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A me piace chiacchierare camminando, se deve essere un posto a Milano direi al parco Sempione, se fuori allora un qualsiasi sentiero lungo un fiume, scegli tu.

Non in montagna perché non parlo salendo, mi manca il fiato!

Anche io amo parlare camminando: sono due azioni che mi alleggeriscono il pensiero e mi fanno stare allegra, se combinate insieme. Non essendo allenata non potrei seguire Sara Loffredi in montagna, ma di sicuro una passeggiata attraverso il parco Sempione riuscirei a farla in scioltezza e con grande piacere. Tra l’altro amo Milano sarebbe la città dove, se potessi, andrei a vivere.

Fronte di scavoSara Loffredi con “Fronte di scavo”, il nuovo romanzo pubblicato con Einaudi, mi ha colpita per il nitore e la trasparenza della scrittura. Del suo libro chiacchiereremo camminando: venite con noi?

“Fronte di scavo” racconta con cristallina pienezza  e passionalità una storia vera, entusiasmante: lo scavo della Regina Bianca, il Monte Bianco. Un progetto epico ed epocale: nel ’46 sulla Gazzetta d’Italia il giudizio sull’impresa era che qui si vuotava il mare con un cucchiaio, come afferma un avventore nel romanzo.

 

In fondo non mi sembrava un paragone poi così azzardata: sapevamo bene quanto fosse costato mettere in piedi un lavoro sovrumano e dal finale incerto. Alaria e Lora Totino erano uomini con una visione nello sguardo e un mestiere nelle mani, che avevano immaginato la strada quando ancora la Regina sembrava inscalfibile. Avevano iniziato senza alcuna certezza di riuscita, scommettendo tutto su un unico progetto, gli occhi puntati, il mondo ansioso di vederli cadere. I fallimenti degli altri ci fanno sentire migliori.

Che impresa fu quella che fa da perno narrativo in “Fronte di scavo”? e come è arrivata sotto gli occhi di Sara Loffredi? Quali sono i tuoi rapporti con Alaria e Lora Totino?

Sara LoffrediRISPOSTA: L’impresa del Monte Bianco era visionaria per l’epoca. Si trattava di scavare il tunnel stradale più lungo sotto la montagna più alta: al netto dei contenuti tecnici, c’era una parte simbolica molto forte. Questa idea esisteva nella mente di Dino Lora Totino fin da prima della guerra; ho studiato molto i suoi progetti, i suoi appunti che denotano coraggio e capacità di concretizzare una visione. Lui, “padre” anche delle funivie del Bianco, ha iniziato a scavare da solo, senza permessi, in una parete di roccia che era anche confine di Stato, a un passo dalla fine della seconda guerra mondiale. E ha portato con sé Pietro Alaria, l’amico stimato, il geometra che l’ha seguito in questa “meravigliosa cosa da pazzi” e che è salito a piedi sulle cime più alte del massiccio per trovare la direzione di scavo, senza satelliti o computer ma con i suoi occhi, le sue gambe e il teodolite sulle spalle. Loro sono stati due personaggi che mi hanno fatto innamorare di questa storia; storia che avevo sotto gli occhi da sempre, perché sono cresciuta in Valle d’Aosta e mio padre stesso aveva lavorato al tunnel negli anni 70, come cambiavalute. Ma la grande opera di ingegno umano non era l’unica cosa a interessarmi: mi incuriosiva anche il punto di vista della montagna – della mia montagna – a quel tipo di evento, che aveva interrotto un sonno millenario. Quel posto per me è magico, l’ho conosciuto con gli occhi di bambina e, anche se poi la mia famiglia si è trasferita altrove, ci sono tornata tutte le estati e per me è sempre stata “casa”. Quando cammini nel silenzio, senti qualcosa intorno a te respirare; la montagna ha un’energia fortissima che pervade tutto e mi sono chiesta se quegli uomini che scavavano nel suo ventre l’avessero avvertita, in qualche modo, se avessero percepito di trovarsi in un luogo particolare, o se la loro volontà razionale li avesse resi ciechi e sordi a ciò che si muoveva intorno a loro. Ecco, di certo questo è il libro di uno scavo ma è anche il libro di una voce che riesce ad arrivare anche a chi all’inizio guardava dritto davanti a sé e non voleva fermarsi ad ascoltare.

 

Lo scavo del romanzo non è solo quello nelle viscere del Monte Bianco, ma anche nel tuo protagonista. 

Un giovane ingegnere che “sente la voce”, non le voci. Sente la voce della montagna, che brontola e rimprovera, forse di non essere capace di ascoltare se stesso. La sua vita già ferita drammaticamente da una donna, tornerà ad essere travolta da una “regina”, una donna schiva e determinata, che sembra nascondere un segreto, alla base della sua fuga in un luogo così remoto e solitario.

