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Facciamo finta di averla fatta dal vivo? Allora a Macao, aspettando il traghetto per Hong Kong  al tramonto, Graham Greene ci guarda in tralice dall’imbarcadero.

Sì, la tradizione del Chiacchierando vuole che sia l’ospite a indicare un luogo ideale dove si sarebbe potuto svolgere il confronto che vi accingete a leggere. Gennaro Serio avvolge il lettore di questa chiacchierata sin dall’inizio su uno sfondo che riecheggia perfettamente l’atmosfera del suo esordio nella narrativa. Vi rassicuro, nel frattempo, che sono viva e vegeta e dunque a me l’autore non ha riservato lo stesso trattamento che in “Notturno di Gibilterra” investe il povero intervistatore di Vila-Matas.

Notturno di GibilterraGennaro Serio esordisce nella narrativa con un romanzo strabiliante e originalissimo che è un genuflettersi al genere giallo e nello stesso tempo mandarlo a gambe all’aria sovvertendo giocosamente e ironicamente tutte le regole e il ritmo.

Difficile dare una traccia della trama che si ramifica, biforca, prende vie traverse e salite ripide, mescolando persino detective vittime e colpevoli tra di loro in un intrigo surrealista, divertente e letterariamente intrigante.

Prima di conoscere Gennaro Serio scrittore, che ha entusiasmato la giuria del premio Calvino e poi la redazione di L’Orma che lo pubblica, vorrei conoscere Gennaro lettore: cosa leggi? Sei un lettore di gialli: accanito, entusiasta o tiepido?

Gennaro-SerioRISPOSTA: Da lettore ho cominciato con Poirot e Maigret [entusiasta], quando avevo otto anni. Un’amica di famiglia usava portare in vacanza una scorta di libri di Simenon e Christie. Inevitabilmente ne aprii uno, durante un soggiorno in Grecia, alle Sporadi. Da allora per alcuni anni ho letto e collezionato le inchieste dei due detective [accanito]. A dieci anni, anche se non avevo letto tutti i Maigret, conoscevo l’elenco dei titoli a memoria (comprai un “doppione” di Un delitto in Olanda solo per strappare l’elenco dei “volumi già pubblicati” che stava in fondo al libro).
Quando arrivai al liceo nel mio bagaglio c’era al massimo Montalbán e un elenco striminzito di classici (Stevenson, Dickens, Conrad, Kipling, fine).  Una coetanea figlia di letterati – con la quale mi intrattenni a vantarmi delle mie letture –  mi umiliò facendo intendere che bisognava andare un po’ oltre Styles Court. Così fino ai vent’anni ho accantonato i gialli. Dopo ho ripreso i classici del genere, ma sono comunque fermo a un gusto abbastanza antiquato in materia [tiepido]. 

Rileggendo Agatha Christie ne rivedo tanti limiti ma ritrovo una lezione amabile: la mania quasi combinatoria nel cercare sempre una nuova soluzione per fare il libro, anche a costo di bordeggiare l’inverosimile o di truccare il mazzo.

Sulle mie preferenze letterarie: Giorgio Manganelli e J. Rodolfo Wilcock e tutti gli autori preferiti da Manganelli e da Wilcock e tutti gli autori che a loro volta costoro preferirono

 

Non vedo indicato tra i tuoi scrittori, uno dei protagonisti del romanzo: Vila-Matas, a cui con “Notturno di Gibilterra” assegni il Nobel per la letteratura.
Unico personaggio reale tra i tanti letterari che si muovono e si agitano tra le tue pagine, e nello stesso tempo il più evanescente e fantasmagorico.
Come mai hai scelto proprio lui? Forse perché è a sua volta appassionato di Joyce?

