Nordest cafè

Guarda, io sono un uomo da bar, dunque senz’altro in un bar di Milano, che è la mia città e il luogo da cui non riesco ad allontanarmi. Se vuoi un nome preciso ti direi il Nord-est caffè di Milano, dove si può chiacchierare senza dover alzare la voce. 

Ci saremmo incontrati lì io e Marco Balzano, a chiacchierare di “Resto qui”, il nuovo romanzo edito da Einaudi. Fatevi vicini, perché non ci sarà bisogno di alzare la voce per seguire le nostre parole.

Era dai tempi del Premio Campiello che volevo chiacchierare con Marco Balzano, quindi sono la prima a mettermi comoda per assaporare ciò che ci rivelerà sul nuovo libro e la sua scrittura.

Resto quiPartiamo dalla copertina, anche perché Marco Balzano è partito, come spiega in una nota finale al libro, da quell’immagine per raccontare la storia tragica di Trina, e attraverso la sua voce quella degli abitanti di Curon, il paese del Sudtirolo sommerso dalle acque per la costruzione di una diga:

Quando hanno messo il tritolo ai masi eravamo già stipati nelle baracche. Il rumore del tritolo non è quello delle bombe. è un rumore sordo, che in fretta viene sovrastato da quello del crollo dei muri, delle fondamenta che si squarciano, dello sbriciolarsi dei tetti. Finché rimangono solo colonne di polvere.

Abbiamo guardato dal nostri pertugio l’esecuzione. Erich senza respirare. Io con le braccia conserte. Alla distruzione delle prime case mi sono stretta al suo fianco, poi ho guardato cadere le altre senza nemmeno trattenere il respiro. Finché è rimasta solo la torre del campanile, che la Sovrintendenza di Roma aveva dato ordine di risparmiare.

Il campanile che vediamo ritratto nella sovracoperta che fa da copertina alle eleganti edizioni Einaudi. Lo stesso campanile con cui i turisti a frotte, ancor oggi, si fotografano, mettendosi di spalle su un pontile. 

Simbolo di un mondo scomparso non solo per lacerazioni, conflitti e guerre, ma anche in nome di un progresso, sregolato e non sostenibile. 

Qual è stata l’impressione di partenza per cominciare a scrivere “Resto qui”? titolo che sembra quasi una didascalia alla foto, e che è pienamente rispondente sia alla voce narrante del romanzo, la prima persona di Trina, sia al tema del coraggio di rimanere, nonostante le tragedie politiche, militari ed ecologiche. 

Marco_BalzanoÈ vero, il titolo dialoga con l’immagine di copertina. Resto qui: qui nel niente, sembra dire. Questa è una storia di resistenza. Trina resiste quando le tolgono la possibilità di fare la maestra, scendendo nelle scuole clandestine per continuare ad insegnare ai bambini il tedesco, la lingua che hanno sempre parlato e che il fascismo d’improvviso vieta, in nome di un’italianizzazione gretta e brutale, oltre che fallimentare. Resiste quando il marito decide di disertare sulle montagne per sfuggire all’arruolamento dei nazisti, che irrompono dopo l’8 settembre (ricordiamocelo: fascismo e nazismo qui si succedono. L’Alto Adige è l’unico luogo in Europa dove si susseguono entrambe le dittature). E resiste, infine, quando la Montecatini e la Repubblica italiana avviano definitivamente i lavori della diga che sommergerà il paese, cancellandolo per sempre. Lo fa insegnando l’italiano a Erich, che non lo conosce; scrivendo lettere ai giornali e ai ministri di quello Stato che non hanno mai percepito né come presenza né come appartenenza. Insomma è una ghost writer: è madre di una figlia perduta e madre di parole indirizzate a lei, al marito e al paese. 

