di Andrea Cabassi

Cabassi Galanti

AL CENTRO DEL LABIRINTO IL TEMPO CHE PASSA?

Recensione al libro di Filippo Tuena

“Le Galanti” (Il Saggiatore)

Ogni libro è un viaggio e ogni viaggio è un ritorno a casa. Viaggio, peripezia, ritorno casa lo è anche il denso, intenso, bellissimo “Le Galanti. Quasi un’autobiografia” (Il Saggiatore 2019) di Filippo Tuena. Quel Filippo Tuena che è da considerarsi uno dei più importanti e originali scrittori del panorama letterario italiano e che ha scritto, tra gli altri,  libri come “Tutti sognatori” (Fazi 1999), Premio Grinzane Cavour , lo straordinario “Le Variazioni Reinach” (Rizzoli 2005; Superbeat 2015), Premio Bagutta 2006, “Stranieri a sé stessi (Nutrimenti 2012), finalista al Premio Comisso 2012, “Ultimo parallelo” (Il Saggiatore 2013), Premio Viareggio 2013, “Com’ è trascorsa la notte (Il Saggiatore 2017), oltre a testi su Michelangelo Buonarroti; che ha scritto una illuminante prefazione al libro, curato da Lynne Sharon Schwartz, “Il fantasma della memoria. Conversazioni con W.G. Sebald” (Treccani 2019).

Quando Filippo Tuena venne a Parma a presentare “Le Galanti” alla libreria Diari di Bordo sostenne che il suo libro poteva essere letto anche in modo non consequenziale, ma saltando da un capitolo all’altro o ancora riprenderlo in mano dopo qualche mese che lo si era riposto negli scaffali delle nostre biblioteche. Io lo lessi nella consueta modalità diacronica, consequenziale ma, ora che lo sto recensendo, mi trovo in difficoltà perché, durante la lettura, mi sono sentito risucchiato, poi proiettato a vagare e perdermi fra corridoi che mi facevano ritornare al centro del labirinto ma, nel frattempo, quel centro non era più lo stesso. E, mentre mi aggiravo tra i corridoi del labirinto, gustavo, del libro, lo stile scintillante, chiaro e vagamente saturnino. Nella mia flanerie mi rendevo conto che ogni pagina avrei dovuto sottolinearla, ad ogni pagina avrei dovuto incollare un post-it a memento degli elementi fondamentali della narrazione. Perché ha ragione Tuena: questo è un  libro rizomatico. Ne dà conto citando Eco:

“Scrive Umberto Eco: ‘Terzo viene il rizoma, o la rete infinita, dove ogni punto può connettersi a ogni altro punto e la successione delle connessioni non ha termine teorico, perché non vi è più un esterno o un interno: in altri termini, il rizoma può proliferare all’infinito. Inoltre potremmo immaginarlo come una palla di burro, senza confini  all’interno della quale posso perforare senza troppa fatica una parete che separa due condotti creando per ciò stesso un nuovo condotto. Il che equivale a dire che nel rizoma anche le scelte sbagliate producono soluzioni e tuttavia contribuiscono a complicare il problema. Se anche una Mente può aver pensato il rizoma, non ne avrà pensata e stabilita in anticipo la struttura. Il rizoma è come un libro in cui ogni lettura cambi l’ordine delle lettere e produce un nuovo testo ’ ” (Pag. 326).

