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Sulla spiaggia di Santa Severa, cara Giuditta. Sedute sulla sabbia davanti agli scogli, col castello che fu di santo Spirito alle spalle, a chiacchierare guardando il mare, caso mai sul filo dell’orizzonte comparisse lo spruzzo di una balena – perché le balene esistono, da qualche parte, anche se non possiamo vederle…

E’ stato proprio un piacere conoscerla.

Conserverò le mail intercorse con Melania Mazzucco, come un ricordo prezioso di questo incontro per me così ricco ed entusiasmante. Il suo nuovo romanzo “L’architettrice” (Einaudi) è uno di quelli che occupano un luogo speciale della mia libreria.

“L’architettrice” (Einaudi)“L’architettrice” è una vera gioia per il lettore. Ho vissuto a Roma per vent’anni, ma la Roma di Plautilla è così integralmente seicentesca che è stato come visitare una città nuova e sconosciuta, e nello stesso tempo riconoscibile e già amata e ammirata nelle tracce architettoniche e artistiche. La storia poi fino al finale è così piena e avvolgente che abitare tra le sue pagine è stato un piacere persistente anche a lettura ultimata. Roma non è più la stessa per me dopo aver letto il suo romanzo.

 

 

Non avevo mai pensato che la pittura potesse avere un genere, come gli esseri viventi, gli animali e i fiori, e gli ho confessato che non riuscivo a comprendere la sua teoria: l’arte non ha sesso, come la musica. Ma la poesia? obiettò Ghibbesio. Vittoria Colonna non compone come Petrarca. E la mistica? Santa Teresa d’Avila non scrive come Sant’Ignazio. E la pittura è poesia muta, così ci insegnano gli antichi. E l’architettura? Gli ho chiesto allora, incuriosita. Su questo la filosofia tace, cara signora Briccia: non esistono architetti donna.

Partendo da questo assunto, il titolo scelto deflagra in tutta la sua potenza narrativa. Non a caso dopo la dedica e l’esergo, un’intera pagina è dedicata alla copia anastatica di un folio in cui la protagonista annota:

Io Plautilla Briccia Architetrice ho fatto li suddetti capitoli mano propria.

Una rivendicazione importante insita nella definizione di sé. Non pittrice, come sarebbe stato più comune e usuale, se tale si può considerare il fatto che a Roma solo altre tre pittrici prima di Plautilla avessero avuto l’onore di un quadro esposto su un altare, come sarà nel 1640 per la Madonna con Bambino dipinto (o quasi) da Plautilla, ma Architettrice, cosa mai avvenuta prima.
La Plautilla, ormai anziana e isolata dal mondo, che conosciamo nelle pagine iniziali del romanzo dopo averla intravista bambina in una gita a Santa Severa con il padre per ammirare i resti di una balena spiaggiata misteriosamente sulla costa laziale, ricorda il momento più importante della sua vita: la cerimonia di fondazione della Villa sul Gianicolo, da lei disegnata, in cui una lamina di piombo viene seppellita nelle fondamenta portando impresso il nome di Plautilla “architettura et pictura celebris”.
Se non ci fosse stato quel momento, se Carlo Cartari non avesse composto i versi augurali da incidere sulla lamina, trascrivendoli nelle sue carte, non sarebbe mai venuta a conoscenza, e noi lettori con lei, di questa straordinaria avventura artistica, umana e sentimentale che ha intessuto con la vita sociale, culturale, artistica e politica della Roma papale del Seicento e di un altro momento fondante, anche se infelice nel suo esito: l’esperienza della Repubblica Romana di metà Ottocento.
Eppure Melania Mazzucco, come tutti, quella lamina non l’ha mai toccata, ma solo immaginata.
Sbaglio a credere che sia proprio la definizione di Architettrice, scomparsa e umiliata nella biografia di Plautilla, ad essere stata il tarlo che l’ha spinta ad occuparsi di questa donna straordinaria e nello stesso tempo così presente alla sua epoca? Perché il dilemma esistenziale di Plautilla non è essere eccezionale per i suoi tempi dal punto di vista artistico e professionale, e incistata, suo malgrado, nel ruolo di donna del Seicento dal punto di vista emotivo e sentimentale?
O invece come lascia immaginare la dedica a chi “architettrice” non diventò, e lascia supporre l’episodio del dente della balena, che mi pare abbia prestato a Plautilla da un elemento autobiografico, poté più la suggestione di una vicenda che aveva in parte dei legami con la sua storia familiare?

