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Immagino che la nostra intervista si sia svolta nella hall di un grande albergo, mentre beviamo un drink.

Ho trovato “Svegliami a mezzanotte”, il secondo romanzo di Fuani Marino per Einaudi, doloroso, lancinante e bellissimo. Non so se vi sia mai capitato di sentire un libro particolarmente nelle corde, e di trovare degli indizi, minuti e secondari, che svelano e suggellano l’appartenenza: mia figlia si chiama Nuccia e questo, un nome non certo comune, è il primo che appare nel libro.

Era metà pomeriggio e Nuccia, la signora del secondo piano, preparava la cena davanti al suo sceneggiato tv.

Forse per la vicina di casa che lo porta nel romanzo è un diminutivo, per mia figlia è invece il nome proprio e le tocca spesso ripeterlo e spiegare da dove provenga: il nome della nonna paterna che non ha mai conosciuto. Anche Fuani è un nome insolito, che la scrittrice deve sempre spiegare e che nasce dall’incontro delle lettere iniziali dei nomi dei suoi genitori, come chiarisce nel romanzo:

Ero arrivata dopo nove anni di matrimonio e un aborto: mio pade non voleva figli, mia madre sì. Malgrado l’iniziale riluttanza alla paternità, l’idea di unire i loro nomi (Furio e Anita) per crearne un terzo (Fuani) venne a lui.

Nomen omen: forse già chiamarmi così rappresentava un destino.

Quindi mi metto idealmente comoda sul divano di una hall alberghiera come da invito di Fuani Marino, felice di confrontare le impressioni così vivide e profonde suscitate dalla lettura del libro con la sua autrice, e invitando anche tutti voi a fare altrettanto.

Svegliami-a-mezzanotte-fuani-marino“Svegliami a mezzanotte” è un libro coraggioso e sincero; spiazzante per il dolore lancinante e la sofferenza autentica che non viene edulcorata ma sublimata dalla compostezza delle parole e dello stile, dallo sguardo acuto e tagliente su di sé e sugli altri.

In più occasioni nel libro affiora la difficoltà del “dire”, più nella percezione degli altri che non della tua, che sembri mossa da una grande consapevolezza che si riflette nell’impianto narrativo che sostiene il libro.

Quando manifestavo l’intenzione di scrivere quello che diventerà questo libro a persone vicine o addetti ai lavori, per prima cosa mi chiedevano se fossi certa di quello che facevo, e se non preferissi usare uno pseudonimo. Le ragioni che mi hanno spinta a espormi, a uscire allo scoperto, mettendo in piazza un fatto privato e le sue conseguenze, sono diverse. Come detto all’inizio, ho sentito una sorta di “dovere” nei confronti di quanti hanno dovuto misurarsi con un’esperienza analoga, perché la mia testimonianza avrebbe potuto aiutarli. Ma prima ancora di questo, la mia scelta è legata a una convinzione che lo scrittore americano Denis Johnson ha espresso molto bene in un’intervista rilasciata alcuni anni prima di morire:

[all’epoca] pensavo fosse importante nascondere che non ci sto con la testa. E poi sono cresciuto e cinque anni dopo ho pensato: che differenza fa? Le persone che incontro lo capiscono dopo pochi secondi. Non ci si può nascondere. Nessuno può nascondersi per sempre. Alla fine saremo sempre mascherati.

Così come non volevo restare un’estranea per le persone più vicine, l’opinione degli altri, degli estranei, ha acquistato sempre meno importanza ai miei occhi. Non ho voluto fare della mia vita una farsa. E me ne assumo la responsabilità. Quando quest’ultima mi sembrava troppo pesante, dicevo a me stessa che in ogni caso la verità, prima o poi, sarebbe venuta a galla.

E allora, tanto valeva che a raccontarla fossi io.

 

In “Svegliami a mezzanotte” non c’è nessuna pacificazione né è un libro terapeutico. Il coraggio del tuo scrivere risiede proprio nella sincerità piena con cui racconti di te. Un equilibrio faticoso, ma pienamente raggiunto, tra la confessione e la testimonianza. 

Che cosa è stato più difficile mentre scrivevi, e cosa più difficile da affrontare dopo aver scritto “Svegliami a mezzanotte”? Quanto coraggio ci vuole nello scrivere un libro come il tuo, o invece serve altro?

© Danilo Donzelli Photography
© Danilo Donzelli Photography

Credo servano anche una buona dose di incoscienza e disperazione. Non posso nascondere che l’etichetta di “libro coraggioso” mi indispettisce un po’, forse perché mi mette di fronte all’incoscienza che ho avuto nello scriverlo.

