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Noi due questa chiacchierata l’avremmo fatta vicino alla Casabianca del romanzo che è uno dei miei posti dell’anima, è una grande casa vicinissima al mare.  Ci vado quando sono felice, quando sono un po’ giù o quando sta succedendo qualcosa di bello. Perciò è il posto giusto!

20200308_114546Sì, senza dubbio il posto giusto per incontrare Eleonora Sottili. Ho terminato di leggere “Senti che vento” (Einaudi) e mi sono innamorato delle tre donne protagoniste del romanzo, ma anche dei luoghi e degli spazi interni, come la Casabianca appunto, che la scrittrice toscana sa rendere così vivi e intimi.

“Senti che vento” è un titolo perfetto per il nuovo romanzo di Eleonora Sottili. Già il precedente nel titolo conteneva un riferimento a un elemento atmosferico: “Se tu fossi neve”, che ho recensito QUI

In entrambi i casi, il vento e la neve con la loro leggerezza e persistenza rendono icasticamente la consistenza della scrittura di Eleonora Sottili e il perdurare delle impressioni a lettura ultimata, come qualcosa che si appiccica addosso. 

Somiglia al vento la scrittura del tuo nuovo romanzo? o il titolo fa riferimento solo ad uno degli elementi determinanti, oltre l’acqua e il fango con i loro odori, umori e rumori, dell’atmosfera del romanzo?

foto ELI NAVERISPOSTA: Mi piacerebbe molto che la mia scrittura assomigliasse al vento. Il vento da noi che abitiamo al mare, è quasi sempre qualcosa di forte, che si infila tra le cose, le scompagina, le sparpaglia, le porta lontano, in angoli che non ci saremmo aspettati, e quando scrivo è proprio quello che provo a fare: prendere la quotidianità dei luoghi e dei miei personaggi e vedere cosa accade se un elemento inaspettato capita nella loro vita. Qui gli elementi inaspettati sono quelli naturali, il vento appunto, ma anche il mare in tempesta che spinge alla foce e la pioggia che fa crescere il livello del fiume, sulle sponde del quale abitano Agata, sua madre e la nonna.

Le tre donne restano così isolate in casa, e il tempo e lo spazio intorno a loro cominciano a cambiare. Le ore della giornata diventano lunghe, sospese, vuote, molto simili a quelle che purtroppo stiamo vivendo in questo nostro strano momento. E la loro casa viene completamente circondata dall’acqua, il piano terra si allaga, le stanze somigliano sempre più alla stiva di una nave che sta affondando. Certe alghe iniziano a crescere intorno ai piedi delle sedie, i pomodori di mare si attaccano ai mobili e Agata immagina che un polpo possa avere fatto la tana dietro ai cuscini del divano.

Ma il vento insieme agli altri elementi ha anche un’intensità che trasforma, ha il potere necessario per cambiare la rotta delle tre protagoniste. Senti che vento è una frase che dice la madre di Agata, che in mezzo alla tempesta sperimenta anche una specie di eccitazione, vede una certa bellezza in quello che sta accadendo e forse per prima capisce quanto può portarti lontano da quello che sei il vento. Se ti lasci andare, se lo assecondi, se non resisti e ti fidi. Ecco, credo che sia soprattutto questo il senso della mia storia, a volte bisogna fidarsi di più degli elementi della natura, anche di quelli che ci possono fare paura all’inizio, accogliere la parte più istintiva della nostra vita, proprio come le mie tre donne di fiume accolgono il cucciolo di cinghiale e tutto quello che via via porta loro la burrasca.

 

E mentre il vento si sta sollevando, ad Agata viene recapitato il suo vestito da sposa, che sembra viva di una sua autonomia, animato dal vento.
Perché “Senti che vento” è anche una storia d’amore, o meglio racconta diverse storie d’amore. La particolarità è che nel presente della narrazione gli uomini sono tutti assenti, a rendere da una parte evanescente la relazione che ciascuno di loro ha con le donne protagoniste e dall’altra ossimoricamente più profondo il legame affettivo ed emotivo che li unisce alle stesse.
È come un turbine di vento anche il sentimento d’amore che si agita nelle tue protagoniste? O invece dovremmo paragonarlo al ponte che è crollato sul fiume perché non ha retto la sua piena?

