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A Più libri più liberi direi

E in effetti avremmo ben potuto vederci, io e Emanuele Termini, alla Fiera dell’editoria indipendente che si tiene ogni anno a Roma a cavallo dell’Immacolata e che per me è un appuntamento imperdibile. Invece ci siamo solo sfiorati: io per il terzo anno di seguito ho partecipato all’iniziativa Blogger in stand, organizzato da Exòrma, parlando proprio del libro di Emanuele Termini, “L’acqua alta e i denti del lupo” il 5 dicembre; lui è stato presente nello stand della casa editrice il 7 dicembre per dedicare le copie e confrontarsi con i lettori.

Stalin_Copertina_Provvisoria.qxp_Layout 1Torniamo a parlarne insieme sul blog e vi invitiamo a seguirci, perché stiamo per intraprendere un viaggio davvero affascinante per calli inusitati di Venezia, sulle tracce sbiadite di Josif Dzugasvili.

“L’acqua alta e i denti del lupo” ha il passo di un giallo ma non c’è nessun assassino; contiene descrizioni inedite di una delle più belle città al mondo, Venezia; conduce un’indagine su uno dei più misteriosi personaggi storici, del quale tanto si è detto ma forse ancora tanto si dovrà dire. Nel libro Stalin, nella molteplicità dei suoi soprannomi, è esaminato in modo estremamente originale. Un vuoto nella sua biografia, che il dittatore ha gelosamente custodito per tutta la vita, in stretto connubio con la fascinosa città di Venezia.

Il sottotitolo infatti recita: Josif Dzugasvili a Venezia.

Cosa ti ha attratto di più, spingendoti a scrivere il libro: il personaggio storico con un tratto ancora da svelare? O percorrere nelle pagine i calli più inesplorati di Venezia seguendo le orme di un fantasma?

TerminiLa vera “attrazione” è cominciata quando ho scoperto che, su un personaggio così noto, la storia riservava ancora delle sorprese. 

Mi sembrava impossibile che nessuno si fosse mai preoccupato di quella leggenda che aleggiava in merito al suo soggiorno veneziano. Eppure in molti ci avevano provato, a partire da Gustavo Traglia negli anni 50, fino ai nostri giorni, ma nessuno andava fino in fondo. 

Unire i puntini di questa storia all’inizio era faticoso, mi demoralizzavo spesso perché volevo un documento, una fotografia, una firma su un registro; poi ho capito che dovevo cercare altro. 

Dovevo scavare nelle sue intenzioni e in quello che stava per accadere piuttosto che in quello che realmente poteva essere accaduto. 

Così ho iniziato a perdermi; a perdermi nella storia, a perdermi negli archivi, a perdermi nella tradizione orale, a perdermi a Venezia. 

A quel punto era troppo tardi per fermarmi come quelli che ci avevano provato prima di me. 

Ormai avevo scoperchiato una pentola piena di sorprese. Ogni volta che trovavo un indizio, anche il più misero, trovavo anche qualcosa di divertente e curioso; ogni volta che trovavo una traccia, anche la più debole, scoprivo qualcosa di Venezia che non conoscevo. 

A volte rincorrevo lui, a volte speravo che cercare lui mi portasse ad altro. In certi momenti per me lui era veramente solo un georgiano ribelle, anarchico e rivoluzionario, riuscivo a scrivere la sua storia trattandolo senza pensare a quello che sarebbe diventato negli anni a venire. 

La mia adorazione per gli archivi riusciva a sollevarmi il morale anche dopo giornate intere senza risultati e Venezia, era comunque il posto più bello del mondo per camminare, anche se spesso tornavo con lo zaino vuoto. 

 

Perdendoti nella storia di questo giovane anarchico e rivoluzionario che fa perdere completamente le sue tracce per un paio di mesi, hai trovato da una parte il desiderio di una figlia che la memoria e il lavoro del padre, il giornalista Gustavo Traglia, fosse ricordato e valorizzato; dall’altra due luoghi fascinosi di Venezia: una libreria, l’Acqua Alta (nomen omen) e il monastero di San Lazzaro degli Armeni.
Che rapporto hanno questi due luoghi con la narrazione, più ancora che con la vicenda di Josif? Perché l’impressione è che tu abbia provato molto piacere a inserire nelle pagine di “L’acqua alta e i denti del lupo” inserti di racconto che riguardano queste due, particolari, realtà veneziane.

