di Federica Pergola

Federica

 

 

 

New Grub Street

Foto di Federica Pergola
Foto di Federica Pergola

Che grande regalo la pubblicazione di New Grub Street da parte della Fazi! Chi, come me, non conosceva George Gissing, ha davvero molti motivi per essere riconoscente.

Uno dei maggiori autori dell’ultimo periodo vittoriano, Gissing era nato a Wakefield nel 1857. Di lui (come apprendiamo dalla quarta di copertina) Giuseppe Tomasi di Lampedusa disse: «Scrisse molto, non ho letto tutto, e ho avuto torto».

Con una prosa raffinatissima e incalzante, Gissing ci immerge nella Londra a lui contemporanea e ribattezza Grub Street – la via in cui erano situate le prime stamperie e dove nacque il mestiere di scrittore in senso moderno – New Grub Street, a sottolineare quello che era diventato il mondo letterario del suo tempo. Ce lo presenta molto efficacemente Jasper Milvain, uno dei protagonisti del romanzo, mentre parla alle sorelle del suo amico Edwin Reardon, scrittore di talento, ma dallo scarso successo commerciale.

«Ma provate solo a capire la differenza tra un uomo come Reardon e uno come me. Lui è il tipo di artista all’antica, privo di senso pratico; io sono un letterato del 1882. Lui non fa concessioni, o meglio, non sa farle, non è in grado di rispondere alle esigenze del mercato. Io (…) ho il talento particolare di essere uno scrittore estemporaneo. In vita mia non farò mai nulla che abbia un concreto valore letterario; disprezzerò sempre le persone per le quali scrivo. Ma la mia sarà la strada del successo»

Lui, Milvain, lo spirito pratico dei “tempi moderni”, sa bene come muoversi; sa cosa vuole e cosa va fatto per ottenerlo. Riesce a mantenere il controllo sulla sua vita (e le sue emozioni) e non si nasconde dietro a finti ideali o ipocrisie. Per tutto il romanzo non fa che raccontarsi per quello che è:

«Nella vita farò sicuramente molte cose meschine, solo per ottenere denaro e fama…Non posso permettermi di vivere come vorrei»

Al contrario, Edwin Reardon si ostina a continuare a scrivere opere di un certo valore letterario- e la caduta, lenta ma inesorabile verso la povertà, metterà in crisi tutto il suo mondo.

Perché New Grub Street parla anche di questo. Di ambizioni sociali; dell’orgoglio di poter esibire il proprio marito come un trofeo:

«Era ben consapevole che nessun livello di importanza del marito avrebbe avuto valore per lei senza il piacere di vederlo riflesso negli altri; lei doveva brillare di luce riflessa di fronte a una platea di ammiratori»

di vanità letterarie:

«Prendeva i propri sforzi au grand sérieux; pensava di realizzare un’opera d’arte; perseguiva la propria ambizione con feroce coscienziosità…ma non aveva modo di nascondere a se stesso che la sua vita era stata un fallimento»

dell’ostinazione caparbia verso una fama che si sa, nel profondo, essere fatua ed illusoria…:

«Cos’è la fama? Se è meritata nasce da poche dozzine di persone tra i molti milioni che non avevano riconosciuto prima il merito che finiscono per applaudire. Ecco il destino di un grande genio. Per quanto riguarda la mediocrità, qual è la mia…che ridicola assurdità angosciarsi nella speranza che una mezza dozzina di persone dica che “sono sopra la media!” Dopo tutto, esiste una vanità più sciocca di questa?»

Ed ecco quindi una variegata folla di letterati, scribacchini, giornalisti, copisti, saggisti, risoluti a volersi definire “autori” (e ad essere così definiti dalla società).

Anche a costo della più nera miseria. A costo di dover vendere mobili, libri, cappotti, per pagare l’affitto di appartamenti piccoli e bui in vicoletti dal cattivo odore. A costo di dover risparmiare sul carbone per il fuoco, le candele, il pane. In questo mondo è forse un caso che sia solo una donna – che aiuta suo padre nella stesura dei suoi saggi- ad avere i pensieri più sani?

«Continuava a chiedersi a cosa serviva e che scopo aveva quella vita che era destinata a condurre (…) Quando al mondo c’era già una quantità di buona letteratura maggiore di quella che qualsiasi mortale poteva consumare in tutta la vita, ecco lei che si sfiniva a produrre materiale stampato che nessuno nemmeno fingeva di pensare non fosse qualcosa di diverso da una merce per il mercato moderno. Che indicibile follia!>>

Ancora più assurda follia in questa società del tardo Ottocento, dove la differenza tra quello che possono permettersi di fare i ricchi e quello che i poveri non riescono nemmeno a immaginare è abissale:

«La differenza tra un uomo con i soldi e uno senza è semplicemente questa: il primo pensa: ”come uso la mia vita?”, e l’altro: “come sopravvivo?” (…) Ci passano accanto, ci vedono e noi vediamo loro, ma non appartengono al mondo al quale apparteniamo noi…hanno poteri che se all’improvviso ne fossimo dotati ci sembrerebbero soprannaturali”.

Così Gissing fa suo il messaggio di denuncia di Dickens, sfrondandolo però della comicità e dell’ironia che là vi abbonda.

In questa lotta per la vita, c’è l’amarezza dei “tempi moderni” dickensiani: ha ragione Milvain quando afferma: «Sono uomini come me quelli che hanno successo: quelli coscienziosi e chi ha ideali veramente elevati periscono, oppure continuano a lottare dimenticati” perché gli uomini (e le donne) più positivi, ricchi di sensibilità e delicatezza sono, in questo mondo, destinati a perdere.

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New Grub Street di George Gissing, traduzione di Chiara Vatteroni, Fazi Editore, pp. 574, €20,00

 

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