RISPOSTA: Sì, è vero, “Senti che vento” è anche una storia d’amore, o come giustamente dici tu, una storia di amori. Gli uomini che le tre donne hanno amato non ci sono, ma questo non toglie loro importanza, è come se fossero appena oltre il limite dell’inquadratura e la loro influenza è presente, vivissima. Il modo poi in cui le tre donne vivono o hanno vissuto le loro passioni è diverso, perché diverse sono loro tre. Ma c’è qualcosa di più nel racconto a cui tengo molto. Questo qualcosa di più è che ognuna delle tre protagoniste scopre proprio attraverso l’amore di poter abitare diverse versioni di se stessa. A questa possibilità io credo profondamente, penso che ciascuno di noi abbia dentro molte declinazioni diverse di sé. Che poi se ne realizzi una piuttosto che un’altra spesso dipende dalla direzione che prende la nostra vita, dalle persone che incontriamo, e sicuramente dalle passioni che viviamo. Agata nel romanzo si trova ad amare due ragazzi molto diversi tra loro, e ognuno le restituisce un’immagine particolare della sua femminilità. La scoperta di se stessi avviene sempre attraverso il confronto con l’altro e ogni persona che incontriamo, ogni uomo o donna che amiamo, ci può svelare aspetti segreti di noi stessi, che se siamo bravi custodiremo con cura per il resto della nostra esistenza. Solo così possiamo scoprire tutte le nostre versioni e possibilità.

A un certo punto la nonna mostra ad Agata un quadro di Monet, I papaveri. Ci sono due donne in quel quadro, ma in effetti si potrebbe anche trattare sempre della stessa donna, soltanto dipinta in due punti diversi: due punti diversi della sua storia, della sua vita, in cui la luce che la circonda è appena più scura o più chiara.

 

Anche il tempo concorre a dare alle donne una dimensione diversa del proprio essere?
Con il tempo narrativo tu mostri una particolare e perfetta gestione, che rende il racconto fortemente introspettivo e molto affascinante.
C’è il presente della narrazione, lento e melmoso: pochi giorni che diventano lunghissimi per l’isolamento in casa voluto e dovuto alla piena del fiume, di cui si può dire che l’abito da sposa e il cinghiale siano dei correlativi oggettivi alla Eliot; in esso affiora il passato più recente che vede Agata come protagonista, il cui correlativo oggettivo è un mazzo di chiavi del nuovo appartamento dove lei andrà dopo il matrimonio; infine il passato più lontano che riguarda la nonna e di cui è a mio avviso emblema un’altra chiave, questa volta di un albergo, che porterà Agata ad inseguire una pista di indizi, che non solo svelano una diversa identità della nonna ma la costringono anche a fare i conti con se stessa.
Ed è come se i destini incrociati di queste donne confluissero nel ponte, che riguarda sia il presente che il passato.

RISPOSTA: C’è un libro che io ho sempre adorato e che ogni tanto rileggo, “Alice nel paese delle meraviglie”. Ecco, quando Alice cade nella tana del coniglio che si rivelerà essere il passaggio per il mondo altro, la prima cosa che cambia è proprio la dimensione del tempo: Alice cade lentissimamente lungo le pareti del cunicolo, ha il tempo di vedere le scaffalature, i libri sopra, ha persino modo di accorgersi di un barattolo di marmellata alle arance, di afferrarlo e constatare che è vuoto. Nella letteratura fantastica e in generale quando si ha a che fare col perturbante, lo spazio e il tempo sono i primi elementi che si alterano e vanno incontro a strani sconvolgimenti. Anche nella mia storia, seppure sia assolutamente realistica, il tempo e lo spazio cambiano per le tre protagoniste. Dello spazio abbiamo già parlato. Per quanto riguarda il tempo si assiste a un doppio movimento, da una parte le ore rallentano, la notte e il giorno si alternano senza una definizione più così chiara, e il presente diventa appunto quasi liquido, come fosse anch’esso fatto d’acqua. E però proprio come accade all’acqua, il tempo inizia come a riflettersi in se stesso, il passato e il presente non sono più così distinguibili, ma si chiamano, si confondono, si assomigliano. È un gioco di rispecchiamenti continui quello in cui si trovano immerse le protagoniste, e gli oggetti, la chiave di Agata e il ponte di Bocca di Magra da una parte e il ponte Parabolico e la chiave della nonna dall’altra, rappresentano nel racconto dei veri e propri oggetti magici che permettono alle tre donne di passare da un tempo all’altro.

