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Chiacchierare è una cosa seria, quindi ci vuole un posto come si deve. Facciamo la vecchia panchina di una vecchia stazione in un vecchio paese. Oppure… hai presente il dipinto di Hopper che s’intitola Gas? Ecco, ognuno di noi ci arriva con la propria auto e poi vediamo se lì vicino c’è una tavola calda…

Ho letto il romanzo di Giacomo Verri con la gioia di ritrovare un amico e l’interesse per la scrittura di un lettore appassionato con cui condivido tanti autori in comune. Lo sfondo che ha scelto per scambiarci impressioni di lettura e intenzioni di scrittura ricalca perfettamente l’atmosfera che Giacomo Verri ha saputo ricreare e che racconta molto anche di quello che è come lettore.

Torni in libreria con un nuovo romanzo “Un altro candore”, dopo aver esordito con “Partigiano inverno“, sempre per Nutrimenti e finalista al Premio Calvino, un romanzo in cui la lingua era la protagonista assoluta, e “Racconti Partigiani” per Edizioni Biblioteca dell’Immagine (per i quali Giacomo Verri ha scritto Dieci Buoni Motivi: QUI il link). 

Un altro candoreCon questo nuovo romanzo non abbandoni il tempo della Resistenza, ma a differenza dei precedenti è un punto di partenza per raccontare le vite e gli intrecci dei personaggi di diverse generazioni a partire da quel periodo storico per arrivare alla fine del Novecento, al 1993 per la precisione. Un anno che non mi sembra scelto a caso, per necessità anagrafica dei personaggi, ma come fine di un mondo, quello della Prima Repubblica che dalla Resistenza ha tratto inizio. Nel 1994 la discesa in campo di Silvio Berlusconi segna un passaggio fondamentale nella vita politica italiana, che nulla ha più a che vedere con gli ideali partigiani.

Il romanzo è diviso in due tempi e un Intermezzo, che non coincidono con il tempo della narrazione, che è frammentato e disarticolato in tanti anni, dal 1942 al 1993 con vari anni intermedi: 1948 e 1973 per esempio , e anche il 1992 con cui si apre il romanzo.

Per attraversare la seconda metà del Novecento si deve partire dalla Resistenza? E si giunge fino al 1993 senza poter andare oltre? La disarticolazione del tempo narrativo allude anche ad un’interpretazione del tempo storico narrato?  

Giacomo Verri in un scatto di Luisa Morniroli
Giacomo Verri in un scatto di Luisa Morniroli

Certo, per attraversare il Novecento, in particolare la sua seconda metà, è necessario passare attraverso la Resistenza. L’ho fatto in “Partigiano Inverno” e in “Racconti partigiani” e torno a farlo in “Un altro Candore”. Tuttavia c’è un’enorme differenza tra questo mio nuovo lavoro e i precedenti: ora la Resistenza è colta nella sua potenzialità – in senso aristotelico – di serbatoio di speranze e libertà individuali. Cosa voglio dire? Che il tema di “Un altro candore” non è la lotta politica ma l’epifania di una serie di ipotesi, di scenari futuri, di promesse che nei mesi di Resistenza si prefigurarono e che il futuro non sempre è stato in grado di mantenere. Faccio un esempio per tutti: accanto alle aspirazioni politiche, allo scontro col Fascismo, con l’autoritarismo e il nazionalismo sfrenato – che portarono alla nascita della Repubblica democratica e alla Costituzione -, nei famosi venti mesi di lotta sono certo che gli uomini e le donne che furono là sui monti assaggiarono, per così dire, anche altre libertà, ad esempio quella dell’amore omosessuale. Una libertà che però fu negata, forse non solo nell’immediato dopoguerra, ma addirittura tra le file stesse degli allora combattenti. Per farla breve, mentre si rimettevano in gioco le libertà politiche – mentre ci si smaliziava dal regime, seguendo le parole di Alberto Cavaglion – ci si guardava attorno e si cercavano anche altre libertà, libertà personali, private, sulle quali non tutti erano d’accordo. Così abbiamo due miei personaggi, partigiani e omosessuali, e il loro capo brigata che in fondo odia quella loro libertà di costumi e non appena può sferra la sua violenza contro uno di loro.

