Intervista a Silvia Pareschi, traduttrice di “I ragazzi della Nickel” di Colson Whitehead (Mondadori)

Terzo appuntamento della rubrica dedicata ai traduttori, entrando nel vivo e dal di dentro di un singolo libro, più che nell’attività di traduzione in generale. Questa a Silvia Pareschi, che ha tradotto il nuovo romanzo dello scrittore statunitense, vincitore del Pulitzer 2020, si pone in diretta e stretta connessione con la precedente a Martina Testa, che è stata interpellata per “La ferrovia sotterranea”, primo premio Pulitzer per lo scrittore nel 2017.

Due libri molto diversi tra loro, nonostante la tematica comune; due traduttrici di matura e composta consapevolezza e straordinaria professionalità; un solo grande scrittore. Ringrazio entrambe per avermi concesso di accedere nel loro studio.

Come si continua? Ancora alla grande: Del Zoppo, Fusini e Sgammini per Deborah Willis; Francesca Conte per Sahar Mustafah e Gaja Cenciarelli per Margaret Atwood. Cosa cercate di più?

Silvia Pareschi Colson Whitehead

Silvia Pareschi e Colson Whitehead: un amore a prima vista (ops lettura) o una relazione difficile?

RISPOSTA: Sicuramente non una relazione difficile, no. Ma nemmeno un amore a prima vista. Cioè, la storia sicuramente mi interessava fin dal principio, ma non mi innamoro mai a prima vista di un autore. Il rapporto che costruisco con il testo cresce man mano che procedo nella traduzione, che entro nello stile dell’autore, che mi lascio trasportare dentro la storia in un modo che noi traduttori possiamo considerare esclusivo, visto che, per citare la famosa frase di Calvino, “tradurre è il vero modo di leggere un testo”. Quindi diciamo che è stato sì amore, ma un amore cresciuto nel tempo, e quindi più solido e fondato di un amore a prima vista.

 

C’è un luogo in cui traduci ogni libro che ti viene affidato, il tuo studio da traduttrice appunto, oppure “I ragazzi della Nickel” ha richiesto una stanza tutta per sé?

RISPOSTA: No, non ho tutta questa abbondanza di stanze! Il mio studio da dove vedo uno spicchio di lago andava benissimo.

 

È più facile o più complesso tradurre un romanzo straordinario come “I ragazzi della Nickel”?

RISPOSTA: I libri più difficili da tradurre sono quelli scritti male, perché in quel caso la traduttrice deve cercare – laddove è possibile – di supplire alle mancanze dell’autore (e dell’editor) e aggiustare le parti traballanti, con lo scoramento che nasce dal dover lavorare su un testo sciatto, non curato. Perciò tradurre un romanzo stilisticamente perfetto come “I ragazzi della Nickel” non è stato affatto difficile.

 

Quali “esercizi” hai dovuto compiere per entrare nel mondo di Elwood? o come traduttrice preferisci mantenere le distanze dal protagonista?

RISPOSTA: Impossibile mantenere le distanze dal protagonista, quando si traduce. Mi è capitato di rifiutare libri anche importanti proprio perché non intendevo convivere per mesi con un protagonista che detestavo. Con un protagonista come Elwood il coinvolgimento è stato profondo e necessariamente doloroso. Nessun “esercizio”, però. Solo l’ovvia curiosità di approfondire la tragica storia degli afroamericani, leggendo testimonianze e riprendendo in mano un autore che amo molto come James Baldwin

 

La cosa peggiore che fosse mai successa a Elwood gli succedeva ogni giorno: si svegliava in quella stanza.

Mi sembra che la citazione si presti bene a dare un piccolo assaggio dello stile pulito e terso di “I ragazzi della Nickel” e del ritmo incalzante e senza orpelli, che colpisce come un manrovescio ben assestato. Nei ringraziamenti scopro che questa è una frase vera che Colson Whitehead ha reso solo molto più potente dal punto di vista dell’essenzialità della scrittura. A questo punto non posso più dimenticarla.
Chapeau anche alla traduttrice, no? Quanto è complicato far suonare in italiano la prosa di “I ragazzi della Nickel”?

RISPOSTA: La potenza dello stile di Whitehead in questo libro sta proprio nella sua nitidezza priva di orpelli. Il compito della traduttrice è, come al solito ma in questo caso anche più del solito, trovare ogni volta la parola perfetta per rendere l’efficacia di uno stile che colpisce dritto e deciso come una freccia. Fra me e questo libro si è creata una sintonia non comune, che ha reso fluido il mio lavoro e che credo abbia giovato anche alla resa finale.

 

C’è una frase, una singola parola, una locuzione o un intero passaggio di “I ragazzi della Nickel” che ti appartiene profondamente? Ci puoi svelare il perché?