Melania MazzuccoE’ stata proprio la parola ‘architettrice’ la scintilla che tanto tempo fa ha innescato l’incendio. L’ho letta per la prima volta in un abbecedario settecentesco del bibliografo Pellegrino Orlandi – una compilazione fitta di nomi di artisti. All’epoca stavo preparando una delle mie ‘lezioni’ sulla storia culturale delle donne, e lo sfogliavo, insieme ad altri cataloghi, in cerca di quelle scrittrici, pittrici, artiste “ignorate, scomparse, rintanate, morte, disperse, ignare di se stesse” – come aveva scritto Manganelli recensendo la mostra (fondamentale) curata da Lea Vergine nel 1980, L’altra metà dell’avanguardia. Mi sono così imbattuta in Plautilla Bricci ‘architettrice’. Non avevo mai sentito questa parola, e il mio stupore fu grande. Perché le pochissime righe su di lei riferivano che era romana e io – pure romana – non ne sapevo nulla. Ma anche perché – mentre di pittrici perdute (e ritrovate) cominciava ad affollarsi la storia dell’arte – di donne architetto non vi era alcuna memoria. La gerarchia classica dei mestieri artistici relegava l’architettura tra quelli artigianali – un’arte meccanica, perché implicava fatica fisica e lavoro manuale – e trovavo affascinante anche solo l’idea che un’architettrice fosse esistita. Da allora ho iniziato a cercarla, Plautilla.

Ma probabilmente non avrei proseguito un’indagine tanto difficile – le impronte di un personaggio così sfuggente erano allora labilissime – se non mi avesse incalzato una motivazione personale. Una scintilla può appiccare il fuoco, ma poi deve trovare paglia, carta, o legna secca che lo alimentino. E questi combustibili li ha forniti la mia vita. La storia di mia madre – delle sue scelte, insieme personali e sociali, come le scelte di tutti – e di mio padre, che mi ha insegnato la curiosità di sapere. Ma il ‘mio’ dente della balena che cito nel romanzo è immaginario, metaforico: nella vetrinetta del salone di casa nostra c’erano solo minerali raccolti sulle montagne del nord Italia, un ippocampo essiccato, fossili, una rosa del deserto, un obice della prima guerra mondiale, e varie altre curiosità. Il vero dente dei Bricci – questo sì reale, perché citato da Giovanni nella sua Relazione sulla balena – chissà dov’è finito. Ora sul pianoforte di casa mia (non mio, però, perché non so suonare) c’è davvero una piccola balena scolpita nel dente di balena da uno sciamano delle isole Tonga: ma questa è un’altra storia. Tutto ciò solo per dire che non potrei mai scrivere una storia – ritrovarla o inventarla – se non mi riguarda intimamente, profondamente, spesso molto più di quanto, quando mi accingo a lavorarci, posso anche solo vagamente intuire. È una rivelazione che mi illumina alla fine, quando l’opera è conclusa.

 

Basta guardare l’indice di “L’architettrice” per avere un’idea nitida dell’architettura complessa e meditata del romanzo; anche se l’indice non basta a rendere conto e definire la ricchezza della narrazione, dei personaggi e della visione d’insieme che lei riesce a costruire e donare ai lettori.

Peccato che non mi piaccia la definizione di “romanzo-mondo” e che non sappia però sostituirla per rendere l’idea di quello che è “L’architettrice”. Dal mio piccolo cantuccio di lettrice, mi permetto solo di affermare che è un romanzo che pone una pietra miliare nella Letteratura e che spero trovi il posto che merita nella Biblioteca della Letteratura Italiana.

