di Andrea Cabassi

LA VERGOGNA, LA VENDETTA, IL PERDONO

foto recensione agosto

Recensione al libro di Ramiro Pinilla

“L’albero della vergogna” (Fazi)

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Cosa ci fa un uomo in un luogo angusto che sta di guardia a una talea, a un germoglio che diventa arbusto poi albero. Che ci fa un uomo in un luogo angusto che custodisce quell’arbusto diventato un albero di fico? Cosa ci fa lì, in quell’angolo del Paese Basco, mentre i franchisti lo hanno interamente occupato fucilando uomini e ragazzini, separatisti e repubblicani, seminando lutti su lutti? Quali sono i pensieri che abitano Rogelio Céron mentre custodisce il luogo e l’albero? E’ lì per espiare una colpa? Per vergogna? Per chiedere perdono?  Per paura?

Tutte queste domande si affollano nella nostra mente alla lettura del capolavoro di Ramiro Pinilla “L’albero della vergogna”, pubblicato meritoriamente da Fazi (Fazi 2020) nella bellissima traduzione di Raul Schenardi, uno dei migliori traduttori italiani dallo spagnolo.

Chi è Ramiro Pinilla? Pinilla (1923-2014) è un autore di culto della letteratura basca e spagnola. Negli anni sessanta ha contribuito al rinnovamento della narrativa spagnola. Ha avuto una vita molto dura svolgendo i lavori più diversi, è stato macchinista in una nave mercantile e operaio in una fabbrica del gas a Bilbao. Parallela a questa durissima vita di lavoratore manuale scorreva una vita letteraria ininterrotta molto appartata anche se piena di riconoscimenti tra cui il premio Nadal nel 1960 con Las ciegas hormigas e il premio Planeta nel 1971 con Seno. La sua opera più importante è la trilogia, che lo impegnò per vent’anni, Verdes valles, colinas rojas, che parla della storia recente del Paese Basco e non è stata ancora tradotta in italiano. E’ il ritratto storico e sociale di Gexto, il luogo in cui ha trascorso la sua vita. Per dire l’importanza dell’autore, in un riconoscimento postumo, il municipio di Gexto, nel 2017, ha creato il premio letterario “Ramiro Pinilla” per il racconto breve. Pinilla, dopo una vita letteraria molto schiva, è tornato alla ribalta a ottant’anni, grazie  a un altro grande scrittore basco, Fernando Aramburu, autore di “Patria”, che ha consigliato all’editore spagnolo Tusquets la pubblicazione delle sue opere. Aramburu, che ha sempre apprezzato tutta l’opera di Pinilla, ha amato in modo particolare La higuera, “L’albero della vergogna”, perché in questo romanzo Pinilla ci ricorda quello che molti avevano dimenticato: le retate e le fucilazioni degli oppositori ad opera dei falangisti a Getxo e dintorni dopo che Franco aveva conquistato quei territori.  

Si accennava prima alla bella traduzione di Raul Schenardi. Nel blog della casa editrice Fazi, Stoner, Schenardi ci parla di Pinilla e de “L’albero della vergogna” in un breve, ma significativo scritto, intitolato “Tradurre ‘l’albero della vergogna’ di Ramiro Pinilla”.  Ci parla della sua simpatia per quegli autori che, come Pinilla, hanno fatto vari mestieri e che scrivono per autentica vocazione. Schenardi osserva giustamente che Pinilla ha assimilato, in modo originale, la lezione di Faulkner e che Gexto assomiglia alla mitica Yoknapatawapha di Faulkner. E per quanto riguarda la lingua basca sostiene:

“La lingua basca, com’è noto, ha origini sconosciute e non ha legami di parentela con nessun’altra, e i nomi propri e la toponomastica dei luoghi mi hanno provocato un leggero spaesamento al primo impatto con il testo: Azkorra, per esempio, è il cognome di una delle due voci narranti del romanzo, che si apre e si chiude con la testimonianza di questa maestra di scuola. Poi abbiamo Asier Altube, Manuel Goenaga… e il soprannome di Rogelio, il falangista protagonista dell’Albero della vergogna in cui racconta in prima persona la lunga parte centrale – è Txominbedarra (come si pronuncerà?). Il basco inoltre fa capolino nei dialoghi di Cipriana, la popolana antifranchista responsabile della trasformazione di Rogelio in un santone con ampio seguito di beghine”.

Poi Schenardi fa riferimento al fatto che la lingua basca fu proibita durante il franchismo, come lo fu il catalano, aggiungo io, e come lo furono tutte le minoranze linguistiche che potevano essere sospettate di essere antifranchiste. Opportunamente Schenardi evidenzia che:

“Naturalmente il lavoro di traduzione ha comportato un approfondimento della cornice storica in cui si situa la vicenda, anche per approntare alcune note al testo necessarie per un lettore italiano all’oscuro dei fatti e del contesto (non tutti conoscono José Antonio Primo de Rivera, o il generale Mola, o sanno chi fossero i requetés,  o i Flechas y Pelayos)”.