Possiedo un’immagine per ogni mio libro. Ogni storia nasce da un’immagine. Qui addirittura  è diventata la copertina. Quando sono arrivato a Curon Venosta, un piccolo borgo alpino che non conoscevo nemmeno di nome, sono rimasto a bocca aperta, spiazzato. Come se fossi finito in un quadro di De Chirico. Eppure l’immagine che mi ha colpito di più, più ancora del campanile che affiora dallo specchio del  lago, erano i turisti sulla spiaggia e sui pedalò che ignari di tutto prendevano il sole. È questa la Storia? è questo il lascito e l’ammonimento che resta a chi viene dopo la distruzione, l’errore, la morte? Evidentemente sì. Mi sembrava un’immagine universale. Più ci penso più mi dico che scrivo per questo: per ribellarmi alla brutalità della Storia, dell’ingiustizia essenziale del potere. E finora non ho trovato di meglio, per ribellarmi a questa brutalità, che scrivere storie. Racconti che hanno come protagonisti gli ultimi e gli esclusi, quelli che nei manuali di scuola non ci entrano ma che la storia l’hanno fatta eccome. Le storie danno diritto di cittadinanza, voce a chi non ne ha. E possiedono un carico di umanità che la Storia non conosce. 

 

La voce: nel romanzo scegli la prima persona e la affidi a Trina, nonostante anche Erich, con la sua burbera generosità e schiettezza, con il suo spirito dignitoso e combattivo, sia un personaggio che si impiglia al lettore.

Ma, come ricordavi, c’è anche una seconda persona, che affiora e scompare, tragedia privata dentro la tregenda della Storia. 

Bellissimo l’incipit del tuo romanzo, che dice tutto di questo colloquio silenzioso e vano, che serpeggia in tutte le pagine e non si risolve nel finale:

Non sai niente di me, eppure sai tanto perché sei mia figlia.

Certo Trina resiste all’avversità del destino, alla crudeltà della dittatura fascista e in seguito di quella nazista, alla noncuranza della politica, ma è continuo schianto questo dialogare silenzioso e intimo con la figlia perduta, di cui attraverso la seconda persona invocata e richiamata nel testo tu riesci a rendere partecipe il lettore.

I rapporti al femminile, con il loro destino infranto, sono un punto focale di “Resto qui”, come lo specchio più intimo di una tragicità del vissuto che trova un corrispettivo nella realtà storica?

Marco_BalzanoScrivere è questione di voce: di nient’altro. La Ortese diceva che i libri andrebbero giudicati solo per lo stile. La vera difficoltà, dunque, è ogni volta accordare questa voce perché dalla sua forza, dalla sua credibilità dipenderà tutto il resto. 

In “Resto qui” c’è in più un personaggio assente, che fa da corrispettivo allo spettro della diga, l’avvenimento che rischia ogni volta di annullare tutta la comunità: realtà personale e storica si richiamano continuamente, specchiandosi nella loro complessità. Il personaggio assente, quello a cui Trina indirizza il suo racconto, mi sembrava un modo narrativamente convincente per bypassare il romanzo storico con le sue cronologie e la sua minore intimità. Trina si rivolge a una figlia scomparsa e dunque deve necessariamente essere intima, perché è una donna artefice e vittima dei suoi sentimenti. Ci sono quindi la nostalgia, il dolore, ma anche la rabbia e l’accusa. Uno scrittore deve riuscire a far parlare il silenzio, l’assenza, gli spettri. Io cerco di farlo per creare nel lettore una continua attesa, la speranza che questa figlia prenda prima o poi la parola, che la sua assenza da evento si trasformi in avvenimento. Come vedi è una questione di impostazione della voce, del punto di vista narrativo, della relazione dei personaggi e di altro ancora. Chiarite queste cose, tutta la vicenda storica ne esce filtrata, ridimensionata dalla vicenda umana. A me non interessa mai la Storia come punto di arrivo. Per me è sempre un punto di partenza. Quello che davvero mi sta a cuore è la vita delle persone, il loro percorso umano mai lineare, gli inciampi, gli slanci, le illusioni. È in questo rovesciamento della dinamica – non più noi che veniamo agiti dalla Storia, ma uno di noi che la attraversa con il suo bagaglio di esperienze e il suo grumo di sentimenti – che sta la mia cifra stilistica e anche la mia visione ideologica della letteratura. Scrivere, del resto, è sempre un atto di ribellione.  

