikipedia  com’era, come parlava, il tono di voce, il carattere, era simpatico, era buono, per cosa si arrabbiava… Riafferrare la complessità dell’individuo, trovare un riflesso di sè di cui riappropriarsi, in cui rispecchiarsi, rimettere insieme i pezzi mancanti del puzzle, l’inizio della propria storia personale.  Per far questo è necessario avere una memoria, lui invece ha soltanto un buco dentro. Ricorre così alla nonna, per cercare di ricucire questo strappo, di ridar vita al fantasma. Il racconto familiare è un gesto d’amore, non è asettico o generico. Gli dà la possibilità di rivivere il padre attraverso un punto di vista unico, le parole e lo sguardo della madre che lo ha cresciuto. Lo vede così  tornare a essere  bambino sensibile che ama fare i giochi di magia, che chiede perché nessuno si preoccupa di chi ha fame guardando La Hora de Los Hornos, adolescente inquieto che cerca le sue risposte nelle poesie e nelle canzoni di Violetta Parra e Victor Jara, giovane che si appassiona a una causa di libertà e decide da adulto di fare qualcosa per lottare contro l’ingiustizia. 

Cosa sceglierà di prendere da questo racconto il figlio-nipote, di tenere, dato che la memoria emozionale presuppone sempre una scelta, una selezione: cosa prendere, cosa lasciare andare? 

Ho provato a ipotizzarlo nel romanzo, a inserire l’episodio del circo in cui il ragazzo che sta per fare il suo numero di acrobazia crede di vedere il padre seduto in platea. Contro ogni logica e verosimiglianza il fantasma gli appare, con l’aspetto dell’unica fotografia conservata dall’infanzia, e lo fissa. Inizia un dialogo muto in cui padre e figlio si confrontano. Non sono un eroe, sono un clown dice il ragazzo. Faccio ridere i bambini, cerco di dare gioia. Magari non sarò il più grande pagliaccio del mondo ma questo sono riuscito a diventare con i miei mezzi. Questa è la mia reazione alla morte, al male, all’atrocità del destino e della storia. 

Il figlio fallisce il numero, non riesce a fare il salto in cima alla piramide umana e tutta la sua vita sarà un continuo fallimento in questo senso. Sarà una vita sbilenca, in disequilibrio, in caduta perché il terreno sotto i piedi mancherà sempre. Sarà per sempre un libro senza inizio. Ma grazie alla nonna è iniziato un processo di elaborazione, di riappropriazione attiva, di immaginazione, che lo aiuterà a comprendere sé stesso, a trarre esperienza senza annullarsi, a vivere il proprio presente senza farsi inghiottire dal passato. 

 

Laura, sei sempre splendida e pregnante nelle tue risposte. Siamo così giunte all’ultima domanda.

Se tracciassimo su un mappamondo l’itinerario della famiglia protagonista del romanzo attraverso le generazioni, toccheremmo molti dei luoghi nevralgici della storia del Novecento: dalla Russia zarista fino a Cuba, passando per l’Italia; dai totalitarismi alle dittature; dalle leggi razziali a quelle liberticide.

Hai saputo tenere insieme il Secolo Breve con profonda acribia, svelandone con intimità la tragicità immane che esso contiene.

Quanto è stato difficile contenere tutta questa Storia in una storia?

foto Lucia Baldini
foto Lucia Baldini

Come ho già detto non è stato facile elaborare questa storia e i sentimenti complessi che ne derivano, mi ci sono voluti anni e diversi materiali prodotti. Nello stesso tempo la Storia ha morso la vita di queste persone, come a volte accade nel destino degli esseri umani. Ci sono vite segnate da traumi esterni, vite segnate da traumi interni. La mia famiglia ha nel suo DNA il rifiuto, l’esclusione, la rabbia, il senso di colpa, l’inadeguatezza, la violenza a cui i fatti esterni accaduti l’hanno sottoposta. Che devo risponderti? Non basterà una vita a elaborarli, a dipanare questa matassa che fa parte anche di me. Mi ci interrogo quotidianamente: qual è il mio posto in questa narrazione, che significato ha per me scriverne.

Io ho cercato di usare la storia come filo conduttore di diversi percorsi umani, di capire come le persone hanno reagito al trauma, a volte rigenerandosi, a volte adattandosi e deprimendosi, a volte reagendo fino alle estreme conseguenze. Quando penso alla storia con la s maiuscola mi viene sempre in mente l’Angelo di Paul Klee di cui parla Walter Benjamin con lo sguardo spaventato rivolto alle macerie ma con le ali che lo sospingono altrove. Saremo sempre lì con una parte del nostro corpo e del nostro spirito ma con l’altra dobbiamo tornare al presente, provare a costruire il mondo, sintetizzare l’esperienza. e immaginare il futuro È la scommessa dell’umanità di oggi, è la speranza che alimenta i nostri sogni e forse è anche il senso della scrittura.

Chiacchierando con… Laura Forti
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