di Andrea Cabassi

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OMAGGIO A UNA NOBEL

Recensione al libro di Olga Tokarczuk

“Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” (Nottetempo)

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Nei giorni di ottobre sono stati assegnati due Nobel, quello per il 2018 (non assegnato lo scorso anno per i noti scandali) vinto dalla grande scrittrice polacca Olga Tokarczuk  e quello per il 2019 vinto da Peter Handke – che fu un mito per la mia generazione negli anni settanta – con molte polemiche per le sue posizioni in favore della Serbia durante e dopo la guerra in Jugoslavia.

Qui mi soffermerò su Olga Tokarczuk, straordinaria scrittrice già insignita, meritatamente, di tanti altri premi. In particolare analizzerò quel suo magnifico libro, centrale nella sua produzione letteraria, (ma i suoi libri andrebbero tutti recensiti perché tutti bellissimi) che è “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, un romanzo scritto nel 2009 e ottimamente tradotto in italiano da Silvano de Fanti (Nottetempo 2012). Si tratta di un libro che mi ha particolarmente colpito per la sua scrittura, per i diversi codici narrativi utilizzati, per le tematiche di grande importanza che vengono affrontate. E’ un romanzo che ha la forma del giallo, ma che è completamente diverso dai noir e gialli di casa nostra, dai noir e gialli scandinavi, attualmente molto letti.

La trama in breve: Janina Duszejko è una anziana insegnante d’inglese di un paesino della provincia polacca e, nel periodo invernale, fa la custode delle case di vacanza della Conca di Klodzko. Ha la passione dell’astrologia e un amore profondo per gli animali. Inoltre traduce le poesie di William Blake. Insieme ala suo vicino di casa, Bietolone (sui nomi tornerò più avanti) scopre il cadavere dell’altro vicino Piede Grande, morto misteriosamente. Da qui si dipana una trama costellata di altri cadaveri e in cui, per Janina, i principali indiziati sono gli Animali che vogliono vendicarsi per i torti e le violenze subite dall’Uomo. E Janina si schiererà dalla loro parte cercando di danneggiare in tutti i modi i cacciatori di frodo e i cacciatori in generale.

L’incipit ci proietta immediatamente in un paesaggio e atmosfere magiche, di una magia inquietante che ci ricorda il fiabesco dei fratelli Grimm, e le favole polacche. Ma il codice narrativo scivola immediatamente dal fiabesco al giallo e lambisce il gotico. La cosa davvero straordinaria è come questi codici narrativi convivano e si compenetrino lasciando ammirato e senza parola il lettore.

I sentimenti, le emozioni, gli Animali sono tutti scritti con la maiuscola. E questo non è un caso. E’, da una parte, un omaggio a William Blake che, nelle sue poesie e nei suoi poemi, usava la maiuscola (del resto il titolo del romanzo è un verso di Blake), dall’altra riflette la formazione di Olga Tokarczuk che è stata una psicoterapeuta di successo a impostazione junghiana. E, come per gli junghiani, i sentimenti e le emozioni diventano vere e proprie personificazioni, così nel romanzo  assurgono allo status di veri e propri personaggi. E a proposito di personaggi: intorno a Janina ne ruotano alcuni drammatici, altri grotteschi al punto da farci ricordare i due assistenti de “Il castello” di Kafka, altri di grande umanità. I nomi sono buffi e, quasi sempre, inventati da Janina: Bietolone, Piede Grande, Cappotto Nero, le Bambine in riferimento ad animali molto amati da Janina. Che, sul suo nome e sui nomi in generale, afferma:

Ero arrabbiata per due ragioni: perché di nuovo non mi lasciavano dormire e perché mi chiamavano con un nome che non mi piace e non accetto. Me lo hanno dato per caso e in modo avventato. E’ quello che capita quando l’Uomo non riflette sul significato delle Parole, e tanto più dei Nomi, e li usa a casaccio. Non permettevo che ci si rivolgesse a me con ‘signora Janina’ (Pag. 54).