Ci sai o puoi svelare cosa voglia dirgli la montagna e da cosa lo stia mettendo in guardia?

Sara LoffrediRISPOSTA: La montagna lo sta mettendo in guardia sulla sua rigidità, sul perdurare di un guscio protettivo che lo protegge ma lo ingabbia. Ettore si sente in colpa per ciò che è accaduto nella sua prima adolescenza, è come se quel momento si fosse cristallizzato dentro di lui e gli impedisse di ‘sentire’ davvero, di connettersi alla sua parte più profonda. In quel buio di sé, laggiù, Ettore conserva anche il ricordo della voce del fratello, che dopo la morte del padre è scivolato su un crinale pericoloso, verso la depressione e il disagio mentale. Ettore è distante anche nei suoi riguardi; d’altronde vive evitando costantemente ciò che lo fa stare male: quando viene portato controvoglia a farsi curare da Samiel, un ‘rebeilleur’ valdostano, dopo l’incidente alla caviglia, riflette su come sia di solito abituato a ‘tenersi il male, compensando con il resto del corpo l’immobilità di una parte, lasciando indietro i pezzi guasti fino a che non trovano da soli un nuovo, zoppo, equilibrio’. La razionalità e la tenace volontà che mette nel suo lavoro, nel rapportarsi con i progetti ingegneristici, con gli scavi, sono il suo punto fermo, il perno sul quale gira tutta la sua vita e quelle certezze vengono messe in dubbio per la prima volta proprio dalla Regina Bianca, che non doveva avere una voce eppure ce l’ha, che Ettore immaginava essere puro fondale del progetto e invece si trasforma in personaggio fondamentale per la sua involontaria ricerca. Quando Hervè, il capocantiere valdostano, lo porta a camminare ecco che quella montagna gli chiede di trovare il suo passo e lui non ha idea di dove trovarlo: dovrà aprire scatoloni ‘che non ricordava così fradici’ e iniziare a scavare anche dentro il suo passato.

 

A travolgere il presente di Ettore, invece, arriva Nina, o forse più di lei il figlio Arturo. Uno degli episodi che mi sono rimasti più impressi è quello in cui Ettore, sfidando la sicurezza, porta con sé il piccolo Arturo dentro il traforo per pochi metri volendo mantenere la promessa estorta dal bambino. La sua meraviglia e il senso infantile ed esperienziale del terrore, mentre affronta il buio delle viscere della terra, riescono meglio degli incidenti, del rombo della montagna, della frana, a rendere la grandezza e la magnificenza del progetto.

Arturo ha anche la missione di scavare e far affiorare il lato infantile e tenero di Ettore?

Sara LoffrediRISPOSTA: Amo molto la figura di Arturo, che all’inizio non doveva esserci. Nelle prime stesure infatti Nina era sola al cantiere, eppure mi sembrava sempre che mancasse qualcosa, quando provavo a fare avvicinare Ettore alla sua verità grazie a Nina. Le caratteristiche del rapporto tra i due mi erano chiare da subito, sapevo quale strumento volevo fosse lei nei confronti di lui, quali punti avrebbe toccato, quali nevralgie attivato. Ma c’era una tenerezza che, come dici tu, non riuscivo a far affiorare.

Ed è allora che è entrato in scena Arturo, detto Artù: è nato tra le mie dita in maniera naturale, quando ho immaginato una crepa nel guscio di Ettore e qualcuno che ci guardasse dentro. Artù mette Ettore di fronte al bambino che lui stesso è stato, senza vie di fuga, agganciando il suo passato in maniera forte; allo  stesso tempo, per Nina vedere come quell’uomo si comporta con suo figlio è il primo e più importante banco di prova per decidere di fidarsi di lui. Due curiosità: il nome è un omaggio a uno dei miei libri fondamentali, ‘L’isola di Arturo’ della Morante e una delle frasi del bambino, quando chiede ‘ma se gli occhi sono divisi perché io vedo tutto unito?’ è una considerazione che mio figlio Edoardo ha fatto quando aveva qualcosa tipo quattro anni.