Note che risultano davvero molto utili per inquadrare il contesto storico e rendono agevole la lettura.

Ma ormai è ora di entrare in medias res e di parlare un poco più estesamente della trama.           

Franco ha vinto e a Gexto ci sono rappresaglie ed esecuzioni a opera della “Falange”: uomini portati via per le “passeggiate” o fucilati davanti ai familiari. Rogelio è un falangista ventenne che uccide un maestro repubblicano e il figlio più grande, sotto lo sguardo del figlio decenne del maestro, Gabino. Quello sguardo rimane impresso a Rogelio che mai lo dimenticherà. Quello sguardo è il motore della vicenda. Quello sguardo sembra promettere una vendetta futura. Lì, dove ha ucciso, Rogelio farà crescere l’albero di fico con l’inquietante collaborazione di Gabino. Dopo trent’anni Rogelio è ancora lì a prendersi cura dell’albero di fico nato dove è stato commesso il crimine. Perché lo fa? Quali sono le motivazioni profonde che lo spingono?

Ma torniamo ai giorni della fucilazione. Perseguitato dallo sguardo di Gabino, Rogelio è spinto a tornare sul luogo della fucilazione, come l’assassino è spinto a tornare sul luogo del delitto. Abbandona il gruppo di amici falangisti con cui ha perpetrato il crimine e ritorna nel bosco. Sono pagine stupende. Qui ne cito alcuni passi:

“Che cosa cerco? Due cadaveri insepolti? Il bambino ci ha seguito, ne sono assolutamente sicuro, ho sentito la sua presenza, così avrà aspettato che noi ce ne andassimo per correre a dire ai suoi dove bisognava scavare per procedere alla sepoltura… Di solito non succede così, a volte i cadaveri restano allo scoperto per giorni, e non perché la gente non sappia dove si trovano: è che la paura li costringe a non avvicinarsi, per non essere scoperti mentre ci offrono una prova del loro legame con i colpevoli. Ma non siamo animali, comprendiamo il gesto umano di seppellire i morti. Sì, la paura è libera. Come voleva Mola!” (Pag. 82)

E poco oltre:

“Mi siedo su una pietra per asciugarmi la faccia con il fazzoletto. D’un tratto vedo un bastone isolato conficcato in un terreno smosso, ed è questo a farmi alzare. Mi avvicino. E’ la tomba” (ibidem).

E, mentre Rogelio non riesce a dimenticare solo un attimo lo sguardo del bambino, osserva e studia le orme sul terreno:

“Noto una cosa: ci sono solo due tipi di orme, alcune sono le mie. Riconosco il disegno delle suole dei miei stivali; le altre sono più piccole, troppo piccole. Sono le orme di un bambino. Tutte le orme che non sono mie sono quelle del bambino. Quelle del bambino. Non ha chiesto aiuto, ha fatto tutto da solo. Non ci posso credere e cerco altre orme. Invano. Come può un bambino di dieci anni, da solo, essere capace di…? Un bambino qualunque non ce la farebbe, ma lui sì. Un altro bambino qualunque non ha quello sguardo. Anche il ramo conficcato nella tomba è opera sua” (Pag. 83).

Il bambino e lo sguardo. L’ossessione per il bambino e lo sguardo. Il luogo e la tomba.  Da lì comincia dipanarsi la vicenda di cui si faceva cenno all’inizio: quello sarà il luogo della talea, del germoglio, dell’arbusto, dell’albero di fico. Quello sarà il luogo che Rogelio custodirà malgrado tutte le pressioni, quelle del gruppo falangista di cui faceva parte il cui capo è Pedro Alberto degli Echeverri che appartiene a una delle famiglie più in vista del paese, quella dello squallido Josebo Ermo che ha il solo obiettivo di arricchirsi e di rubare le terre altrui e che crede che sotto l’albero di fico sia sepolto un tesoro, quello delle varie amministrazioni che vorranno fare sloggiare Rogelio temendo che una eccessiva attenzione per quel luogo possa far nascere sospetti su quello che vi è avvenuto in passato. Così ci scorrono davanti personaggi descritti nei loro chiaroscuri come, appunto, Pedro Alberto, Mercedes, Cipriana, Josebo Ermo. Per loro proviamo sentimenti intensi, che vanno dalla comprensione, al disprezzo, all’odio, come fossero personaggi reali che si muovono lì, davanti a noi. E ci pare anche di vedere quel luogo angusto nel bosco, quel luogo che diverrà luogo di culto dove Rogelio si troverà ad interpretare il ruolo di santone suo malgrado.