Torniamo all’indice: quattro parti, con una netta scansione temporale. La nascita e l’infanzia di Plautilla, segnata inesorabilmente dal rapporto con il padre e funestata dalla scoperta di un morbo che la segna: 1616-1628; la formazione artistica e l’incontro fatale con il giovane Elpidio Benedetti per mezzo della sorella di lui, la suora Eufrasia: 1629-1640; il periodo della scelta e della consapevolezza artistica per Plautilla, con i primi successi sullo sfondo terribile della peste: 1640-1656; infine dalla ristrutturazione del palazzetto a Monserrato dell’abate Elpidio Benedetti al “folle volo” di progettare e costruire una Villa dalle fondamenta e la consacrazione definitiva come artista: 1656-1669. Quattro momenti che somigliano ai piani di una Villa, preceduti dalla narrazione in apertura del romanzo di un ricordo significativo, che prende i contorni di una metafora esistenziale per Plautilla, la visita alla carcassa della balena nel 1624, seguita suggestivamente dal momento di fondazione di Villa Benedetta, che riaffiora dalla memoria di una Plautilla anziana, che già tutto ha compiuto e che si accinge a scrivere le sue memorie. 

In chiusura, oltre le quattro parti già indicate gli ultimi anni di Plautilla, quelli della solitudine e delle rivelazioni (anche per il lettore), come un terrazzo posto sulla sommità della costruzione da cui si possa guardare con ampia visuale su ciò che è stato e il senso che abbia avuto: 1678-infinito.

La conclusione del romanzo è affidata a un salto temporale, 2002-2019, che alza il sipario e mostra il dietro le quinte, l’ispirazione e l’occasione che sono state alla base del romanzo e che lei ha già raccontato nella risposta precedente.

Un intero secolo, ricco e caotico, storicamente pieno di eventi e mutamenti, di personaggi ingombranti come i papi che si sono succeduti, Mazzarino e Bernini, per citare tra innumerevoli solo i primi che mi vengono in mente. 

Come se un solo secolo non le bastasse, sono presenti cinque intermezzi che raccontano gli ultimi mesi della Repubblica romana del 1849, visti da un’angolazione definita e limitata: il Vascello, quello che era stata nel Seicento Villa Benedetta, progettata da Plautilla, e che verrà definitivamente distrutto ad emblema di quello che lei chiama “il dramma magnifico”: la fine di un ideale, quello repubblicano, forse troppo all’avanguardia per i tempi.

Quale figura si disegna ai suoi occhi guardando la costruzione temporale del romanzo? Una struttura così ricca è stata suggerita da quale idea di armonia e bellezza?

RISPOSTA: Spesso i lettori – professionali, occasionali – hanno sottolineato la struttura architettonica dei miei romanzi, definita di volta in volta ‘solida’, ‘possente’ o anche ‘studiata’, quasi fosse una costruzione preesistente nella quale inserire la narrazione, o un contenitore necessario a evitare lo straripamento del testo. Una gabbia e un argine, quindi. In realtà non è niente di tutto questo. Non precede mai la composizione. In questo senso, sono il contrario di un architetto e di un’architettrice. Per loro, prima viene il disegno – il prospetto, la pianta – e solo dopo si inizia a costruire; per me, il cantiere comincia con lo scavo – sprofondare nella materia della storia e dei personaggi, e a poco a poco rendere abitabile il loro mondo. I miei libri sono all’inizio nient’altro che la voragine delle fondamenta: so che edificherò lì (è quello il punto del tempo e dello spazio che ho scelto), non so cosa, né come. Per questo forse, dopo il prologo marino, ho iniziato la storia di Plautilla con la posa della prima pietra.

Nel caso dell’Architettrice, la pietra angolare del romanzo era la Villa – attorno alla quale tutto ruota. Mi è sembrato inevitabile che fosse attraversato da due movimenti inversi: da una parte, la costruzione, dall’altra la distruzione. Le due correnti a un certo punto si scontrano e formano un gorgo, nel quale ogni cosa viene trascinata. La prima corrente non poteva che essere la vita di Plautilla (come e perché è riuscita a costruire Villa Benedetta), la seconda la resistenza e l’agonia della sua creatura durante l’assedio del 1849. Per questo, a differenza di tutti gli altri miei romanzi, la linea cronologica è progressiva e non fratturata (in entrambe le direzioni).

