di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo"
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

 

Libri che raccontano la bellezza.

Zaino 30 maggio
Per una settimana in libreria ho avuto la presenza di un libraio giovane in aiuto, mio nipote Leo. La compagnia di un giovane lettore è stata davvero molto stimolante e interessante: le sue interazioni con i nostri lettori abituali ma pure le chiacchiere con gli avventori di passaggio sono state fonte di stimoli e curiosità. Dalle visite con Ilaria abbiamo imparato che il libro scelto per la relazione estiva, e che era stato regalato da Alice per la promozione in terza media, è un libro che la nostra amica, insegnante di francese alle medie, utilizza a scuola per i suoi ragazzi. Si tratta di un “Un sacchetto di biglie”, romanzo di Joseph Joffo pubblicato nel 1973.

Dal romanzo è stato realizzato un adattamento cinematografico che Ilaria ci ha fornito in Dvd. Siamo nel 1941, due giovani fratelli ebrei, Joseph e Maurice Joffo, vivono nella Parigi occupata dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Una sera sono chiamati da loro padre che racconta loro la storia di come lui era fuggito dalla Russia zarista, e quindi annuncia ai suoi due figli che devono iniziare un lungo viaggio attraverso tutta la Francia, per scappare dai nazisti raggiungendo la terra “libera”. Così dopo aver ricevuto il denaro e salutato i loro cari, partono.

Joseph è un bambino, ha quasi dieci anni, è ebreo, e vive nella Parigi del 1941 con la sua numerosa famiglia. Lui e il fratello Maurice sono i più piccoli, vanno ancora a scuola e amano giocare indisturbati a biglie per strada. Ma insospettabilmente la loro vita inizia a complicarsi: prima le SS che diventano sempre più aggressive e la mamma che cuce sulle loro giacche una stella gialla; poi gli insegnanti che in classe iniziano a ignorarli e i compagni che li insultano fino ad arrivare alle mani. Per la famiglia Joffo c’è solo una cosa da fare: fuggire verso la Francia libera di Pétain uno dopo l’altro, prima i fratelli grandi, poi i piccoli, infine i genitori. Inizia così per Joseph e Maurice una grande avventura verso la salvezza, un viaggio pieno di speranza ma anche di pericoli, paure, solitudine e crudeltà. Un libro in cui un mondo pieno d’odio viene descritto senza traccia d’odio, ma con uno stupore tutto infantile. Il bestseller che ha spiegato al mondo l’orrore dell’Olocausto attraverso uno sguardo innocente.

L’incontro con un altro piccolo lettore forte come Bartolomeo ci ha portato a leggere e sfogliare un libro sui Balcani ma anche un libro sulla complessa storia del Kashmir. Si tratta di un libro, bellissimo da sfogliare, edito da Add Editore e scritto da Malik Sajad dal titolo “Munnu. Un ragazzo del Kashmir” nella traduzione di Juan Scassa.

Munnu ha sette anni e vive con la famiglia nel Kashmir amministrato dall’India. Ogni giorno fa i conti con la presenza della polizia indiana, della censura, del fanatismo religioso, della povertà. Affascinato dal lavoro di intagliatore del padre, scopre la sua abilità disegnando AK-47 per i compagni di classe. Il suo talento lo porterà a diventare Sajad, il vignettista politico di un importante giornale.La complessa e violenta storia del Kashmir emerge dagli avvenimenti minuti della vita di Munnu. La prima cotta alla scuola coranica e le punizioni pubbliche, le corse in bicicletta a dispetto dei posti di blocco militari. I cortei funebri e gli slogan politici, i campi di addestramento, i rastrellamenti, le fughe a New Delhi e la misteriosa visita di una ragazza americana cui mostrare il proprio mondo.Nei disegni, ispirati alle incisioni su legno, all’arte rupestre e alle miniature tipiche della regione, i personaggi di Munnu sono trasfigurati in cervi del Kashmir, una specie in estinzione.Sulle tracce dei grandi fumettisti contemporanei, Malik Sajad dà voce a un popolo poco narrato, in una storia di formazione che non lascia indifferenti per la forza dell’immagine e l’amara tenerezza dei suoi protagonisti.