Ma cosa rappresenta realmente l’albero di fico e qual è la relazione che si instaura tra Gabino e Rogelio? Qual è la linea di confine tra vendetta e perdono? In uno dei tanti silenziosi incontri tra i due Rogelio riflette proprio sul tema della vendetta:

“Non posso andarmene finché non lo farà lui. Passano i minuti e non cambia niente, lui seduto io in piedi, a un lato dalla tomba, a guardarci. Forse gode a tenermi piantato lì come un pino? E’ un altro modo per vendicarsi? Si chiamerà vendetta quello che sta facendo con me?” (Pag. 118)

Questo è un nodo cruciale del libro, un nodo che ci ricorda Dostoevskij. Ma non solo.  Anche se in un contesto molto diverso, quello di Auschwitz, ci fu un dibattito molto importante, anni fa, sul perdono, la vendetta, quando è lecito perdonare e quando no. Vi parteciparono filosofi di origine ebraiche molto importanti come il grande Vladimir Jankélévitch e Jacques Derrida, filosofi vicini al protestantesimo come Paul Ricoeur. Ci si domandava qual è il discrimine tra il lecito e il possibile, ci si domandava, tra le altre cose, se il perdono sospende la pena riconciliando l’autore del misfatto con la vittima. Ci si domandava se il trascorrere del tempo, in certi casi, può fare accettare quanto è accaduto. Jankélévitch sosteneva che ci sono crimini metafisici come lo sono quelli contro l’umanità che sono imperscrittibili. La posizione di Derrida era diversa. Riporto qui una sintesi delle posizioni sul perdono in Jankélévitch e Derrida contenute nel bel libro di Giuseppe Pulina. “Il Creatore alla sbarra. Auschwitz e il problema del male” (Diogene Multimedia Saggi. 2020):

“In poche parole, la posizione di Jankélévitch può essere così sintetizzata: non c’è perdono possibile per ciò che non può essere prescritto. Il perdono estingue la colpa. Svincola dai suoi legami e dà sollievo alla pena. Qualcosa non tornerebbe nel perdonare solo a metà un torto che si è subito o nel chiedere che ci venga perdonata almeno una parte della cattiva azione di cui ci sentiamo responsabili. Il perdono non va inteso come uno sconto di pena e nemmeno come la sintesi di piccoli e molteplici atti di clemenza, che, sommandosi, innescherebbero il perdono vero e proprio. La remissione parziale della colpa niente ha a che fare con l’assoluta gratuità e totale incondizionatezza del perdono che attinge forza e valore dall’entità del torto che intende riparare. Possiamo dire che sia per Derrida sia per Jankélévitch, più sarà difficile concederlo, più si potrà considerare autentico il perdono. Ma mentre per Jankélévitch l’imperdonabile deve rimanere tale, per Derrida, invece, l’imperdonabile è misura (‘misura senza misura’) e ragione del perdono” (Pag. 42-43).

Per Ricoeur, invece, l’oblio è una risorsa che permette di ricordare.

Come si può vedere ci troviamo davanti a un crocevia. Si può perdonare un crimine che è parte di una repressione generalizzata che colpì il Paese Basco? E’ possibile, o giusto, estrapolarlo per farlo diventare un caso individuale?  Può Rogelio essere perdonato? Ha chiesto perdono a Gabino? Può essere considerata una richiesta di perdono il prendersi cura dell’albero di fico?  Non lo sappiamo, non possiamo esserne certi perché gli incontri tra Gabino e Rogelio sono fatti di silenzio, un silenzio spesso rumoroso, ma sempre silenzio. E gli sguardi di Gabino sono sguardi di vendetta? E noi, esseri umani che vivono nella finitudine, abbiamo il potere di perdonare?  E il prendersi cura dell’albero di Rogelio non è forse dettato dalla paura che quando Gabino compirà i sedici anni lo ucciderà? Cosa accadrà lo scoprirà il lettore. Qui basti dire che l’inferno di Rogelio è non avere certezze. Del resto Proust, nella Recherche, sosteneva che non riusciremo mai a conoscere l’Altro e quello che l’Altro pensa di noi.

Come si può notare questa recensione è piena di interrogativi. E’ prerogativa dei capolavori autentici – e “L’albero della vergogna” lo è – sollecitarci  a una interrogazione continua dove, forse, è nella formulazione della domanda  stessa che sta nascosta una eventuale parziale risposta.

Mi si lasci concludere citando un altro filosofo di origini ebraiche: Emmanuel Lévinas. Nei suoi scritti Lévinas sosteneva che noi siamo immediatamente, e prima di ogni altra cosa, responsabili dell’Altro. Che noi siamo responsabili del volto dell’Altro. E allora viene da pensare che è la presenza di quel Volto che dovrebbe fermare la mano omicida, che è la presenza di quel Volto che dovrebbe indurci a chiedere perdono. Senza porci il quesito se ci verrà accordato. 

 

Lo Scaffale di Andrea: L’albero della vergogna
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