Sarebbe prematuro misurarne gli effetti sulla mia vita: sono passati appena quattro mesi da quando è stato pubblicato e immagino ci sia bisogno di più tempo. È un libro che nasce principalmente da un forte bisogno di comprensione e conoscenza (di fatto, chi perde il controllo della propria vita, il più delle volte ne è perfettamente consapevole ma continuerà a chiedersene il perché all’infinito). È anche frutto di un moto di idealismo e rivendicazione, affinché le cose possano cambiare in futuro. 

 

La mia definizione di “libro coraggioso” non voleva fare riferimento in nessun modo all’incoscienza dello scrivere, soprattutto il tuo, che ribadisco mi ha colpita e affascinata proprio per il suo altissimo livello di consapevolezza, ma il “coraggio” per una filologa classica come me è alta adesione a quello che tu hai definito molto meglio di me “moto di idealismo e rivendicazione” e il coraggio è ciò che spinge persone come te a cercare di cambiare le cose a vantaggio degli altri. Io questo moto l’ho sentito fortissimo, e mi ha inchiodato alle tue pagine, suscitando ammirazione, attenzione e gratitudine.
Leggendo “Svegliami a mezzonotte” mi sono sentita forte e fragile nello stesso tempo. È un effetto indotto dalla tua scrittura, mai sbavata, sempre vibrante ma lucida e tagliente. C’è la vita, la tua vita, ma il dato biografico è superato dalla compostezza della scrittura.
Vita e scrittura: quale delle due ha “dettato” all’altra? Nel libro fai riferimento a scrittrici, come Joan Didion, e poetesse, come Sylvia Plath, oltre a molta letteratura scientifica e ad artisti. Chi ha lasciato un’impronta più incisiva nel modo con cui hai deciso di affrontare un tema così delicato?

© Danilo Donzelli Photography
© Danilo Donzelli Photography

Ti ringrazio. Quando lessi “L’anno del pensiero magico” e “Blue Nights” mi colpirono appunto la compostezza e l’asetticità con cui Didion racconta la perdita del marito e della figlia a distanza di poco tempo l’uno dall’altra. Ma anche il ricordo che Miriam Toews fa di sua sorella morta suicida ne “I miei piccoli dispiaceri”, alla cui presentazione ho avuto l’occasione di assistere. È paradossale come il dolore più straziante riesca a essere sublimato dalla scrittura, ma forse è questo che fa l’arte, si nutre della vita e la trasfigura.

 

 

Come tu stessa spieghi tra le pagine del romanzo, “Svegliami a mezzanotte” è un libro scritto a posteriori.

Qui ho tentato di ricostruire gli eventi che mi hanno portata a fare quello che ho fatto, intuire la concatenazione delle scelte, malgrado molto sia dovuto al caso. Diversamente dalla “Signorina Else”, in cui Arthur Schnitzler lascia parlare la protagonista, una ragazza che decide di darsi la morte perché sopraffatta dalle richieste e dalle difficoltà della propria famiglia, questo libro è un racconto a posteriori. A differenza di quanto accade nella novella austriaca, il mio monologo interiore non precede, bensì segue l’azione, ed è per questo forse più distaccato, portando con sé solo l’eco della disperazione e dell’angoscia che in genere conducono al suicidio.

In questo “tempo successivo” il suo essere sostanzialmente diverso dalla letteratura sul tema con cui scandisci i pensieri e le sensazioni. C’è un prima e un dopo nel racconto, ma sia il prima che il dopo sono preceduti dalla “caduta” che li recide nettamente e idealmente li unisce.

Nel prima e nel dopo una chiara disamina di ciò che poteva essere evitato, a partire dalla superficialità con cui troppo spesso si considera il disagio psichico da parte di familiari e medici. Nel libro convivono due tensioni: raccontare per chi si può riconoscere nella situazione e denunciare gli errori che spesso si commettono nell’interagire con chi si trova in difficoltà.
A chi ti rivolgi, se mai hai pensato a un interlocutore mentre scrivevi: a chi ha provato e subito certe sensazioni ed esperienze o a chi le ha osservate in pazienti e cari?