Un selfie fatto davanti a un roseto una mattina presto è stato l’occasione per scegliere, insieme, come libro del giorno “Il romanzo della rosa: Storie di un fiore” di Anna Peyron, uscito l’11 giugno e sempre edito da Add Editore. Anna Peyron, la signora delle rose, ha cominciato con i cactus. Sempre spine sono, ma a sentirla raccontare da lei, Anna Peyron, si tratta invece di una lunga storia dove sorprese e scoperte si mescolano al piacere. Dalla prima “collezione” europea creata nel 1799 da Giuseppina Bonaparte, moglie di Napoleone al castello della Malmaison al vivaio di Anna Peyron, sulla collina di Castagneto Po, che è diventato con gli anni un punto di riferimento ineludibile per tutti i fedeli della rosa. Il fiore della rosa che, attraverso un libro interessante e particolare, diventa una lente attraverso la quale si può mettere a fuoco la storia del mondo,come scrive Ernesto Ferrero nella prefazione.

Trentasette milioni di anni fa, la rosa compare sulla terra. L’hanno rivelato i fossili ritrovati in Oregon e in Colorado confermandoci che in tempi preistorici crescevano specie diverse di rose, le stesse presenti ancora oggi nell’emisfero settentrionale. La storia del fiore, dalla sua genesi a tutto il Settecento, è un’introduzione al cuore del libro di Anna Peyron, che comincia con una data precisa: il 21 aprile 1799, quando Marie Joseph Rose Tascher de La Pagerie, nata in Martinica in una famiglia creola di coloni bianchi francesi, compra una tenuta circondata da un parco. È Giuseppina Bonaparte, e sta comprando Malmaison. Qui allestisce un giardino ben presto più famoso del suo salotto, dove intesse relazioni, riceve imperatori e zar, circondandosi innanzitutto di architetti paesaggisti, botanici, zoologi, chimici, naturalisti, matematici che la aiuteranno a trasformare Malmaison in un luogo di armonia e bellezza. Dopo Giuseppina il romanzo continua con le rose cinesi che viaggiano nelle stive delle navi insieme al tè. Continua con le rose coltivate nei giardini d’America, persino di Alcatraz. Le rose degli English Gardens che traboccano di galliche, alba, centifoglie e muscose. Le rose nei giardini in Sudafrica sia pubblici che privati. E, per finire, le rose in Australia. Attraverso persone e luoghi, giardinieri e giardini, colori e profumi Anna Peyron ricostruisce una storia di rose, donne, uomini, artisti, scrittori accomunati da una sola grande passione.

Il passaggio in libreria di un’amica femminista e attivista ci ha portato a dialogare intorno a un libro pubblicato nel 2016 ma ancora valido e scritto da Laura Lepetit, “Autobiografia di una femminista distratta” pubblicato da Nottetempo nella collana Cronache. La scrittrice, nata a Roma nel 1932 e fondatrice della casa editrice riservata a scrittrici soltanto, La Tartaruga, che poi ha diretto per oltre vent’anni, si racconta in questa Autobiografia con elegante distacco e accennando alle vicende della sua vita in modo fugace. In qualità di editrice ha conosciuto personaggi come Doris Lessing e Alice Munro, pubblicando, assieme a loro, molte delle più importanti scrittrici del Novecento, straniere soprattutto, ma anche italiane.

“Davanti ai libri mi sento come un cane da tartufi. Li cerco col naso, ne sento l’odore, capto i segnali che mandano e batto il terreno con il muso tra i cespugli”: queste parole di Laura Lepetit racchiudono la forza dell’intuizione e la tenacia della ricerca con cui ha creato e diretto una delle piú belle case editrici italiane: La Tartaruga. Una casa editrice che pubblicava unicamente donne, in base a criteri letterari, non solo politici, anche in anni in cui la militanza femminista avrebbe potuto far virare verso scelte piú ideologiche. È così che nel suo catalogo sono entrate molte delle piú grandi scrittrici del ’900: Virginia Woolf, Gertrude Stein, Grace Paley, Doris Lessing, Alice Munro. E lo ha fatto con quella grazia svagata con cui ora ci racconta le sue “avventure di carta” e la sua vita: l’esperienza del femminismo con Carla Lonzi, il circolo delle donne Cicip, Radio Popolare, la Libreria delle Donne, i gatti, i cavalli e sempre, come un centro di gravità, i libri. Al racconto mescola le sue considerazioni “distratte”, il suo sguardo sulle cose pieno di humour e candore, e i ritratti degli amici e delle autrici che hanno accompagnato la storia della casa editrice, sullo sfondo di una Milano nella sua stagione piú viva, colta, europea.

