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Il luogo in questo caso sarebbe senz’altro il Secco, sui Navigli a Milano.

Prima di noiEh già non potrebbe che avvenire al Secco l’incontro con Giorgio Fontana, che a lungo atteso, ritorna in libreria con un romanzo “Prima di noi”, sempre per Sellerio come i precedenti, che Marco Missiroli ha definito il corrispettivo in Italia del Grande Romanzo Americano. Attendevamo come lettori sia l’uno sia l’altro, sia un Grande Romanzo Italiano sia il nuovo romanzo di uno degli scrittori più incisivi e lucidi della narrativa contemporanea.

Proprio a fine luglio, dopo averlo incontrato di sfuggita alla serata di premiazione dello Strega, in cui mi aveva anticipato l’uscita di un romanzo voluminoso (sono poco meno di 900 pagine nell’elegante carta Palatina, prodotta dalle Cartiere di Fabriano con materie prime provenienti da gestione forestale sostenibile, con cui la casa editrice Sellerio diletta anche il tatto dei lettori), avevo scritto questo post (QUI il link) in cui, oltre ad elencare tutti i romanzi precedenti di Giorgio Fontana, mi auguravo di poter tornare presto a leggerlo. Così è stato, e sono una lettrice felice, perché “Prima di noi” è un romanzo di grande respiro e di spessore immaginativo.
I Sartori sono ormai un pezzo della mia famiglia: in loro compagnia Giorgio Fontana attraversa un secolo di storia, dal Friuli alla Lombardia, dalla Prima guerra mondiale a un pomeriggio del 2012 in cui i destini dei Sartori, giunti ormai alla quarta generazione, si riallacciono tra di loro, come reduci dalla guerra più grande che è la vita stessa e l’amore che le è strettamente connesso.

Con “Prima di noi” allarghi i tuoi orizzonti narrativi, ma non tralasci i temi che ti sono più cari: la giustizia, il senso delle singole esistenze, la libertà, la responsabilità, la relazione tra padri e figli. Ma se con i romanzi precedenti erano indagati nello sviluppo di una singola vita, in “Prima di noi” è un’intera famiglia che marcia tra le pagine e con essa inesorabile la Storia, che non prende mai il sopravvento ma è sempre domata e filtrata attraverso le vicende dei personaggi.

Chi sono i Sartori e in che modo rappresentano ciò che siamo stati “prima”?

Foto di Tania Madaschi
Foto di Tania Madaschi

I Sartori sono, forse più che una famiglia, un insieme di individui molto diversi fra loro uniti da un legame che va oltre il puro dato biografico o il cognome: ovvero la necessità di reagire a una stortura originaria, la doppia diserzione che dà origine alla stirpe – quella commessa dal capostipite Maurizio Sartori, un uomo tutt’altro che eroico e molto lacerato. Ogni Sartori cerca di venire a capo a modo proprio di tale sorta di maledizione iniziale che si trasmette di generazione in generazione: attraverso l’arte, l’impegno politico, la religione, la libertà e così via. Direi che è questo a unirli, innanzitutto. E più che rappresentare ciò che è stato prima di noi, sono un frammento finzionale del nostro passato: durante le varie stesure, mi è divenuto chiaro che questo romanzo contiene una sorta di cura benjaminiana nei confronti del passato. L’ha spiegato molto bene Elena Rausa in un bellissimo articolo parlando dell’Angelo delle Tesi di filosofia della storia. Io aggiungo solo due frasi della seconda tesi: “C’è un’intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra. Noi siamo stati attesi sulla terra”.

 

Da una parte e dall’altra del bandolo della matassa delle generazioni, nonostante tu presti a ogni personaggio attenzione e cura seguendolo nel girovagare esistenziale, mi sembra, o forse è solo una mia preferenza personale, che si stagliano a reggere un possibile capo della matassa due personaggi in particolare.
Gabriele, il primo figlio di Maurizio e Nadia, il frutto della doppia diserzione di cui parlavi nella precedente risposta:

E capí, a ottantadue anni, ancora presente a se stesso, ancora in grado di leggere il francese e comporre poesie, senza malattie gravi e con altro tempo davanti a meno che non avesse avuto il coraggio di smetterla – e non l’aveva – a ottantadue anni capí finalmente qual è il più osceno dei destini.
il più osceno dei destini è sopravvivere a coloro che il tuo cuore fu così stupido da scegliere e ritenere immortali.

Dall’altro capo dei tempi, Letizia, la nipote di Gabriele e figlia di Eloisa:

Letizia non aveva alcuna voglia di ascoltare il sermone; avrebbe voluto ribattere che quella società le era stata consegnata proprio da Eloisa e dalla sua generazione: che erano stati loro a tradire i sogni dei loro padri, della resistenza, di un vero cambiamento. Ma era un litigio che avevano già avuto, e non aveva forze per riprenderlo da capo. In quei momenti si immaginava come la polena di un veliero. Per decenni, per quasi un secolo la famiglia Sartori aveva costruito una nave partendo dal poco legno disponibile: di generazione in generazione era uscita dal fango e dall’oscurità alzando alberi, essendo vele, rinforzando lo scafo e accumulando cordame. E infine ecco lei, l’ultimo elemento del processo, una decorazione lignea apposta sulla prua, perfettamente modellata ma in fondo inutile – e con gli occhi aperti sullo scoglio contro cui si sarebbe infranta. possibile, si diceva, che il passato avesse una tale forza sul presente? il potere di ciò che accadde prima di noi è tale da forgiare un destino? O era soltanto colpa sua?

