atlantic Berlino

Cara Giuditta, io credo che viviamo molte vite e incontriamo sempre le stesse persone, per cui sono molti i posti dove avremmo potuto chiacchierare davanti ad un bicchiere di vino. Ma io amo la Germania, e mi piace credere che ci incontreremo al caffè Atlantik, a Berlino, quartiere Kreuzberg. Ammesso e non concesso, che esista ancora, fino a cinque anni fa c’era.

Francesca CaposseleE allora ammesso e non concesso che esista ancora a distanza di cinque anni da quando Francesca Capossele l’ha frequentato, c’è posto anche per voi accanto a noi, così che possiate ascoltare, pardon leggere, le parole sublimi che la scrittrice mi riserva in questo confronto così ricco e suggestivo su “Nel caso non mi riconoscessi”, il secondo romanzo di Capossele sempre edito da Fandando Playground.

Con il giusto equilibrio tra ritmo narrativo incalzante e cura e passione per i dettagli che rendono l’ambientazione precisa e puntuale, in “Nel caso non mi riconoscessi”, seconda prova narrativa per Francesca Capossele, dopo l’esordio sempre per Fandango Playground con “1972” pubblicato nel 2016 (di cui ha parlato sul blog la Recensora della Domenica, Francesca Maccani QUI), la seconda metà del Novecento viene guardata da un punto particolare e nevralgico: al di là del Muro di Berlino, dall’altra parte della Cortina di ferro, la cicatrice che ha tagliato in due l’Europa per tutta la seconda metà del Secolo Breve e la cui scomparsa ha di fatto rappresentato la fine di un’epoca, quella nata all’indomani della seconda Guerra mondiale con i due blocchi contrapposti e la guerra fredda. 
La storia della protagonista Alda, laureata in matematica a Ferrara, è scandita in tre tappe temporali: 1939-1953 il tempo tragico della guerra e la fuga nella DDR una volta ristabilita la pace; 1953-1989 la guerra fredda vista dall’angolazione del tutto particolare di una donna italiana emigrata volontariamente in un paese socialista; ultimo breve battito di tempo 1989-1995 con la fine delle grandi ideologie del secolo e la speranza di un mondo nuovo senza più cicatrici né barriere né muri, che però in virtù dell’ottica particolare di Alda viene investita dalla malinconia e dalla nostalgia non tanto di un’epoca quanto degli ideali che l’hanno sorretta e tradita.
Per me nata negli anni Settanta la storia di Alda è la storia di una generazione responsabile della mia epoca e del mondo in cui sono vissuta e che da insegnante oggi sento lontana e sconosciuta alle nuove generazioni con un misto di sofferenza e di rammarico. 

Che cosa rappresenta il Novecento per Francesca Capossele? E da quale anelito nasce l’idea di farne il protagonista di due romanzi?

francesca-caposseleIl 1900 è il secolo nel quale ho trascorso la parte più importante della mia vita, per me che, per carattere, sono abituata a guardare con più attenzione al passato che al presente, è lo scenario dentro a cui ho formato i miei gusti, la mia visione del mondo, la mia mentalità. Di lì vengono i miei sogni e i miei incubi. Rispetto al ‘900, bisogna dire due cose: da un lato non è affatto passato, la sua profezia di inizio secolo (masse, solitudine, confusione, disastro) si sta realizzando appieno ora, come del resto è sempre accaduto allo svolgersi del tempo: la pagina che viene girata produce un refolo di vento, non sappiamo quanta aria quel refolo potrà ancora produrre, né per quanto tempo. 

La seconda viene detta (molto meglio di come potrei fare io) da Alexander Stille, nel suo libro imperdibile ” La forza delle cose”. Egli dice, più o meno, parlando del passato suo e della propria famiglia, che il mondo di ieri sembrava essere una gran confusione di passioni e urgenze male indirizzate.  Ecco, io allargherei questa frase dall’ambito strettamente privato al quale Stille l’ha legata, alla storia europea tutta intera, nella quale l’urgenza di un mondo migliore ha prodotto i grigi regimi comunisti, le passioni tradite dal primo conflitto mondiale hanno partorito le reazioni paradossali (e criminali) dei fascismi, la confusione non guidata da una logica illuministica e oggettiva il mondo di oggi, che Alda, la protagonista del mio libro trova così triste . 

 

Alda è la protagonista del romanzo. Una ragazza che cresce a Ferrara, da una famiglia della piccola borghesia ma che sente dentro di sé un anelito, una necessità di fuga che concretizzerà nel 1953 con cui apri come un preludio il romanzo.
Un personaggio contraddittorio dalle mille sfaccettature che ben interpreta le contraddizioni intime della sua generazione, vissuta tra gli orrori della guerra e gli entusiasmi della pace. Alda viene sfiorata da entrambi senza essere davvero presa profondamente. Sente in sé qualcosa di irrisolto, di irrealizzato che la porta lontano. La porta dall’altra parte dove spera che ci sia qualcuno che la riconosca.