RISPOSTA: Il finale, che mi ha fatta piangere ogni volta che lo rileggevo (e quando si traduce si rilegge tante, tante volte). E no, non posso svelarvi il perché. Lo capirete da soli leggendo il libro.

 

La mia impressione di lettrice è che in “I ragazzi della Nickel” la tua traduzione sia perfetta. Io l’ho abitata con grande ammirazione. Ho sofferto come non mai. Anzi ho avuto l’impressione di soffrire più dei personaggi, che sono rasserenati da una scrittura sobria e mai patetica, dai toni calibrati e dal passo spedito.

Di chi è la colpa di questo dolore così fisico che ho avvertito come non mai: di Colson Whitehead o di Silvia Pareschi?

RISPOSTA: Ti ringrazio! Se il libro è riuscito a colpirti così in profondità spero che il merito sia da attribuire a una collaborazione ben riuscita fra autore e traduttrice. Per questo sono d’accordo con chi considera il traduttore per certi versi un co-autore, che condivide con l’autore la responsabilità della buona o della cattiva riuscita di un libro nella lingua di arrivo.

 

C’è qualcosa che inevitabilmente i lettori italiani si sono persi rispetto all’originale o invece per Colson Whitehead in “I ragazzi della Nickel” vale più il “traducere” che non il “tradire”?

RISPOSTA: Premesso che sono sempre un po’ infastidita dal presunto binomio traduttore-traditore, che banalizza un discorso complicato come quello sulla fedeltà nella traduzione, direi che in questo caso le caratteristiche stilistiche di cui parlavamo prima rendono il romanzo di Whitehead piuttosto agevole da rendere in italiano senza gravi “perdite”.

 

Avevi già letto Colson Whitehead o l’hai scoperto con “I ragazzi della Nickel”? ed eventualmente di cosa non ti eri accorta rispetto al suo modo di scrivere prima di tradurlo?

RISPOSTA: Ne avevo letti alcuni (L’intuizionista, Sag Harbor, La ferrovia sotterranea), e la cosa che più mi colpisce è l’eclettismo di questo autore, sia dal punto di vista stilistico che da quello narrativo. La costante della sua narrativa, al fondo di tutte le sue storie, è comunque sempre la questione razziale.

 

Vuoi concludere con un’avvertenza o un avvertimento per i lettori italiani che hanno letto o si accingono a leggere “I ragazzi della Nickel”?

RISPOSTA: Leggetelo alla luce degli avvenimenti americani di queste ultime settimane, e magari prendetelo come punto di partenza per approfondire la storia degli afroamericani, fatta di dolore ma anche di fiere ribellioni. Tra gli autori contemporanei, se non lo avete ancora letto, vi consiglio Ta-Nehisi Coates, che in Tra me e il mondo ha saputo raccontare benissimo cosa significa essere nero negli Stati Uniti. Ma non dimentichiamo che il razzismo esiste anche in Italia, e che esiste tutta una letteratura migrante in lingua italiana che vale la pena di esplorare, da Pap Khouma con il suo Io, venditore di elefanti firmato con Oreste Pivetta nel 1990, alle storie di quotidiana discriminazione raccontate con umorismo da Kossi Komla-Ebri in Imbarazzismi, agli articoli e ai romanzi di Igiaba Scego, a due autrici interessanti come Espérance Hakuzwimana Ripanti e Cristina Ubah Ali Farah, per citarne solo alcuni.

 

Colson Withehead: (New York, 1969), oltre alla Ferrovia sotterranea e John Henry Festival, è autore di altri libri, fra opere di narrativa e saggistica. In Italia sono usciti L’intuizionistaIl colosso di New York e Sag Harbor per Mondadori, Zona Uno e La nobile arte del bluff per Einaudi. La ferrovia sotterranea (Sur, 2016) è stato un successo internazionale che gli è valso il Pulitzer e il National Book Award. Nel 2019 pubblica I ragazzi della Nickel (Mondadori, 2019) con cui vince il secondo premio Pulitzer nel 2020.

Silvia Pareschi: è una delle più note e apprezzate traduttrici dall’inglese. Fra i tanti autori da lei tradotti ci sono Jonathan Franzen, Don DeLillo, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Jamaica Kincaid, Junot Díaz. Vive tra San Francisco e il lago Maggiore, dove è nata. Quando è a San Francisco, oltre a tradurre, insegna l’italiano agli americani e racconta le sue esperienze nel blog Nine hours of separation.

Ha scritto anche il romanzo “I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani” (Giunti)

Nello studio di… Silvia Pareschi, traduttrice di “I ragazzi della Nickel”

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