Airole

Oddio, non so! Hai qualche suggerimento? Tu dove vivi? Mi accorgo di non saperlo. Altrimenti ci facciamo ospitare di nuovo da Antonello? (la libreria Diari di Bordo di Antonello e Alice era immaginato come il luogo che aveva ospitato il nostro precedente chiacchierando: QUI) – ma poi a breve giro, Michele Cocchi non ha dubbi e ribatte: – La piazzetta di Airole?

Chi ha letto e chi leggerà “US” saprà perché questo è il luogo ideale per la chiacchierata che segue.

USSiamo giunti al terzo romanzo della tela che Michele Cocchi va tessendo dal 2016 con “La cosa giusta” (Effigi) a cui è seguito “La casa dei bambini” per Fandango come il nuovo, “US”, anche se l’esordio vero e proprio nella narrativa Michele Cocchi l’ha varato nel 2010 con una raccolta di racconti per Elliot, “Tutto sarebbe tornato a posto“.

Un percorso di grande consapevolezza quello di Cocchi che da sempre ha una scrittura che sa scorrere spedita e diritta, con grande cura dei dettagli e precisione delle descrizioni. Immaginativa e visionaria, ma anche realistica e radicata nell’essenza del reale, scoprendone in ogni romanzo nervi scoperti e nodi da sciogliere.

Superata la difficoltà della seconda prova, che da lettrice immagino sia sempre uno scoglio per lo scrittore, e giunto a un terzo romanzo di grande impatto emotivo e dal solido impianto narrativo, come li dispone Michele Cocchi i suoi romanzi: in una linea orizzontale di continuità o in una linea verticale di maturazione e consapevolezza stilistica e tematica? 

Michele CocchiRISPOSTA: Innanzi tutto vorrei ringraziarti per ospitarmi di nuovo nella tua rubrica, e per le tue parole di calda stima, sono davvero felice di essere di nuovo con te su Chiacchierando.

Adesso veniamo alla prima risposta.

Diciamo che mi piace immaginare una combinazione dei due vettori, quello orizzontale e quello verticale, così da costruire uno spazio tridimensionale dove collocare le tre storie e quelle a venire – nella speranza che di storie ve ne saranno ancora! – Nei tre romanzi cerco infatti di affrontare tematiche che tornano indagate da vertici di osservazione diversi e, come dici tu, con strumenti stilistici che col tempo si sono affilati e oggi sono forse in grado di coinvolgere maggiormente il lettore (lo dico a seguito di ciò che leggo nelle recensioni su “Us”, non come autocelebrazione!) e di far risuonare certe corde emotive e di pensiero che desideravo sollecitare. Ne “La cosa giusta” si raccontava di Gabriele, un ragazzo alla ricerca di modelli adulti dai quali poter dipendere in maniera sana, per scoprire che spesso il dolore e il disagio di persone apparentemente inadeguate nascondono una certa genuinità e invece quelle apparentemente forti possono nascondere vigliaccheria, inettitudine, egoismo… Temi che appartengono, credo, anche a “La Casa dei bambini”, dove di nuovo ci sono due generazioni a confronto, bambini-adolescenti da una parte e adulti dall’altra, ma anche generazioni che si succedono, quei bambini-adolescenti diventeranno adulti e incontreranno nuovi bambini, e dove l’orizzonte che fa da sfondo si amplia passando dalla famiglia o dalla piccola comunità rurale de “La cosa giusta”, a uno spaccato di umanità più ampio: le dinamiche di un popolo diviso e in guerra, e dei rapporti tra governo e cittadinanza, dove si rischia di calpestare, per una presunta pace interiore ed esteriore,  il vissuto emotivo dei singoli e soprattutto i legami umani rappresentati dalla combinazione di Me e Te, di un Noi dunque già presente. In “Us” è come se l’orizzonte si allargasse ancora un po’, per tenere dentro il Novecento dove le conflittualità tra i popoli e i peggiori istinti umani sono deflagrati in tutta la loro potenza, e una società di sostanza viva che pretende, preme e schiaccia e dove il riscatto, di nuovo, può nascere dai legami d’amore con l’altro: l’amicizia, l’affetto, la lealtà, la scoperta che il soggetto è tale perché c’è l’altro, e non nell’avversare l’altro. Mi piace allora l’immagine di una spirale, di un vortice, i cui anelli alzandosi verticalmente verso il cielo si aprono raccogliendo quote d’aria maggiore finché, un giorno, si dissolverà. Mi affascina molto in questo periodo la tridimensionalità e la collocazione degli oggetti, anche narrativi, in uno spazio tridimensionale, dove a seconda del luogo e del tempo che abitano mutano forma, e non ti nascondo, ma non posso dirti molto di più, che le idee per il prossimo libro vanno, letteralmente, in questa direzione, una direzione che richiede una tridimensionalità spaziale tale per cui l’oggetto narrativo dovrà andare oltre la crosta terrestre.