Ovviamente le chiacchierate con Anna Lapenna, moglie dell’immenso Luigi Malerba, ci hanno portato a leggere in una diretta facebook “Le Galline Pensierose” pubblicate da Quodlibet. La lettura a due voci con il giovane lettore ha molto colpito ed emozionato Anna che ha voluto regalare a Leonardo una copia di “Mozziconi”, sempre pubblicato da Quodlibet, e “Storie dell’anno mille”, edito da Bompiani.
Tra le novità di queste settimane in libreria segnaliamo «La fine della strada», in una nuova veste grafica per minimum fax. In questo classico del 1958 John Barth è stato capace di trasformare il classico triangolo amoroso in un formidabile e spietato romanzo filosofico che alterna comicità e nichilismo, satira e tragedia.

“La fine della strada” è il romanzo meno «barthiano» di John Barth: alla tendenza barocca, sperimentale e metanarrativa che contraddistingue gran parte della sua opera, qui si sostituisce infatti uno stile asciutto e lineare dallo straordinario mordente.
Una situazione quanto mai tipica – un triangolo amoroso sullo sfondo di un’università della East Coast – diventa in queste pagine un formidabile e spietato romanzo filosofico che alterna comicità e nichilismo, satira e tragedia; al centro, uno dei più irresistibili antieroi della letteratura postmoderna: Jacob Horner, il giovane professore adultero che fa della paralisi esistenziale un grottesco sistema di vita.

Sempre per Minimum fax è giunto in libreria “Hark” di Sam Lipsyte nella traduzione di Anna Mioni.

Sam Lipsyte, nato a New York City nel 1968, cresciuto nel New Jersey, vive nel Queens ed ha esordito nel mondo letterario con la raccolta di racconti brevi Venus Drive, definita dal Voice Literary Supplement «uno dei venticinque migliori libri dell’anno» e da Jonathan Ames «racconti che arrivano come un pugno»: storie che parlano di droga e di sesso; di attentati mancati alle star del rock, di vite borghesi mediocri e della degenerazione della gioventù urbana, che hanno fatto subito paragonare Sam Lipsyte a Palahniuk, Vonnegut e Carver. Minimum fax ha pubblicato anche i suoi due romanzi “Il bazooka della verità”e “Chiedi e ti sarà tolto” ” e la raccolta di racconti “La parte divertente”.

In un’America sconvolta da rivolte politiche, scontri tra culture e degrado ambientale, non c’è quasi essere vivente che non cerchi pace, salvezza, o forse semplicemente qualcosa su cui poter fare affidamento. Ed è qui che entra in scena Hark Morner, la cui tecnica di «tiro con l’arco mentale» – una combinazione di meditazione, mitologia, invenzione storica, yoga e, appunto, tiro con l’arco – attrae masse di cultori trasformandolo in una sorta di messia. È un ruolo che Hark non ha mai cercato, e che è totalmente impreparato a coprire. Ma la sua cerchia di seguaci ha altri programmi sul suo conto, e ben presto attorno al nuovo guru entrano in azione personaggi di dubbia provenienza: veterani e sequestratori, miliardari e pesci gatto. Tutti vogliono qualcosa da Hark, e nessuno è disposto a lasciarselo scappare. Muovendosi tra una satira scatenata, il grottesco, la poesia della lingua quotidiana, Sam Lipsyte offre un ritratto collettivo buffo e partecipe di una società alla deriva, nella quale uomini, donne e bambini si dibattono in cerca di un senso e di una dignità all’interno di un mondo caotico, ridicolo e spesso pericoloso.

Novità di giugno della casa editrice L’Orma è “Gli adolescenti trogloditi” di Emmanuelle Pagano nella traduzione di Camilla Diez.

