di Federica Pergola

Federica

 

 

 

Andreas o i riuniti

Andreas o i riuniti

A settant’anni dalla “prima, bellissima versione italiana di Gabriella Bemporad”, questa nuova edizione del capolavoro di Hofmannsthal  (di Del Vecchio Editore, curata da Andrea Landolfi) tiene conto degli studi filologici ed interpretativi intervenuti nel frattempo.

Per la prima volta, infatti, oltre al testo finito (ma, ahimè, incompiuto) si possono leggere tutti gli appunti, i frammenti, gli spunti, le idee che l’autore raccolse per vent’anni (dal 1907 al 1927). Inoltre la nota al testo ed il saggio:“L’attimo felice. Hofmannsthal e il suo Andreas” di Andrea Landolfi sono davvero illuminanti e rendono questa edizione un lavoro unico e prezioso. 

  Andreas, figlio di una famiglia della piccola nobiltà negli anni dell’imperatrice Maria Teresa, parte per quelli che erano i viaggi di istruzione dell’epoca. Da Vienna Andreas ha come meta Venezia, il luogo dove le persone “sono quasi sempre in maschera”: e qui la scelta è già metafora e segno di uno dei più importanti disegni dell’autore.

Negli anni di Freud e del trattato di Morton Prince: La dissociazione delle personalità (1906), il tema del doppio, della scissione e della differenza fra essere e apparire affascina tanto Hofmannsthal da portarlo però a concepire un’opera che, al contrario, “celebrasse la compiutezza, l’integrità del cuore, la riunione festosa di ciò che, diviso, si perderebbe nell’esilio e nell’oblio”.

Con un andamento circolare, mitico e fiabesco, il romanzo avrebbe dovuto far diventare il viaggio di Andreas il simbolo del faticoso processo di riunione con se stessi che ciascuno di noi dovrebbe raggiungere nel corso della propria esistenza. Per dare un senso alla propria vita, per accrescerci e giungere ad un diverso livello di perfezione, ognuno di noi deve trasformarsi, ma, per farlo, ha bisogno di incontrare l’altro.

In questo caso, Romana.

Nasce da quest’idea, semplice e grandiosamente inattuale in un’epoca già votata alla frammentazione e alla perdita, Andreas o i riuniti, il romanzo in cui, nelle intenzioni dell’autore, tutti i destini, intrecciandosi variamente gli uni agli altri, avrebbero dovuto insieme ruotare (…) descrivendo cerchi sempre più stretti fino a raggiungere il centro, il “luogo geometrico” della ricomposizione e della quiete” (Andrea Landolfi).

Con un linguaggio denso, raffinato e allo stesso tempo quanto moderno (!) Hofmmansthal ci immerge immediatamente nella storia:

“Ma bene” pensò il giovane signore  Andreas von Ferschengelder quel 12 settembre del 1778, quando il barcaiolo, dopo aver deposto la sua valigia sulla scala di pietra, si fu allontanato. “benissimo, mi pianta qui e buonanotte, carrozze a Venezia non ce ne sono, lo so bene, e perché mai un facchino dovrebbe capitare in quest’angolo sperduto dove non c’è un’anima?”

Dunque Andreas è già a Venezia, ma poi un flashback ci svelerà i primi giorni di viaggio del giovane – e la sua colpa più grave. Perché, da Vienna, è passato in Carinzia. E lì ha sostato tre giorni a Castel Finazzer (dove ha conosciuto Romana, la figlia dei padroni di casa, ma anche la sua “metà”, l’anima alla quale dovrà “ri-unirsi”). A castel Finazzer tutto sembra fuori dal tempo e dalle convenzioni sociali, si è nella sfera del mito, dove Romana, ma anche i suoi genitori (tra l’altro figli della stessa madre) nella loro vicinanza alla natura vivono nel mondo con sentimenti semplici, autentici, immediati.

Ma – ed ecco il peccato di Andreas- tutto si spezza col suo arrivo. Perché è stato proprio lui a portare in questa serenità “un indicibile orrore”.

Immaturo, incapace di distinguere l’essere dall’apparire, Andreas si è fidato della persona sbagliata, quel “servitore ribaldo” che è Gotthelf, demoniaco, perverso, ma tuttavia affascinante, a cui il giovane non ha saputo opporre un rifiuto.

“Era di nuovo a Villach (…) dopo  una faticosa giornata di viaggio, e stava andando a coricarsi. In quella, già per le scale, un uomo gli si era proposto come servitore o scudiero. Lui: che non ne aveva bisogno, viaggiava solo, di giorno si occupava lui stesso del cavallo e di notte ci pensava comunque il servo di stalla. Ma quell’altro non molla, sale gradino per gradino con lui all’indietro, sempre standogli di fronte, fino alla porta, e resta di traverso sulla soglia, tanto che Andreas non può chiudere: che non era opportuno che un giovane signore nobile viaggiasse senza servitore, in Italia avrebbe fatto una pessima impressione, su quel punto erano dannatamente puntigliosi”.

Per questo – per il contagio con il male radicale e per poter crescere e purificarsi –   il giovane sente di non poter restare, anche se con Romana succede qualcosa di bello – e di significativo.  

Dalla bocca di lei voleva uscire una parola, dagli occhi le lacrime. Continuava a tormentare la sottile catenina d’argento, quasi volesse con quella strozzarsi (…) alla fine la catenina si ruppe, un pezzo scivolò nello scollo della camicia, l’altro le restò nella mano. Lo premette dall’alto sul dorso della mano di Andreas, la sua bocca tremò come se dovesse gridare e non potesse, si appoggiò contro di lui (…) la sua bocca, che era umida e tremante, baciò quella di lui – poi corse via”.

Così, come le due metà della catenina spezzata, Andreas e Romana si dividono.

“Senza sapere come, Andreas si ritrovò sul carro, i cavalli iniziarono a tirare. “Dovrà trascorrere del tempo”, pensava. “non posso restare qui, ma posso ritornare, e presto, e sarò il medesimo, e sarò un altro”. Sentì la catenina tra le dita, ebbe la certezza che era tutto vero, che non era un sogno”.

Così il cammino iniziatico di Andreas comincia – il suo viaggio prosegue verso una desiderata trasformazione, una crescita umana e spirituale. Mentre noi possiamo mutare immergendoci nelle pagine di questo capolavoro del primo novecento – e saremo gli stessi, e saremo diversi.

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Andreas o i riuniti, di Hugo von Hofmannsthal, traduzione e cura di Andrea Landolfi, Del Vecchio Editore, pp.300, €17,00

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