 

Per continuare a tracciare linee tra il nuovo romanzo e gli altri, in tutti la voce dei ragazzi è preponderante, come se fosse quel momento della vita che maggiormente ti interessa indagare e in cui di fatto tutto accade.

In “Us” il protagonista e voce narrante è Tommaso, un adolescente di sedici anni. Si potrebbe definire un Hikikomori, ma tu non usi mai questa definizione né per lui, né per gli altri due partecipanti al gioco, che però a differenza di Tommaso continuano a vivere nel mondo, anche se con difficoltà e disagi.  Nel romanzo, anzi, grazie alla focalizzazione su Tommaso la percezione è ribaltata: condividiamo con lui il bisogno di isolamento, le incompatibilità con i genitori, e come lui siamo inghiottiti nel gioco (che poi approfondiremo nei dettagli, perché lì a mio avviso risiede l’asso narrativo del romanzo, la sua potenza immaginativa e visionaria, ma anche il nodo gordiano e centro tematico più profondo). In “Us” Tommaso e i suoi compagni hanno una voce convincente e piena, di grande autenticità.

Tommaso nella realtà è del tutto diverso da Gabriele di “La cosa giusta” che vive a stretto contatto con la natura; e anche dai giovani di “La casa dei bambini” che interagiscono prima tra loro all’interno della casa a differenza dell’isolamento e della clausura di Tommaso e poi impattano contro il mondo esterno, cercando di modificarne dinamiche e definizioni. Eppure scorgo una linea rossa che li collega, che non è semplicemente il dato anagrafico, che pure non è secondario.

Che ruolo hanno i giovani nella tua narrativa e nella tua ispirazione, e cosa aggiunge Tommaso, o in cosa diverge, dalla rappresentazione del mondo giovanile dei precedenti romanzi?

RISPOSTA: Mi piace pensare ai bambini e ai ragazzi e raccontare di loro, perché loro saranno il nostro futuro. Offrire loro una società dove si possa vivere bene, e soprattutto dove si possa crescere e formarsi per diventare dei buoni cittadini è il nostro compito di adulti. Sento mancare, in Italia, se non nella voce di pochi uomini o di poche realtà, un pensiero coerente e coeso su questo. Il primo luogo di dispersione e disgregazione del pensiero sui giovani è, paradossalmente, la scuola, luogo che dovrebbe rappresentare, invece, la più importante palestra di cittadinanza per le persone in formazione. La voce di Hud, nel libro, è molto chiara. Hud è deluso e arrabbiato, perché la scuola non fa quello che dovrebbe fare e cioè, in sostanza, fare un passo indietro per permettere ai ragazzi di farne uno avanti. La conoscenza si trasmette soltanto se, offrendo un contenuto culturale, offro anche l’occasione che i ragazzi lo trasformino secondo la propria soggettività, facendo un passo indietro appunto, così che loro possano farne uno avanti proponendo il proprio punto di vista, allora sì che l’oggetto viene realmente digerito e diverrà parte del tessuto mentale di quella persona. In sostanza è quello che fa una madre, o un padre, con il proprio neonato, si mette in comunicazione con lui, lo ascolta, interpreta il suo bisogno, risponde – adeguatamente o meno – e poi si mette di nuovo in ascolto, quella che gli psicologi dello sviluppo definiscono reciprocità. Mi interessa dunque il punto di vista dei bambini, e dei ragazzi, di quest’ultimi mi affascina quando sono sulla soglia, la linea d’ombra conradiana, il momento in cui devono fare il salto – sempre graduale, sempre per prove ed errori – per diventare adulti.