Qui non può non venire alla mente il saggio “Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo” di Walter Benjamin contenuto in “Angelus Novus” (Einaudi 1995) in cui Benjamin sostiene che la nominazione non è un semplice nominare un oggetto, ma dare significato  e senso al mondo, che la nominazione contiene la divinità.    

Dietro alla passione per gli oroscopi c’è tutta una filosofia che non sappiamo di preciso se sia quella dell’autrice o quella dell’io narrante perché uno scarto esiste tra la scrittrice e l’io narrante. Ma anche identificazione.

Dietro alla passione per gli oroscopi si nasconde una ricerca sul senso profondo della vita, sulla ricerca su chi siano le persone oltre le apparenze, sul senso della responsabilità nei confronti della Natura e degli Animali, sul rapporto tra determinismo e libertà:

‘Insomma l’Uomo ha un grande dovere nei confronti degli Animali: aiutarli a vivere la vita; e a quelli addomesticati ricambiare l’amore e la tenerezza, perché loro ci danno molto più di quanto ricevano da noi. E bisogna che vivano la loro vita dignitosamente, che chiudano i propri Bilanci e nel libretto del Karma superino il semestre: ero un Animale, ho vissuto e mangiato; ho pascolato in pascoli verdi, ho partorito i Piccoli, li ho riscaldati con il mio corpo; ho costruito i nidi, ho fatto tutto quello che dovevo fare. Quando li si ammazza – e loro muoiono nella Paura e nell’Orrore, come il Cinghiale il cui corpo giaceva ieri vicino a me, e giace ancora là, umiliato, infangato e impiastricciato di sangue, trasformato in carogna – , li si condanna all’inferno e il mondo intero si trasforma in un inferno. Ma gli uomini non vedono tutto questo? Il loro intelletto è o no in grado di andare al di là dei piccoli piaceri egoistici? Il dovere degli uomini verso gli Animali è di condurli – nelle vite successive – alla Liberazione. Andiamo tutti nella stessa direzione, dalla determinazione alla libertà, dal rituale alla libera scelta’ (Pag. 147).

Il rapporto tra libertà, determinismo e responsabilità permea tutto il libro, ne è, a mio avviso, l’asse portante. Ne abbiamo un esempio in un’altra bellissima pagina:

Credo che ognuno di noi guardando il proprio Oroscopo, percepisca una grande ambivalenza. Da un lato è orgoglioso del fatto che nella sua vita individuale il cielo si imprima come la data di un timbro postale sulla busta, in questo modo egli è contrassegnato, unico nel suo genere. Ma nello stesso tempo è un imprigionamento nello spazio, il tatuaggio di un numero carcerario. Da questo non si scappa. Non posso essere diverso da quello che sono. E’ terribile. Preferiremmo pensare che siamo liberi e che in qualsiasi momento possiamo crearci di nuovo. E che la nostra vita dipenda totalmente da noi. Questo legame con una cosa grande come il cielo, ci intralcia. Preferiremmo essere piccoli, allora i nostri peccatucci sarebbero perdonabili.

Quindi sono convinta che bisogna conoscere a fondo la propria prigione. (Pag. 153).

E’ in quelle stesse pagine che Janina parla dei suoi misteriosi Disturbi che hanno qualcosa di metafisico, che, forse, sono psicosomatici e che appaiono in momenti particolari della sua vita. Viene in mente quello che Olga Tokarczuk scrive in un altro suo bellissimo libro “I Vagabondi” (Bompiani 2019), tra l’autobiografico e il narrativo:

La mia si chiama Sindrome di Disintossicazione Perseverante. Per spiegarla nel modo più semplice, diremmo che si basa su un ostinato ritorno alla coscienza a certe immagini. O addirittura su una loro ricerca compulsiva. E’ una variante della Sindrome del Mondo Cattivo, ultimamente molto ben descritta nella letteratura neuropsicologica come una particolare infezione trasmessa dai media. Si tratta in fin dei conti di un disturbo molto borghese. Il paziente passa molte ore davanti al televisore cercando con il telecomando soltanto i canali dove vengono trasmesse le notizie più terribili: guerre, epidemie, e catastrofi. Poi, affascinato da quel che vede, non riesce a distogliere lo sguardo… I miei sintomi si manifestano con un’ attrazione verso tutto ciò che è rotto, imperfetto, difettoso, screpolato. Mi interessano le forme imprecise, gli sbagli nei lavori creativi, i vicoli ciechi (Pag.19).