© Danilo Donzelli Photography
© Danilo Donzelli Photography

Durante gli anni successivi alla caduta – che è una caduta anche metaforica, oltre che fisica – mi sono circondata di autori e personaggi che avevano vissuto in modo diretto o indiretto il disagio psichico e il suicidio, creando una sorta di “comunità”. Avevo bisogno di storie in cui identificarmi, che mi aiutassero a comprendere e ad accettare quello che avevo fatto, ed effettivamente traevo grande conforto da quelle letture. Così deve essersi fatta strada in me l’idea che anche la mia storia potesse essere utile a qualcuno, e questa mi ha accompagnata durante tutta la stesura del progetto. Come compare nella dedica, “Svegliami a mezzanotte” è un libro dedicato “a quanti hanno attraversato la notte”, ovvero a chi è stato o è attraversato dal disagio psichico in prima persona. Purtroppo quest’ultimo si ripercuote anche sui familiari e le persone vicine, lo dimostra il fatto che mi scrivono in tantissimi, per ringraziarmi o comunicarmi le loro impressioni e la loro esperienza.

 

Raccontare di sé in prima persona non è facile. Non intendo il livello psicologico ed emotivo, ma proprio dal punto di vista narrativo e stilistico. Ognuno di noi, credo, ritiene la propria vita degna di attenzione letteraria per le ragioni più disparate, ma la maggior parte di noi (non so se dire per fortuna o purtroppo) non è capace di farne una storia che valga la pena leggere.
Tu, da vera scrittrice qual sei, hai saputo trarre dalla tua esperienza quella valenza universale che porta una storia a diventare materia narrata, in cui specchiarsi al di là del proprio personale e soggettivo vissuto. Così è capitato a me. Imbrigliata nelle pagine di “Svegliami a mezzanotte” senza attinenza con la mia vita reale, ma con riverberi profondi nella mia vita emotiva, consapevole e inconsapevole.
Cosa ti è più servito per raggiungere la nitidezza e la lucidità espressiva, stilistica e narrativa di “Svegliami a mezzanotte”: i tuoi studi universitari, la tua esperienza di giornalista o il precedente romanzo, “Il panorama alle spalle” (Scatole Parlanti)? Oppure nessuna di queste?

© Danilo Donzelli Photography
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Credo mi abbiano aiutato le diverse competenze acquisite nel corso dei miei studi e del mio lavoro. Come scrivo nel libro, mi hanno sempre affascinata i casi clinici, prima ancora di diventarlo io stessa, ed è forse per questo che molti anni fa mi iscrissi alla facoltà di psicologia. Sebbene non abbia mai esercitato la professione,  diverse nozioni apprese mi sono tornate utili, così come mi sono venuti in aiuto i vecchi manuali. Ho immaginato un testo che procedesse come una cartella clinica, attraverso l’anamnesi familiare e la diagnosi. Credo abbia influito anche l’approccio giornalistico, col suo procedere a tentoni attraverso diverse ipotesi, riportando i fatti in maniera chiara. Ma tutto questo è stato preceduto dalla consapevolezza di avere una storia forte da raccontare: a un certo punto ho guardato la mia vita dall’esterno e mi è sembrata un romanzo, in questo senso è stato molto semplice.

 

“Svegliami a mezzanotte” è uno di quei titoli che piacciono a me: suggestivo senza essere didascalico, con un senso concreto all’interno del romanzo e carico di sensi metaforici e simbolici.

Certi giorni è come se non mi svegliassi mai. Il letto mi risucchia. Come sabbie mobili, come un buco nero. Altri mi sembrano cortissimi, neanche il tempo di alzarmi e fuori è già buio. Accade talmente di rado che ho dovuto imparare a farci caso, quando sto bene.

Un’intera famiglia sotto scacco, in balia dei miei orari assurdi. Svegliami alle undici, dico, se ho un impegno che non sono riuscita a spostare nel pomeriggio. Svegliami in tempo utile. Ma l’ora che preferisco è la mezzanotte.

Dove ti porterà la tua scrittura prossimamente?

© Danilo Donzelli Photography
© Danilo Donzelli Photography

Ho diversi progetti, fra cui un libro per l’infanzia, su come introdurre ai più piccoli degli argomenti considerati “difficili” (penso alla malattia, alla morte, alle tante ingiustizie presenti nel mondo).

Inoltre mi piacerebbe approfondire il tema della vecchiaia con un saggio dedicato allo scontro generazionale fra i trenta/quarantenni e i baby boomers. 
 

 

E siamo giunte all’ultima domanda. Cos’è la scrittura per Fuani Marino?

La scrittura per me è una possibilità: uno strumento che si nutre dei miei pensieri e mi permette di comunicare col mondo circostante. 

Chiacchierando con… Fuani Marino
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