di Andrea Cabassi

cabassi foto recensione gennaio

TRANSUMANO, UMANO, TROPPO UMANO

Recensione al libro di Giacomo Sartori

“Baco” (Exòrma)

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Hal 9000. Chi non lo ricorda? Hal è l’acrostico di Heuristical Algoritmic. Hal 9000 la famosa intelligenza artificiale dello strepitoso film del 1968 di Stanley Kubrick “2001.Odissea nello spazio”. Hal 9000 vero e proprio protagonista del film con la voce dell’attore canadese Douglas Rain nell’originale, con la voce di Gianfranco Bellini nel doppiaggio italiano. Quella di Bellini era una voce dal timbro freddo e  asettico che rendeva perfettamente il ruolo dell’intelligenza artificiale, una voce che si sarebbe prestata, poi, a doppiare altre intelligenze artificiali in altri film.

Hal 9000 è l’intelligenza artificiale che non sbaglia mai ma che, nel film di Kubrick, segnala un guasto inesistente. Che si scontra con Frank e David, membri dell’equipaggio del Discovery One; che, poco alla volta, sembra acquisire caratteristiche umane; che non esita a uccidere quando si sente in pericolo. Un film del 1968 ambientato in quello che sembrava essere un lontanissimo 2001. Avevo 14 anni quando vidi per la prima volta il film e, davvero, vedevo il 2001 come un’epoca lontanissima. Il 2001 lo abbiamo superato abbondantemente e ci siamo trovati a vivere dentro un’era digitale fatta di Internet, Facebook, Twitter, Instagram, ci siamo trovati a vivere in un mondo dove il virtuale ha soppiantato, per importanza, il reale, in un mondo che diventa sempre più violento e privo di etica anche a causa di questo sovradimensionamento del virtuale, che porta a vivere l’altro da noi come qualcosa che non ci è davanti in carne e ossa.

Abbiamo attraversato gli anni settanta dove, soprattutto la filosofia francese, e, a seguire, quella americana, annunciavano la morte del soggetto e si preparavano a celebrarne i funerali. Questo già a partire da Levi Strauss. Siamo arrivati al transumanismo e alle teorizzazioni sul transumano e postumano passando per le riflessioni filosofiche di Foucault, il decostruzionismo di Derrida, le macchine desideranti e i corpi senza organi di Deleuze e Guattari.  E oggi ci troviamo a confrontarci con filosofi che hanno portato oltre, molto oltre le tesi precedenti. Si parla di un uomo che, pur restando umano, trascende sé stesso per ibridarsi con le macchine, si parla di postumano quasi negli stessi termini. Scrive criticamente il sociologo Antonio Caronia su S&F in un articolo intitolato “Transumano, troppo transumano” :

“Innamorati di una indiscussa retorica del progresso scientifico e tecnologico, i transumanisti non si interrogano sugli intrecci tra i mutamenti del sapere sull’uomo e il nuovo eventuale oggetto di questo sapere, né sembrano capaci di delineare un panorama della crisi antropica attuale. Annunciatori di un pensiero della catastrofe, di cui senza dubbio ci sarebbe un gran bisogno, lo riducono però a una dimensione puramente quantitativa, a una registrazione degli scarti fra le magnifiche sorti delle info- e delle biotecnologie, e una presunta insufficienza (o arretratezza) della dimensione biologica dell’uomo, che dichiarano superata (o in via di superamento) con sconfortante albagia. Dichiarato quindi il postumano come il superamento dei ‘limiti biologici, neurologici e psicologici insiti negli esseri umani per effetto del processo evolutivo’ – sconcertante affermazione, dal momento che presuppone la misteriosa capacità di un processo biologico come l’evoluzione di ‘superare se stesso – essi definiscono il transumano come la transizione dalla condizione umana a quella postumana”  (S&F. N. 1.   2009).

