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Ci saremmo potute incontrare in un caffè del Quadrilatero.

Torino: non poteva che essere Torino il luogo ideale per incontrare Marta Barone, fresca di candidatura alla rosa dei Dodici del Premio Strega per “Città sommersa” (Bompiani), un romanzo che non può essere considerato un esordio perché Marta Barone è una veterana della scrittura, sia come scrittrice per ragazzi che come traduttrice e consulente editoriale.

Senza indugiare oltre, mi siedo idealmente accanto a lei, ringraziandola smisuratamente per il tempo e l’attenzione che mi ha dedicato in questi funesti tempi di contagio e isolamento per il Coronavirus.

Città sommersa“Città sommersa” è uno scavo, un libro molteplice difficile da definire. Un memoir, una biografia, una narrazione politica e sociale, un’indagine personale e storica.

Il libro ha traiettorie e diramazioni narrative numerose, che non si disperdono mai, ma sono strettamente congiunte a un nodo narrativo, un’immagine di potenza introspettiva deflagrante: il ragazzo corre nella città di pietra.

È questa l’immagine più forte del libro che rimane impigliata e impressa indelebilmente nella memoria del lettore.

“Questa storia ha due inizi”: se la storia raccontata in “Città sommersa” ha due inizi come avverti il lettore nell’incipit, catturandolo da subito, dove inizia “Città sommersa”? Da quale desiderio, o necessità, o obbligo, o altro motivo ispiratore?

Marta BaroneÈ una domanda interessante. Dove comincia il vero libro? Io credo nel momento in cui “cedo”, mi arrendo al fatto che la storia che mi stavano raccontando a pezzi nei miei ritorni a Torino, e il desiderio che a un certo punto definisco rapace che ormai mi possedeva da settimane mentre vagavo per Milano senza smettere di pensarci, mentre cercavo articoli, quel desiderio che non smetteva di crescere nonostante tutte le mie resistenze, il momento, dicevo, in cui mi sono seduta a un tavolo in un giorno di primavera e ho iniziato a scrivere quelli che sarebbero stati i primi timidi accenni del libro ancora in germe. Nel momento in cui, con dolore, ho abbandonato la storia precedente che non riuscivo a scrivere e ho capito che quel ragazzo che correva mi interessava di più, lo volevo di più. Non a caso, forse, come avrai letto nel romanzo, la prima pagina che ho scritto è stata proprio quella: il ragazzo che corre nella città silenziosa, nella notte di Natale, in pigiama, a piedi scalzi, coperto di sangue non suo. Quell’immagine non aveva mai cessato di tormentarmi: ed è stata il detonatore per tutto il resto.

 

“La città sommersa” è un libro generoso, in cui regali ai lettori qualcosa di tuo, di prezioso, che non è solo la storia di quel ragazzo, poi uomo, militante, e infine padre, che tanto ti appartiene; ma anche il percorso e i labirinti che hai attraversato per raggiungerlo, riconoscerlo e forse infine riconoscerti in lui, o almeno riconoscere in lui un pezzo di te e della tua storia più intima. Ma ancora regali ai lettori uno spaccato di storia italiana sommerso: quello di una sinistra extraparlamentare, minoritaria nei numeri, che si organizza e poi non resiste alla temperie dei tempi e all’altezza della sfida politica e propositiva.
Che libro hai scritto? Che libro è “Città sommersa”?