La demolizione di Villa Benedetta rispecchia in un certo senso la scena primaria del romanzo, quando nel prologo Plautilla viene portata dal padre ad ammirare la balena sulla spiaggia: una creatura dalla bellezza grandiosa, che però non esiste più, e che possiamo ricostruire solo con le parole e con la fantasia. Negli anni in cui scrivevo L’architettrice sono stata davanti ai resti di quell’edificio chimerico con la stessa meraviglia, nostalgia e ammirazione di Plautilla bambina davanti ai resti della balena di santa Severa.

Ho chiamato Intermezzi i capitoli ottocenteschi che intervallano la narrazione primaria per omaggiare il teatro barocco – di cui Plautilla è stata lettrice e spettatrice (non sappiamo quanto coinvolta e partecipe). Le commedie, ma anche i melodrammi e le sacre rappresentazioni dell’epoca, erano interrotti da intermezzi appunto – intervalli che creavano una pausa fra un atto e l’altro. A volte non avevano alcun nesso apparente con lo spettacolo che andava svolgendosi, a volte invece ne illuminavano il significato. Servivano per intrattenere il pubblico e insieme dargli sollievo, avvicinarlo – con scenette comiche o realistiche, canzoni, balletti – al mondo immaginifico, spesso astratto, della scena rappresentata. Quindi se guardo da lontano all’Architettrice vedo uno spettacolo barocco – di velluti e stracci, affollato, pieno di voci, colori, rumori, grida, sussurri, di cose vere e cose sognate. 

Ma è molto più bella l’immagine che suggerisce lei. Il romanzo come una villa – con l’ingresso, il giardino, i vari piani e la terrazza. E indubbiamente è possibile che scrivendo avessi in mente il prospetto di Villa Benedetta disegnato da Plautilla (che poi abbiamo pubblicato nei risguardi), e soprattutto la descrizione che ne fa Elpidio nella ‘guida’ scritta sotto pseudonimo. Elpidio spiega stanza per stanza e parete per parete tutto ciò che nella Villa si trova (oggetti, opere d’arte, scritte, alberi, piante, sentieri). Ma la quantità di informazioni che affastella è tale da far dubitare a un certo punto che sia tutto immaginario: il delirio fantastico di uno scrittore. E se non avessimo i documenti d’archivio, i commenti dei visitatori e le note dei proprietari a testimoniare il contrario, sarebbe la spiegazione più logica. La Villa di Plautilla ed Elpidio vista dall’abate Benedetti è un’arca e un labirinto, in cui salvarsi e perdersi. Se L’architettrice le assomiglia, è perché i libri sanno più degli autori: sono grata alla letteratura per questo.

 

Se la descrizione di Villa Benedetta ad opera di Elpidio, come lei confessa, può sembrare frutto di immaginazione, “L’architettrice” è la creazione di un mondo così preciso e dettagliato, che si rischia di credere che Melania Mazzucco non si sia inventata nulla, ma sia tutto accaduto realmente e “veramente”.

In particolare le relazioni che Plautilla intesse con il padre, il nonno (a cui ha affidato un ruolo breve ma fondamentale nella consapevolezza di Plautilla di diventare quella che poi fu), i maestri e i committenti, i familiari e gli amici, risultano di straordinaria autenticità, tale che si fatica a credere che non si siano verificate proprio come lei le racconta nel romanzo. Ed è di questo che io ringrazio la letteratura: per la possibilità di abitare mondi diversi e distanti da quelli che il capriccio del destino ci ha assegnato.

Plautilla ed Elpidio non potevano che amarsi, con tutte le inscindibili contraddizioni e complessità insite nel secolo e nelle loro diverse condizioni, sociali economiche e di genere. 

