La tua bellezza

“Gli eventi importano poco, solo la loro narrazione ci tocca” è una delle due citazioni poste in esergo a “La tua bellezza”, il romanzo di Sahar Mustafah, tradotto da Francesca Conte per Marcos y Marcos. Una voce intensa e ferma quella della scrittrice americana di origini palestinesi.

“La tua bellezza” è il suo primo romanzo, preceduto da una raccolta di raccolti che ha riscosso un notevole interesse di critica.

Ringrazio la redazione della casa editrice milanese, per la bella opportunità che mi è stata offerta, avvalendomi della loro traduzione, di confrontarmi con la scrittrice su questo romanzo, così pieno e ricco di stimoli.

Il romanzo e la tua scrittura nascono dall’esigenza di narrare qualcosa che ti tocca? O dalla necessità di raccontare da un punto di vista diverso dal consueto e più ricco di implicazioni e scenari di quello comune gli eventi importanti che hanno segnato il nostro tempo?

Sahar MustafahPenso che la mia scrittura sia sempre germogliata dal desiderio di sentire storie non ancora raccontate in modo ampio e approfondito a proposito della mia comunità araba e musulmana. L’industria editoriale bianca è in movimento, lascia spazio a molte narrazioni, in particolare quelle che sfatano storie, lucrative e collaudate, di traumi che incombono su comunità emarginate e senza diritti. Finalmente le nostre storie e le nostre voci sono davvero nostre.

Personalmente, scrivo per comprendere il mondo, per esplorare esperienze e problemi attraverso una lente umanistica. La narrativa è una specie di ammortizzatore, crea una distanza rassicurante per indagare, senza essere pedanti o superficiali.

La protagonista del romanzo, Afaf, è una creatura straordinaria e indimenticabile, di una bellezza rara e preziosa che nasce dalla strenua ricerca di sé, delle radici profonde del suo essere e del suo posto nel mondo. È nata in America da genitori palestinesi e vive un difficile e tormentato percorso di integrazione, segnato indelebilmente dalla scomparsa della sorella Nada, dai problemi economici in cui la famiglia versa, dalla nostalgia inconsolabile della madre per la terra perduta.

È una voce nuova nella letteratura americana o ha avuto già dei fratelli e delle sorelle, oltre lo spazio narrativo di “La tua bellezza”, con cui confrontarsi?

RISPOSTA: Penso sia questo a rendere il mio libro accessibile a un pubblico molto ampio, la varietà dei temi: una famiglia problematica, dolore, e fede. Questi temi sono estremamente familiari, e non soltanto nella letteratura americana, ma universalmente. Quello che potrebbe sembrare relativamente nuovo a un pubblico americano è il background religioso e culturale di Afaf, presentato a un livello molto intimo. Gli americani sono stati inondati da una narrativa distruttiva e nazionalistica sull’11 settembre e, prima di allora, per secoli, da una perniciosa visione orientalista di arabi e musulmani. Il mio romanzo affronta anche il terrorismo nazionale bianco e l’intolleranza in questo paese, la diffusione di entrambi è spaventosa.

Per quanto riguarda la letteratura americana, ho un debito di gratitudine con gli scrittori nativi e neri, che hanno ‘spianato’ la strada al mio lavoro con una ricca produzione di poesia, narrativa e memoir che affronta l’oscura storia colonialista del nostro paese e il modo in cui i suoi effetti continuano a riverberarsi nella società contemporanea, specialmente per quanto riguarda la vita dei neri e il razzismo sistemico. Spero che il mio romanzo dia vita con altre voci ghettizzate a una ‘nuova letteratura Americana’, facendo cadere la natura scissa delle nostre identità, con storie che mettano al centro le esperienze di immigrati, rifugiati ed esiliati, e dei loro figli, come Afaf, che ereditano il trauma generazionale e gli effetti dello spaesamento e dell’intolleranza in questo paese. Scrittori come Naomi Shihab Nye, Laila Lalami, Susan Muaddi Darraj, Mohja Kahf e Randa Jarrar, tra le molte voci arabe americane, hanno illuminato la strada per chi come me vuole raccontare una storia nuova che abbia caratteristiche familiari e nello stesso tempo inaspettate.

Essere un’americana di seconda generazione e condurre i lettori nel mondo islamico americano, in modo lucido e disincantato, autentico e reale, rende il tuo romanzo internazionale. La storia di Afaf e della sua famiglia supera i confini americani, in cui molte storie dei narratori statunitensi rimangono fortemente imbrigliate, e riesce a parlare di situazioni e sentimenti condivisi in ogni parte del mondo occidentale. In particolare europeo.

Era anche tua la volontà di raccontare non semplicemente una storia americana ma dettagliatamente una storia che riguardasse la convivenza tra popoli, culture e religioni diversi in ogni angolo del mondo, in un tempo di lotte e separazioni che i pregiudizi e gli stereotipi rendono accanite e insanabili?