RISPOSTA: Io penso che “Città sommersa” sia un romanzo, in fin dei conti, pur se tratta materiale reale, perché nel movimento che prende finisce per trascendere dalla realtà e dalla cronaca grezza. Come dici tu, c’è L.B., il ragazzo che un giorno sarebbe stato mio padre, e ci sono io: in una certa misura sono due Bildungsroman molto diversi che procedono in parallelo. E questo l’ho deciso dal primo momento in cui ho capito che forma avrebbe preso il libro, anche se le continue nuove testimonianze e il nuovo materiale che scoprivo man mano aprivano nuovi buchi in cui scavare e davano quindi nuove direzioni interne al correre perpetuo di L.B. e al mio osservarlo, al mio obbligarmi a spezzare la “distesa uniforme” che credevo fosse il mio passato e a reimparare a muovermi dentro questi nuovi frammenti, queste nuove verità, questi nuovi silenzi. Ci sono quindi i frammenti di L.B. e i miei; ma c’è anche un’intera architettura polifonica di voci, personali e collettive, un coro che dà forma a un tempo e a una città, a un pezzo di Storia, che sono gli anni settanta e tutti i loro grovigli, i loro dolori, le loro bellezze, la vita politica totalizzante, gli operai, i miseri più miseri che vivevano nelle soffitte in dodici e poi l’occupazione delle case, le amicizie, gli amori e le estati, fino al disfarsi. Ma se è vero che c’è la Storia, non è certo nemmeno un romanzo storico. Penso che “Città sommersa” sia soprattutto una riflessione sul passato, la memoria e la loro ineffabilità, l’impossibilità di ricostruire gli umani nella loro completezza, di immaginarli muoversi in quella che era la loro esistenza, in quello che era il loro corpo e il loro sentire. Forse è solo un romanzo sulla vita e sulla morte: come quasi tutti i romanzi.

 

L.B.: sono le due cifre di cui da un certo momento della  narrazione ti servi per denominare tuo padre, Leonardo Barone. Le riprendi dai documenti e dagli atti del processo, in cui tuo padre fu condannato innocente, in un clima torrido in cui le accuse e le infamie si aggrovigliavano tra loro come sempre accade nei momenti più turbolenti e inquieti della storia di un paese, e l’Italia degli anni Settanta fu un momento fremente e furente. Come forse tutta Europa.

Il passaggio dal nome per esteso alle cifre iniziali mi sembra che demarchino con precisione un passaggio narrativo fondamentale, una presa d’atto dello scarto, del vuoto da colmare tra la figura del padre, intima e famigliare, e il personaggio che sempre più si andava delineando nelle tue pagine e in precedenza nelle tue ricerche. Le cifre mi appaiono come definire e delimitare una distanza, per meglio osservare, tra quel nome per esteso e quelle due lettere, che rendono tangibile l’enigma che ogni uomo porta con sé  e la tua volontà  di svelarlo.

Forse è  troppo meccanicistico di fronte alla complessità  e alla stratificazione del tuo romanzo, ma è  come se il Bildungsroman che riguarda tuo padre fosse segnato da tre passaggi: Leonardo Barone, il padre con tutte le sue manchevolezze; L.B., il ragazzo con il suo enigma da svelare e dunque personaggio romanzesco; infine Leonardo, l’uomo, che il personaggio e il suo percorso rivelano con l’intensità  di una vita vissuta con fervore e passione. 

Chi è L.B. rispetto a Leonardo Barone?

RISPOSTA: In realtà non riprendo le cifre dai documenti processuali, dove viene chiamato semplicemente Barone, o “il” Barone. C’è stato proprio un momento, quando ancora buttavo giù appunti sparsi, in cui mi sono chiesta come avrei potuto chiamare quello che, come sottolinei giustamente, a un certo punto si trasforma in un personaggio staccato dalla figura di mio padre. Leonardo mi sembrava troppo intimo, innaturale: avevo bisogno di qualcosa di più netto. Così ho fatto questa scelta. Le tue osservazioni sono tutte corrette, perché in qualche modo si assiste a un’evoluzione al contrario e ritorno, e a un riconoscimento finale. L.B. è il non conosciuto, la giovinezza, l’inafferrabile; L.B. è il ragazzo desiderato e inseguito, è il bambino nella nebbia del suo paese su una montagna di cui non riuscivo a distinguere il viso; L.B. è esattamente il cuore romanzesco del libro, il suo enigma centrale, che non svela né spiega del tutto Leonardo Barone, l’uomo conosciuto da me, ma ne è in qualche modo l’essenza segreta, rimasta impigliata da qualche parte nel suo corpo e nella sua mente invecchiati. 

 

Poi c’è il secondo inizio della storia.