Nell’attività di astrologa ci sono molti rischi, soprattutto se non si è bravi e in “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti”, Janina si considera tutt’altro che brava:

Ora mi arrischio a dirlo: non sono una brava Astrologa, purtroppo. Nel mio carattere dimora un malessere che offusca l’immagine della posizione dei pianeti. Li guardo attraverso la mia paura e nonostante l’apparente serenità d’animo che gli altri ingenuamente e candidamente mi attribuiscono. Vedo tutto come in uno specchio oscuro, come attraverso un vetro affumicato. Guardo il mondo nel modo in cui gli altri guardano un’eclisse di Sole. Io vedo un’eclisse di Terra. Vedo come ci muoviamo a tentoni in una Tenebra perenne, come Coleotteri catturati e messi in una scatola da un bambino crudele. E’ facile danneggiarci e farci del male, fare a pezzetti la nostra bizzarra esistenza, finalmente rattoppata. Interpreto tutto come anormale, terribile e minaccioso. Vedo solo Catastrofi. Ma dal momento che l’inizio è la Caduta, è possibile cadere ancora più in basso?

Comunque conosco la data della mia morte e grazie a questo mi sento libera (Pag. 86-87)

E, forse, è quel muoversi a tentoni nella tenebra che porta Janina a tradurre Blake. Come si diceva più sopra è un verso di una raccolta di William Blake, “Proverbi infernali” a dare il titolo al libro:  

Nel tempo della semina impara, in quel del raccolto insegna, d’inverno spassatela

Guida il carro e l’aratro sulle ossa dei morti…-.

Blake è molto presente nel romanzo, con la sua oscurità, con la sua visionarietà, con i suoi tentativi di cogliere il senso del mondo e la sua trascendenza. Gli esergo agli inizi dei capitoli sono di Blake; con il giovane amico Dyzio, Janina si confronta sulla traduzione di alcune poesie (Pag. 128);   Janina riflette anche su Blake come cittadino di Ulro (Pag.155); riporta una lettera in cui Blake parla dei suoi Disturbi (Pag.179); cita il verso che dà titolo al libro (Pag.298).

Se ce ne fosse bisogno ci sono altre pagine che attestano la profondità psicologica del romanzo, ma che non vanno mai a discapito della narrazione. Janina riflette sulla scintilla che scende dalle costellazioni per illuminare le nostre vite. Dapprima sosta in Plutone dove “la vita è un evento momentaneo dopo il quale sopraggiunge la morte”. E’ la morte che permette alla scintilla di trarsi dalla trappola e di continuare il suo percorso fino alla fascia di Nettuno dove acquisirà una memoria onirica, i sogni di volo, le droghe, i libri. Poi arriverà in Urano che le darà la capacità di ribellarsi, poi Saturno, dove sarà imprigionata, e ancora Giove che le offrirà consolazione, Marte che le darà aggressività, il Sole che potrà accecarla, Venere che le darà amore, Mercurio e, infine, la Caduta sulla Terra (Cfr. Pag. 284-85). Una descrizione, quella della caduta della scintilla, che ricorda la riflessione dei neoplatonici sulla caduta dell’anima nella terra, che ci ricorda, in modo particolare, Plotino il cui esegeta, Porfirio, è citato in uno scritto di Olga Tokarczuk, una lezione tenuta all’inaugurazione della IV edizione degli incontri letterari di Danzica nell’aprile 2019 e intitolata “Odnalezione w tlumaczeniu”. Alcuni brani sono stati riproposti dall’Espresso (N.42. Anno LXV. 13 ottobre 2019) con il titolo “Il mondo salvato dai traduttori”. E Porfirio è citato perché prima che ci fossero i traduttori, di lui era conosciuta una sola opera.

