foto regalata dalle libraie di Bookstorie, libreria indipendente a Roma, in via Valsassina 15/17
foto regalata dalle libraie di Bookstorie, libreria indipendente a Roma, in via Valsassina 15/17

“Noi diversi” è il romanzo con cui in Italia conosciamo, finalmente visto l’entusiasmo che la lettura mi ha regalato, Veselin Marković, scrittore di origini serbe, grazie a una delle case editrici più attente e raffinate nella scelta degli autori balcanici: Voland. Né poteva essere diversamente visto che Daniela Di Sora, allieva di Ripellino, slavista  e traduttrice, è l’editore della casa editrice.

Come ogni Chiacchierando anche per questo c’è uno sfondo ideale, che non poteva essere che il lago su cui è ambientata parte della vicenda:

Tra noi e il lago si frappone una spiaggia rocciosa affollata di bagnanti, le cui ombre allungate attraversano la strada. Nessuno fa caso alla macchina. Un isolotto deserto, che avrei voluto visitare da tempo, sorge in mezzo al lago. È molto piccolo, e le conifere vi prosperano dense, per cui la riva non si vede; gli alberi sono inclinati verso l’acqua, come se dovessero cascarci dentro alla minima spinta, così ho l’impressione che spuntino direttamente dal fondale. Sopra gli alberi tramonta il sole, e l’isolotto si congiunge alla riva con una sottile striscia di luce dorata, che divide il bacino in due superfici vitree. Quella striscia brilla, ed è persino accecante; i bordi si frantumano mescolandosi con il lago, e innumerevoli puntini d’oro cominciano a lampeggiare sull’acqua – si spengono su un’onda, per riaccendersi subito dopo su un’altra.

Lago ghiacciatoChi ha già letto il romanzo di Veselin Marković e chi lo leggerà dopo questa chiacchierata con lo scrittore, avvenuta grazie alla disponibilità della referente dell’ufficio stampa di Voland, Chiara Manta, che ha tradotto le mie domande e le successive risposte dello scrittore, si renderanno conto di quale importanza il lago e le descrizioni cariche di un senso di sospensione e attesa, misteriosa e funesta, rivestono nel romanzo.

Non potevo che immaginare lì, e invitarvi sulle sponde ghiacchiate del lago, per incontrare idealmente Veselin Marković  e cominciare con lui a chiacchierare di “Noi diversi”.

“Noi diversi” è un romanzo che apre per noi italiani gli orizzonti nei quali, o forse meglio oltre i quali immaginare la Serbia. Non più la terribile guerra dei Balcani, ma un volto fortemente introspettivo e universale. La Serbia scompare nel romanzo per cedere la voce ai suoi protagonisti, Vladimir e Valentina, e a un mondo inondato di luce, suoni e segni? O invece è disegnata indelebilmente sullo sfondo?

Veselin MarkovićRISPOSTA: Tendo a separare la mia vita sociale da quella artistica. Non vivo in una “torre d’avorio” e ho sempre portato avanti con convinzione le mie idee politiche, per esempio manifestando attivamente contro la guerra. D’altro canto però, i miei romanzi e racconti non sono legati a un paese specifico o a eventi di natura sociale o storica. Scrivo di ricordi e ricerca del passato, relazioni familiari, morte, solitudine, delle svolte della vita… I miei eroi vivono problemi che tutti possono avere, in qualsiasi parte del mondo. Per questo penso che connotare geograficamente l’ambientazione di un libro possa distrarre dall’universalità degli argomenti trattati. La mia intenzione è di partire da destini individuali per poi estenderli a un livello generale. Questo perlomeno è quello che cerco di fare, ma il verdetto spetta ai lettori.

 

Due storie parallele che inesorabilmente si incontrano in uno studio dell’università di matematica della città. L’incontro è suscitato da uno strano annuncio apparso sul giornale locale: raccontare a un giovane matematico per la tesi di dottorato un evento miracoloso di cui si è stati testimoni. Chi sono i protagonisti del romanzo e cosa li accomuna tanto da rendere inevitabile l’intreccio delle loro vite?

RISPOSTA: Qualcosa di tragico è successo ai protagonisti di “Noi diversi”, qualcosa di molto improbabile ma comunque possibile. Non sono stati loro la causa della propria tragedia, ma sono costretti a viverne le conseguenze. Lui è rimasto coinvolto in un incidente, lei è nata con una rarissima malattia genetica. Sono diversi da chiunque altro, isolati e soli. Intraprendono una lunga ricerca per dare risposte alle domande che li affliggono. Troveranno molta inquietudine lungo il cammino, ma la cosa più importante sarà che questa ricerca li cambierà. Li renderà capaci di influenzare il proprio destino, almeno in parte. E dunque, dal caso e dalla necessità raggiungeranno il libero arbitrio.