Tanti sono i centri de “Le Galanti”, così tanti che ci smarriamo, così tanti che, ad ogni nostra sosta, si apre un sempre nuovo orizzonte di senso, si aprono plurimi rimandi testuali e intertestuali. L’attraversamento di questi orizzonti rappresenta il viaggio che si intraprende con Filippo Tuena. Si attraversa la storia dell’arte e della letteratura, si attraversa la scultura del greco Skopas, i quadri di Paolo Uccello – per il quale dolce era la prospettiva –  si attraversano i quadri di Watteau, Géricault e tanti altri; si attraversa la scrittura di Omero, quella di Ovidio, a cui Tuena dedica pagine stupende, quella di Stendhal, quella di Sebald. E si attraversa la tragica storia italiana, il Risorgimento, l’antifascismo a Roma. Si attraversa tutto questo, ma è d’obbligo soffermarsi a guardare i dipinti, le foto degli oggetti, dei paesaggi, delle persone.  Il libro, tuttavia, non è un libro di storia dell’arte o della letteratura. E’ questo e altro. Non è neppure un’autobiografia bensì, come dice il sottotitolo, quasi un’autobiografia. Quel quasi è distanza e vicinanza, è lo scarto minimo, quel pertugio che permette al romanzesco di stare insieme all’autobiografia e alla critica d’arte. Un libro scritto in prima persona e con personaggi reali perché, sostiene Tuena, è da lì che sa partire, non da altro. Un libro in cui l’autore si rivolge spesso a un tu reale anche quando immaginato. Un libro che riprende altri scritti di Tuena e li approfondisce. Difficile trovare un luogo centrale in questo gioco di rimandi e rispecchiamenti che ci ricorda i quadri di Velasquez. Però Tuena ce ne indica uno parlando di quadri e pittura, in realtà parlando delle nostre esistenze caduche in cui trovare la distanza giusta con chi si ama, con ciò che si ama è sempre problematico:

“La memoria attraverso un quadro; quel che non si può avere recupera la sua presenza attraverso la pittura o meglio, l’osservazione della pittura, che è anche misura della lontananza. E’ il tema del libro o, almeno, è il tema originario del libro, quello apparente, quello manifesto, perché chi scrive sa benissimo che la motivazione occulta ma determinante apparirà, se apparirà, a fine lavoro quando sarà stato il lavoro stesso a manifestarla. Per ora occorre contentarsi di sottolineare questa distanza che sempre attrae l’osservatore ma lo condanna alla lontananza. Come accade con Pothos, come accade con il kouros e la kore; e con quasi tutte le opere d’arte di cui qui si dà testimonianza attraverso l’amore che hanno espresso e aiutato a esprimere” (Pag. 583. Il corsivo è mio).

La misura della lontananza, della distanza, della vicinanza nell’osservazione dei quadri, nella lettura dei libri, nell’amore, nella vita, gli affetti perduti, quelli conquistati e riconquistati nel tempo che passa, inesorabile. Lontananza, vicinanza, distanza: queste categorie spaziali sono tra i temi dominanti di “Le galanti”. Ma rizoma e labirinto sono percorsi da un’altra categoria fondamentale: il tempo e il suo scorrere, scandito da un ritmo di valzer: valzer degli addii, delle perdite, dei lutti elaborati, non elaborati, inelaborabili. E’ la consapevolezza che viviamo sempre in perdita a rendere molte delle pagine del libro malinconiche. Una malinconia che diresti saudade, quella saudade che pervade molti dei racconti di Tabucchi, non a caso citato in una pagina del libro, quando Tuena è in viaggio da Roma alla Maremma e il ritorno, fatto in fretta, non previsto, sarà sotto il segno del lutto:

“Partii da Roma nel primo pomeriggio. Ricordo il treno quasi deserto. Allora, nel 1984, la zona a nord di Roma non era ancora periferia della capitale, pochi pendolari, quasi nessun extracomunitario o rumeno ad affollare i vagoni; rari i viaggiatori che scendevano quasi tutti a Civitavecchia e poi la Maremma, che era ancora una zona quasi desertica. Del resto, un giovedì di fine agosto quasi nessuno partiva da Roma diretto a nord. Ricordo il pomeriggio assolato e la campagna di fine agosto; mi faceva venire alla mente un racconto di Tabucchi che parlava di un viaggio in treno sulla stessa linea tirrenica” (Pag.624).

Poi il viaggio di ritorno:

“… e in quel viaggio lessi l’Ovidio e ascoltai la Danza tedesca del quartetto in Si bemolle di Beethoven e arrivai in tempo a casa a salutare mia madre che all’alba del giorno successivo avrebbe cessato di vivere” (Pag.627).