Sul loro amore la domanda è duplice: da una parte se fu “vero” amore il sentimento che li legò e se per Plautilla fu una gabbia o libertà (visto che non poté mai approdare nel matrimonio) e se Villa Benedetta è il segno tangibile del loro amore e della grandezza artistica di chi l’ha progettata; dall’altra che rapporti si intersecano tra vero e finzione in come ha raccontato la relazione tra i due, perché mi sembra che possa essere una cartina di tornasole della poetica narrativa che sostiene l’intero romanzo, che è romanzo storico ma anche grande narrazione, in un equilibrio che nella mia visione lo rende perfettamente ciò che io intendo per Letteratura. 

RISPOSTA: Tutto ciò che viene raccontato nel romanzo nasce da una traccia reale: una lettera, un quadro, una poesia, un testamento, un inventario, un “reperto” qualunque della vita dei personaggi, protagonisti o comprimari. Quindi potrei dire che è tutto vero, se non fosse un modo ingenuo di affrontare la questione. In letteratura, in arte e nella vita ciò che conta non sono tanto i fatti (i concetti, i temi, gli episodi) quanto il modo in cui essi vengono esperiti, interpretati e rielaborati da chi ne è autore e protagonista. Un fatto in sé – un dato nudo e crudo – significa tutto, ma anche niente. È il modo in cui lo scrittore lo combina con altri e li valorizza che attribuisce loro significato e valore. Senza il come e il perché il quanto è nulla. Farò un esempio, per spiegare concretamente come nascono in me un personaggio o una scena.

Giovanni Battista Briccio, il Materazzaro, nonno di Plautilla, è un individuo realmente esistito. Tutto ciò che ho raccontato di lui ne L’architettrice è documentato. La sua storia di immigrato, il suo comprensibile desiderio di elevarsi socialmente e il ruolo che svolse nell’esistenza del figlio Giovanni Briccio figurano nella biografia dello stesso padre di Plautilla, che nel 1680 si trovava manoscritta in casa della “pittrice singolare”. Era il materiale grezzo che Plautilla fornì all’erudito cavalier Prospero Mandosio affinché scrivesse la biografia ufficiale, destinata alla Bibliotheca romana, un repertorio in latino sugli uomini illustri di Roma. Non è chiaro se l’avesse compilata Basilio, sulla base dei racconti di suo padre e dei suoi conoscenti, per tramandarne onorevole memoria, o addirittura la stessa Plautilla, riordinando i suoi ricordi. Comunque è una produzione interna alla famiglia – stimolante perché offre una lettura ‘positiva’ e consolatoria del capostipite: ma alcune notazioni (p.e. si sottolineava che il Briccio aveva mantenuto il padre fino alla morte) fanno trasparire in filigrana squarci più autentici di tensioni, contrasti, insuccessi. Così ho esplorato gli archivi parrocchiali al Vicariato di Roma, per ricostruire gli spostamenti della famiglia Bricci durante l’infanzia di Plautilla: effettivamente il nonno, quando lei era ragazzina, tornò a vivere con loro. Plautilla è cresciuta dunque non solo con un padre eccentrico e anticonformista, ma anche con un nonno severo, oppositivo e castrante. Quest’uomo aveva cercato di soffocare i sogni artistici del figlio. E in qualche modo ci era riuscito, perché ne aveva minato le certezze: e lo sapeva, perché all’inizio degli anni Trenta il Briccio, oscuro, marginale, quasi non era più un pittore. Come si era comportato il Materazzaro con la nipote? Aveva perseverato nell’errore? Aveva ripetuto le stesse azioni e gli stessi divieti? Oppure no? Raccontando del suo rapporto con Plautilla, ho fatto una scelta. Che è verosimile, probabile, forse vera. Ma è la mia scelta. E questo vale per tutto il resto.

Anche per l’amore di Plautilla ed Elpidio. Che fu, come forse tutti gli amori, un vascello e una voliera: cioè un veicolo formidabile per avventurarsi in mare aperto (un guscio protettivo, un’armatura), e anche un recinto, nel quale si può svolazzare perfino felici, ma che poi impedisce di spiccare il volo verso l’orizzonte. Considerando ciò che comunque hanno creato insieme Plautilla ed Elpidio, i sacrifici, le rinunce e perfino i tradimenti mi appaiono dolorosi ma non imperdonabili: nessuno dei due avrebbe potuto essere ciò che è stato senza l’altro. Il loro inoltre era un amore imprevisto e vietato, necessariamente segreto, che non poteva lasciare una prova documentaria. Se pure fosse esistita, avrebbero dovuto distruggerla. Tuttavia la scia di indizi concordanti che hanno seminato entrambi nella loro vita (azioni, reazioni, omissioni e silenzi) è talmente coerente che a me è sembrata nitida come una sinopia. Essa giace sotto la superficie delle loro esistenze, come il disegno dell’affresco sotto l’intonaco. Basta rimuovere lo strato superficiale dell’apparenza per ritrovarla.

