Gettare il sassolino nel riquadro. Saltellare a gambe divaricate e poi su un piede solo. Fino alla fine, poi giravolta e ricominciare: gambe divaricate e piede solo. Il momento più delicato è quello in cui bisogna piegarsi, rimanendo in equilibrio su un solo piede, a raccogliere il sassolino e poi riprendere i saltelli. È il gioco della campana, dal sapore antico e provinciale. Lo stesso ritmo si riscontra nella lettura di Te la racconto così di Cetta Petrollo (Perrone 2012). Piccole storie, che la scrittrice chiama favole perché ne condividono l’incanto e la sospensione, raccontate a un’interlocutrice presente, eppure sconosciuta al lettore, appena intravista, ma identificabile dal tono dolce e sommesso con cui l’io narrante le si rivolge. Una nipotina ( e non, a mio avviso, una figlia come sembra intendere Siriana Sgavicchia, nel contributo stampato alla fine del libro e intitolato Narrare l’arte della gioia). L’io narrante si racconta attraverso un tempo che è passato, ma che è ancora presente e lo sarà fino a quando il colloquio amoroso tra generazioni continuerà a preservarlo. Un tempo che trascolora sugli oggetti, irrimediabilmente persi, e sugli spazi inghiottiti dalla contemporaneità:

Invece quella volta là che ti sto raccontando in tutti i posti, ma proprio in tutti i posti, c’era almeno una drogheria che la drogheria è il posto dove si comprano le droghe, le droghe di allora che erano tè, caffè, bicarbonato, citrosodina, fecola di patate, amido, indaco, liscivia, certi pezzi di ghiaccio grandi come un volume di enciclopedia, e poi erbe di tutti i tipi messe a seccare e tisane di tutti i tipi e liquirizia e liquori fatti col limone, con le noci, con le amarene.

Frutta candita. Termometri. Borse del ghiaccio in tela di gomma. Bombolotti di alluminio per l’acqua calda.

Carbone!

Mastelli, bacilli, bacinelle d’alluminio smaltato ammonticchiati così come viene.

Pesi, bilance e bilancine.

Ora in casa ci si curava con le droghe, quelle della drogheria che vendeva pure il sale inglese e l’olio di ricino e l’olio di fegato di merluzzo.

Figure come le mogli-badanti, Musul, le gitane, le Rosine o anche maschili come il medico Amerigo con le sue cure creative sono emblemi di una società e di un mondo che il ricordo edulcora e addolcisce. Accanto a loro gli affetti autobiografici che vengono descritti a pennellate leggere, nella sospensione del ricordo e della nostalgia, su uno sfondo quasi onirico. In particolare Re in cui si intravede la figura del marito, il poeta Elio Pagliarani, ritratto con sognante commozione: 

Il mio era un vero re. Il re si riconosce dalle spallate. Il re dà spallate ma con grazia.

Le dà quando cammina, quando parla, quando riflette. Il re sta al centro e sembra che c’è sempre stato.

E poi il re è ospitale e generoso perché possiede il mondo e che altro gli serve a lui che ha il mondo?

Che poi questo mondo che aveva il mio re era fatto di parole, ma parole bellissime dense come corpi e spesso non erano nemmeno sue solo che lui le raccoglieva e le ridiceva e diventavano sue con queste parole era sempre festa e non serviva nient’altro alla festa.

Ospitare una passante a casa alle due di notte. Non sapeva dove andare a dormire.

Pagare i quaderni di poesia al poetino spiantato. Gliele pago altrimenti si sente umiliato.

Andare al Monte di Pietà come andando in gita. Ricordati dove metto lo scontrino.

Chiedere soldi in prestito come facendo un favore a chi te li dà. Ma è un libro rarissimo.

Offrire le passeggiate sotto al sole d’agosto. Te le offro io!

Infine dire: ho sei anni, tu dodici, lei quattro.

Non senti com’è regale questa favola?

Una prosa densamente poetica, nel ritmo e nelle simmetrie, nella chiarezza e immediatezza del dettato, nella ricchezza e icasticità del lessico. L’interpunzione, in particolare le virgole scarseggiano. Le virgole servono per chiarire e spiegare, mentre la Petrollo vuole solo accumulare, stipare, ammassare, inseguendo il ritmo flessuoso e senza pause della memoria. Il flusso del ricordo è spezzato e franto (suggestiva la copertina con le figure spezzate che tanto suggeriscono sulla trama e lo stile del libro) dalle notazioni metaletterarie, dallo svelamento del processo creativo, dal gioco a carte scoperte tra chi parla e chi ascolta, tra chi scrive e legge, o leggerà. Sono questi momenti di “realismo” che donano alla narrazione un tono ironico e divertito, un colorito affettuoso che svela le intenzioni e le finalità della scrittura, che edulcora il dato biografico, come in Maria Concetta e Biblioteche. Ma la contemporaneità non è dimenticata né isolata alla rottura della finzione narrativa. C’è un sottile ma profondo attaccamento al reale, mai polemico e aggressivo, ma sempre puntuale:

È sapere come uscirne, alcune volte si fa rompendo gli ambiti e scombinando le righe.

E questa cosa speriamo sia ben presente nella mente di Draghi, l’italiano chiamato a Bruxelles a dirigere la Banca Europea.

E la storia che tu vivrai dopo di me ti dirà se Draghi sarà appartenuto alla genia delle Rosine o dei perfetti ragionieri.

Perché un per zero, inevitabilmente, è zero. 

Nel disegno complessivo le “favole” dovevano essere cinquanta, ma alla fantasia della scrittrice sfugge la cinquantunesima, che ha il sapore del testamento spirituale e dell’addio, del saluto affettuoso e del passaggio di consegna della staffetta del ricordo e della memoria.

Te la racconto così
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