Adèle ritorna al suo paese d’origine, sull’altopiano. Lì conosce tutti, ma nessuno la riconosce. Perché Adèle un tempo era un ragazzo. Divenuta autista di scuolabus, trascorre un’esistenza a prima vista monotona ma in realtà inquieta e profonda come il lago vulcanico dove ama rifugiarsi. Il continuo confronto con l’irrequietezza degli adolescenti tiene vivo in lei il ricordo di una crescita complessa, di un’età delle scelte vissuta seguendo l’esigenza di sentirsi autentica. La ripresa del conflittuale rapporto con il fratello minore, l’innamoramento per un uomo che non dovrebbe piacerle e una tormenta che la costringe a passare ore reclusa con una scolaresca segneranno l’inizio di un nuovo capitolo della sua vita.Con lirica asciuttezza e un’acuta sensibilità verso i più intimi moti del corpo e della natura, Emmanuelle Pagano racconta l’amore in tutte le sue declinazioni. “Gli adolescenti trogloditi” ci conduce così in un territorio in cui ogni sfumatura è un’avventura dei sensi e il compito di definire il proprio posto nel mondo è un temerario esercizio di libertà che non conosce fine.

Dolorosamente attuale, “Di pipistrelli, di scimmie e di uomini di Paule Constant”, nella traduzione dal francese di Francesca Bononi, mescola la graziosa semplicità della fiaba all’efficacia del thriller.

La tranquilla e indaffarata quotidianità del fiume Ebola, assiepato di barche e circondato dalla luce illibata di un cielo terso, rischia di sgretolarsi quando un virus mai davvero sopito ricomincia a mietere vittime. Poco distante, all’ombra di un enorme mango che segnala l’inizio della savana, la piccola Olympe raccoglie un cucciolo di pipistrello. Qualche ora dopo un gruppo di cacciatori bambini fa rientro al proprio villaggio con il cadavere di un gorilla.Intanto, in piedi sul pontile di una missione cattolica, Agrippine e Virgile – una dottoressa di Medici senza frontiere e un giovane ricercatore – si apprestano a salpare in piroga per dare il la a una campagna di vaccinazioni. Saranno così due mondi lontani, un Occidente che investe in speculazioni economiche e ambientali e un’Africa rurale ancora in preda agli atavismi di un ingombrante passato coloniale, a ritrovarsi d’un tratto egualmente impreparati di fronte a una minaccia invisibile.In Di pipistrelli, di scimmie e di uomini – che prende il titolo dalla catena del contagio – Paule Constant indaga e riconnette tra loro, come un’investigatrice, gli avvenimenti minuti e insignificanti che si nascondono dietro l’insorgere di un’epidemia, consegnandoci un potente romanzo sull’universalità del rapporto tra l’essere umano e le sue paure.

Appena giunto in libreria, sempre edito da L’Orma il libro di Sasa Stanisic dal titolo “Trappole e imboscate” nella traduzione dal tedesco di Giovanna Agabio.
Sasa Stanisic è nato a Visegrad nel 1978 da madre bosniaca e padre serbo. A quattordici anni, durante le guerre jugoslave, è fuggito in Germania con la famiglia. Dopo gli studi universitari si è presto affermato come uno dei narratori più originali della sua generazione, decidendo di comporre tutte le proprie opere in tedesco. Tradotto in oltre trenta lingue, ha ricevuto alcuni dei più importanti riconoscimenti letterari tra cui l’Alfred-Döblin-Preis e il Deutscher Buchpreis.

Una donna scopre di essere allergica al marito, mentre una coppia sgangherata va in giro per l’Europa a rovinare con bonaria incoscienza vernissage ed eventi benefici; intanto, in un Brasile incantato, un avvocato fa i conti con una vita divenuta troppo comoda, e nella provincia tedesca un moderno pifferaio magico dal cuore animalista sconvolge la quiete di un villaggio. Trappole e imboscate – che fin dal titolo promette stupore e sorprese – è un fiume in piena di eventi quotidiani e improbabili, di avventure sempre sull’orlo dell’irrealtà. Grazie a un sapiente uso di richiami interni e personaggi ricorrenti, con una lingua di gioiosa inventiva, e senza mai «far torto alla suspense», Sasa Stanisic ci trascina da una pagina all’altra, in un variopinto collage di racconti fitto di aneddoti, metafore, divagazioni e ritratti: tasselli di quel mondo di idiosincrasie e miracoli in cui tutti, giorno dopo giorno, ci troviamo a vivere. Storie dentro storie snocciolate con la generosità e le astuzie di un geniale chiacchierone, un narratore assai inaffidabile al quale dobbiamo per forza dar retta perché ha la voce di un amico che ci conosce da sempre.