Noi che adulti siamo stati per loro? Che società abbiamo messo loro a disposizione? Siamo stati capaci di favorire quel passaggio, o lo abbiamo – direttamente o indirettamente – ostacolato? Tommaso, dei miei personaggi, è il più sofferente, quello che ha più difficoltà a superarla, la soglia. Gabriele ne “La cosa giusta”, e i bambini-ragazzi ne “La casa dei bambini” (dove, come dici tu, nonostante il doloroso trauma comune possedevano la forza del gruppo) , e Hud (ovvero Luca) in “Us” sono più combattivi, più sicuri, più esplorativi, più selvaggi, la parte selvaggia di Tommaso è invece completamente rimossa, deposta in un altrove dove non possa farsi sentire provocando – nel confronto col mondo reale – vergogna,   eppure c’è, debolmente si manifesta, nelle sue notti insonni affacciato alla finestra a cercare tracce del tasso, suo alter ego e rappresentazione di quel Sé selvaggio, nelle progressive conquiste di Logan, l’avatar, che per interposta persona permette a quella parte di emergere e di prendere forma. Tommaso mi sembra rappresentare un rischio che oggi hanno i ragazzi ma, in parte, anche gli adulti: quello di sentirsi schiacciati dalle pretese di questa società, incentrata sulla competizione, sul successo, sulla libertà individuale ottenuta a tutti i costi (la libertà obbligatoria, cantava un saggio e lungimirante Gaber in “Si può” già nel 1976) e di rispondere a queste richieste isolandosi e rifugiandosi in un mondo immaginario popolato di fantasticherie dove finalmente possiamo immaginarci eroici, senza rischiare l’insuccesso. Verrebbe quasi voglia, e la narrativa secondo me a questo non si sottrae mai – per fortuna – di pensare a un’etica della vita, continuando a citare Gaber verrebbe la voglia un po’ anormale di inventare una morale.

 

Risposta corposa e piena di spunti di riflessione. Soprattutto per quello che riguarda la formazione e che ci porta direttamente a “Us”, il gioco in cui Tommaso con il nick di Logan si troverà a partecipare insieme a due sconosciuti: la regola detta che non devono farsi tra loro domande personali, ma le esperienze vissute durante le missioni del gioco sono così intense da suscitare il confronto, dal quale nasce l’amicizia e la vicinanza emotiva come nella vita.
Perché nel gioco, credo che accada così e tu l’hai saputo descrivere con grande maestria, le barriere tra finzione e realtà sono abbattute. Nonostante i ragazzi spesso si sollecitano a compiere delle azioni, affermando che è solo un gioco, mantenere la distanza da ciò che vivono e scelgono nel gioco non è semplice né immediato.
Prima di passare ad analizzare gli scenari del gioco e ciò che i ragazzi si troveranno a conoscere all’interno di quegli scenari, vorrei farti una domanda più generale:
che cosa rappresenta il gioco per i protagonisti di “US” e da quale considerazione nasce l’ispirazione di farne oggetto di un romanzo, che andrebbe letto da adulti e ragazzi, per la potente carica narrativa che hai saputo innescare?

RISPOSTA: Direi che per i tre protagonisti “Us” rappresenta tre diverse possibili funzioni del gioco, di Us come di qualunque altro videogioco. Credi davvero di non essere un eroe? domanda nel trailer il Grande Saggio – il personaggio che incarna Us e che dialoga con ogni giocatore in un incontro preliminare prima di iniziare le campagne – Io ti dimostrerò il contrario. Per Tommaso-Logan accettare la sfida rappresenta l’opportunità di un riscatto, l’occasione di dimostrare, a se stesso prima ancora che agli altri, di essere capace, incisivo, eroico appunto. Tommaso-Logan non sa, non può sapere, che Us invece lo costringerà a mettersi in discussione non soltanto nel mondo virtuale, ma anche in quello reale, come un germe che una volta insinuatosi in lui, campagna dopo campagna, lo costringerà a ridurre le distanze tra finzione e realtà, fino a che queste diverranno una cosa sola (l’epica della narrazione storica si può trasformare in riflessione etica personale, diciamo, e questo sì nell’adolescenza può essere realmente eroico, raggiungere la consapevolezza delle proprie idee, del proprio pensiero, delle proprie vocazioni). Anche per Luca-Hud, Us rappresenta l’occasione di mostrare il proprio valore, la sua grande esperienza di videogiocatore, la propria abilità. Luca-Hud gioca per vincere, per essere il migliore, e anche per lui Us diverrà nel tempo qualcos’altro, l’occasione per mettere in discussione i valori degli adulti, i loro pregiudizi, la loro zona di comfort dice lui, la perduta capacità di incuriosire e di incuriosirsi, di mettersi in discussione. Per Beatrice-Rin, infine, è il luogo dove costruire dei legami, per cooperare, è lei che nella squadra rappresenta il collante, il desiderio di andare verso l’altro, di comprenderlo e rispettarlo.