Gabriele e Letizia: è soltanto colpa loro? O rappresentano emblematicamente come il passato possa forgiare il presente in un ineludibile destino? Nei loro personaggi si nasconde una cognizione e una rivelazione? O anche agli altri Sartori, a ciascuno di loro, hai affidato qualcosa da “tradire”?

RISPOSTA: No, non direi che sia soltanto colpa di Gabriele e Letizia; però senz’altro hanno un peso particolare nel romanzo. Il primo perché è il protagonista che attraversa di fatto tutto il libro, e dunque è una sorta di centro magnetico degli eventi dei Sartori – in particolare dopo la morte di Maurizio. La seconda perché (e qui è difficile non svelare troppo) avrà un ruolo determinante nel “voltarsi indietro” per rileggere e comprendere davvero ciò che appunto è stato “prima di noi” – prima del presente, prima di ogni presente.

Però anche in ognuno degli altri Sartori c’è la possibilità di tradire – o di restare fedeli – al proprio, chiamiamolo così, talento fondamentale o campo affettivo: penso a Eloisa, a quanto le pesi fino alla fine l’aver lasciato il movimento libertario. Oppure a Davide, che sacrifica persino l’amore e la felicità sull’altare della libertà assoluta.

In generale ognuno dei Sartori cerca di ribellarsi a quest’idea di destino che sembra loro consegnata. Non tutti ce la fanno, e anzi il percorso è costellato di sconfitte: ma ciò nonostante credo che “Prima di noi” sia il libro più luminoso che abbia mai scritto.

 

Libro luminoso, e di scenari, non solo temporali: “Prima di noi” attraversa tutto il Novecento che di fatto in Europa si apre con la fine della Prima Guerra Mondiale e traghetta verso il nuovo Millennio, saldandoli insieme; ma anche spaziali: c’è ancora e sempre Milano, credo che tu sia uno degli scrittori che più mi ha portato a spasso tra le vie e i posti di questa città, che non mi appartiene ma che sento mia anche grazie a te (come Ferrara sta a Bassani, per me, così Milano sta a Fontana), ma anche e tanto la campagna friulana e Udine; l’hinterland milanese, la vecchia Europa e l’Africa. Lo dobbiamo a Davide, soprattutto, il girovago della famiglia che non trova, o forse non vuole trovare pace in nessun dove; lo dobbiamo a Dario che come tanti suoi coetanei va a studiare a Dublino; lo dobbiamo a Letizia che per capire qualcosa di se stessa va in Africa, come già la zia Marta.

Gli spostamenti nei luoghi dicono tanto non solo dei personaggi ma anche della Storia in cui sono immersi e delle “epoche” che vivono. C’è una differenza per esempio tra Gabriele e Renzo che lasciano il Friuli per la Lombardia e Davide che non ha casa in nessun luogo? Tra la zia Marta che va in Africa e la nipote Letizia che fa lo stesso percorso?

Aggiungo una piccola notazione stilistica: la felicità con cui riesci a descrivere i luoghi, in “Prima di noi”. Dettagli, introspettivi e paesaggistici, luci, suoni, odori, persino il cambio delle stagioni e il trascorrere del tempo.

RISPOSTA: Ti ringrazio per queste belle parole. Ovviamente c’è una grande differenza tra i movimenti dei vari personaggi. Gabriele e Renzo migrano in Lombardia alla ricerca di un futuro migliore, non privo di elementi ideali e sociali (l’intellighenzia milanese per il primo, il comunismo militante per il secondo), ma innanzitutto per ragioni di ordine materiale: meno stringenti di quelle che portano Maurizio e Nadia a Udine, ma egualmente forti. Diverso è il caso di Davide, che è più un vagabondo esistenziale – una sorta di anima errante. E ancora diversi i casi di Marta, spinta dalla religione in Africa, o di Dario in Irlanda, che si sposta sulla base di un assegno di ricerca precario. Le ragioni sono le più varie, insomma.

Per quanto riguarda i luoghi ho cercato di alimentare ancor più una mia naturale tendenza alla descrizione – giocando anche con l’intersecarsi dei vari sensi. Volevo mirare soprattutto a una certa materialità descrittiva, con il massimo di precisione lessicale consentita (senza scadere nei tecnicismi): quel monte, quella roggia, quel quartiere, quella manifestazione. Bandire il più possibile il generale e l’astratto dalla prosa. In alcuni casi mi sono anche trattenuto: forse, ripensandoci, avrei potuto indulgere ancor più nell’evocazione dei luoghi.