Perché questa lunga premessa? Perché ha strettamente a che fare con il bel libro di Giacomo Sartori “Baco” (Exòrma. 2019). Baco intelligenza artificiale della nostra contemporaneità simile a Hal 9000? Baco come frutto delle filosofie transumaniste? Ma prima di addentrarci in queste tematiche un cenno sull’autore e alla trama. Giacomo Sartori è agronomo e vive a Parigi. Ha pubblicato i romanzi “Titolo” (Il Saggiatore. 1999), “Anatomia della battaglia” (Sironi. 2005), “Sacrificio” (Pequod. 2008; Italic. 2013); “Cielo nero” (Gaffi. 2011); “Rogo” (CartaCanta. 2015); “Sono Dio” (NN Editore. 2016). Con Paolo Morelli e Marino Magliani ha pubblicato “Animali non addomesticabili” (Exòrma. 2019). Collabora al blog “Nazione Indiana”.

La trama e i personaggi di “Baco” in breve: la narrazione è in prima persona e il protagonista è un ragazzino sordo profondo che parla con il linguaggio dei segni. Ha un padre transumanista, una madre che ama le api e che è ricoverata in ospedale  in coma a causa di un incidente stradale, un nonno con ideali anarchici e un fratello che viene indicato come QI185, il suo quoziente intellettivo, fratello geniale e molto importante nell’economia del romanzo perché impegnato a progettare rivoluzionari circuiti integrati e algoritmi. Sarà lui il padre di Baco, un insieme di circuiti integrati, algoritmi, intelligenza artificiale, ma vero e proprio personaggio. Tutti vivono in ex pollaio dentro ad un’atmosfera distopica, al confine tra la fine del mondo e il passaggio dall’umano al postumano. Fuori dalla casa insegnanti, presidi, insegnanti d’appoggio in una vicenda in cui sono centrali le difficoltà di adattamento  scolastico  di un ragazzino etichettato “diverso”.  Un ragazzino che vive sulla frontiera tra un mondo postumano e transumano e un mondo umano, troppo umano come quello della scuola, delle relazioni difficili con i compagni, gli insegnanti, i genitori, il fratello. Un mondo umano, troppo umano come quello del nonno anarchico. Un mondo umano dove fondamentale è la relazione con la logopedista che lo ha in cura e che, nello svilupparsi del romanzo, verrà, poco alla volta, inglobata nella famiglia.

Varie e approfondite sono le tematiche che affronta il libro: il difficile inserimento di un ragazzino “diverso”; il rapporto tra parole e segni e la loro efficacia comunicativa; le strategie per coprire i vuoti interiori, le tristezze, le malinconie, le mancanze; il rapporto tra realtà e fantasia; il futuro di un mondo postumano e transumano.

Il ragazzino narratore e protagonista ha difficoltà a comunicare con le parole e ricorre spesso ai segni, che ritiene più efficaci e con i quali pensa di spiegarsi meglio. Quando è a scuola gli capita spesso di non farsi capire, di non riuscire a spiegarsi:

“Avrei voluto spiegare come vedevo io le cose, ma sentivo che non avevo abbastanza parole nella testa, e soprattutto non avevo la calma per ordinarle nel modo giusto. In certe situazioni le parole sono scimmiette che balzano in tutte le direzioni, non si lasciano ammansire. Con la lingua dei segni non avrei avuto problemi, ma nessuno lì la capiva” (Pag.22).

E mentre è in visita alla mamma che è all’ospedale in coma:

“Mi sono seduto sulla sedia di metallo con l’imbottitura che odora di ospedale, e come sempre ho cominciato a parlare. Parlarti con i segni, perché a me le parole vere e proprie non mi vengono bene, mi escono tutte intorcolate. Mentre con i segni sono un asso, anche se ho imparato tardi, quando ormai ero considerato un minorato mentale” (Pag. 48).

Il termine “intorcolate” rende benissimo le difficoltà del ragazzino narratore. Ci pare di vederlo affannarsi a parlare e lasciare da parte le parole per usare i segni.

Ancora in un dialogo (in realtà un monologo) con la madre il ragazzino dice :

“Io  ti capisco bene, perché le parole mi sono sempre sembrate stampelle ingombranti. A differenza dei segni non sono davvero giuste, mai davvero sincere, anche nel migliore dei casi pencolano dove vogliono loro, nascondono intenzioni che non corrispondono esattamente con quello che cercherebbero di far credere. Bisognerebbe poterle metterle a stecchetto, ma la verità è che vincono sempre loro” (pag. 56).