RISPOSTA: Enrique Vila-Matas è un grande lettore, leggerlo significa accedere a una biblioteca fluttuante e rigorosa nelle acquisizioni; è per questo che sta al centro della trama del romanzo, una trama di vendetta tra lettori; io stesso sono un appassionato lettore delle sue letture.
EVM è uno degli scrittori contemporanei che ha giocato di più – con risultati spesso esilaranti – sul senso dell’apocalisse che circola segretamente tra i letterati del nostro tempo. E poi ha davvero la faccia di un assassino.

 

Come ci insegna una delle voci narranti del tuo romanzo: il vero scrittore è l’assassino, Nadja, dissi, non è il detective né il salvatore, e la sua opera deve essere distruttiva, non deve piacere ai re.
Su questa idea ruota la forza centrifuga che anima “Notturno di Gibilterra”, uno dei capovolgimenti tra i tanti con cui scardini non solo e non tanto il genere, ma il passo e il ritmo narrativo.
Perché se di solito un romanzo si costruisce intorno a una forza centripeta che riporti tutti gli elementi narrativi ad un’unità, al contrario tu rendi cardine della narrazione una forza centrifuga che si allontana dall’unicità con un moto vorticoso che travolge eventi, personaggi, vicende e temi e tutti li mescola con grande diletto del lettore.
Qual è la forza e il movente che spingono il detective e sua sorella Soledad a mettersi sulle tracce di Vila-Matas e a cercare di svelare un mistero che apparentemente è già risolto, quello dell’uccisione di un giovane giornalista?

RISPOSTA: I protagonisti sono tutti mossi da uno spirito vendicativo. Si trovano però davanti a un problema: l’oggetto della vendetta di ciascuno di loro – enunciato da principio con una certa assertività – sfuma nei contorni fino a diventare incerto. Chi voleva giustiziare sommariamente i Nemici delle Lettere si trova a fronteggiare quelle stesse forze che a sé aveva chiamato, e chi si proclamava fieramente illetterato deve fare i conti con la realtà (ovvero la letteratura sotto mentite spoglie).
Se c’è una “forza centrifuga” nel romanzo, essa si deve forse a un personaggio che resta in qualche modo coperto fino alla fine, del quale si avverte una presenza fuori cornice, un’incombenza proteiforme. Come in quel quadro di Magritte che si intitola appunto Il giocatore segreto.

 

E poi c’è il capitolo centrale. Il culmine del raffinato gioco letterario che scorre lungo tutte le pagine di “Notturno di Gibilterra”: il campionato mondiale dei detective letterari.
Ho fatto un piccolo esperimento in proposito con un gruppo di raffinate lettrici, molte di loro appassionate lettrici di gialli. Per loro la sfida finale si sarebbe consumata tra Poirot e Maigret.
Cosa ne penserebbe Soledad, la lettrice colta, raffinata e smaliziata che dispensa consigli di lettura nel romanzo?
Come non ho svelato loro, così non sveleremo ai lettori come procede il campionato nel romanzo e quale detective sarà incoronato campione mondiale.
Ma svelaci qualche segreto di come hai selezionato i sedici partecipanti e quali regole ti sei dato per tributare la vittoria di volta in volta fino ad arrivare alla sfida a due.

RISPOSTA: Il Mondiale dei detective letterari è un gioco e una celebrazione.

I protagonisti sono calati completamente nel proprio ruolo di risolutori di enigmi, eppure sono perfettamente distolti al proprio compito abituale: sono in uno stadio e si sfidano per sport, lontano dai contesti abituali. Può darsi che i personaggi del romanzo vivano, man mano che la trama si dipana, una situazione comparabile a quella dei detective del Mondiale.

Il tabellone… si è composto da solo, come in ogni gara ci sono conferme e delusioni, sorprese e campioni imbattibili. Non ho deciso a tavolino chi avrebbe vinto. Sono stato chiamato a ratificare l’andamento della competizione. Alcuni si sono dimostrati poco adatti alla formula del torneo, per limiti caratteriali o di altro genere – pur dimostrando grande talento nel risolvere misteri. Altri, come Dupin, si sono addirittura rifiutati di saltare nella pagina e competere (forse perché aveva tutto da perdere e nulla da guadagnare da un confronto con una selezione dei suoi migliori discendenti).