(non ho niente e se non esco da questo niente, avrò solo stanze vuote. Pareti bianche. Senza quadri. Finestre senza tende e nulla da vedere oltre i vetri. È invecchiare.)

 

Alla narrazione in terza persona a cui il romanzo è affidato, in chiusura del preludio che dà inizio al romanzo che farà poi un passo indietro al 1939 per ritornare alla fine della prima parte al punto di partenza, cioè alla fuga di Alda nel 1953, questa breve parentesi in prima persona riflettuta da Alda motiva intimamente la sua decisione di partire.
Che cosa troverà Alda dall’altra parte? Lo chiedo a te, in quanto “Nel caso non mi riconoscessi” è anche un fine romanzo di trama, e nonostante tu non giochi sulla suspense le vicende e gli intrecci narrativi coinvolgono il lettore e lo rendono partecipe, quindi non voglio svelare nessun elemento che possa privare il lettore del piacere di ritrovarlo intatto nella sua lettura individuale.

francesca-caposseleCara Giuditta, come dici con grande chiarezza, nel romanzo la trama ha il suo peso, questo perché, sia pure nei limiti dello spazio narrativo, esiste un contesto storico stimolante che influenza le azioni dei protagonisti, ma anche perché il fatto di decidere in sé assume un ruolo fondamentale nella vita di Alda e degli altri, mai come nei paesi totalitari prendere una strada o un’altra influenza la vita di tutti e spinge gli avvenimenti in una certa direzione. Alda, fuggendo, non ha veramente le idee chiare su cosa troverà dall’altra parte, ha semplicemente delle persone che l’aspettano e questo rende (anche oggi) più possibile e meno drammatica ogni fuga. A lei interessa, in quel momento, solo quello che lascia, il suo destino già scritto, di ragazza che, per i parametri degli anni ’50, ha del tutto raggiunto un’età per fare scelte da donna adulta (che sono sempre quelle), sfugge ai suoi genitori, che hanno esercitato su di lei il controllo che le famiglie riservavano ai figli.  Poiché non ha la coscienza politica adeguata per dare il nome giusto alle sue azioni, dice che vuole ritrovare la guerra, ossia l’avventura, che è una prospettiva che il fascismo mutua, malamente, dal romanticismo. Le donne alienano spesso questa prospettiva nell’inquietudine fine a se stessa e nel possesso delle cose. Alda, andandosene, rompe l’orizzonte bovaristico della sua vita checché accada dall’altra parte. Possiamo insomma dire che realizza il paradosso di essere libera in un paese che non lo è.

 

Quando Alda arriva a Monaco nel 1953 ad accoglierla ci saranno Anita e Hans Bauser, amici stretti di Stephan, il soldato della Wehrmacht che lei ha deciso di raggiungere per vivere con lui nella DDR. 

Hans è “uno dei nostri” le ha scritto Stephan chiarendole che non lo troverà ad attenderla in stazione, ma si vedranno direttamente a Lipsia.

Quella tra Hans e Stephan è una storia di amicizia, come quella tra Hans e Anita una grande storia d’amore. Entrambe trovano i loro presupposti nel prima della fine della guerra.

La relazione tra Alda e Stephan sarà un miscuglio, talvolta contraddittorio, di sicuro irrisolto, di amicizia e amore: è impossibile amare o coltivare l’amicizia in uno stato antilibertario come furono le repubbliche socialiste? La storia sentimentale di Alda si presta a essere paradigmatica per quel contesto storico e politico, o si innesta solamente nell’intimità della vita personale della protagonista?

francesca-caposseleLe domande sono davvero molto interessanti e riconducibili ad una tematica comune: quali legami si stabiliscono tra pubblico e privato.  A prescindere dal romanzo, io ritengo che la dimensione privata e quella pubblica siano assolutamente legate. Non intendo dire che  si debbano mettere in piazza i propri fatti intimi, ma che la moralità e i valori di una persona sono influenzati dall’epoca in cui vive, dal sistema politico che le è toccato in sorte, dai simboli e dalla mentalità del proprio tempo.  Quindi il contesto storico in cui Alda e Stephan vivono la loro vita, lo stato che fa da sfondo alla loro vicenda intima non sono ininfluenti, ma anzi determinanti. Ma, data la situazione, le scelte che poi fanno sono una loro responsabilità, come Hans scrive a Stephan, restare qui, fare quello che ho fatto sono state mie scelte, potevo fare dell’altro. Quanto alla questione se si può amare  ed essere felici in uno stato che diviene un carcere, la risposta è sì. La primavera torna, i corpi si sfiorano, le labbra baciano, si può essere felici ancora e ancora. Si può amare perfino da vecchi, figurati in un regime totalitario. Naturalmente il senso di precarietà e perdita è più forte con la guerra, con la miseria, con la disperazione attorno. La storia sentimentale tra Alda e il suo capitano è quindi risolta, sono solo due persone non convenzionali e convinti che la vera infedeltà non consista nell’avere delle avventure, del resto, non c’è  un solo tipo di amore, e Alda scappa proprio da una situazione borghese, dalla famiglia e dalla donna che sarebbe diventata rimanendo in Italia.  Posso solo aggiungere, che in DDR io ho passato le estati più belle della mia vita. Certo io ero di passaggio e potevo andarmene quando volevo. 

