di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 
Una libreria per capire la realtà.

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Foto di Emiliano Zampella

La libreria Diari di bordo di Parma è stata una delle tante tappe della decima edizione del Festival della Complessità che si tiene a Parma dal 20 maggio all’8 giugno. Poter notare che i Diari sono sempre in prima linea in Festival e Manifestazioni cittadine serve a dare una misura di questo farsi presidio e laboratorio permanente di Idee e Cultura, ma anche di questo farsi osservatorio per capire meglio la realtà.
Il Festival della Complessità nasce nella convinzione che la natura, la vita, i sistemi biologici, le persone siano complessi; che siano complessi i sistemi sociali, le città, i linguaggi, le società. Crescita, sviluppo sono complessi e richiedono relazioni, connessioni e lì dove c’è interdipendenza nascono collaborazioni e integrazioni, ma anche egoismi e conflitti, che richiedono capacità di comprensione. Viviamo immersi nella complessità e comprenderla stimola la ricerca di soluzioni spontanee, inedite. Il Festival, affrontando, in tanti appuntamenti aperti, la complessità e l’approccio sistemico, si rivela come nuova chiave interpretativa in grado di aiutarci a comprendere meglio quanto sia complessa la realtà che ci circonda e la vita, sia essa quella di una pianta, di un insetto, un animale, un essere umano, una società, un ecosistema o l’intero globo terrestre. Come le precedenti, anche questa decima edizione del Festival della Complessità vuole proporre nuove risposte a domande di oggi e di sempre.
Decine di eventi, di sedi, di personaggi: all’interno di questo Festival il 22 maggio in Borgo Santa Brigida abbiamo ospitato la neuropsichiatra infantile Maria Emiliani e la presentazione del suo graphic novel “Storie vere, mai accadute ovvero diario ipotetico di una neuropsichiatra infantile” .
Con l’autrice, Maria Emiliani, ci sono stati Antonio Pirisi e Andrea Cabassi.

Il percorso diagnostico ha molte analogie con il percorso investigativo” spiega ai suoi amici Caterina mentre, sotto un ombrellone, si sta godendo qualche giorno di vacanza. Caterina Dal Prato, neuropsichiatra infantile del Servizio Pubblico ed assidua lettrice di gialli, si muove in effetti quasi come un’investigatrice nella rete di relazioni che circonda i suoi ragazzini raccogliendo indizi e cercando prove che possano spiegare i “sintomi” che li hanno portati da lei.
Così, permettendo all’autoironia di permeare la “professionalità”, Caterina e i suoi colleghi del Servizio di Neuropsichiatria Infantile si inseriscono nelle vite dei ragazzini che lì giungono lasciandosi coinvolgere, ascoltandoli, sbagliando e correggendo gli errori di percorso, facendosi guidare da loro e dagli altri protagonisti delle loro storie per costruire insieme i più svariati ed alternativi percorsi “diagnostici e terapeutico-riabilitativi”.

Sempre sulla scia di comprendere la realtà complessa che ci circonda Sabato 25 Maggio abbiamo ospitato Francesca Maccani che, assieme al libraio e blogger Arturo Balostro, ha raccontato la vita e i sogni di dieci ragazzi cresciuti nella periferia di Palermo attraverso la presentazione del suo libro, edito da SEM, ” Fiori senza destino”.
Un libro che attraverso storie terribili e vere parla di scuole di frontiere e insegnanti coraggiosi, affrontando tante tematiche difficili, che ci toccano da molto vicino. Francesca Maccani, insegnante di origini trentine, da alcuni anni vive a Palermo e la sua esperienza con i ragazzi di uno dei quartieri più degradati della città ha commosso e toccato i cuori di molti lettori in libreria. Francesca Maccani aveva già pubblicato un saggio, “La cattiva scuola” (Tlon, 2017, premio Donna del Mediterraneo), assieme alla scrittrice Stefania Auci e, le domeniche, su questo blog, “Giudittalegge”, si occupa di recensioni.