In questo modo, il riferimento al 1993 e alla fine della prima Repubblica ha senso nella misura in cui i primi cinquant’anni di democrazia hanno rappresentato per certi versi un primo spazio riservato alle conquiste sociali. In realtà il romanzo lavora molto di più sul versante privato, usando due momenti storici come sponda: la Resistenza come fucina di potenzialità e gli anni Settanta come banco di prova per verificare la realizzazione di quelle libertà (non politiche). D’altronde, lo stesso Eric Hobsbawm, nel suo “Secolo breve”, parlava di quelle del Sessantotto come di pubbliche proclamazioni di sogni e desideri privati.

 

Molto forte in “Un altro Candore” è il senso della collettività. Non un protagonista ma vari personaggi che si incrociano, si intrecciano e si separano nel turbinio dei tempi e delle vite private. 

Due generazioni a confronto: quella dei padri che hanno fatto la Resistenza e quella dei figli che sono nati dalle vite successive da loro scelte.

Il perno rimangono, però, quattro personaggi, protagonisti di un momento di sangue e violenza durante la loro vita partigiana: Claudio e Franco, Cristina e Sebastiano. 

Che cosa ha segnato la loro vita e c’è qualcosa che li accomuna nelle scelte che faranno per se stessi e gli altri?

Giacomo Verri in un scatto di Luisa Morniroli
Giacomo Verri in un scatto di Luisa Morniroli

Il Candore ha segnato la loro vita; voglio dire che, durante l’episodio di sangue e violenza di cui tu dici, e nei giorni intorno a quell’evento, tutti i personaggi hanno attinto a una sorta di perfezione. Una perfezione toccata inconsciamente tra il l’urlo, la doglia e l’esplosione di vitalità che fu la Resistenza. Tutti hanno sentito di essere stati felici, perfettamente felici, in qualcuno di quei frangenti. Poi la guerra è finita e si è cominciato a fare i conti con il dopo. Ha preso piede il lungo secondo tempo delle loro e delle nostre esistenze. È questo secondo tempo che accomuna i miei personaggi, un secondo tempo in sordina, dove l’affetto prende il posto della passione, dove una sorta di disillusione disincantatrice erode il regno dei sogni;  ma non è tutto perduto né tutto negativo. La malinconia è un’immagine di felicità che ha perso i propri colori.  

 

I partigiani nel corso del romanzo diventano genitori, padri e madri, e sembra che le loro ombre più ancora che le loro luci si addensino sui figli, che stentano a trovare in loro dei maestri e delle guide: Sebastiano con la malattia e il tormento sentimentale; Franco e Claudio con la rinuncia alla loro felicità e la menzogna nella quale hanno condotto il resto della loro vita; Cristina con il silenzio in cui ha rinchiuso il passato. 

Che cosa rimane ai figli? C’è incomunicabilità tra generazioni o solo la quotidianità che prende il sopravvento e il presente che si fa prepotente? 

Giacomo Verri in un scatto di Luisa Morniroli
Giacomo Verri in un scatto di Luisa Morniroli

Nel romanzo seguiamo i figli di Cristina e di Sebastiano; nulla o quasi sappiamo di quelli di Franco, Claudio e Donata. Cristina, che è stata una prostituta per scelta e che torna da madre single a Giave insieme alla figlia Ada (non diciamo qui chi è il padre), non ha in effetti nulla da insegnare alla ragazza, è come se vivesse ancora in un sogno andato a finire male, di cui è bene che Ada non sappia nulla. Ada, a sua volta, non è interessata al passato di sua madre ma, in qualche modo, ne raccoglie l’essenza dell’insegnamento: l’amore non ha vincoli, l’amore fa soffrire alcuni e gioire altri, travolge e dopo il suo passaggio ci sono i sommersi e i salvati.

E Sebastiano? Il suo secondo tempo è un allegro poco mosso, in tono minore. Teme che da un momento all’altro la malattia lo possa divorare, e insegna al piccolo Giovanni, che ha dieci anni, a guidare la macchina. Forse è davvero l’unica cosa che può fare.

 

E accanto ai protagonisti c’è Giave, un piccolo centro che si trasforma insieme ai suoi personaggi, e che dunque li racconta e ci racconta.
A Giave, meglio che in una città, sono possibili gli incontri e gli intrecci, e forse è più viva la solidarietà e la partecipazione.
In quale immaginario narrativo si colloca Giave?