 

Il detective di “Notturno di Gibilterra” (che titolo meraviglioso: complimenti!) non è stanziale. Anche questo elemento mi sembra da una parte un sovvertimento del genere e dall’altro uno sconfinamento nel romanzo di strada e d’avventura, perché il protagonista vive, subisce e perpetra numerose avventure per terra e per mare, tra realtà immaginazione e sogno, tanto che alla fine lo stesso lettore non sa più dove è stato condotto e se ciò che è raccontato sia frutto di finzione o verità oggettiva dei fatti. Di sicuro il lettore impara a non fidarsi di lui. Dovrebbe fidarsi forse di Soledad che è più colta e astuta del fratello?

C’è un disegno che viene fuori collegando tutti i luoghi visitati dal detective sulle tracce di Vila-Matas? E Gibilterra rappresenta un approdo o una partenza?

RISPOSTA: Non sono sicuro che Soledad sia più consapevole del detective – del quale è sorella e assistente – rispetto alle vicende di cui entrambi sono protagonisti.  Di certo però nessuno dei due bara (la famosa accusa rivolta ad Agatha Christie!) nel narrare la propria esperienza, anzi: il romanzo è fatto di due confessioni incrociate. Ad alcune cose che succedono lungo la strada, ovviamente, stentano a credere gli stessi protagonisti: questo attiene, credo, alle responsabilità del “giocatore segreto” che si nominava prima. C’è un dettaglio tuttavia non trascurabile: la voce di Soledad precede quella del fratello, e ne altera forse il contenuto, anche se lei sostiene “in modo non essenziale”.
Il viaggio al quale il detective è costretto nel dare la caccia agli assassini è stato ideato dagli assassini stessi: per toccare alcuni luoghi significativi, forse: per sabotare, per scardinare qualcosa… Chi non si fida del detective si perde il senso dell’approdo incerto a Gibilterra, credo: un approdo non conclusivo, precario, che non può avere nulla di premeditato.

Se mi permetti un’altra, ultima lo giuro, domanda…
Per tornare a Gennaro Serio e al suo esordio nella narrativa, con i miei complimenti sperticati per la (s)compostezza narrativa e stilistica, perché “Notturno di Gibilterra” è uno miscuglio di forme diverse: lettere, racconti, note letterarie, confessioni, referti e interviste.
Quanto è difficile per chi è nato a Napoli scrivere un romanzo che non abbia Napoli come protagonista, né come porto, né come tappa del proprio viaggio?

RISPOSTA: Per quello che ho capito io da lettore inesperto e lacunoso, potrei aver scritto di (o su) Napoli o Parigi o Roma senza mettere gli avvisi pubblicitari in copertina o nel testo, perché a quanto vedo gli scrittori sono dei commutatori, come minimo. Se quello che ho capito vale qualcosa, scrivere la parola Napoli in un testo o sulla copertina è semplicissimo e allo stesso tempo è impossibile – a meno che non intervenga l’ufficio marketing.

Per il resto, il cosiddetto realismo è il segno più spettacolare della fabbricazione e dell’artificiosità della scrittura e della narrativa. Lo spiega molto bene il Marco Polo di Calvino in un passo memorabile delle Città invisibili: 

Nessuno sa meglio di te, saggio Kublai, che non si deve mai confondere la città col discorso che la descrive. (…) Questo forse non sai: che per dire d’ Olivia non potrei tenere altro discorso. Se ci fosse un’ Olivia davvero di bifore e pavoni, di sellai e tessitori di tappeti e canoe e estuari, sarebbe un misero buco nero di mosche, e per descrivertelo dovrei fare ricorso alle metafore della fuliggine, dello stridere di ruote, dei gesti ripetuti, dei sarcasmi. La menzogna non è nel discorso, è nelle cose.

Chiacchierando con… Gennaro Serio
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