Gli incendiari

Esplosivo l’esordio di R. O. Kwon, nata in Corea del Sud ma trasferitasi ben presto negli Stati Uniti, come la protagonista Phoebe. “Gli incendiari” (titolo fedele all’originale), pubblicato da Einaudi nella traduzione accorta e avvolgente di Giulia Boringhieri, è stato considerato uno tra i migliori libri dell’anno da più di quaranta testate che ne hanno sottolineato la potenza detonante.

Con un’esplosione il libro si apre:

Saranno andati tutti insieme su un tetto di Noxhurst per vedere l’esplosione.

È l’inizio del primo dei quaranta capitoli che compongono “Gli incendiari”. Capitoli a voci alterne di Will, anche lui di origini coreane, che si trasferisce dalla California, dove vive con una madre disperata e psicologicamente labile per l’abbandono del padre, all’Edwars College dopo aver abbandonato la scuola biblica, di cui era stato un fervente e devoto “missionario”; di Phoebe, la vera protagonista del romanzo, dal fascino spavaldo e fragile, dall’equilibrio precario e determinato, con un’esistenza tutta da scoprire nel lento e incessante svelamento narrativo; e infine John Leal, il detonatore della vicenda, dalla storia rocambolesca e in cui verità e menzogna si mescolano in modo sapiente. Il lettore fino alla fine non saprà se ritenere vera, o falsa come tenta inutilmente di dimostrare Will, la narrazione di sé che il personaggio propone: rapito come attivista in Cina, al confine con la Corea del Nord, viene tenuto prigioniero e torturato in un gulag, per poi essere misteriosamente e inaspettatamente liberato. Ritornato in America, continua a fare proselitismo, rivendendosi il fascino della sua storia.

Tra i tre si crea un inevitabile triangolo di gelosie, appropriazioni e indebite ambizioni. Will è il personaggio a cui è affidato direttamente il racconto, e non a caso i capitoli a lui intestati sono i più lunghi e distesi; Phoebe prende la parola con un suggestivo racconto in terza persona, che con un impercettibile e lieve scivolamento diventa prima, lasciando però chiara nel lettore la percezione di una mediazione narrativa che rende la sua figura sfuggente, a tratti incomprensibile, vulnerabile e come circondata da un’aurea di desiderio. A John Leal i capitoli più brevi, tutti in terza persona, come a voler sancire una distanza di visione, di percezione di sé e degli altri, di appartenenza al contesto sociale. KownIn questo modo, Kwon si tiene lontana dal fascino perverso che di solito aleggia intorno al cattivo, e lascia la sua figura in un torbido di sentimenti, proiezioni e progetti, che rendono ancora più deflagrante e introspettiva la vicenda narrata.

Will e Phoebe sono due personaggi alla disperata ricerca di un senso, che possa giustificare e riempire il vuoto che le scelte e le vicissitudini hanno scavato dentro di loro. In questo dimenarsi spasmodico e ossessivo si imbattono in John Leal e nel suo fagocitante intento di dare un senso al mondo. Un senso rigido, asfittico, incandescente. Nonostante la profondità del sentimento che li lega e in virtù del diverso bagaglio culturale ed esistenziale che portano sulle spalle, la loro reazione sarà opposta: Will ha come scudo al fascino di Leal la propria esperienza di predicatore e il groviglio spirituale che lo agita per l’abbandono della fede e della missione che la comunità di fedeli, tra i quali la propria madre, gli aveva affidato; Phoebe si rivela più incline all’essere manipolata e ingurgitata dalla visione consolatoria e profetica di Leal, nell’estremo sacrificio di sé che possa risarcire quello della madre e pareggiare i conti.

E qui mi perdo, Phoebe. Sono crollati gli edifici. Sono morte delle persone. Una volta mi hai detto che non avevo nemmeno provato a capire. Bene, eccomi, questo è il mio tentativo.

Non è uno spoiler, perché la citazione è presa dalla fine del primo capitolo ed è quindi premessa a tutto il romanzo, che si pone attraverso il gioco dei punti di vista come il tentativo di Will di poter comprendere la donna amata prima ancora che le vicende che li hanno visti protagonisti. Tentativo in cui Kwon attraverso il romanzo coinvolge anche il lettore, prima introducendolo nel mondo del college, poi ampliando gli orizzonti della vicenda all’esterno, per sperimentare la vita nella sua struggente complessità e inafferrabile realizzazione.

Gli incendiari
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