Giacomo Verri in un scatto di Luisa Morniroli
Giacomo Verri in un scatto di Luisa Morniroli

Giave è il mio luogo di fantasia; è una cittadina immaginaria collocata in un nord ovest della nazione che ha i caratteri della mia Valsesia, la valle in cui sono nato, ma ne è anche estranea. Forse non sarà difficile per il lettore capire che l’origine di Giave risiede allora in una strana crasi tra il mio nome di battesimo e il cognome; e in questo spazio immaginario ci ho messo ingredienti tolti dalla mia realtà quotidiana, ma anche e soprattutto, dalle letture che mi hanno accompagnato in questi ultimi anni; può essere quindi – come ha fatto notare un’amica lettrice – che si sentano i riverberi di posti geograficamente molto distanti,  ma vicini per elezione, come le contrade del Midwest o, perché no, anche certi non-luoghi altrettanto affascinanti, come il luna park.

 

Un certo Midwest letterario l’ho riconosciuto anch’io, insieme alla dolcezza dello sguardo, che ti caratterizza nel romanzo, scevro da ogni volontà di giudizio o di morale, ma carico di eticità.
In modo particolare l’incidente che capita a uno dei personaggi del romanzo mi ha riportato alla memoria alcune pagine di due romanzi di Kent Haruf. Uno dei due in particolare: “Vincoli”, l’esordio di recente pubblicato in italiano da NN editore. Mi è sembrato quasi che nella narrazione di quell’avvenimento tu volessi tributare un omaggio ad Haruf.
So, infatti, che condividiamo la passione per il grande scrittore americano e ricordo di aver collaborato al tuo bellissimo e raffinato blog (QUI il link al blog di Giacomo Verri) con un mio contributo su “Le nostre anime di notte” (QUI il rimando).
Chiudiamo in bellezza questa nostra chiacchierata su “Un altro candore” elencando, se ci sono, i tributi e gli omaggi letterari, i modelli e i riecheggiamenti che non possono mancare quando un lettore vero, prima ancora che forte, passa dall’altra parte e scrive un suo romanzo.

Giacomo Verri in un scatto di Luisa Morniroli
Giacomo Verri in un scatto di Luisa Morniroli

Esattamente, Giuditta. Haruf è stato per me, in questi ultimi anni, un vero e proprio guru. E insieme a lui, un’altra serie di scrittori americani e non solo: Philip Roth – sebbene non credo che di lui sia confluito molto nella mia scrittura -, e poi John Williams, Truman Capote, Richard Yates, John Ford, Elizabeth Strout e, per quella forma quasi indefinibile di ironia incuneata nelle sue tall stories, Tom Drury, che tra l’altro compare in esergo a “Un altro candore”.

Infine, non ho dimenticato, per così dire, le mie origini: i capitoli dedicati alla guerra partigiana ricordano ancora le pagine di Fenoglio, sebbene, anche in quel caso, abbia cercato di tratteggiare gli episodi con le tinte ironicamente violente e, a un tempo, spudoratamente fuori misura di certo cinema statunitense. Senza svelare troppo al lettore, sappiate che c’è una scena in cui un cane finisce per essere riempito di piombo; ecco, lì c’è il tentativo, un po’ alla Tarantino o alla maniera dei fratelli Coen, di rappresentare anche la quotidiana banalità della violenza (quotidiana fino a un certo punto, come è ovvio, siamo in guerra! Ma ce n’è molta anche nei capitoli ambientati negli anni della pace). La violenza, in “Un altro candore”, è quindi un soggetto estetico, e pure il banco di prova della tenuta morale di alcune scelte dei personaggi. Così, la presenza della violenza diventa un omaggio a certo cinema che ho frequentato ultimamente. Per chi non l’ha ancora letto, in esergo c’è pure una frase tratta da Twin Peaks: una breve stringa di dialogo in cui la persona che parla dice di non bere il caffè perché dentro alla caffettiera c’era un pesce. Qualcosa di assurdo, no? Un dialogo apparentemente vuoto, ma in cui in realtà risuonano armonici profondi. Anche questa cosa qui, dunque, ho cercato di riprodurla in certe parti del romanzo, specie quelle dedicate a Sebastiano. Di lui abbiamo detto qualcosa, ma non troppo. Il resto lo scoprirete leggendo. E per chi conosce i miei precedenti lavori, sa che il bambino Sebastiano in mezzo alla guerra c’era già in “Racconti partigiani”: lì, con un coltello, apriva con noncuranza la pancia di una ragazzina uccisa dai fascisti per vedere se davvero era incinta. Lui l’amava così.

Chiacchierando con… Giacomo Verri
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