 

Accanto a Plautilla si muovono non solo i personaggi “familiari” che rendono “L’architettrice” pieno di vita vera e vissuta, ma anche quelli che hanno fatto la Storia della Roma seicentesca: i papi che si susseguono con le loro diverse, talvolta opposte politiche e interessi contrapposti, che portano in auge ora l’una ora l’altra della diversa umanità che popola l’Urbe papalina; gli artisti fondamentali del Seicento come Bernini e Borromeo con la loro ostilità e insieme a loro una miriade di artisti minori e secondari, che hanno segnato la storia dell’arte del periodo; personaggi notevoli che hanno funzionato come ingranaggi dell’epoca, in particolare Mazzarino e Cristina di Svezia. 

Tutti concorrono a rendere vivida la narrazione e al ritmo romanzesco che in “L’architettrice” va di pari passo con l’affresco storico, movimentato e fascinoso.

Che valore ha la Storia nell’universo creativo di Melania Mazzucco? Fonte di ispirazione o sfondo su cui architettare la narrazione?

Il Seicento ha un antenato illustre, o meglio l’antenato per eccellenza del romanzo italiano: Alessandro Manzoni. In particolare il tema della peste crea un collegamento diretto tra i due romanzi. Eppure nulla sembra che ci sia in comune tra il passo manzoniano e il suo. Sarà anche per le diverse condizioni e caratteristiche della Milano spagnola con la Roma papale. Ha sentito di cogliere un’eredità, dovendo creare un mondo seicentesco come quello manzoniano, o invece ha percorso volutamente altri binari? e se ha avuto dei modelli romanzeschi per la ricostruzione della vita nel Seicento, quali sono stati?

RISPOSTA: L’epoca in cui si svolge la storia che racconto non è per me una scenografia di cartapesta, ma un mondo reale nel quale devo muovermi (e con me l’eventuale lettore) come se ci avessi vissuto, come fosse il mio. Questo vale per luoghi e spazi relativamente prossimi nel tempo, ma anche remoti, oltre gli oceani e i secoli – la Zurigo degli anni Trenta del Novecento di “Lei così amata”, la New York degli anni Dieci di “Vita”, la Venezia del Cinquecento de “La lunga attesa dell’angelo”. Devo conoscere la luce, il buio, le strade, gli odori, i rumori, le voci, i vicini di casa di protagonisti e antagonisti, i mestieri che praticavano, i loro strumenti e attrezzi di lavoro, i libri che leggevano e gli spettacoli e gli scherzi che li divertivano, i sogni e le aspirazioni che li animavano, i tabù e i divieti che li opprimevano. I personaggi mi devono diventare familiari come parenti, amici, amanti.

Per raggiungere questa intimità non mi baso mai su fonti di seconda mano. Ho sempre il timore di ereditare non una conoscenza vera ma cliché – visivi dal cinema o dalla televisione, letterari dai romanzi e dagli scritti altrui. Quindi inizio una ricerca spiraliforme – dal cuore della storia, o ciò che identifico come tale, allargando via via, girando attorno al nucleo in cerchi sempre più vasti, aperti e potenzialmente infiniti. Ho bisogno di esplorare archivi, di consultare documenti nei quali posso sentire le voci di quei personaggi che prima di precipitare in un mio libro furono persone, comprendere il loro modo di parlare, ragionare, tacere, le leggi cui obbedivano o che trasgredivano, visualizzare gli oggetti che usavano, le monete e le stoffe che maneggiavano, i mezzi di trasporto che scandivano il loro tempo. A volte anche contare i passi che percorrevano per incontrarsi, per lavorare o per pregare, camminare sulle stesse strade (anche impervie come il col de Puriac in cui si perdono le due donne de mio primo romanzo, “Il bacio della Medusa”), ripercorrere i loro itinerari e viaggi, fossero pure in capo al mondo.