Questo passo potrebbe essere letto anche come una metafora della scrittura. Non è forse la scrittura il luogo per eccellenza in cui la parola deve essere controllata, in cui il significato e il significante, per quanto possibile, dovrebbero coincidere? Ma non è forse proprio nell’esercizio della scrittura che le parole eccedono il loro senso per acquisirne altri  imprevisti, imprevedibili? Non è forse nella scrittura che le parole nascondono intenzioni che non corrispondono, che prendono strade che vanno in direzioni sconosciute anche a chi le ha scritte? In fondo le parole sono “come agenti segreti in missione” (Pag. 141).  

Servono le parole con Baco? Il rapporto che il ragazzino intrattiene con l’intelligenza artificiale creata dal fratello genio investe un’altra grande tematica: quella del rapporto tra realtà e fantasia su cui, a mio parere, il romanzo gioca sapientemente e in modo del tutto convincente. Il protagonista vorrebbe presentare Baco al nonno anarchico:

Mio nonno vuole conoscerti, gli ho scritto. Lui però non ha risposto. In quel momento non c’era, o comunque stava zitto. Zitto come una roccia, come un cellulare con la batteria scarica.

Ci sei Baco? gli ho chiesto di nuovo. Silenzio traditore. Era sempre tra i piedi, tranne che in quel preciso momento. Fatti subito vivo!, gli ho scritto. Niente, non dava segni di vita.

Tu ti immagini tante cose, ma la realtà è quella che ci circonda, non quella che ci costruiamo nella nostra testa, ha tagliato corto il nonno, indicando con l’indice tutto quello che ci stava attorno.

E’ importante che impari a non prendere le tue fantasie per cose vere, m’ha detto, dopo averci pensato un po’su, e riprendendo a masticare. Io volevo mostrargli la chat di poco prima, ma poi mi sono detto che non era il caso, con quella storia degli Allolobophora chlorotica per la professoressa (pag.163).

Il ragazzino narratore si rivolge a Baco non come fosse un robot, ma come se fosse un essere umano, proprio come facevano Frank e David con Hal 9000 in “2001. Odissea nello spazio”. E Baco, questa volta, non risponde, si rintana, si nasconde. Sembra che non voglia farsi conoscere e riconoscere dal nonno. Proprio quel Baco che, nel romanzo, sembra essere un vero e proprio Gian burrasca, che ne combina di tutti i colori creando anche situazioni che possono virare verso il drammatico. Ma il nonno sembra non credere al nipotino e lo richiama alla realtà, gli dice che immagina troppe cose. A questo punto si insinua un dubbio nel lettore: quella che il ragazzino narratore sta vivendo e raccontando è realtà o è il frutto di una immaginazione troppo sviluppata? E se Baco non fosse altro che l’amico immaginario che, non raramente, ad una certa età della tarda infanzia e pre/adolescenza, i ragazzini si inventano? Un amico immaginario con cui dialogare, un amico immaginario da cui sentirsi compresi e rafforzati nella propria autostima. O ancora se Baco fosse una proiezione di tutto quello che non si è e si vorrebbe essere? E se le situazioni difficili create da Baco non fossero altro che le situazioni create da QI185? Del resto il rapporto tra QI185 e Baco è un rapporto che, a volte, può sembrare di simbiosi o di relazione schiavo/padrone di hegeliana memoria; è un rapporto di ibridazione tra uomo e macchina come è nelle previsioni e nei desiderata dei transumanisti.

Come si può vedere tante ipotesi si affollano e starà al lettore seguire le diverse piste. Il fatto che possano esserci interpretazioni non univoche è uno dei punti di forza del romanzo: dove sta il confine tra il reale e l’immaginario? Dove sta il confine tra l’umano e il postumano, tra il robot e un soggetto umano, troppo umano?