 

I bambini con il loro stupore e la loro ingenuità riescono sempre a mostrarci il lato più nascosto delle cose.
La frase di Artù che citi mi aveva particolarmente colpita perché in contemporanea con “Fronte di scavo” ho letto “Noi diversi” di un brillante scrittore serbo, Veselin Markovic. In una scena il padre, sotto lo sguardo disorientato e contrariato della madre, impartisce al figlio di dieci anni una lezione sul punto cieco. Due scene contrapposte che si sono intrecciate e amplificate nella mia mente.
La montagna è protagonista nelle tue pagine. Le vicende e le esistenze dei tuoi personaggi non si potrebbero immaginare simili in un altro contesto. Anche l’amicizia tra Ettore ed Hervé non avrebbe potuto avere gli stretti legami, immediati e intimi, se non avesse avuto i sentieri montani come paesaggio e specchio.
Eppure la vicenda del traforo è così singolare e unica nel suo genere, che stento a mettere il romanzo nella tradizione del genere legato alla montagna. Come se tu le facessi parlare una lingua nuova e insolita. Forse perché di solito le vicende in montagna sono legate alla solitudine e all’eroismo di un singolo. In “Fronte di scavo” tu invece fai parlare una comunità che non è una comunità etnica, altro elemento abituale delle storie legate alla montagna, ma una comunità di intenti. Un gruppo di persone, con ruoli e storie diverse, differenti funzioni e ambizioni, uniti in un grande progetto, di cui si sentono tutti parte nella fatica, nella sventura e infine nella gioia.
La letteratura e la montagna come si incontrano nella tua scrittura?

Sara LoffrediRISPOSTA: Una lezione sul punto cieco! Mi incuriosisci molto…

Hai perfettamente ragione, “Fronte di scavo” non è propriamente un romanzo di montagna. O meglio, lo è se si considera la montagna non uno sfondo ma un personaggio al pari degli altri. Io amo quei luoghi, li amo profondamente fin da bambina e la mia memoria dell’infanzia risiede lassù. Per me casa è partire al mattino presto, con l’aria che è ancora fredda sulle gambe, e iniziare lentamente a muovere i passi verso il bosco, annusandone il profumo con la stessa avidità con cui si annusa il collo del proprio bambino addormentato, ritrovando lì la propria carne, la propria storia. Mi manca quel luogo, mi è sempre mancato da quando sono andata via, e tornarci d’estate mi permetteva solo in parte di lenire la nostalgia. Così ho scritto della mia montagna, come si scrive a un amore del passato, e questo libro parla di Lei, la Regina bianca che non è fondale ma creatura vivente e ha una sua voce, una voce che Ettore arriva a sentire anche se non vuole. Quello che volevo fare, che mi premeva profondamente, era riuscire a sentire il suo grido, ascoltarlo e farne parte senza perdere dagli occhi la visione del sogno di quegli uomini. Non volevo che fosse una guerra, uno scontrarsi di due fazioni: volevo fosse un dialogo a due voci e spero di esserci riuscita.

 

Ci sei riuscita perfettamente. Lo scavo nella montagna non è mai violento da parte degli uomini, ma sei sai raccontarlo come uno scavo profondo nell’intimità. 

Inoltre “Fronte di scavo” è anche il racconto, fortemente introspettivo, di un amore del passato. Un amore giovanile, che tu hai saputo tracciare con grande felicità e il senso di tragico spaesamento che si mescola sempre in quegli anni all’ebbrezza della scoperta e molto spesso, come per Ettore, in una cocente drammatica delusione. Di più non svelerei, per quei lettori che ci stanno leggendo e che spero con questa nostra chiacchierata, che è giunta alla battuta finale, si accingeranno a leggere il romanzo.

La nostalgia è un sentimento che trapela dalle pagine, e gli dona una tinta intima, attraente e ammaliante. Come è stimolante il modo in cui risolvi la diatriba tra francesi e italiani per gli ultimi metri dello scavo, che dovrebbero ricongiungere le due parti. Gli idiomi che si mescolano ma che in realtà sono molto simili: come a sottolineare che la montagna non ha mai distinto, e dopo il traforo unisce e ricongiunge.

Quali sono i sentimenti predominanti in “Fronte di scavo”: che storia volevi raccontare? D’amore, d’amicizia, di intraprendenza?

Sara LoffrediRISPOSTA: Se devo dare una definizione di “Fronte di scavo” direi che è la storia di una svolta personale, della crescita di un uomo e del suo punto di vista sulla vita e sul mondo, attuata grazie all’azione di uno scavo visionario, alla presenza della montagna e alla prossimità di persone che di quell’energia quieta sono colme: Hervè il capocantiere valdostano, Samiel il guaritore e a suo modo anche Nina e Artù. La loro centratura in sé stessi, il loro equilibrio a dispetto della vita difficile che hanno vissuto, insegna a Ettore come costruire dentro sé un posto fecondo in cui sentirsi a casa. Deve però prima disinfettare le sue ferite, aprire le stanze chiuse a chiave e riappropriarsi di uno spazio interiore che gli permetta di smettere di scappare e iniziare a vivere.

Grazie, Sara, sei stata un’interlocutrice davvero stimolante e sempre ricca.

Grazie a te, Giuditta, per l’opportunità e per la puntualità delle domande, che hanno colto tutti i punti essenziali del libro.

Chiacchierando con… Sara Loffredi
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