 

Leggo dalla quarta di copertina che lei è uno studioso di Nabokov e Proust. A me sembra che i suoi personaggi abbiamo la statura e la levatura, anzi meglio la profondità delle figure di Dostoevskij, in particolare nello sviluppo dell’indagine su un terribile caso di violenza domestica che si interseca con il flusso narrativo della storia di Valentina. Una finissima introspezione che tesse le storie dei personaggi  e guida le loro scelte. In quale immaginario letterario si collocano le sue figure?

RISPOSTA: Ho scritto la mia tesi di master su Proust, e quella di dottorato su Nabokov. Studiandoli ho imparato moltissimo sulla scrittura. Mi ha sbalordito il modo in cui Proust costruisce l’atmosfera e come segua e modifichi i suoi personaggi lungo un esteso lasso di tempo; Nabokov mi ha attratto soprattutto per le sue risoluzioni narrative e il suo stile. E leggendo gli antichi tragediografi greci e altri drammaturghi mi è venuta in mente la struttura narrativa di “Noi diversi”. Nella mia testa, questo romanzo è diviso in atti. Sarà banale ma è anche inevitabile da dire: leggere libri di qualità è importante per l’evoluzione di uno scrittore. Allo stesso tempo, tuttavia, deve stare attento a non imitare nessuno e a non diventare un epigono, cercando di sviluppare il suo personale immaginario letterario.

 

Un lago ghiacciato che si rompe tragicamente in un unico punto, infinitesimale, e una luce blu che serve a ridurre la bilirubina di una bimba nata senza un gene. Una ogni due milioni. C’è un filo che li tiene insieme? O sono i numeri che possono aiutare a decifrare la realtà e le coincidenze che segnano la vita di ciascuno?

RISPOSTA: Sebbene siano molto diversi fra loro, i due protagonisti appartengono a una categoria di persone a cui succedono cose estremamente improbabili. Quando ci sono milioni di persone a cui succedono miliardi di cose, allora da qualche parte deve esserci qualcuno a cui capitano tragedie con una bassissima probabilità di avverarsi. E capitano ai protagonisti. Una delle conseguenze dei loro incidenti è che altri si salvano. Milioni di persone possono condurre vite normali perché loro due vengono “sacrificati ai numeri”, come dice il protagonista. Al contempo, nessuno ha chiesto loro se fossero d’accordo.

 

La narrazione in prima persona spinge il lettore ogni volta a cambiare pelle: prima quella di lui, poi quella giallognola di lei. Che cosa voleva suggerire con l’uso della prima persona che si sdoppia tra Vladimir e Valentina?

RISPOSTA: La scelta della narrazione in prima persona si è logicamente imposta in questo romanzo. Di conseguenza, il lettore è calato da subito nella coscienza dei due eroi. Inoltre, il fatto che siano in qualche modo narratori inaffidabili esce allo scoperto, pertanto il lettore attento può rendersi conto dei loro punti ciechi prima dei protagonisti stessi. La costante oscillazione fra due punti di vista consente prospettive diverse. Unite, queste due visioni restituiscono il quadro generale, che nessuno dei due eroi, preso singolarmente, conosce nella sua totalità. I due protagonisti si incontrano solo tre volte in 400 pagine. Una volta l’incontro è descritto dal punto di vista di lui, un’altra da quello di lei, e nell’ultima le prospettive sono intercambiabili.

 

In “Noi diversi” la protagonista lavora negli archivi della polizia e si trova a indagare su un vecchio caso, in cui colpa e innocenza si intrecciano tra loro, con riverberi sul presente dei personaggi che hanno vissuto quella tragica storia. Ma anche il protagonista sta conducendo una sua personale indagine alla scoperta della verità di una tragedia del passato che ha cambiato la sua vita e quella dei suoi familiari. Il romanzo gioca con i generi letterari o vuole superarli?

RISPOSTA: Nei secoli scorsi esisteva la cosiddetta gerarchia di generi, secondo la quale i libri avevano un valore maggiore o minore per il solo fatto di appartenere a un determinato genere. Penso che questo sia snobismo teorico-letterario. Non ci sono generi migliori o peggiori. Stimo un libro valutando se i suoi elementi si incastrano bene nell’insieme estetico, non guardo a che genere appartiene o se l’autore ha unito elementi di generi diversi. Io spesso faccio ricorso a più di un genere. Per esempio, alcune caratteristiche del romanzo giallo in “Noi diversi” rafforzano la struttura dell’opera e aprono la strada ad altre idee letterarie.

 

Il titolo in italiano potrebbe essere considerato un ossimoro: un NOI che sembra inglobare e includere, dal respiro universale; l’aggettivo DIVERSI che suona esclusivo e d’appartenenza. Come si leggono insieme?