E poi cerco di leggere nelle biblioteche (ormai anche digitali) gli opuscoli, le cronache, i trattati scientifici, le poesie, i romanzi, i quadri che componevano i loro contemporanei; e se ve ne sono le lettere, i diari – non necessariamente scritti da loro, ma anche da amici o conoscenti. Le opinioni e i comportamenti si basano sulla quantità. Faccio un esempio. Se trovo in un testamento o in un appunto una frase di Elpidio Benedetti su Plautilla, sarebbe presunzione interpretarla basandomi su quella soltanto. Cadrei facilmente in errore, la leggerei coi miei occhi di donna del XXI secolo. Ma se leggo dieci, venti, sessanta frasi in cui un uomo di religione o un abate del XVII secolo allude a una donna sola, allora posso capire quale relazione legasse a lei il mio personaggio, e decifrare il codice – vedo anche ciò che non poteva dire, ma di fatto diceva sapendo di essere compreso.

Ho messo a fuoco questo metodo col tempo e credo sia molto personale. In questo senso, non ho avuto nessun modello letterario per scrivere un romanzo sul Seicento. Ciò non significa che non esistano ottimi romanzi “storici” – in tutte le letterature. Penso a classici come Hugo e Yourcenar, o contemporanei come “Memoriale del convento” di Saramago, e in quella italiana a Bellonci, Banti, Morante, Sciascia, Eco, a “Il resto di niente” di Enzo Striano o “Q” di Luther Blisset… E poi ovviamente c’è Manzoni. Ma non tanto per il tema della peste – perché non ho mai pensato a lui mentre scrivevo di Roma nel 1655-57. In quelle pagine piuttosto sfidavo me stessa: alla peste a Venezia del 1576 ho dedicato un lungo capitolo nel romanzo “La lunga attesa dell’angelo”, e mi interessava confrontare il vissuto di Marietta Tintoretta, prigioniera delle scelte del padre, con quello di Plautilla, che proprio la peste libera dalla prigionia della sua casa e del suo destino.

Il mio rapporto con Manzoni è più “filosofico”. Lo considero una pietra miliare della nostra storia, culturale più ancora che letteraria. Non si può eluderlo né svilirlo, e molti esiti che ha raggiunto riflettendo accanitamente sul significato di scrivere un romanzo – da solo, e pure schernito perché si ostinava a praticare un genere così dozzinale come il romanzo – sono vitali ancora oggi. Penso alla scelta – illuminista, rivoluzionaria, cristiana – di rendere protagonisti personaggi qualunque, gente mal nata in un tempo in cui solo il sangue contava e i poveri erano comparse di una Storia che li ignorava. Gli storici hanno impiegato più di un secolo per far trionfare questa lettura del mondo. Mi riferisco a opere capitali – più avvincenti di molti cosiddetti romanzi – apparse dal finire degli anni Settanta, come “Il formaggio e i vermi” di Carlo Ginzburg, “Il pane selvaggio” di Piero Camporesi, “Il Ritorno di Martin Guerre” di Nathalie Zemon Davis, “Dare l’anima” di Adriano Prosperi.

Ma penso soprattutto alla sua passione di ricercatore. Manzoni consultò davvero manoscritti e cronache seicentesche, ed ebbe fra le mani anche carte dell’archivio di Venezia (gli sconquassi e le rapine dell’epoca napoleonica avevano sparpagliato documenti della Serenissima in tutta l’Europa francese e austriaca). Nei “Promessi sposi” non doveva esserci solo il capitolo della peste ma anche “La storia della colonna infame”: espunto dal romanzo, il processo degli untori divenne un saggio di micro-storia. È in questa duplicità e dialettica che mi riconosco. Il romanzo “La lunga attesa dell’angelo” è stato concepito (e scritto) insieme alla biografia “Jacomo Tintoretto & i suoi figli. Storia di una famiglia veneziana” – in un serrato confronto tra i fatti e il loro racconto.