Sul limite estremo della città di Palermo, nella più difficile delle periferie di oggi, dieci ragazzi raccontano in prima persona la loro vita, i loro sogni, il loro poco destino. Il quartiere è il Cep, Centro Edilizia Popolare, dove promiscuità e malavita regnano sovrane, e dove l’unica legge sembra essere il possesso delle cose e delle persone. In queste spianate di cemento i bambini possono allontanarsi e non fare più ritorno, le ragazzine diventano donne troppo in fretta e i maschi crescono con l’idea che per ottenere ciò che desideri ogni mezzo è lecito. Lontanissima c’è Palermo, con i suoi splendidi monumenti e le chiese antiche che i ragazzi del Cep non hanno mai visto, come il mare. In un avvicendarsi di speranza e rassegnazione ognuno dei personaggi si racconta, con lucidità, senza filtri. Scopriamo così che la crudeltà non è una prerogativa degli adulti, ma un peccato originale che si trasmette di padre in figlio in un contiguo gioco dei ruoli, alternando vittime a carnefici. Francesca Maccani, alla sua opera prima, compone un romanzo corale, struggente e verissimo, indimenticabile.

Si parla di psichiatria, disagio giovanile, relazioni familiari e molto altro ancora anche nel libro “Fuori per sempre” di Doris Femminis, edito da Marcos y Marcos.
Doris Femminis è nata nel 1972 tra le montagne della Svizzera italiana. Da piccola ha conosciuto una civiltà contadina che ormai si è estinta, e ha sognato di fare la capraia come sua nonna. Studia per diventare infermiera, e con il primo stipendio si compra un agnello. Per otto anni, con un amico, tiene un gregge di cinquanta capre, continuando a fare l’infermiera all’ospedale psichiatrico di Mendrisio. Rinuncia alle capre per trasferirsi a Ginevra, dove prosegue gli studi e scopre un mondo: l’amore, il femminismo, la psichiatria più avanzata. Lavora con gli adolescenti e diventa mamma. Da piccola, maestri e professori la esortavano a scrivere, e questa parte di lei riemerge a Ginevra, con la maternità.
Con un lavoro da infermiera a domicilio e due figli, il tempo diventa sempre più prezioso, e quello da dedicare alla scrittura va protetto. Il primo romanzo lo ha scritto di notte: “Chiara cantante e altre capraie” (Pentagora 2016). Da qualche anno Doris ha scelto di abitare, con la famiglia, su un altipiano magico, dove si può vivere con meno, lavorare part time e scrivere di più. “Fuori per sempre” è stato scritto lì, in riva al lago ghiacciato dove si svolge anche una parte del romanzo.
Questo libro è la fotografia di una fragilità che nasce da un contesto di solitudine e incomprensioni. È una storia di arrivi, di fughe e di ritorni. Il libro è anche un’incursione all’interno dei rapporti di una famiglia ticinese ancorata alle vecchie abitudini in cui genitori e figli dalla mentalità opposta faticano a capirsi e si feriscono vicendevolmente.

Giulia è smarrita come puoi esserlo a vent’anni se ti spaventa troppo il futuro.La tentazione è sparire nella foresta, insieme alla sorella Annalisa, o seguire l’amica Alex, artista della fuga.Serve linfa vitale straripante per uscire dal gorgo in cui è caduta e starne fuori per sempre.
Un litigio risveglia pensieri insopportabili e Giulia salta in macchina, guida giù per la valle, ingoia pastiglie. Si sveglia all’ospedale psichiatrico, e diventa una furia: vuole uscire subito, tenta in tutti i modi di fuggire, rifiuta le cure e i camici bianchi. La dottoressa Sortelli ci mette tanto a conquistare la sua fiducia. La spinge a raccontare la storia della sorella Annalisa, che per Giulia è un macigno da superare.Una volta aperto il cuore, tutto si capovolge: da prigione, l’ospedale diventa una culla, e Giulia non vorrebbe più rinunciare alla sua tiepida protezione.Non si sente pronta ad affrontare la propria fragilità, e il rischio della vita vera.
Nel pieno di questa resistenza, irrompe in reparto Alex Sanders, tutta fuoco e tempeste.Porta il fascino della fuga irresponsabile, e Giulia non resiste.