I tre romanzi precedenti hanno temi che si richiamano molto tra loro: emigrazione, lavoro, conflitti generazionali e poi, sempre, il viaggio e, sempre, una voce maschile che narra. Qui volevo cambiare. Cambiare rimanendo riconoscibilmente me stesso. E dunque niente più protagonisti maschili ma donne in primo piano (per me è stata questa la scommessa principale); niente emigrazione ma radici. Fa sempre più clamore chi sbatte la porta e se ne va. Chi punta i piedi e resta dov’è compie un gesto meno eclatante ma forse ancora più necessario, specialmente oggi. Credo sia più difficile restare. E a me piacciono le cose difficili.

Curon Venosta

La Storia è presente in “Resto qui” con prepotenza e violenza, ma è filtrata dai sentimenti dei personaggi, dai loro burberi silenzi e piccoli eroici atti di resistenza.

Soprattutto la Storia è scritta con la grammatica di una piccola comunità montana di confine, in cui le lacerazioni sono più profonde. 

Dare parole a una comunità sommersa, attraverso la voce dei suoi abitanti, la loro resistenza e la loro resa, senza voler tracciare vincitori e vinti, ma solo scelte esistenziali che non possono cambiare il corso della Storia ma mutano drasticamente la vita delle persone.

“Resto qui” è un romanzo di straordinario equilibrio tra la Storia e la vita, senza che la prima prevarichi mai narrativamente sull’altra, quasi a risarcimento di essere stata prevaricante nella realtà.

Io invece credevo che il sapere più grande, specie per una donna, fossero le parole. Fatti, storie. fantasie, ciò che contava era averne fame e tenersele strette per quando la vita si complicava o si faceva spoglia. Credevo che mi potessero salvare, le parole.

Non sono servite le parole a salvare la comunità di Curon Venosta, ma “Resto qui” serve a salvare dall’oblio il sacrificio di una comunità, attraverso la voce dei suoi abitanti (in questa scelta trae la sua forza e l’immediatezza con cui arriva al lettore): potremmo definirlo un romanzo civile?

Marco_BalzanoSì. È un romanzo civile. Per me è impensabile scrivere solo per intrattenere: la scrittura, come ci ha insegnato La Capria, deve “ commuovere” (nel senso etimologico del termine), deve intrattenere, ma anche far conoscere. Non mi importa – ma questo credo valga per chiunque scriva – che le mie storie diano risposte, mi interessa piuttosto che portino a delle domande, che lascino in eredità un’inquietudine e una problematizzazione maggiore del momento che ha preceduto la lettura. Ogni opera d’arte, del resto, prevede anche uno sforzo del lettore. È paradossalmente in questa fatica ermeneutica – di comprendere e provare empatia – che sta il piacere dell’arte. Raccontare dunque, non per favoleggiare il corso delle cose, ma per la sola ragione che raccontare (e leggere) è non cedere all’oblio: è salvare. Di più: è non rimanere intrappolati in quella zona grigia che tracciava Primo Levi ne “I sommersi e i salvati”. Raccontare è un atto di ribellione alla complicità. Se poi, come sta accadendo in questi giorni, qualche lettore mi scrive per farmi notare che questa storia “tedesca”, tramite il racconto in italiano, sembra un ponte che attraversa i confini, beh, ovviamente mi fa piacere. Mi incoraggia. 

 

Nei tuoi precedenti romanzi, “Il figlio del figlio” pubblicato da Avagliano nel 2010, (finalista al Premio Dessì 2010, menzione speciale della giuria al Premio Brancati-Zafferana 2011, Premio Corrado Alvaro Opera prima 2012, ripubblicato da Sellerio nel 2016), “Pronti a tutte le partenze” (2013, Premio Flaiano), e “L’ultimo arrivato” (2014), con cui hai vinto il Premio Volponi e la LIII edizione del Premio Campiello, ti sei occupato di partenze, arrivi e approdi.