Un giorno ho pensato che sarebbe stata una sfida interessante quella di far dialogare la narrativa e il mondo videoludico, perché il mondo videoludico contiene spesso la narrativa, una storia cioè, ma difficilmente – salvo rare eccezioni – la narrativa contiene il mondo videoludico. Non doveva trattarsi soltanto del parlare di videogiochi, ma poterne raccontare il valore – in termini di socializzazione, cooperazione, sperimentazione del proprio corpo nello spazio, mentalizzazione del proprio Sé, riflessione personale sul mondo, identificazione con l’altro eccetera eccetera – facendo vivere al lettore l’esperienza diretta del videogiocare. Ho pensato che se un lettore può sempre identificarsi  con un personaggio, allora il giro di vite successivo è trasmettere al lettore le stesse sensazioni che vive un personaggio quando è nelle vesti di un giocatore. Questo mi ha dato la possibilità di parlare di eventi storici come altrimenti sarebbe stato difficile fare. Perché raccontare certi orrori dell’umanità rischia sempre di respingere i lettori, di farli fuggire. “Us” mi ha permesso di creare una narrazione nella narrazione, è lo specchio che riflette l’immagine di un altro specchio. Il lettore sa che in fondo l’identificazione si esaurisce dentro il videogioco, l’avatar di cui seguiamo le gesta è un filtro, uno stomaco supplementare che permette la migliore digestione dei contenuti narrati, il protagonista poi spegne – pensiamo – e l’orrore finisce. Ma come per Logan Hud e Rin non finisce davvero, l’orrore ti resta attaccato alla pelle, ti entra dentro, continua a farti riflettere (o almeno così dovrebbe essere! Questa era l’ambizione, spero che almeno parzialmente si sia realizzata.)

 

Hai superato l’ambizione, e dal mio punto di vista l’hai perfettamente realizzata.

Gli scenari che si aprono in “Us” ad ogni missione, oltre a confermare ed enfatizzare le tue abilità di narratore, in particolare sul versante delle descrizioni e dei contesti spaziali e temporali, in cui l’immaginario gioca un ruolo fondamentale, pur essendo fortemente radicato nel reale, si pongono per il lettore come il contenitore dei temi fondanti del romanzo, che investono l’adolescenza ma coinvolgono ogni tipo di lettore. Alla base un forte senso etico, che si scontra in maniera ludica ma non per questo meno coinvolgente e pervicace con la ragion di stato, l’interesse e il tornaconto. 

Si spazia per tutto il Novecento e si attraversano gli orrori in una visione globale della Storia che spesso manca non solo ai ragazzi ma anche agli adulti. Anzi manca ai ragazzi perché gli adulti non se ne fanno carico. 

Ho trovato che “Us” fosse un modo coinvolgente e appassionante di raccontare la storia, ma soprattutto di rispondere a una delle domande più difficili, che spesso si dimentica per convenienza o per tranquillità: io cosa avrei fatto se mi fossi trovato lì?

Dalla seconda guerra mondiale, ai conflitti africani alla pulizia etnica nei Balcani: altro non vorrei svelare perché da lettrice ho trovato molto interessanti gli spaccati storici che attraverso il gioco e la missione da svolgere rendi presenti e vivi, fortemente attuali, non in mero senso temporale, ma etico e di responsabilità individuale. Perché un altro dei punti che gli scenari del gioco mettono in luce, e che in parte evidenziavi nella precedente risposta, è che la Storia che racconti non è semplicemente storia di popoli, non riguarda solo la politica, non dipende solo dai capi, ma anche e soprattutto dall’iniziativa personale, dal proprio senso della giustizia, del bene, e della responsabilità individuale.

La lezione più importante, e anche la più difficile da far comprendere ai ragazzi, ma anche agli adulti.

Cosa collega tra di loro le diverse missioni in cui i ragazzi sono chiamati a partecipare attraverso il gioco, e quale senso della Storia ti ha indirizzato nella scelta e nella selezione dei diversi eventi che i tre giocatori si trovano a vivere?