RISPOSTA: È inevitabile, penso, che presentando l’esperienza di una donna musulmana, attraverso Afaf, la mia narrazione vada al di là dei confini. L’Islam è spesso associato a violenza e repressione – un’arma politica a beneficio alle nazioni imperialiste. Sebbene io non mi assuma l’onere e la responsabilità di dare lezioni, ho sempre creduto che i libri tendano a disarmare le persone, coinvolgendoli in un mondo che scuote le loro convinzioni e i loro sistemi di valori. Spero che la mia storia ricordi ai lettori la nostra umanità condivisa e quanto sia importante destinare del tempo a condividere e mettere a confronto le nostre rispettive storie – tutte le forze che ci hanno portato a questo momento storico tanto critico. Così come scrivere è un atto empatico, anche leggere può essere uno strumento potente per connetterci gli uni agli altri.

 

Il romanzo segue due tempi narrativi: da una parte la vita di Afaf che vediamo crescere nelle pagine da bambina a donna, con la conversione all’Islam fomentata dal padre e osteggiata dalla madre, in un percorso inverso a quello del fratello, che invece rifiuta l’appartenenza religiosa per sottolineare ulteriormente quella americana; dall’altra una lunga interminabile giornata che poi porta alla conclusione del romanzo e rappresenta il presente della narrazione, in cui un suprematista bianco, accecato dall’odio e dalla violenza di una vita anaffettiva e rancorosa entra armato nella scuola islamica diretta da Afaf.

Qual è il punto di sutura delle due storie? È l’11 settembre che arma la mano dell’uomo bianco?

RISPOSTA: Afaf è certamente il cuore di questo romanzo, ma il terrorista bianco è una deliberata interruzione del suo racconto. Volevo trasmettere la violenza e intolleranza continue che i musulmani – in particolare le donne che portano il velo – subiscono negli Stati Uniti. Il terrorista è giunto alla decisione di irrompere nella scuola islamica dopo una vita di perdite personali e alienazione, elementi che fungono da agenti letali per la sua xenofobia tossica e l’odio suprematista bianco nei confronti di chi è diverso. L’11 settembre è solo un evento che si aggiunge alle altre storie che ha assorbito. Non giustifica il suo comportamento, ma spero che i lettori possano in qualche modo comprendere la sua personalità. Sicuramente non è nato terrorista. Mi premeva esplorare il suo percorso disturbante quanto condividere l’evoluzione di Afaf come essere umano e il suo bisogno di appartenenza.

 

Afaf nella comunità islamica e nella fede scopre la sua vera identità, invano cercata nelle scuole laiche e tra le braccia di adolescenti in preda agli ormoni dell’età. Nello stesso tempo rivendica profondamente la differenza del suo Islam con quello dei terroristi che provocano morte e paura, e nessuna vicinanza emotiva c’è con le loro rivendicazioni e con il loro odio.

In questo i personaggi del tuo romanzo sono interpreti del sentire più autentico della voce dei mussulmani americani, e non solo americani? È a loro che sentivi il bisogno di dare voce?

RISPOSTA: Non pretendo di essere la portavoce dei musulmani americani – sarebbe una pretesa troppo grande. Non è compito di uno scrittore di narrativa. Il mio romanzo è solo una storia che si aggiunge a una più ampia e stratificata narrativa, tradizionalmente esclusa dagli spazi letterari bianchi, o riadattata in una prospettiva bianca (ossia con uno sguardo bianco e occidentale). Afaf rappresenta un’esperienza unica, anche se familiare. Mi conforta che lettori musulmani abbiano voluto comunicarmi che questo libro li ha fatti sentire più visibili. In questo senso, è un bellissimo privilegio per me poter mettere la mia immaginazione al servizio di una rappresentazione autentica, viva e sfaccettata dell’esperienza reale di una donna musulmana americana. In definitiva, spero di trasmettere l’idea che noi apparteniamo a questo luogo.

 

Un momento importante nella vita di Afaf è la cerimonia del velo. Per lei è un atto coraggioso, che nasce da una scelta profonda, intima e personale, a differenza di ciò che spesso dall’esterno e dal di fuori del mondo islamico si crede. Non una sottomissione. Al contrario: un’affermazione di sé.

Quanto il senso profondo e libertario di questa scelta è legato alla condizione di vivere in un paese non islamico e democratico, e quanto invece è radicato nella tradizione stessa dell’Islam? Indossare il velo è una scelta o una necessità?

RISPOSTA: Mi auguro che i lettori comprendano quanto è prezioso e importante l’hijab per Afaf. Uno dei miei capitoli preferiti è quello in cui le donne si riuniscono per celebrare questa scelta di esprimere visibilmente la loro devozione in posti che non sempre sono accoglienti per loro.