 

E c’è un altro oggetto in cui si coagulano il passato e il presente: la barca che si arena al balcone della casa.
Un oggetto che serve anche per evidenziare il ruolo della madre di Agata, che sembra defilato e silenzioso, ma che invece nell’economia della narrazione ha un compito fondamentale.
Per lei la barca rappresenta il passato e la perdita del marito, ma anche il futuro con la sua carica di esperienze e novità. È il segno della vita che cerca una rinascita e che non può essere abbandonata a se stessa. Ed è come se la madre riconoscesse alla barca questo valore di stimolo e pungolo per il futuro, il suo futuro, decidendo di rimetterla a nuovo insieme con la figlia e con le proprie mani. Come appropriazione appunto.
Un personaggio che traghetta, come generazione centrale, la figlia verso la nonna e che sa leggere tra le righe delle esistenze altrui.
Qual è il valore narrativo della madre nel triangolo relazionale nonna-figlia-nipote? Sembra che lei non nasconda misteri: è così?

RISPOSTA: Quando si lavora a una storia ci sono sempre dei personaggi che continuano a restare un po’ misteriosi anche per lo stesso autore. Mentre scrivevo “Senti che vento” la madre di Agata aveva per me soprattutto una tensione, un’inquietudine. Era lei, Cè, che ogni tanto sentiva il bisogno di chiudersi in camera propria a consultare le mappe, a cercare la posizione dei posti nel mondo. Fin dalle prime pagine, è stata questa voglia di fuga la sua caratteristica e tuttavia molto presto il personaggio ha cominciato a fare delle cose segrete, a muoversi senza essere vista per cambiare posto agli oggetti, per far accadere una serie di ritrovamenti nell’abitazione: è grazie a sua madre se Agata scopre certe foto e una lettera che le sveleranno poi il passato della nonna.

E sì, sicuramente, la madre è un personaggio che traghetta, che permette alle altre donne di fare il loro percorso. Ad Agata soprattutto, ma in fondo anche alla nonna. La madre di Agata – soltanto adesso lo capisco completamente – , è il fulcro, il legame, è la forza, perché ogni volta che c’è un problema o un disastro, è proprio lei che per prima si fa avanti. Ed è lei a salvare la barca, a volerla rimettere a posto. E forse la barca cambia colore – è azzurra, ma poi Cè deciderà di ridipingerla di rosso – proprio perché cambia funzione e da oggetto del passato diventa mezzo per il futuro.

 

Cara Eleonora, siamo giunte all’ultima domanda ed è un po’ come quando le tue protagoniste sentono che la piena sta scemando, che l’acqua si ritira e che quel loro isolamento così ricco e pregnante sta lasciando il posto alla vita di tutti i giorni, all’asciutto. Sapevano che sarebbe accaduto, lo speravano anzi, ma non possono che provare un pizzico di tristezza che tutto sia passato già. Ma la piena trasforma, le cose e le persone, e anche loro non sono più quelle di prima.
Nel romanzo è anche persistente un odore che è corposo e indelebile grazie al modo in cui sai raccontarlo e descriverlo.
La nonna lo definisce “rinfrescume”. Un odore di marcio, torbido, pesante. È la nota dominante di “Senti che vento”.
Lo percepisce solo lei che è ospite della casa della figlia, o invece è un odore che fa da lessico famigliare?

RISPOSTA: Sì, rinfrescume è davvero una parola del lessico familiare. La nonna all’inizio la ripete di continuo per segnalare la sua insoddisfazione e il disappunto per essersi ritrovata ad abitare nella casa sul fiume. E tuttavia nel finale è proprio Agata a sentire quest’odore, lo sente mentre in un certo senso sta decidendo dove andare, cosa fare della propria vita, e se lo sente è forse perché adesso assomiglia di più alle donne della famiglia, e dentro di lei finalmente c’è la stessa inquietudine, tutta femminile, con cui fare i conti

 

Tu stessa, Eleonora, accennavi ai tempi difficili che stiamo vivendo: una particolare simmetria tra l’epidemia, di ora in ora sempre più pandemia, di Coronavirus e la piena che costringe ugualmente le tue protagoniste a rinchiudersi in casa per aspettare che passi.

A chi direbbe “Senti che vento” Eleonora Sottili?

RISPOSTA: Senti che vento lo direi a tutte le persone che amo e in particolare ai miei alunni della Holden che stanno vivendo questo momento difficile e che vorrei mi sentissero più vicina e che anche adesso, per l’appunto, riuscissero a credere nel vento. 

Chiacchierando con… Eleonora Sottili
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