RISPOSTA: Direi che a questa domanda hai già risposto tu, e meglio di quanto probabilmente avrei fatto io! Non c’è un particolare denominatore comune tra gli eventi storici che ho deciso di narrare dentro le campagne di Us, se non il fatto, appunto, che sono  tutti eventi pensando ai quali oggi sarebbe facile – se si ha un minimo di interesse per il prossimo – sapere da che parte stare, ma con la certezza che se ci fossimo trovati lì, a viverli in prima persona, non sarebbe stato così facile discriminare il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. Proprio perché bene e male, giusto e ingiusto, non sono concetti così definiti come ci piacerebbe che fossero. Era questo il tipo di esperienza che desideravo che i protagonisti attraversassero, così come i lettori: siamo dentro un gioco, sì, ma un gioco molto realistico, e soprattutto che narra eventi accaduti realmente. Un’esperienza che li costringesse, di conseguenza, a porsi delle domande: Perché? Perché tanti uomini schierati dalla ‘parte sbagliata’? Perché tanta violenza? Perché tanto orrore? Perché non è stato possibile scegliere la ‘parte giusta’? E quella ‘parte giusta’ era davvero la parte giusta? Eppure quelli erano uomini, come noi, con la stessa capacità di pensare e discriminare…

Il tema della scelta aveva animato anche “La casa dei bambini”: scegliere è sempre complicato, spesso siamo costretti a scegliere, a schierarci, se vogliamo salva la vita, per poi finire nel crederci fermamente, in ciò che abbiamo scelto. È un meccanismo mentale di salvaguardia: per non soccombere sotto il peso del senso di colpa, oppure per non impazzire, troviamo delle spiegazioni razionali alla nostra scelta.  

In questo, nell’indagine sui meccanismi mentali che conducono l’uomo a perdere la capacità riflessiva, a individuare un nemico – reale o immaginario che sia –, a deumanizzarlo, a perseguitarlo, mi ha aiutato la mia formazione psicoanalitica, la quale, però, interpreta i fenomeni razionalmente, dandone una spiegazione logica, seppur basata sulla conoscenza delle emozioni e delle pulsioni umane. È stata invece la lettura di Mandela a metterci la componente poetica, affettiva, totalmente umana. L’autobiografia di Mandela “Lungo cammino verso la libertà” è una lettura straordinaria, così come il testo di Desmond Tutu, suo collaboratore, “Non c’è futuro senza perdono”. Mandela nella sua vita ha raggiunto, sostenuto soltanto dalla sua straordinaria umanità, e non dai suoi studi, uno dei più alti livelli di pensiero raggiunti dall’uomo, di questo ne sono convinto. Molti altri, è ovvio, su un piano teorico hanno scritto cose straordinariamente grandi, ma nessuno come Mandela è stato in grado di trasformarle in qualcosa di pratico. Il Tribunale per la verità e la riconciliazione, di cui si narra in una delle campagne, dove Mandela trasforma la giustizia da retributiva (devi pagare per il tuo crimine) a riparativa (siamo entrambi vittime, siamo entrambi sconfitti, collaboriamo insieme per un futuro migliore), è uno dei più alti risultati dell’umanità. Eppure è stato un concetto semplice a guidare Mandela, che io provo a riassumere così, con le parole di Hud: quando arrivi a dover ricorrere alla violenza – e dunque alla guerra – per poter avere la meglio sul prossimo, per far valere le tue ragioni, quando rinunci al dialogo, all’incontro, alla scoperta del punto di vista dell’altro, allora hai perso, non importa che scelta farai, da che parte starai, sarai comunque costretto ad arrecare dolore, a commettere delle ingiustizie, magari minori, ma necessarie, e dunque avrai perso, tutti avranno perso, perché avrà perso l’umanità, intesa come l’unione di tutti gli uomini su questo pianeta.

 

Siamo arrivati all’ultima domanda, e ti ringrazio, Michele, perché questo chiacchierando per la tua generosità è stato un ulteriore viaggio, dentro e fuori le pagine di “Us”.

Per Logan, forse più che per gli altri due giocatori della squadra, sarà da subito chiaro che il gioco gli sta “insegnando” delle cose, a cui lui vuole dare riscontro nella realtà, uscendo fuori dalla sua corazza. Anche se poi tutti e tre dovranno in egual misura dare conto di quanto vissuto nella finzione del videogame. Prima dei videogiochi per Tommaso un punto di riferimento era stato lo sport, in particolare la pallacanestro, e nel romanzo ci sono inserti di grandi partite della storia dello sport, che mostrano il talento, il gioco di squadra, la capacità di essere un leader e di dimostrare in campo il proprio carisma a vantaggio di tutta la squadra. La pallacanestro raccontata nel romanzo, che per i capricci del destino leggevo in contemporanea alla visione della straordinaria serie “The last dance” dedicata a Michael Jordan come se serie tv e libro si fossero dati appuntamento per brillare nel mio immaginario, sembra un’altra lingua con la medesima grammatica etica in vigore nelle campagne del gioco.