Sono convinta che sia molto importante sottolineare che l’hijab è e dovrebbe essere una scelta che una musulmana fa, in nulla diversa dalle modalità che altri credenti scelgono per esprimere la loro devozione alle loro rispettive religioni. Il dibattito riguardo all’hijab come obbligatorio per l’Islam imperversa tuttora. Impedisce, ancora una volta, di comprendere che, nella nostra società contemporanea, è una libera scelta. E ci rimanda alla vecchia teoria che l’Islam sia repressivo e oppressivo per le donne, una tesi ben architettata a vantaggio dei liberali bianchi e dei cattolici conservatori di destra.

Vorrei sottolineare che una democrazia sana riconosce alle donne libertà di scelta (e sostiene i diritti di ogni cittadino); Trump, appena è salito al potere, ha emesso il Muslim Ban, amplificando l’islamofobia, mettendo in gabbia famiglie richiedenti asilo, a detrimento di ogni concetto di libertà religiosa e dell’immagine degli Stati Uniti come ‘porto sicuro della democrazia’.

Quello che mi sta a cuore dell’esperienza specifica di Afaf è l’ideale femminista secondo cui la cerchia delle donne accoglie senza giudicare. I rituali dell’Islam – indossare l’hijab, portare a termine l’hajj – arrivano molto dopo per lei. È prima di tutto trovando sostegno e solidarietà tra queste donne che comincia a fiorire.

 

Tante figure si intrecciano alla vita di Afaf, in particolare Bilal, fuggito dalla cruenta guerra della ex Jugoslavia e dalla pulizia etnica e religiosa che l’ha caratterizzata.

Palestinesi e mussulmani balcanici: è la stessa storia?

RISPOSTA: Senza dubbio ci sono affinità riguardo alla pulizia etnica (Bilal l’ha vissuta in prima persona) e a traumi ereditati. Mi interessava anche presentare le differenze che caratterizzano la comunità musulmana e come, ancora una volta, i pregiudizi e i luoghi comuni precludano il riconoscimento di identità diverse. Afaf e Bilal si incontrano sul terreno della religione, sebbene ciascuno abbia la propria storia personale.

 

Nella famiglia di Afaf solo lei e il padre portano avanti una scelta di conversione e di appartenenza religiosa. Al contrario la sorella Nada fugge dalla famiglia; la madre torna in Palestina; il fratello Majid vive un’integrazione cementata dallo sport. È una scelta minoritaria quella di Afaf e del padre nel mondo degli emigrati mussulmani americani? E quale è il segno della vera integrazione da te auspicata? Tra Afaf e Nada chi è quella che vive con maggiore serenità in America?

RISPOSTA: Credo che nessuno dei miei personaggi abbia trovato pace in America; affrontano tutti prove molto dure, che rendono alcuni più forti e altri più deboli, come Mama. Spero che il mio romanzo mostri che il punto non è l’integrazione nella società americana, – quell’esperimento di assimilazione è fallito. L’importante per noi è sentire di appartenere a comunità solide e ricche di sostanza, che è un bisogno umano universale.

 

Credi che il lettore europeo e quello statunitense avranno le stesse reazioni nel leggere il tuo romanzo, o ci sono delle notevoli differenze nel modo di percepire il mondo islamico nei due paesi, tali da diversificare l’immedesimazione e la partecipazione nella lettura?

RISPOSTA: I lettori mi hanno detto che questo libro parla di molte cose: che sembianze ha il dolore, cosa accade ai ragazzi quando i genitori non sono presenti, come l’amicizia ci può elevare. Sono felice che vada oltre i temi immediati dell’islamofobia e del terrorismo interno bianco, che coinvolgono sia il pubblico bianco americano che quello europeo. In questi paesi ci sono minoranze di ogni tipo che rendono ampia la portata di questo libro, a prescindere da dove ti trovi.

 

Come hai accolto la traduzione in Italia del tuo romanzo? Senti che “la tua bellezza” è traghettata in Italia o tradita dalla diversa lingua? In italiano la parola traduzione, etimologicamente, ha il doppio significato di portare da una parte all’altra e di tradire.

RISPOSTA: Oh, adoro questo doppiosenso! Rende benissimo l’importanza e l’impegno del lavoro di traduzione per produrre versioni autentiche di un’opera originale. Rinforza anche il bisogno di adattamenti semantici una volta che l’opera attraversa lingue e culture. La modifica del mio titolo originale “La bellezza del tuo volto” in “La tua bellezza” mi ricorda che la traduzione letterale non è sempre la più bella o la più adatta. La lingua è cultura; un traduttore passa al setaccio i simboli e i gesti rappresentati dalle parole.

L’arabo è la mia seconda lingua, cosa che ha alimentato il mio profondo rispetto e ammirazione per traduttori come Francesca Conte. Durante il processo di traduzione, Francesca mi ha contattato con domande molto precise, dimostrando la sua incredibile attenzione e devozione per ogni frase in ogni pagina. La mia gratitudine per il suo lavoro è sconfinata.

Chiacchierando con… Sahar Mustafah
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