Tra i libri che si trovano ai Diari che trattano temi sociali va segnalato “La giusta quantità di dolore” di Giada Ceri edito da Exòrma edizioni. Il libro è finalista al Premio Alessandro Leogrande 2019. Un reportage narrativo che racconta il sistema penitenziario italiano nel presente e ne ipotizza il futuro prossimo. Giada Ceri si occupa da tempo dei temi che riguardano il carcere italiano contemporaneo e collabora a progetti del Terzo settore in ambito penitenziario. Lavora da sempre come coordinatrice, collaboratrice redazionale; insegna Italiano a persone straniere e migranti. Un libro che interroga non soltanto il carcere ma anche la collettività che lo circonda.La voce narrante esplora lo spazio e il tempo della reclusione, entra nelle carceri, dà la parola ai “personaggi” di un mondo a parte, che ha regole precise (scritte e non scritte), ruoli e gerarchie e, infine, un proprio linguaggio. In cinque “quadri” affronta temi fondamentali: la prospettiva degli operatori della “riabilitazione”; la sfida tra architettura e mera edilizia penitenziaria; teatro, arte, cultura in carcere; la salute e il carcere come pena corporale; la riforma penitenziaria.

Immaginiamo un sistema che, mentre ragiona su di sé, prova imbarazzo e disagio per i danni che si producono e per le patologie che si alimentano. Sembra che l’attività principale del sistema penitenziario sia quella di nascondersi. Occultamento, rimozione, separazione escludono il carcere e i carcerati dallo sguardo di chi è fuori: dunque, dall’opinione pubblica e dalla stessa dialettica democratica. In questo libro procede con passione ma anche con lucida e amara ironia, a partire da ragioni molto concrete e dati verificati, e ci scorta in uno dei molti territori del disagio, individuale e collettivo. Disegna in modo critico e chiarissimo l’universo recluso: si inoltra nel mondo degli operatori della “riabilitazione”; esplora i luoghi fisici della pena trovandosi davanti alla scelta incompiuta fra architettura e mera edilizia penitenziaria; assiste alla messa in scena di Romeo e Giulietta della Compagnia della Fortezza a Volterra, che diventa la lente per indagare una precisa idea di teatro-in-carcere; nel capitolo Dentro l’Uroboro narra il corpo detenuto, il carcere come pena corporale, l’eterno ritorno al punto di partenza, in un mondo che resta ancorato a un’idea di sicurezza per sua natura inconciliabile con quella di salute; e completano questo viaggio nei luoghi della pena le vicissitudini della recente riforma penitenziaria a partire dagli Stati Generali dell’Esecuzione Penale conclusi nel 2016, in attesa di nuovi tentativi e forse di nuovi fallimenti.
Il susseguirsi di storie, racconti, frammenti di vita carceraria costituiscono un mosaico illuminante e, a tratti, toccante. […] il libro di Giada Ceri riesce a rendere bene le diverse dimensioni dell’universo detentivo e a offrire al lettore non esperto una conoscenza, anche emotiva, di una realtà assai problematica. (dalla prefazione di Luigi Manconi)