Malinconia, nostalgia, perdite, lutti. Non è un caso che Tuena dedichi pagine molto belle e sentite a Pothos:

“Trasognato com’è sempre con lo sguardo rivolto altrove, accade che Pothos (Pothos, ‘nostalgia’) è forse il meno dispettoso di tutti gli eroti. Non agisce procurando dolore o turbamento nell’oggetto amato, non stuzzica o punge, ma genera struggimento solo in chi ama. Fa tendere l’amante verso l’oggetto amato e si guarda bene dal risolvere la pena ed evita accuratamente di raggiungere l’esito fausto. Come un Sisifo che deve scontare passioni e non può mettere in pratica astuzie, Pothos esercita un sentimento irrisolvibile: la conquista gli è sempre negata anche se vi tende pur sapendo di non poterla raggiungere. La soddisfazione gli sfugge sempre perché è esso stesso Nostalgia o desiderio di un amour lointain così come cantava molti secoli dopo Jaufré Rudel. Nel momento in cui si risolvesse favorevolmente il suo struggimento cesserebbe di essere Pothos. Pothos non può altro che soffrire per la lontananza dell’oggetto amato. E’ sempre lontano da quel che desidera.

In realtà ‘nostalgia’ non è un sostantivo adoperato dagli antichi Greci. I Greci avevano il nostos (ritorno) ma non le nostalgie che avrebbero portato all’annientamento, esattamente come è la malinconia prodotta dall’ascolto del canto delle sirene a condurre a morte i naviganti.  Il moto è vita e la stasi si rivela mortale. Le sirene producendo malinconia conducevano a morte” (Pag. 52-53).  

E poco oltre:

“Chiamalo tempo trascorso, occasioni mancate, errori commessi e irredimibili; cose perdute, oggetti distrutti, fantasie irrealizzate. Di questo si lamenta Pothos, forse persino di essere stato estratto dal singolare letargo che lo custodiva sino a un’ottantina di anni fa tra le pietre e le terre di Suburra, in una domus patrizia che dominava il quartiere popolare lungo la via che collegava il Foro e le Terme di Diocleziano” (Pag.58-59).

Perché, in fondo:

“Questo è un libro di lettere d’addio. Tratteggio situazioni in cui si è detto ‘addio’; descrivo quei passi silenziosi in cui si volge la schiena alla persona amata e in cui si ha consapevolezza che non si ritornerà mai più a guardarsi negli occhi. Nessuno si lasci ingannare dalla superficie delle cose o dall’apparenza dell’argomento. Tutto quanto è scritto qui è stato scritto dopo aver voltato le spalle agli oggetti amati”. (Pag. 47).

Viene in mente il grande filosofo francese ed ebreo di origini russe Vladimir Jankélévitch quando ci narra del tempo irreversibile, del nostro irrimediabilmente essere stati e dei rimpianti e rimorsi che ne derivano, dell’importanza della memoria, del ricordo. Viene in mente Marcel Proust che è, giustamente, citato nel testo. Tuena riferisce del rapporto del tutto speciale che il narratore della Recherche intrattiene con il libro di George Sand “François le Champi”:

“… volume che in maniera speculare apre e chiude la Recherche. Lo apre perché è il volume che la madre legge al narratore dopo la crisi del bacio negato; lo chiude perché è uno dei libri della biblioteca del Principe di Guermantes su cui si concentra l’attenzione del narratore ormai anziano mentre aspetta che termini il concerto della matinée finale e che gli fa tornare alla mente, in un’intermittenza del cuore, la memoria di lui bambino mentre la madre leggeva il libro” (Pag. 612).

Ma il libro che il narratore della Recherche vede nella biblioteca dei Guermantes apre uno scarto incolmabile. Quel libro non lo riporta né  alla sua camera di Combrai, né alla figura della madre che gli leggeva il libro. Scrive stupendamente Tuena:

“E così anche l’intermittenza del cuore del narratore della Recherche davanti al volume di George Sand riportava indietro nel tempo quell’attempato signore ma non riportava indietro il tempo… Era il narratore a compiere il percorso inverso perché l’anima e la memoria sono volatili, possono sdoppiarsi, e il desiderio dar forma ai fantasmi” (Pag. 613-14).