Con “L’architettrice” però ho voluto fare qualcosa di diverso, perché non posso trasformare un traguardo in una formula – per quanto riuscita o soprattutto se riuscita – e ho bisogno di tentare altre strade. In questo caso il romanzo è autosufficiente, un edificio compiuto; il contro-romanzo delle fonti e della documentazione (a disposizione nel pdf on-line) ne rappresenta solo le fondamenta. Che reggono il peso di tutto ma sono nascoste nella terra. Ho voluto che il lettore potesse vederle, cosa possibile solo dopo un crollo, o una demolizione. In fondo, è proprio quanto accade alla Villa Benedetta di Plautilla.

 

Siamo arrivate all’ultima domanda e so già che mi mancheranno le sue mail e la dolce attesa che le ha precedute.
Come nel romanzo, anch’io faccio un repentino salto temporale: da Plautilla a Melania Mazzucco.
Agli uomini e le donne del XXI secolo cosa racconta Plautilla? Perché a me sembra, e questo è il passo della Letteratura, che Plautilla non racconti solo di sé, consentendo al lettore di vivere interamente in un secolo lontano (motivo indiscusso di fascino in “L’architettrice”), ma racconti tanto anche di noi, uomini e donne del nuovo Millennio con tanta strada alle spalle ma tanto ancora da costruire.

RISPOSTA: Mi sono chiesta spesso in questi anni quale fosse il significato della “storia” della Madonna con bambino di Plautilla, la tela che ancora oggi si trova sull’altar maggiore della chiesa di Santa Maria di Montesanto, e che a Roma per secoli è stata venerata perché dipinta – anzi completata – dalla Vergine stessa. Icona magica, quasi miracolosa, avvocata ambasciatrice di preghiere, retrocessa dal nostro razionalismo e dalla nostra incredulità a figura imperfetta dipinta su una tela, impostura ideata dal genio narrativo e teatrale di un padre (Giovanni Briccio) che, sapendosi malato, cerca di inventare un destino e un futuro alla figlia adolescente, sua allieva apprendista pittrice ma senza prospettive professionali. Questa spiegazione è la più verosimile, e le cose andarono probabilmente proprio come le racconto nel romanzo. E però.

Non sappiamo quale ruolo svolse Plautilla nella creazione di questa storia. Certo la subì, come tutto il resto, almeno fino a quando, a ventinove anni, cessò di essere una figlia per diventare una donna, e una donna sola. Ma cosa significava, davvero? E cosa significa per noi? Complice o ignara, Plautilla accettò. Non avrebbe potuto fare altro: il modello di ogni esistenza di donna era Maria, la quale pure aveva umilmente accettato l’annuncio dell’angelo e la volontà divina. Ma con il suo “sì”, Plautilla accettò di diventare messaggera di una volontà ulteriore, imperscrutabile.

Mi piace pensare che lei sia stata esattamente questo. Cancellata nella sua identità specifica, divenne ognuna: “una” zitella romana – qualunque ragazza, dunque. Divenne portatrice di un messaggio che forse non sarebbe stato decifrato, o non subito, ma che le sarebbe sopravvissuto. Dimostrare una possibilità. Un’alternativa. Dirompente, sovvertitrice. Che una ragazza qualunque, nemmeno ben nata, non favorita in nessun modo dalla sorte, col supporto e l’alleanza di qualcuno che scommette su di lei e le dà i mezzi e l’occasione di cimentarsi, possa diventare ciò che sogna (lei, da ragazzina, una pittrice, in seguito ben altro). Per questo credo che la storia di Plautilla – pure costellata di delusioni, lutti, rinunce e tradimenti – diffonda attorno a sé una sorta di chiarore. Il semplice fatto che sia esistita, e che sia riuscita a vivere e creare, dimostra che un’altra strada è possibile, che nessun muro è troppo alto, e nessuna notte troppo oscura. Soprattutto di questo le sarò sempre grata.

Chiacchierando con… Melania Mazzucco
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