«Presi le mie cose e me ne andai. Stava sorgendo il sole. Non mi veniva in mente un posto dove andare» .
Lo scrittore Helon Habila ha definito questo l’incipit più fico della storia della letteratura africana. Si tratta di «La casa della fame» di Dambudzo Marechera, un libro di una potenza squassante con cui Racconti Edizioni inaugura la collana degli Scarafaggi, dedicata alla novella. Dambudzo Marechera (Rusape, Rhodesia Meridionale 1952 – Harare, Zimbabwe 1987) è stato «il Joyce africano» e «il doppelgänger che la letteratura africana non ha mai incontrato»: figlio di un becchino e di una bambinaia, cresciuto all’ombra del segregazionismo, la sua scrittura è «una forma di combattimento» segnata dall’esilio e dalla schizofrenia. Espulso da Oxford, Marechera conoscerà le galere britanniche e la vita da squatter prima delle luci della ribalta: Doris Lessing dirà che leggere “La Casa della fame” è come «ascoltare un grido» e Marechera sarà il primo africano a vincere il Guardian Fiction Prize. Dopo un tour promozionale che lo rese una star in Germania – nonostante avesse rischiato di non partire presentandosi scalzo e senza documenti all’aeroporto –, Marechera tornerà in Zimbabwe per assistere alle riprese del film tratto da “La Casa della fame”, ma verrà allontanato dal set dopo aver dato in escandescenze alla notizia che il suo primo romanzo era stato messo al bando. Passa qualche anno e Marechera è una figura familiare per chi vive tra le strade di Harare: il matto farfugliante che gira con la macchina da scrivere e un sacco a pelo. Finirà i suoi giorni a soli trentacinque anni, dimenticato da tutti, malato di Aids e alcolizzato, senza una casa né un soldo a suo nome. “La casa della fame” è una brutale rappresentazione della vita quotidianamente onirica in un paese dilaniato dalla carestia e dalla guerra, la Rhodesia. Esistenze fratturate che si concentrano attorno a un bar scalcagnato e a una casa da cui per quanto si cerchi di sfuggire non si riesce mai ad allontanarsi abbastanza. Un mondo dove la violenza regola ogni rapporto e la follia prende lentamente possesso del protagonista, un io narrante che conduce le danze a un ritmo impenetrabile e allucinato, zigzagando tra i detriti e le macerie che chiamiamo Africa.

Al crepuscolo degli anni ’70, uno spettro nell’imbalsamato ambiente letterario di Oxford, Dambudzo Marechera gettava sul foglio alcune righe che lo avrebbero reso di lì a poco una celebrità e una meteora. Presi le mie cose e me ne andai, così rimbombava l’incipit di quel testo: una sentenza drammaticamente segnata dall’ironia di una dipartita incombente e inevitabile, dall’Inghilterra e poi dal mondo, come ultima tappa di un processo autodistruttivo in cui per ogni eccesso della mente era il corpo a incassare. L’origine di quel vortice soffocante è custodito nella Casa della fame, un classico svanito nel tempo. Come tempestato da una pioggia di pensieri, in questa novella infinita, lo scrittore protagonista si immerge e riemerge, piomba e si inabissa, in una memoria spontanea che vivifica e scuote l’impellente decisione di andare. Ma via da dove e verso dove non sarà mai chiaro. Continuamente trasfigurati da un’incredibile cantilena di metafore, iconizzati in un particolarissimo espressionismo delle immagini, si aprono invece i trascorsi di un’intera esistenza, e forse di più: le vicende politiche di uno studente sacrificato all’identità africana, la dissoluzione di una famiglia, i pestaggi, i ricordi d’infanzia, le disavventure sessuali, la storia della Rhodesia, le elucubrazioni artistiche di un intellettuale formato nel bozzolo di una cultura bianca da cui viene fatalmente attratto e disgustato, e poi i sogni, gli ideali e soprattutto gli incubi di un vagabondo sconfitto dalla nascita. Il tutto – straordinariamente – in un unico addio, insieme lirico e viscerale, come solo un enorme scrittore prossimo all’abisso è in grado di fare.I prossimi libri di questa collana arriveranno in autunno: La parabola dei ciechi di Gert Hofmann (con una prefazione di Luciano Funetta) e La ragazza nel bagagliaio di John O’Hara, prima di una trilogia di novellas con al centro l’alter ego dell’autore Jim Molloy.

Un libro che si trova in bella mostra ai Diari da qualche settimana è “Una volta ladro, sempre ladro” di Lorenzo Moretto, edito da minimum fax. Il romanzo d’esordio di Moretto non è un memoriale ma un romanzo vero e proprio con i tempi e il ritmo della giusta narrazione. E, anche se racconta avvenimenti della cronaca degli anni Novanta, va a scavare nel privato più privato raccontandoci un incubo e la storia di suo padre, uno di quei 4525 arrestati di Tangentopoli.