In un primo tempo pare che il narratore di Proust possa vincere la morte, con lo stratificarsi di tempi diversi dentro di lui e con le intermittenze del cuore. Ma la morte non è vinta, non è vinta neppure con la scrittura. La matinée dai Guermantes lo conferma: i personaggi che popolano i saloni sono inesorabilmente invecchiati, sono solo maschere di quello che erano in passato, il tempo torna ad essere irreversibile e pare che la morte dia scacco matto alla scrittura, all’opera d’arte. Eppure rimangono le tracce, resta la testimonianza, resta quello che la scrittura, il dipinto, una fotografia riescono a catturare e a riscattare dal trascorrere del tempo.  Del resto, non ha, forse, a che fare con la morte la dolce prospettiva di cui parlava Paolo Uccello? Quando analizza il quadro Caccia Notturna, Tuena si sofferma sui termini della prospettiva:

“… che meraviglia quando è possibile equivocare a far slittare il significato dei sostantivi d stampati con caratteri ricchi di grazie e trasformarli in giochi di parole, equivoci, travisamenti che poi forse sono, direbbe Freud, crepe nell’impenetrabile muro che separa la consapevolezza dal mondo necessario dell’inconsapevole. E se termini qui indicasse non solo le regole della prospettiva ma il punto finale, insuperabile, dove essa si ribalta, dove le linee convergono e trapassano lo schermo della rappresentazione; dove neppure alla più piccola cerva di questo dipinto fosse concesso passare e salvarsi dalla muta di cani che l’inseguono. Dove davvero terminasse la prospettiva” (Pag. 599)

“Le Galanti” è un libro coltissimo, raffinato, malinconico, ma non triste. E’, tra le altre cose, un omaggio a Sebald, forse uno dei più grandi scrittori del secondo novecento e che Tuena conosce tanto bene  da aver scritto una lucidissima prefazione al testo curato da Lynne Sharon Schwartz “Il fantasma della memoria” – citato più sopra – in cui possiamo trovare saggi di vari autori dedicati a Sebald e conversazioni con lui .

“Le Galanti” è un omaggio a Sebald non solo perché viene citato “Vertigini” (Adelphi. 2003), non solo perché Tuena scava nei segreti di Stendhal facendo riferimento a Sebald, creando una vertigine in cui  Tuena guarda Sebald che guarda Stendhal che guarda alla sua biografia; non solo per questo motivi “Le Galanti” è un omaggio a Sebald, ma soprattutto lo è perché Tuena usa un ricco apparato iconografico, usa immagini a commento di quanto scrive. Come in Sebald le immagini rappresentano la ricerca di un tempo ancestrale, il tentativo di arrestare il tempo, almeno per un attimo, alla ricerca di una felicità abscondita che, solo nel fermare il momento attraverso le immagini, può fare capolino.

“Le Galanti” è un omaggio a quel Sebald che, ascoltando, con altre persone commosse, l’Andante sostenuto della Sonata per pianoforte in si bemolle maggiore di Schubert, scrive in “Moments musicaux: “… ed erano lacrime non già di letizia quanto piuttosto di cordoglio per la nostra vita, fatta in fondo soltanto di calcoli sbagliati e perdite incolmabili” ( Adelphi 2013. Pag.52).  Pagine che potrebbero essere state scritte da Pothos.

Calcoli sbagliati, occasioni perdute, nostalgia del passato, rimpianti, rimorsi, nostalgia del futuro: Tutto questo mi fa tornare a Tabucchi. Tabucchi, (il Tabucchi delle prime raccolte di racconti e di “Requiem”) Tuena, Sebald fanno pensare a una costellazione della memoria e della malinconia ( e si potrebbe fare riferimento come a una costellazione madre, se una desideriamo trovarla tra le altre, a Proust e allo straordinario Walter Benjamin di “Cronaca berlinese” e “Infanzia berlinese intorno al millenovecento”).

Laddove possiamo incontrare Tabucchi inseguendo Sebald, là è il luogo in cui possiamo incontrare Sebald inseguendo Tuena e viceversa. Intrecci, affinità, ma tutti e tre con le loro specificità e la loro grandezza. Tutti e tre accomunati da quella malinconia che, diceva Freud, è creativa ed è una delle molle fondamentali che ci spinge a scrivere. Perché, se la nostre vite sono sotto il segno della mancanza, della lontananza, dell’irraggiungibile, è proprio quella dimensione della mancanza che ci spinge a muoverci,  fare,  scrivere.

Lo Scaffale di Andrea: Le Galanti