 

Cara Francesca, avevo grandi aspettative da questo nostro chiacchierando perché nello scambio di mail, breve, intercorso per i 10 buoni motivi (ai quali la scrittrice si è prestata e che potete leggere QUI) avevo sentito un fulmine, qualcosa che ti aveva come illuminata, ma se possibile la profondità di queste tue risposte va oltre le mie già altissime aspettative. Grazie davvero! 
Le tue estati nella DDR come l’esperienza di un gruppo di giovani italiani tra cui Carlo che arrivano nella DDR per motivi di studio. Tra di loro solo Carlo chiederà di poter restare per altri sei mesi, ma non ne sveliamo la motivazione al lettore né se la tua inventiva narrativa gli consentirà di rimanere. 

I giovani italiani non solo portano un’ulteriore sguardo sulla situazione politica nella DDR, arricchendo quella varietà di ottiche con cui conduci la narrazione, ma nello stesso tempo enfatizzano quello particolare di Alda che non è più semplicemente esterno come il loro dopo i tanti anni che ha vissuto nella Repubblica democratica tedesca, ma non è neppure interno come può essere quello dei professori tedeschi a cui i ragazzi italiani sono affidati.

C’è l’intenzione da parte tua di non rendere la descrizione della vita nei paesi socialisti come qualcosa di monolitico e con una storia unica, ma cercare di ampliare lo sguardo e l’orizzonte nonostante o proprio in virtù di quel “muro”, quella “cortina” che bloccava i paesi socialisti in una dimensione di isolamento? La presenza dei ragazzi italiani serve anche a ampliare e movimentare la visione della società tedesca al di là della Cortina di ferro? A questi giovani e ai loro sguardi cosa hai prestato di quelle estati felici a cui accennavi nella precedente risposta?

francesca-caposseleVengo subito alla questione dei destini delle persone nella DDR, o negli stati simili alla DDR. Non meno che in regimi democratici quei destini erano vari, non uno assomigliava all’altro, nelle gioia come nella disperazione. Le persone tendevano a rimuovere le situazioni che erano più inaffrontabili, e i comuni cittadini non stavano tutto il giorno a pensare che potevano essere spiati, o che la loro vita poteva cambiare per un cavillo, anche se questo accadeva molto spesso. Inoltre il senso di ineluttabilità rendeva la gente spesso insensibile nei confronti delle circostanze esterne, non per cattiveria, era una forma di difesa.  La diversità delle storie era un caleidoscopio di emozioni su cui il regime cercava di mettere le mani, per servirsene e per controllare. In questo, rispetto all’occidente, consisteva la drammatica diversità.  Le mie estati felici erano tali perché ero giovane, leggera come una piuma e il mondo, comunismo o no, mi sembrava un gran bel posto. Ma la DDR, con la lentezza con cui aveva affrontato il dopo-guerra, aveva lasciato il paese quasi come negli anni ’50. Un regalo per me che adoravo il passato dell”Europa. Non ero mai stanca di chiese distrutte, di biblioteche polverose, di case con i segni delle pallottole dell’ultima mitragliata del 1945. Insomma ero una fortunata occidentale alle prese con la capsula del tempo. Ai ragazzi del libro ho prestato la mia curiosità, ma considera che  loro hanno 10 anni più di me, il 1968 è passato da poco, hanno una durezza, una coerenza, una lucidità, che la mia generazione stava alleggerendo . Vero è che i cittadini della DDR erano curiosi degli occidentali, li ” respiravano”, possiamo dire e lì  non ho dovuto inventare niente. Ma le ragioni della stramba vicinanza tra Alda e il giovane Carlo è complessa e ha altre sfumature, ma è vero che subito il ragazzo la nota, proprio perché ad Alda dell’occidente non importa nulla. Anzi, lo teme.