11 giugno 1994: Lorenzo Moretto, ventenne di buona famiglia che si divide tra lo studio, lo sport e le ragazze, sta pranzando in casa col padre Giovanni in pausa dal lavoro. Sei uomini della Guardia di Finanza di Milano bussano alla porta dei Moretto, interrompono il pranzo: hanno un mandato di perquisizione e un ordine di cattura e custodia cautelare per il padre. Le ipotesi di reato sono molto gravi: frode fiscale, riciclaggio, persino traffico d’armi. Nella notte Giovanni Moretto viene portato in carcere, a San Vittore. Ci resterà sei mesi.
Nell’estate del 1994 Lorenzo smette di essere un ragazzo, si ritrova con la madre e il fratello ad affrontare situazioni che mai avrebbe previsto e prende coscienza dei vincoli che la realtà impone sulle nostre scelte. Ma, sopra ogni cosa, cerca di comprendere cosa abbia fatto suo padre: non può essere colpevole di quanto l’accusano, ma è del tutto innocente? Si è forse immischiato in operazioni ambigue e disoneste? Oppure è vittima di un errore degli inquirenti, tutti tesi a trasformare in abilissimo trader internazionale un contabile di paese?
Nell’Italia di Tangentopoli divisa tra fazioni, dove sta la linea che divide il vero dal falso? Cos’è giustizia e cosa arbitrio? Chi è vittima e chi carnefice? Queste domande pesano ancora di più su Lorenzo, perché per isolare la sua famiglia sono stati sufficienti il sospetto e l’accusa. Perché la vita normale non tornerà mai più.

Chiudiamo questo Zaino con un libro molto interessante edito da Del Vecchio editore e tradotto magistralmente da Stefano Musilli, “La Vergine Olandese” di Marente de Moor. Un gran bel romanzo sulla perdita dell’innocenza sullo sfondo dei profondi cambiamenti che l’Europa si appresta a vivere con l’ascesa del nazismo. Sulla copertina del romanzo nella versione italiana campeggia una bellissima illustrazione di Maurizio Ceccato con quello che potrebbe essere il volto di Egon von Bötticher, il vero protagonista del romanzo. Marente de Moor, con passione e autenticità e una narrazione asciutta, restituisce il sentimento di un’epoca instabile e piena di contraddizioni, tinteggiando con maestria le incertezze e le tensioni che precedettero il secondo conflitto mondiale.

Nell’Europa infestata dal nazismo, è l’estate del 1936. Il medico olandese Jacq invia in Germania la filia diciottenne, giovane campionessa di scherma, per un periodo di vacanza e formazione presso un suo vecchio amico, Egon von Bötticher, aristocratico ed eccellente spadaccino. Von Bötticher trascorre le giornate in una solitaria tenuta di campagna che gestisce con pugno di ferro. Lì dà lezioni a due fratelli gemelli e organizza annualmente un tradizionale duello segreto, in cui i partecipanti si affrontano con armi non spuntate per dimostrare il proprio coraggio. Egon è enigmatico, sgradevole, ma attraente. Una strana relazione lo lega al padre di Janna; un’amicizia fiorita durante la Grande Guerra, al tempo in cui Jacq, senza vera convinzione, ricuciva le ferite terribili dei soldati, per rispedirli al fronte. Ma quali erano il ruolo e le inclinazioni di Egon durante la guerra? Janna scopre a poco a poco un mondo singolare, misterioso, che la porta a ridisegnare la mappa della sua storia personale sullo sfondo di una nuova immagine della Storia. La narrazione si muove agilmente nel tempo, svelando il passato e i misteri connessi al rapporto tra il padre di Janna ed Egon. Sulle pagine scorrono gli anni della Grande Guerra, in cui sfumano valori che sembrano scomparire per sempre, legati al codice aristocratico dell’onore, del coraggio, del fascino per la scoperta e il superamento dei propri limiti e possibilità.

Nello Zaino di Antonello: Una libreria per capire la realtà.