Che rapporto lega “Us” allo sport? Sono antitetici, complementari o sovrapponibili? e per Tommaso sono due facce della stessa medaglia, o invece due cose diverse?

RISPOSTA: Sono io che ringrazio te, Giuditta. Le tue interviste mi piacciono sempre molto, permettono di riflettere ulteriormente sul proprio lavoro, talvolta si riscoprono pensieri intorno al libro che avevamo smarrito, o sfumature nuove che erano, diciamo, sottopelle, e di cui magari eravamo consapevoli soltanto parzialmente.

Credo che Us – cioè il videogioco – e lo sport siano assolutamente sovrapponibili. Per Tommaso, almeno inizialmente, sono l’occasione per essere qualcuno che conta, per essere grande, eroico appunto – vedi la scena in cui da solo sul campo da basket immagina di replicare le gesta dei suoi idoli, scena che segna uno spartiacque nella vita di Tommaso, ci sarà un prima e un dopo quel pomeriggio – ma in entrambi i casi, nel basket come in Us, Tommaso incontra il fallimento del ‘grande piano’ – come del resto la maggior parte dei ragazzini che sognano di diventare come i loro campioni – e deve ripiegare su un altro obiettivo. Nel suo caso però non ci sono alternative, non riesce a trovare nuovi obiettivi, o sei un grande giocatore, un giocatore NBA, o non sei niente. “Us” ha la pretesa di trasmetterci, invece, che il vero senso del giocare – quello ludico, quanto quello sportivo – è trovare la propria vocazione, il proprio modo di essere grandi, di essere eroici. Ciò che voglio dire è che lo sport, così come i videogiochi, dovrebbero insegnarci a perdere, non a vincere, o non soltanto a vincere, dovrebbero insegnarci che si può essere anche vulnerabili, fragili, che l’obiettivo finale non dovrebbe essere quello di essere come i Jordan, i Bryant o i Curry del libro, oppure essere loro non per le loro gesta atletiche, o non solo per quelle. Per restare ai grandi campioni amati da Tommaso, c’è un altro strano capriccio del destino oltre la serie documentario “The last dance” uscito praticamente insieme ad “Us”, e cioè la morte di Bryant. Ho finito di scrivere “Us” un anno e mezzo fa circa, ci sono poi dei tempi tecnici di editing e di attesa per la pubblicazione, e per un attimo ho temuto che qualcuno potesse pensare che la figura di Bryant fosse stata inserita dopo la sua morte per cavalcarne la scomparsa, o comunque che potesse essere di cattivo gusto, ma l’editor, giustamente, ha commentato Bryant era vivo. Lo rimarrà sempre, e così ho deciso di non cancellarlo. Ho capito soltanto qualche settimana più tardi che era giusto tenerlo anche per un altro motivo: Bryant ci dimostra che anche gli eroi muoiono, che anche gli eroi non sono invincibili, che sono uomini, come noi, e come noi possono soffrire, sentirsi soli, inutili, impotenti, sconfitti. Forse dovremmo conoscere ciò che li tiene a galla al di là del loro essere idoli, più che l’essere idoli in sé. Perché, come si dice anche nel libro, essere dei supereroi può essere un previlegio terribile. Quanti sapevano, prima della sua morte, delle opere benefiche di Bryant? Del suo impegno nel sociale per occuparsi dei ragazzini con difficoltà economiche? Dei soldi spesi per aiutare i traumatizzati di guerra a reintegrarsi nella vita normale? Amo le gesta di Bryan, è stato un campione assoluto, ma ciò che davvero io posso imparare da lui è l’energia spesa per aiutare chi ha avuto meno fortuna di lui. Il problema è che spesso siamo noi, noi genitori e noi società, a desiderare dei figli onnipotenti e invincibili, quando Teti immerge suo figlio Achille nello Stige tenendolo per un tallone – simbolo della sua vulnerabilità – è perché non accetta che Achille – mezzo dio e mezzo uomo – possa essere fragile come gli esseri umani. Li desideriamo belli, atletici, capaci a scuola, vincenti, con ottime professioni e con una vita brillante, forse dovremmo aiutarli ad accettare che potrebbe non andare così, che la vita, in serbo per loro, potrebbe nascondere anche qualcos’altro.  

Chiacchierando (per la seconda volta) con… Michele Cocchi
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