 

Non so quale sarebbe stato il risultato se ti fossi lasciato andare ancora di più nella descrizione dei luoghi, posso solo misurare quello che ho letto e direi che è perfetto, mai didascalico ma sempre incistato nel racconto.

Come composto ed equilibrato è il modo che hai avuto, da grande narratore, di raccontare il Novecento. Un’impresa che solo a pensarci dovrebbe fare tremare i polsi. Il Novecento italiano è un secolo lungo, farraginoso, pieno di spinte ideali e di cadute rovinose, di complicazioni e disillusioni, di rivolgimenti e grandi speranze.

Io non so spiegare ai lettori come hai fatto a tenere insieme tutto questo, con uno sguardo lucido e ficcante che non si sofferma solo su dati, fatti, eventi che rimangono per lo più sullo sfondo delle vicende dei personaggi: come i tre fratelli Sartori, Gabriele Domenico e Renzo, vivono la tragicità della Seconda Guerra Mondiale mi sembra l’emblema di un passo narrativo nei confronti della Grande Storia, una “diserzione” forse anche la loro dal lasciarsi trascinare dalla “fiumana” della guerra e una diserzione anche la tua dal calpestare il palcoscenico del Novecento in maniera consueta; uno sguardo il tuo che diventa critico, ricco di domande che non vogliono risposte ma continuamente spingere il lettore a riflettere in modo personale, dialettico, non manicheo.

Il Novecento diventa storia vissuta più che Storia narrata e in questo il lettore è continuamente stimolato e pungolato a prendere parte al dibattito interno alle tue pagine: gli interrogativi sono una delle caratteristiche del tuo passo stilistico che trova continuità nei romanzi precedenti.

“Prima di noi” è un romanzo sul Novecento o del Novecento? E tu, Giorgio Fontana, sei uno scrittore del Novecento o del Secondo Millennio?

RISPOSTA: Credo sia un’ottima domanda alla quale è difficile dare una risposta. In parte “Prima di noi” è sospeso fra i due secoli, benché il Novecento ne occupi lo spazio preponderante: dico così perché non vorrei che fossero sottovalutate le parti finali del testo, che anzi cercano di “riportare a casa” tutto il discorso narrativo messo in piedi in precedenza. Ma è innegabile che per molti altri versi sia un romanzo sul Novecento e anche un romanzo “del” Novecento – o meglio di un certo Novecento, quello meno permeabile alle avanguardie e agli sperimentalismi. Mi spingo ancor più in là: forse ci sono degli elementi persino “ottocenteschi”, nel romanzo; nella grande varietà di stimoli e ispirazioni, ho guardato anche ai grandi maestri di quel secolo (Stendhal, ad esempio). Lo stesso vale per me. Mi sento un romanziere “vecchio stile”, benché certo ognuno sia figlio del suo tempo e abbia anch’io respirato l’aria culturale di questi anni: ma non è un caso che il postmodernismo sia sempre rimasto lontanissimo da me. Non voglio dire con questo che la mia linea sia migliore o più giusta; simili discorsi, nel campo del romanzo, sono stupidi e settari. Dico solo che non potrei fare diversamente, né voglio.

 

Siamo così giunti all’ultima domanda.

Un elemento che non manca mai nei tuoi romanzi è la colonna sonora. Un sottotesto in note di raffinata introspezione psicologica e di atmosfera.

In “Prima di noi”, in aderenza con il respiro più ampio del romanzo rispetto ai precedenti, si potrebbe parlare di differenti colonne sonore per ogni tempo, epoca e personaggio.

Un dato fondamentale come il paesaggio. Un paesaggio emotivo. Ti confesso che mi piacerebbe ri-leggere “Prima di noi” ascoltando di volta in volta la musica e le canzoni che i tuoi personaggi suggeriscono. E come fare per le canzoni di Diana?

Che ruolo ha la musica nella tua scrittura e in “Prima di noi” in particolare?

RISPOSTA: Effettivamente la musica è una mia grande passione, e in parte è filtrata nel romanzo: dalle canzoni popolari di Maurizio alla carriera di Diana (che, mi piace ricordarlo, inizia come pianista classica mancata), dai canti operai al metal che ascolta Dario, e così via. Per Diana ho immaginato una parabola che parte da sonorità più scabre, per evolversi in direzioni più elettroniche durante gli ’80, e terminare di nuovo nella ballata chitarra-e-voce, quasi da osteria, con l’ultimo disco. Ho alcuni riferimenti in testa, ma credo sia meglio lasciare al lettore il piacere di immaginarsi da solo quei suoni.

Più in generale: quando scrivo non ascolto musica, ma è uno dei miei nutrimenti quotidiani e in qualche modo ha influito nella mia formazione autoriale. Un punto su cui ho cercato di lavorare in “Prima di noi”- e che vorrei continuare ancor più nei prossimi testi – è stata l’intrinseca “melodia” di certe frasi; il ritmo e il colore dei periodi più lunghi.

Chiacchierando (per la terza volta) con… Giorgio Fontana
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