RISPOSTA: È un ossimoro anche in serbo. Sono parole isolate, e tuttavia unite da una sventura comune. Finora, in questa intervista, ho parlato dei personaggi, della narrazione, della scrittura, delle tematiche, ma cosa c’è dietro tutto questo? Cosa mi ha spinto a scrivere un romanzo del genere, e non un altro? Sono partito da alcune immagini, come quelle dei due prologhi e qualche altra, e ho cercato di intrecciare attorno a loro le storie. Quando mi è venuto in mente di inserire la teoria della probabilità, ho indicato il modo in cui il mondo viene governato ciecamente dal caso, lasciando però spazio al libero arbitrio.

 

Se dovesse dare delle indicazioni preliminari ai lettori italiani che si accingono a leggere “Noi diversi”?

RISPOSTA: “Noi diversi”è un libro sul caso, che spesso conduce le nostre vite in modi che non potevamo nemmeno sospettare. È un romanzo sulla crescita e sulla maturità, sull’accettazione di sé stessi e delle proprie imperfezioni. Sulla volontà delle persone di accettare chi è diverso a prescindere dal tipo di diversità.

 

Una traduzione splendente quella di Anita Vuco, impreziosita da una postfazione che la presenta ai lettori italiani. Quali rapporti ha avuto con la traduttrice? Ci sono state delle difficoltà o dei problemi testuali e narrativi su cui discutere?

RISPOSTA: Moltissime persone mi hanno detto che la traduzione di Anita è eccellente. Fra l’altro è grazie a questa traduzione che ci siamo conosciuti, quindi ho due motivi per essere soddisfatto. Nel corso del suo lavoro, qualche volta è capitato che condividesse con me i suoi dubbi, e così abbiamo avuto modo di parlare del significato di alcune frasi o scene. Dalle domande che mi ha fatto, sono sicuro che ha afferrato molto bene il senso del romanzo.

 

Rivolgo la stessa domanda ad Anita Vuco, che ringrazio per essere intervenuta in questa chiacchierata: quali rapporti ha avuto con lo scrittore e se ci sono state delle difficoltà o dei problemi testuali e narrativi su cui discutere?

RISPOSTA: Dal canto mio, potrei aggiungere che ci tenevo e ci tengo tuttora tantissimo a questo testo, la cui resa in italiano non è un merito da attribuire solo a me. Per tutto il tempo necessario, Veselin si è dimostrato un autore disponibile al dialogo riguardo un qualsiasi, seppur minimo, dettaglio, tanto che una sottile somiglianza di carattere proprio con il matematico del suo romanzo man mano mi è apparsa più evidente: metodico, distinto, attento, paziente, scrupoloso sono soltanto alcuni degli aggettivi che gli appartengono di diritto. Come tutte le persone appassionate, credo di aver peccato nel voler conservare in traduzione quante più peculiarità slave possibili, spingendomi spesso ai limiti dell’accettabile, ma è proprio qui che subentra il ruolo del revisore che, quasi fosse una voce del proprio subconscio di cui fidarsi, ti dice che devi anche saper rientrare. Su ogni sfumatura di questo tipo, sì, nel corso della revisione ho coinvolto anche l’autore, per capire meglio cosa eventualmente poteva essere, per così dire, sacrificato, e cosa invece non doveva essere toccato affatto. Il lavoro di tutta la redazione è stato semplicemente pazzesco, e sono davvero orgogliosa della loro disponibilità a preservare ad esempio la parola kafana, tanto per dirne una, riportandola così com’è nell’originale. Vi ringrazio dell’attenzione dedicatami.

 

Al protagonista, bambino di dieci anni, un giorno il padre svela il punto cieco. La madre è contrariata: non è una lezione da impartire a un bambino. In definitiva quella lezione è impartita anche a noi lettori e svela la chiave del romanzo? “Noi diversi” è un romanzo sul punto cieco?

RISPOSTA: È un’osservazione molto acuta. Sì, è senz’altro un messaggio ai lettori. Nel corso della loro investigazione i protagonisti impareranno moltissimo su loro stessi. Scopriranno i loro punti ciechi – soprattutto il protagonista maschile – quello che era davanti ai loro occhi ma che non riuscivano o non volevano vedere.

Papà si era sbagliato. Ero troppo piccolo, ma non ho dimenticato. Nei giorni successivi cercai di individuare il mio punto cieco, ma allo stesso tempo avevo paura di riuscirci. Mi fermavo davanti alla biblioteca di famiglia. I libri occupavano l’intero campo visivo, e io mi chiedevo quali vedessi sul serio, e quali invece fossero un prodotto della mia mente. Una notte, quando la casa si fece calma e silenziosa, mi misi la giacca e uscii nel portico per osservare le luci della città in riva al lago; alcune case all’improvviso scomparivano nel buio, perciò non sapevo se ero io a non vederle più, oppure avessero spento la luce.

Chiacchierando con… Veselin Marković
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