Con “Resto qui” c’è un cambiamento tematico nella tua narrativa, o invece c’è un filo conduttore che lega questo nuovo con la precedente produzione?

Marco_BalzanoCome ti dicevo volevo mettermi alla prova con un orizzonte nuovo, ma rimanendo me stesso, riconoscibile come narratore (per lo stile, per i temi scelti). Lo definirei un ampliamento tematico, per altro prevedibile o, quanto meno, complementare: occuparsi di chi parte prima o poi doveva implicare guardare a chi resta. A ben pensarci, poi, “Pronti a tutte le partenze”, il libro in cui si viaggia di più, si conclude con un ritorno a casa. Infine: sul tema dell’emigrazione sento di aver detto quello che avevo da dire e non smetto di credere che scrivere deve partire da un’urgenza molto forte. Altrimenti è meglio leggere, studiare, viaggiare, suonare… Scrivere, come diceva Flaubert, è un mestiere da galeotto e per giunta dall’esito incerto: meglio farlo quando si è mossi da una vera e propria necessità.

 

Quanto hai letto per scrivere “Resto qui” e cosa hai letto? La Storia che trapela dalle pagine del tuo romanzo è di quelle minime, marginali, che non hanno la dovuta e giusta (ri)conoscenza. Poco trattata nei libri di scuola, nonostante la forte componente di “cittadinanza” che custodisce. La protagonista, Trina, è una maestra, osteggiata dai fascisti come tutte quelle tedesche in virtù di un’italianizzazione violenta e aggressiva. Su questa vicenda, come su altre nel romanzo ci sono tanti dettagli e particolari storici, sociali, culturali, ma tu scegli consapevolmente di non scrivere un romanzo storico, e per questo operi una selezione che conduce ad un’essenzialità dell’affresco storico, ancora più difficile e arduo. Come ti sei orientato? 

Marco_BalzanoHo studiato tutto quello che ho potuto e che sono riuscito a trovare. Questo studio mi ha occupato pressappoco un anno. È  un momento molto bello, creativo. Bisogna capire come arrivare a qualcuno, preparare interviste, sfruttare o crearsi conoscenze. Si impara molto. Ma è anche un momento di grande inquietudine, perché finché non ho scritto almeno una ventina di pagine non ho mai la certezza che sarò capace di portare a termine la missione. E l’inquietudine non si può far altro che viverla. Scacciarla non serve. La vera questione è che, una volta che si conosce la Storia, la vicenda, la cronologia ecc. bisogna ripartire per l’ultima volta daccapo. Se si vogliono far parlare quelli che possiamo genericamente chiamare gli ultimi, gli anonimi, i comuni, allora la Storia va dimenticata: sarà il nostro protagonista a incontrarla, a subirla, a comprenderla per quello che potrà. Il lavoro a questo punto diventa puramente letterario: bisogna occuparsi di uomini e, per dir così, della loro umanità; delle loro relazioni e dei loro pensieri; del loro punto di vista particolare e del loro orizzonte. La Storia e tutte le conoscenze  specifiche verranno fuori da sole. Molte non finiranno sulla pagina, ma mi permetteranno di essere coerente, di padroneggiare al meglio la vicenda e il contesto proprio per lasciare emergere la vita e l’interiorità dei personaggi a cui ho scelto di dare voce. Cerco sempre degli espedienti – nel libro precedente, “L’ultimo arrivato”, facevo raccontare a Ninetto, il protagonista, la sua storia a se stesso, mentre era in carcere – per evitare la cronistoria, perché mi annoia e non lascia spazio a un punto di vista soggettivo e a una voce fortemente caratterizzata.

Nel ringraziare Marco Balzano per la generosità con cui si è concesso in questo scambio, non posso che augurare a voi buona lettura.

Chiacchierando con… Marco Balzano
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