Ma chi è per davvero Janina che si domanda se esista davvero un ordine naturale delle cose e, se c’è, come fare per conservarlo? Chi è Janina che si domanda quali responsabilità dobbiamo assumerci nel nostro essere nel mondo? E che si domanda se davvero ce ne prendiamo cura o se ci lasciamo, per inerzia, portare alla Catastrofe?

Janina è stanziale, ma è una nomade della mente e del pensiero. Indicativo quello che ci dice:

Forse l’inverno successivo sarei dovuta tornare al mio piccolo alloggio in via della Prigione a Breslavia, proprio attaccato all’università, da dove si può guardare l’Oder che ipnotico e testardo pompa le sue acque verso settentrione (Pag. 114).

Già! L’Oder, molto presente anche nelle prime pagine de “I vagabondi”:

Non era un grande fiume, era soltanto l’Oder, ma anch’io allora ero piccola. Aveva il suo posto nella gerarchia dei fiumi, come verificai in seguito sulle mappe, abbastanza secondario ma rilevante, un visconte di provincia alla corte di sua maestà il Rio delle Amazzoni. A me comunque bastava, mi sembrava enorme… In piedi sul terrapieno, con lo sguardo concentrato sulla corrente, mi resi conto che – nonostante tutti i pericoli – è sempre meglio ciò che è in movimento rispetto a ciò che sta fermo; che il cambiamento è sempre più nobile della stabilità. Ciò che non si muove è soggetto alla disintegrazione, alla degenerazione e a ridursi in cenere, mentre ciò che si muove potrebbe addirittura durare per sempre (Pag. 6-7)

Ma Janina, in “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti”, è alla ricerca di un Altrove? Lo fantastica?

L’Altrove compare come  Cechia, la Repubblica Ceca. La Cechia, che è un paese diverso dalla Polonia, che ha una lingua diversa e più armoniosa del polacco. Qui ci sembra di scorgere il sorriso ironico (anche l’ironia è un registro presente nel romanzo) di Olga Tokarczuk. Se è vero che il sistema polacco divenne un sistema ottuso e burocratico, come ci dimostra l’ultima parte di un altro gran bel libro della Tokarczuk del 1996 , “Nella quiete del tempo” (Nottetempo 2013), non si può dire che la Cecoslovacchia fosse un paradiso, tutt’altro, né lo si può dire della Repubblica Ceca; basti pensare, da una parte all’invasione russa della Cecoslovacchia, dall’altra alla delusione provocata in tanti dalla presidenza di Havel. Molto importante e istruttiva, a questo proposito, risulta la lettura del libro della scrittrice praghese Tereza Bouckovà “La corsa indiana” (Miraggi 2018) che scrive pagine molto drammatiche sull’invasione russa e molto critiche nei confronti di Havel. E allora l’Altrove? Forse l’Altrove è l’acqua del fiume, il suo movimento incessante e ipnotico. Forse è l’Oder.

Nell’ultima parte del romanzo assistiamo ad un cambiamento di registro strepitoso che obbliga il lettore a compiere una  forte ristrutturazione cognitiva che, quasi, potrebbe essere uno shock per lui. E qui l’andamento è da vero e proprio giallo, con svolte drammatiche e suspense. Al lettore scoprire quello che accadrà.

Si può chiudere domandandoci se c’è davvero un ordine delle cose, se quell’ordine, se c’è, lo scopriremo mai. E possiamo domandarci, ancora, cos’è che non ci fa percepire con chiarezza le cose, gli eventi, il loro senso. Janina ci dà la sua risposta:

Ritengo infatti che la psiche umana sia nata per tutelarci dal vedere la verità. Per non consentirci di scorgerne direttamente il meccanismo. La psiche è il nostro sistema di difesa: si adopera per non farci mai comprendere ciò che ci circonda. Si occupa principalmente di filtrare le informazioni, sebbene le possibilità del nostro cervello siano enormi. Perché quel sapere non sarebbe sostenibile. Ogni minima particella del mondo si compone infatti di sofferenza (Pag. 292).

Lo Scaffale di Andrea: Guida il tuo carro sulle ossa dei morti
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