 

Siamo arrivati all’ultima domanda in grande bellezza.
Mi ha molto affascinato il tuo modo di trattare la storia, con attenzione ai dettagli e ai particolari, senza mai lasciare che irrompesse prepotentemente nella narrazione né tantomeno che prendesse il sopravvento sui personaggi. Nello stesso tempo non la riduci a un mero sfondo su cui far muovere le figure. Riesci a creare un equilibrio molto suggestivo tra le vicende dei personaggi e la temperie storica culturale politica sociale ed anche economica in cui si muovono.
Al lettore sembra di vivere tra le tue pagine in quell’epoca, con assoluta naturalezza e immediatezza, conservando una impressione molto nitida di come doveva essere vivere in quel periodo. Come se non ti interessassero i singoli avvenimenti che hanno composto il grande puzzle della storia del ‘900, ma fossi interessata ad una ricostruzione più generale e intima di quel preciso contesto storico.
Qual è la concezione narrativa della Storia che muove i tuoi passi nel romanzo? 

Da insegnante leggendo le tue pagine ho subito pensato ai miei alunni che di fronte alle vicende della seconda metà del ‘900 pensano che non sia più un passato prossimo come lo era per la mia generazione tra i banchi di scuola, ma un passato remoto. 
“Nel caso non mi riconoscessi” è per loro una lettura molto interessante per capacitarsi di quello che è stato un pezzo della storia europea in un determinato contesto politico: avevi in mente i giovani come lettori ideali del tuo romanzo? Glielo affideresti? Con quali precauzioni o sollecitazioni?

francesca-caposseleMia cara Giuditta, risponderò da collega a collega alle tue domande di così ampio respiro.  E comincio dalla più facile, come avvicinare i ragazzi alla lettura di romanzi storici e, più in generale, alla storia. Io sono sempre partita dall’idea che la memoria sia la cosa più difficile da trasmettere, più della matematica, del diritto, dell’economia. Le classi sono composte di ragazzi dentro un’età irraggiungibile, istintivamente annoiata nei confronti di quello che è “passato”, disposti a trovare odioso tutto quello che la scuola propone. Io ho spesso privilegiato un metodo diretto, ho lasciato perdere le prediche, e le minacce, perché ho imparato che il passato si sedimenta lentamente e viene fuori all’improvviso, quando non sei più tanto giovane e dei ragazzi nuovi di zecca ti fanno, tutto d’un tratto, sentire in pericolo. Allora il passato, quello che ti hanno tramandato, salta fuori e tu diventi il passato, non puoi fare altro. Il resto è metodo. Ho trascorso tanti pomeriggi a scuola, a studiare con loro, a scrivere testi su personaggi famosi, a trasformare le mie classi nel set del Risorgimento italiano, oppure eravamo negli Urali insieme allo zar, o ancora in Francia nel 1968. Li premiavo e li richiamavo. Non ho mai permesso che le mie idee influenzassero il mio lavoro. Del resto i fatti storici parlano da soli, senza bisogno di commenti. Fare politica in classe, come si dice oggi ( e ieri), non solo è scorretto, non serve a nulla, il bisogno di trasgredire ve li metterà contro. Ho avuto classi che non volevano fare la Giornata della Memoria, alle quali ho detto: ok, avete ragione, siete scarsini in italiano, impieghiamo il tempo a fare grammatica. L’anno dopo erano in prima fila: film, documentari, incontri, volevano sapere tutto (potere del complemento di termine). La scuola è un vecchio gioco, solo le ultime riforme hanno cercato di turbarne le regole. Oggi è difficile fare tutto, ma non è questo il luogo per parlarne. Aggiungo che i ragazzi  non possono sentire il 1900 come accadeva a noi, io ho un ho avuto un nonno che era a Caporetto e un padre a Palermo nel 1943. I loro genitori sono nati negli anni ’70, più o meno. La trasmissione viva è finita, l’Italia poi non è famosa per conservare il passato recente, dunque le case si sono svuotate dei ricordi e degli oggetti di questo passato, che, invece, hanno fatto da sfondo alla mia infanzia. Aggiungo che gli adulti sono i primi a non ricordare, spesso la scuola è sola a combattere la sua onesta battaglia contro la volgarità del presente (alternanza-scuola-lavoro, o come si chiama ora, compresa). La seconda domanda è tosta. Non potrò in due righe parlare della concezione narrativa della storia, una questione lasciata, per certi versi, irrisolta, da grandi studiosi del 1900. Certo è che un romanzo storico, per dirsi tale, deve parlare del riflesso che gli eventi collettivi (ricostruiti oggettivamente) hanno sulle vite dei personaggi. Come diceva Cecov, non importa dire che la luna sorge, è meglio descrivere l’effetto che la luce fa sui pezzi di una finestra rotta.  Gli scrittori sperano che il lettore faccia la sua parte e dica: perché la finestra è rotta? E continui a leggere. Perché anche la letteratura è un vecchio gioco.

Chiacchierando con… Francesca Capossele