Marcel Aymé, “La fossa dei peccati”, nella traduzione di Carlo Mazza Galanti è uno dei libri de L’Orma da poche settimane in libreria. Un campionario di esilaranti situazioni nel territorio del fantastico, come quella in cui si ritrova “L’attraversamuri”, il personaggio più celebre inventato dalla penna di Marcel Aymé (1902-1967). Il più grande scrittore francese, secondo Georges Simenon, è, infatti, considerato uno dei massimi scrittori fantastici europei e tra le personalità più originali prodotte dalla cultura francese del Novecento. Nato in un ambiente contadino, le fitte letture e i casi della vita lo portano a Parigi, dove nel 1926 pubblica il suo primo libro. Autore prolifico e controverso, sornionamente inclassificabile, ha scritto romanzi, opere teatrali, sceneggiature e saggi, ma sono stati i suoi racconti, dalla spiccata vena umoristica, a renderlo amatissimo in tutto il mondo e a farne un maestro – anche suo malgrado (rifiutò la Legion d’onore e la candidatura a entrare nell’Académie française) – per generazioni di scrittori.

Nel mondo di Marcel Aymé le cose non vanno mai come ci si aspetta. Del tempo, per esempio, c’è poco da fidarsi: può capitare di ritrovarsi invecchiati di diciassette anni in virtù di un decreto sconsiderato, oppure fare la fine di quell’innamorato che viveva solo un giorno su due, peraltro struggendosi al pensiero delle voluttà perdute nelle ore in cui non esisteva. E mentre a Montmartre salta fuori che esistono quadri in grado di parlare letteralmente alla pancia delle masse, la polizia di Parigi è messa in scacco da un fantomatico ladro che passa attraverso i muri senza battere ciglio. Muovendosi da consumato improvvisatore sullo spartito del fantastico, Marcel Aymé imbastisce una realtà indisciplinata, sempre sulla soglia dell’impossibile, descrivendo con bonaria e divertita partecipazione le bislacche traversie di uomini d’improbabile eccezionalità.Dai racconti de La fossa dei peccati – scritti anche per «dimenticare i giorni amari del mercato nero, dell’anarchia, della corruzione, delle tessere per qualunque cosa, della fatica e dello scoramento» – emerge in tutta la sua incontenibile leggiadria il talento mordace e spiazzante di un maestro d’invenzioni e fumisterie.
Ai Diari è possibile trovare anche le storie di “Martin il romanziere”, un «best of» Marcel Aymé curato e tradotto da Carlo Mazza Galanti.

Marcel Aymé, ovvero quando la fantasia irrompe nella realtà con la forza di un tornado. Come accade al romanziere Martin, che aveva la brutta abitudine di far sempre morire i suoi personaggi finchè un giorno non ricevette la visita di uno di loro deciso a rivendicare il proprio diritto alla vita. O a quel signore di Montmartre, cui spuntò in testa un’aureola che gli causò più imbarazzi che ammirazione. Miracoli improbabili, un po’ ridicoli, sempre esilaranti, raccontati per il puro piacere di affabulare, e per mettere alla berlina i peccati dell’umanità senza rinunciare a intenerirsi per l’umanità dei peccatori. In questa raccolta di novelle, che rilancia in Italia il miglior Aymè dopo un’assenza durata decenni, il pirotecnico scrittore sciorina con benevolo ma corrosivo umorismo un insuperabile campionario di figure di ordinaria straordinarietà. Un catalogo ragionato e irragionevole di casi limite per descrivere alcuni caratteri, universali e non sempre lusinghieri, della grande e litigiosa famiglia degli umani.

Nello Zaino di Antonello: Libri che raccontano la bellezza

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