Foto di Francesca Ottobre, blogger di Gli Amabili Libri, su cui trovate un'interessante lettura del romanzo di De Silva. Clicca sulla foto per accedere.
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A p. 176 di “I valori che contano (avrei preferito non scoprirli)”, il nuovo romanzo di Diego De Silva che riporta in libreria per Einaudi l’avvocato d’insuccesso più amato dagli Italiani, Vincenzo Malinconico, scopro il segreto con il quale entrambi, personaggio e autore, hanno fatto breccia nel mio cuore di lettrice.

In pratica non c’è niente, ve lo giuro, niente di cui non riesca a ridere.

A pronunciare questa battuta non è Malinconico, e in questo dettaglio il talento di Diego De Silva si esplica in pieno, ma l’infermiere Brucio, dopo aver raccontato la genesi del soprannome: i due maldestri e inconsapevoli tentativi da piccolo di appiccare un incendio in casa, raccontato in seguito dai genitori a mo’ di barzelletta. E se il fascino di Malinconico si svela al lettore in modo indiretto con fine eleganza, la bravura dell’autore è manifesta nella riflessione seguente, che crea una sovrapposizione tra personaggio e lettore in un gioco di specchi e di riverberi che solo il vero scrittore sa rendere con tale naturalezza e un semplice passaggio pronominale dal noi finzionale al tu iconico:

Questa ci ha lasciati in silenzio. Come tutte quelle frasi che ti piacciono perché ti fanno pensare che dovresti essere così anche tu.

Ma non basta, perché De Silva, dopo aver sollevato il sipario, è pronto a tornare al gioco di finzione e a riportarci tra le pagine del romanzo:

Poi Veronica è venuta a sedersi sul letto, mi ha preso la mano e mi ha detto che anche se da piccolo non avevo dato fuoco alla casa di famiglia, secondo lei anch’io ero un po’ così.

– Così come, – le ho chiesto.

– Hai capito.

Sì, ho capito anch’io, e anch’io in quel preciso momento osservo Malinconico in un letto d’ospedale con lo stesso sguardo innamorato della donna che gli si è seduta accanto. E ho un groppo, come se fossi proprio lì. Non sarà l’unica volta che accade nel romanzo, e ogni volta mi sono riempita di gratitudine per Diego De Silva che riusciva in modo così naturale e spontaneo, eppure così lucido e consapevole, a “sfruculiare” certe corde e a tirarle fino allo spasimo.

Da metà romanzo, dunque, posso proseguire a ridere tra le lacrime con la consapevolezza che Malinconico è come vorrei essere, soprattutto in una situazione come la sua. Non solo di essere pronta a nascondere in casa una ragazza in mutande appena fuggita da una retata nel bordello del mio stesso palazzo, come omaggio a De André (no, questa non ve la spiego, perché Malinconico lo sa fare meglio di quanto potrei fare io). Ma anche e soprattutto di essere in grado che

a naufragar dove non è per nulla dolce, impari un po’ di cose.

Come studiare la mappa psichica degli avvallamenti dell’intonaco, quando si è costretti a stare per sei ore supino, supino, come ha anticipato a Malinconico il compagno di stanza Aurelio, uno dei tanti personaggi secondari che danno al romanzo il battito della vita vera: neppure questa forma di meditazione sugli intonaci vi spiego, perché mai vi priverei del piacere di leggerla direttamente dai pensieri di Malinconico e con il ritmo formidabile della prosa di Diego De Silva.

Ma c’è un altro segreto di Malinconico che viene svelato nel romanzo, e che mi è servito per dare significato al grande amore per lui:

il senso di colpa dell’intellettuale prestato all’avvocatura.

Perché dell’avvocato Malinconico mi piace proprio il fatto che:

stai sempre a farla lunga su tutto, leggi, giri intorno alle cose, ti perdi in ogni bicchiere d’acqua che trovi, e se non lo trovi ne riempi uno apposta.

E di Diego De Silva? Per me in “I valori che contano (avrei preferito non scoprirli)” è in stato di grazia, in una commistura perfetta di diversi, imprescindibili elementi che tiene insieme senza sbavature né cedimenti. Il protagonista seriale non scade nello stereotipo né nell’ammiccamento di essere riconosciuto dai suoi lettori, ma si mostra per quello che è con tutti i limiti e le ammaccature che il presente della narrazione gli impone, senza perdere i suoi connotati essenziali, la capacità innata di far ridere e la disinvoltura di riuscire ad affermare frasi che lavorano come un tarlo, e che sollecitano il lettore a scoprire parti di sé segrete e recondite. L’equilibrio fecondo e fervido delle due dimensioni narrative: quella avvocatesca, rocambolesca, sagace e piena di spunti attuali che mescolano insieme con acume la sfera del pubblico e del privato; e quella personale dell’avvocato, in cui il tragico e il comico si misurano su una linea sottilissima, sempre tesa e battente, in cui il lettore si riconosce riconoscente. Su tutto, dea tutelare, la scrittura: nitida profonda dirompente, mai slabbrata, mai mistificante; dissacrante senza essere crudele né patetica. Vera, pulsante, brillante, arguta. Aforistica, ma con senso e sentimento.

Senza punti interrogativi (se non come è ovvio nei dialoghi). La forza di una prosa meditativa e riflessiva come quella di Malinconico, che ottiene immediatezza senza punti interrogativi, per me è una magia e un incanto che pochi sono riusciti ad ottenere. Diego De Silva c’è riuscito: chapeau!

“I valori che contano (avrei preferito non scoprirli)” è uno di quei libri che mi rendono grata alla letteratura e a chi la sa praticare, e più ricca, non di verità, ma di esperienze di vita vissuta.

I valori che contano (avrei preferito non scoprirli)
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