Il secondo inizio della storia, anche se allora non ne avevo la minima idea, coincide con l’autunno dei miei ventisei anni, quando lasciai la casa e la città dove avevo passato tutta la vita e andai a vivere a Milano.

Milano e Torino: le due città che creano uno spartiacque nella tua vita.
Milano che ti offre la possibilità di prendere le distanze da Torino, la giusta distanza direi visto che Torino rimane vicina e raggiungibile per proseguire la tua ricerca; tornare sui luoghi che sono stati tuoi ma nel non esserlo più diventano anche i suoi, quelli di tuo padre, e attraverso di lui di un’intera generazione.
Così Torino diventa in parte una terra vergine, in cui vedere riflesso e seguire le tracce del ragazzo che L.B. fu ed era.
Anche Torino, attraverso il trasferimento a Milano, subisce un percorso simile a quello che porta Leonardo, tuo padre, a diventare L.B? Perché la storia che tu racconti in “Città sommersa” è anche la storia di una città, la tua città, più ancora che dell’Italia intera? Ma che solo smettendo di essere la tua città diventa lo sfondo ideale per raccontare parte della Storia e non solo e non più la tua storia?

RISPOSTA: Sì, a questo punto la potevo guardare: bisogna allontanarsi dalle cose, prendere distanza, per poterle vedere davvero (e la linea tematica del passaggio dalla cecità all’attenzione è una delle più importanti del libro). Vale anche per il dolore, se è per questo. In effetti, tornando a Torino la ritrovavo, come dici tu, terra vergine; e quando ne ero lontana la potevo ricreare, potevo staccarmi dalle immagini consuete per provare a farne qualcos’altro, per provare a immaginare come fosse all’epoca. La Torino di “Città sommersa” è una città fantastica, anche se tutti i dati storici sono veri. È l’immagine fosca, notturna, pietrosa e giallognola che è venuta fuori dalla ri-creazione. Non so dire quindi se sia uno sfondo per la Storia o se resti comunque legata alla storia che inseguivo. Ma di certo non è la città della mia vita “reale”. 

Innegabilmente “Città sommersa” ha come protagonisti gli anni Settanta, ma si inserisce in quel filone letterario già  di per sé complesso e stratificato con una fisionomia del tutto nuova ed inedita, enfatizzata dal ricorso ad un io narrante che parla dai nostri anni del secondo ventennio del ventunesimo secolo.

 

Grammaticalmente il tempo verbale da te usato è integralmente al passato. Anche in questo caso come una messa a fuoco necessaria, che il presente narrativo avrebbe reso più inaffidabile, più immediata e meno meditata.

Il passato è  il tempo della riflessione e del ricordo? Perché è come se il nodo riflessivo di “Città sommersa” fosse appunto la capacità di ricordare:

Io che avevo sempre creduto non solo di ricordare quasi tutto, ma anche di aver capito – di possedere – quello che ricordavo, all’improvviso mi trovavo smarrita di fronte al ricordo.

Il tempo passato aiuta a sentirsi meno smarrita?

RISPOSTA: C’è stata una discussione interessante qualche tempo fa sull’uso del passato remoto che avrebbe perso di senso (https://www.iltascabile.com/letterature/gatsby-traduzione-passato/). È vero che in traduzione molti libri del passato che sono stati tradotti in italiano hanno usato il passato remoto anche per diari o lettere scritti il giorno stesso, il che non aveva senso. Ma questo è un discorso a parte. Io ho usato il passato remoto perché per me è il tempo della narrazione: avevo provato col passato prossimo ma suonava troppo posticcio (soprattutto con l’abbondanza di trapassati che avrei dovuto usare) e mi sono resa conto che il classico passato remoto era ancora il tempo verbale migliore per il tipo di storia che volevo raccontare, in cui l’io presente non entrava mai (se non per dire: sono nata, o qualcos’altro riferito al presente, ma erano pochissime occasioni). Si tratta quindi di una questione meramente tecnica, non legata a simboli particolari ma solo al suono e alla pagina – e all’insieme complessivo di quelle pagine. 

Chiacchierando con… Marta Barone
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