di Federica Pergola

Federica

 

 

 

La felicità è come l’acqua

Donne, donne, donne.

Foto di Federica Pergola
Foto di Federica Pergola

In una società patriarcale dove ancora il valore di una moglie si misura dalla sua capacità di generare; dove appare non solo auspicabile, ma ovvio, che una donna lasci il suo lavoro “per abbracciare appieno il ruolo di moglie(“Dopotutto avevano intenzione di mettere su famiglia al più presto, e chi si sarebbe occupato dei bambini se Chinwe avesse continuato a lavorare?)”; dove le donne possono (ancora!) essere ripudiate e (ma guarda un po’!) colpite, picchiate, violentate dai loro stessi compagni; dove altre donne (le loro madri, le loro zie, le loro nonne) sono talmente assuefatte alla “tradizione” da prendere le parti degli uomini di turno (siano essi  mariti, figli o generi o fratelli) –

Questo lo sfondo su cui Chinelo Okparanta – una delle nuove voci femminili della letteratura nigeriana dei nostri giorni (che davvero tanto sta regalando ai lettori) – ambienta le sue piccole storie.

A Port Harcourt vivono coppie di giovani sposi (molto mal assortite) e altre madri già provate tentano di fuggire con i propri figli da padri violenti

“-Ti sanguinano le labbra-dice-Devi dirmi chi è stato (…)

Con la coda dell’occhio vedo mamma che ammicca e scuote la testa.

-Che cosa succederà se glielo dico? – chiedo all’agente.

-E’ un reato, dice-il responsabile sarà arrestato e messo in prigione.

Mamma mi lancia un’altra occhiata

-Non ti preoccupare- dice l’agente- Un po’ di tempo dentro e avrà imparato la lezione. Ci penserà due volte prima di rifarlo

-Tuo padre è diabetico- prorompe mamma a quel punto-Vuoi mandare un diabetico in prigione? Vuoi prenderti la responsabilità di mettere a rischio la sua salute?

-Signora, dice l’agente

-Sono caduta.- dico. –E’ stata colpa mia. Sono caduta faccia avanti.

Ci sono ragazze che per cambiare il colore della propria pelle sono disposte ad immergere il volto in un secchio di candeggina

“La nostra pelle non è del colore della buccia di una papaya matura, ma dei suoi semi. Abbiamo bisogno di chiarezza”

Ma forse tutto accade perché una madre con il mito dell’America – “la terra delle opportunità”– si fa arrivare a casa le riviste patinate (Cosmopolitan, Glamour, Elle) con i loro trionfi “di facce pallide e labbra rosa, con i capelli color granturco fresco e arcate perfette sopra gli occhi”

E pacchi di creme schiarenti, per dare alla propria pelle una tonalità gialla

“era gialla in tutto e per tutto: di un giallo uniforme, luminoso, come una papaya”.

Così nord e sud del mondo si incontrano, mentre la lingua di Okparanta – antica e lirica, ma nello stesso tempo modernamente acuta come uno stiletto – ci racconta anche di pozioni sciamaniche e di folclore, di ricette di riso e peperoncini tritati, di fagioli occhio nero accompagnati con il garri o con l’akamu, di ignami pestati nella zuppa.

E di lucertole, di giochi semplici all’aperto, fatti con sassolini da lanciare in piccole buche, e di luci – e di ombre…

“Mi siedo sul letto, chiudo gli occhi per un istante. Respiro, inalo l’aria ammuffita e stantia, poi riapro gli occhi e guardo verso la finestra. Le tende sono spalancate e le luce del sole entra nella stanza. Riesco a vederne i raggi, una linea giallastra che scende verso il pavimento, le particelle di polvere simili a piccole farfalle fluttuanti. Nella parte della moquette in cui atterra la luce, anche le foglie ricamate sulle tende sembrano fluttuare, come se le loro ombre fossero trascinate dalla corrente. Osservo il movimento delle foglie, ipnotizzata, ma è un’ipnosi malinconica, di quelle in cui ci si ritrova a rivivere tutto ciò che non si vorrebbe mai aver vissuto”.

 

La felicità è come l’acqua, di Chinelo Okparanta, traduzione di Federica Gavioli, Racconti edizioni, pp.212, €17,00

 

 

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