Il ragazzino narratore è molto portato a fantasticare. Per questo, spesso, viene redarguito non solo dal nonno, ma anche dalla sua logopedista:

“Devo solo non lasciarmi prendere troppo dai miei film interiori, come li chiama la Logo, questo lo so anch’io. Certe volte non è facile, quando si è abbonati a quel tipo di cinema” (Pag. 61).  

E ancora, mentre il ragazzino è in visita alla madre in coma:

“Anche la Logo m’ha detto che non devo essere così sicuro che tu ti sveglierai. Secondo lei io tendo sempre a mettere troppo rosa nei miei telefilm interiori, travisando quello che accade davvero. E anche se si sveglierà sarà una cosa lentissima, m’ha detto, non devo immaginarmi una persona che balza in piedi la mattina e corre in bagno a fare pipì. Bisogna vedere, sempre ammesso che succeda, se riuscirai a ragionare bene come prima e a parlare” (Pag. 70).

Infine, in occasione del possibile sfratto dalla casa ex pollaio:

“Secondo me è meglio però che tu non sappia niente dello sfratto, e io stesso preferisco trasferire questa notizia nel cestino del mio cervello. Facciamo quindi come se non avessi visto niente, e occupiamoci dei problemi ben più impellenti. Del resto la Logo pensa che mi inventi tutto, lo vedo dalla sua facciotta di pastorella bucolica mentre trascrive le mie parole che per lei sono sempre troppo piene di paragoni squinternati e di ineleganti similitudini. Per lei ho una fantasia galoppante, e mi diverto a farla galoppare fino a farle scoppiare la milza” (Pag. 74-75).

Il ragazzino è un ragazzino che se la racconta, se la racconta per riempire i suoi vuoti interiori, per compensare una vita segnata dallo stigma, per farsi compagnia perché, malgrado la presenza del nonno e della logopedista (ma il padre è un padre assente che pensa solo alle sue cose e la madre non c’è perché è ricoverata in ospedale), vive una situazione di solitudine non scegliendo di stare da solo. Non ha coetanei con cui giocare o confrontarsi e l’unico coetaneo con cui dialogare sembra essere Baco. Compensa con la fantasia e l’immaginazione e tanti sono i telefilm interiori di cui è sceneggiatore, regista, spettatore e attore come se, in una sorta di sdoppiamento, si vedesse mentre li recita. Vengono in mente, anche se in un contesto completamente diverso e in una realtà letteraria lontanissima da questa, dove l’alienazione è il tema principale, alcuni personaggi di Beckett come il Krapp che ascolta il suo ultimo nastro correggendo la sua vita, rivedendola, ri/raccontandosela, inventandosi il passato. Il nostro ragazzino narratore è così bravo a raccontarsela che, in certi momenti, viene il dubbio che la storia di Baco e la storia della mamma in coma, siano storie inventate, storie per colmare, appunto, dei vuoti.

Sartori ha una notevole capacità narrativa e usa diversi registri. Passa dal drammatico all’ironico usando un linguaggio mai banale. I suoi personaggi sono a tutto tondo e umanissimi, il robot Baco compreso che, rispetto ad Hal 9000, sembra avere mille sfumature in più: la felicità e la tristezza; la rassegnazione e l’ironia.

Mentre si legge si ha come l’impressione di avere i personaggi lì, davanti a noi, di poter dialogare con loro, consigliarli, all’occorrenza sgridarli o indignarsi con quegli insegnanti che non comprendono una diversa soggettività.

Il libro può essere interpretato anche come una riflessione sul futuro che ci attende. Sarà un futuro trans e postumano quello che ci attende? Un futuro in cui saremo ibridati con le macchine, in cui saremo oltre la biologia? Una cosa è certa: i personaggi di Sartori sono umani, umanissimi, le loro relazioni sono relazioni vere e piene di emozioni e sentimenti. Sono personaggi consapevoli della finitudine della vita e della sua mutevolezza. In certi momenti accettano i mutamenti, in altri fanno fatica ad adattarsi. Anche Baco è umano, molto umano e molte cose conosce della vita. Baco sa della precarietà delle cose. Della precarietà delle nostre esistenze. Soprattutto Baco.

Lo Scaffale di Andrea: Baco
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