TerminiHo trovato corretto ricollocare storicamente il lavoro di Traglia e di conseguenza ho ridato la giusta importanza alla sua professione di giornalista. La figlia ha apprezzato il mio lavoro e mi ha aiutato molto nella ricostruzione della carriera del padre, nonostante fosse scomparso quando lei aveva solo 13 anni. 

La libreria Acqua Alta ha significato molto per me, era il luogo da cui partivo e nel quale arrivavo. A volte sentivo che la giornata iniziava dalla libreria e non quando partivo da casa per raggiungere Venezia. A fine giornata ci tornavo se avevo tempo; la gente che passava durante il giorno cercando libri rimescolava tutto e mi piaceva l’idea che alla sera ci fossero buone possibilità di imbattermi in libri che magari al mattino erano sepolti da altri volumi. 
Per quanto riguarda San Lazzaro è tutta un’altra storia. Quel luogo è pieno di fascino; tutto quello che custodisce, tutte le persone che lo hanno frequentato, i monaci che lo mantengono vivo; San Lazzaro racchiude una cultura, non solo degli oggetti, se pur carichi di un valore simbolico importantissimo. E poi c’era e c’è tuttora, un rapporto umano con i monaci; c’era spesso un confronto con loro: la loro cultura e la mia, le loro idee e le mie. Inoltre per me San Lazzaro era il luogo dove avrei potuto trovare una testimonianza diretta per la mia ricerca.

Quando leggo le tue domande e ti rispondo, ho spesso la sensazione che la mia ricerca sia stata una scusa, una scusa per frequentare quei luoghi, per andare a Venezia, per scoprire cose che avevano poco a che fare con il viaggio del giovane Koba. Alla fine non cercavo più Stalin, cercavo il suo viaggio, l’idea che si era fatto vedendo piazza San Marco senza il campanile, cercavo l’impressione che aveva avuto arrivando nella piccola Armenia nel bel mezzo della laguna veneta e cercavo un’immagine della città nei primi del Novecento. 

 

Ed è proprio questa sensazione che lasci al lettore: un viaggio fascinoso sulle orme di un fantasma nel tempo e nello spazio.
Ed è così che nel tuo libro la figura ingombrante di Stalin diventa evanescente. Si libera della zavorra della storia e diviene un ideale, un rivoluzionario, un giovane pieno di entusiasmi che cerca una via e si perde tra i calli.
Che idea ti sei fatto di Josif a Venezia?

TerminiNon ti nascondo che spesso ho provato a ripercorrere il tragitto che immagino abbia fatto lui nel 1907. Alcuni pezzi perlomeno. Camminavo immaginando la Venezia del 1900, lui con quel suo sorriso mezzo nascosto dai baffi mentre cercava informazioni, lui mentre chiede come fare a raggiungere San Lazzaro; e poi i veneziani che lo osservano, con quel modo strano di vestire e quel suo accento così inconsueto anche in un porto così trafficato.

Tra le fotografie e i tanti fotomontaggi dell’epoca ho provato a supporre la visuale di Josif in piazza San Marco. Mancava il padrone di casa. Per noi è impossibile immaginare quella piazza senza il campanile, ma lui non l’ha visto, non era ancora stato completamente ricostruito dopo il crollo del 1902. 

Poi a San Lazzaro, il vaporetto, l’arrivo sull’isola e l’accoglienza dei monaci. L’ho immaginato mentre dall’isola guardava verso Venezia, in una di quelle giornate in cui i tramonti regalano spettacoli unici. Chissà che impressione si sarà fatto di una città così diversa da qualsiasi altra città, chissà che idea si sarà fatto di quelle calli al posto delle strade, di tutti quei ponti. Non poteva parlarne con nessuno, ovvi e già citati motivi, ma credo che in qualche modo anche a lui possa essere rimasta nel cuore Venezia. 

 

 

“L’acqua alta e i denti del lupo” si legge come un thriller, perché tu riesci a immergere completamente il lettore nell’indagine e nella ricerca. Il mistero è così fitto che il lettore condivide con te ricercatore l’ansia e il desiderio di sbrogliare la matassa e di far luce sulla questione.
Senza anticipare risvolti e situazioni che possano privare il lettore del piacere di seguire le tue peregrinazioni alla ricerca di Josif, qual è il risultato più eclatante su cui ritieni di aver chiarito dei punti? Quale tassello mancante nel descrivere la fisionomia di Stalin è apportato dal tuo libro? E infine che cosa ti sarebbe piaciuto trovare e invece non hai rintracciato?

TerminiIl risultato più eclatante è stato quello di risvegliare la memoria di alcune persone; non c’è una prova o un documento che più di altri mi ha confortato nella ricerca, è stato più emozionante sentire qualche “chissà” e qualche “…ah, già, quella storia…”, quelle erano le situazioni in cui spesso mi rincuoravo e venivo stimolato nel continuare il mio lavoro. I punti si sono chiariti, quasi tutti, nell’insieme delle tracce che sono riuscito a trovare e onestamente, spero che dopo l’uscita del mio libro si risvegli qualche memoria e mi auguro che qualcuno vada a scavare più a fondo in qualche archivio al quale non ho avuto accesso. Chissà, magari c’è ancora qualcosa, ancora qualche traccia che ho trascurato o alla quale non ho avuto accesso e che meriterebbe di essere analizzata. 

Non credo di aver aggiunto nulla alla biografia di Stalin, è un personaggio sul quale si è scavato molto e molto a fondo. La biografia di Simon Sebag Montefiore mi sembra “definitiva” come analisi, anche dal punto di vista psicologico, traccia un profilo molto dettagliato; forse sono riuscito a sollevare qualche dubbio sul brevissimo periodo della sua vita, argomento che potrebbe servire soltanto a confermare l’astuzia e la tenacia dell’uomo d’acciaio. Il mio libro potrebbe servire ad avvicinare qualche lettore riluttante alle biografie o alla storia in generale, forse sono riuscito a rendere appassionante un argomento che se trattato in maniera troppo tecnica, rischia di risultare noioso ai non addetti ai lavori.

Avrei voluto trovare di tutto, per un periodo ho sperato anche in una fotografia di Stalin tra le calli di Venezia, ma sapevo che era utopistica come ipotesi. Certo è che la storia spesso riserva anche molte sorprese e quelle più belle arrivano solitamente quando si finisce a scavare nei meandri di argomenti dei quali si è convinti di sapere già tutto. Ma potendo fantasticare, una fotografia scattata per caso in cui compare a sua insaputa il suo volto, ecco, una fotografia del genere avrebbe soddisfatto ogni mio desiderio. In quel periodo storico però non c’erano gli strumenti che oggi ci permettono di avere un’immagine di ogni cosa, le fotografie venivano scattate con parsimonia e con una preparazione che dava il tempo a chiunque di decidere se essere o meno inclusi nello scatto. Ora credo che ognuno di noi, se passa una giornata a Venezia, finisca dentro una decina di fotografie di sconosciuti (io lo faccio anche per scelta a volte, cercando di cadere dentro l’inquadratura di qualche giapponese).

Cercando di essere il più realista possibile, mi sarebbe piaciuto trovare una lettera: un documento di cui si è molto parlato, ma del quale si sono perse le tracce. Se devo essere onesto io non ho ancora smesso di cercarlo, nutro ancora la speranza che un giorno, dentro le pagine di un libro abbandonato da un centinaio di anni, si possa trovare un foglio piegato in quattro, dove qualcuno si era preso la briga di scrivere qualcosa su un georgiano arrivato in laguna dal freddo della sua terra.

 

Come ultima domanda, a cui aggiungo i ringraziamenti per il tempo e l’attenzione che mi hai dedicato, riavvolgiamo il nastro del tempo e… scattala tu la foto di Stalin a Venezia. Cosa vedremmo dell’uno e dell’altra? E a rendere più tangibile la prova, che cosa ci sarebbe scritto sul retro della fotografia?

TerminiIo ho sempre questa immagine in testa, surreale per certi aspetti, molto realistica per altri, di una fotografia di Josif, con un lungo cappotto, in piedi, sorridente al centro di Piazza San Marco, dove sullo sfondo si vede la basilica e dove manca il campanile. Più che la faccia di Josif, si riconoscerebbe la sagoma di Koba, la posa di Bepi e l’appena accennata autorevolezza di Stalin. Nella fotografia in bianco e nero si riconoscerebbero i primi anni del secolo, un turismo diverso, una luce più forte senza l’ombra del padrone di casa e forse un pizzico di serenità, quella di un Paese ancora ignaro che qualche anno più tardi sarebbe iniziata la Grande Guerra. 

Dietro la foto ci sarebbe l’anno: “1907”, con la grafia tremante della mano di chi forse avrebbe potuto chiedere “cosa scriviamo dietro?”. Ecco forse ci sarebbe scritto: “J. V. D. Venezia, 1907”. 

Forse Stalin avrebbe preferito ricordare quel momento con le iniziali del suo vero nome; oppure ci avrebbe fregati tutti di nuovo, falsificando nome e anno, unica prova tangibile del suo modo di agire. 

Chiacchierando con… Emanuele Termini
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