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Uh… non ne ho idea. Fai tu. 

Rimane spiazzato e mi spiazza Fabio Bacà, quando gli chiedo, come è tradizione di ogni Chiacchierando, dove ci saremmo potuti vedere per chiacchierare del suo esordio, “Benevolenza cosmica” (Adelphi). Visto che devo scegliere io, tra i tanti luoghi proposti nel romanzo, di cui parleremo nel corso della chiacchierata, il più allettante è la piscina al trentaduesimo piano di un grattacielo nella zona orientale della City londinese, dove il protagonista incontra forse il personaggio più eccentrico e strabiliante dei tanti che gironzolano nella fantasia e tra le pagine di Fabio Bacà.

Il perimetro della piscina culminava in un bordo, appena velato di acqua, oltre il quale, sullo sfondo bianco del cielo mattutino, si stagliava l’aguzzo skyline della City. Mi aggrappai all’ultimo lembo di roccia. Persino da lì, da cinquanta metri di distanza, quella sponda d’acqua attribuiva all’aggettivo “vertiginoso” una pienezza che non avevo mai vissuto prima. Avvicinarmi di più era impensabile.

Ecco, noi siamo entrambi là e cominciamo a parlare…

Benevolenza Cosmica“Benevolenza cosmica”: titolo d’esordio di Fabio Bacà per Adelphi e nodo centrale del romanzo. Per sfuggire alla benevolenza cosmica che lo perseguita da tre mesi, il protagonista Kurt O’Really attraversa le vie di Londra, surreale e postmoderna che si trasforma in un set cinematografico imbevuto di letteratura. Un Ulisse avanguardista che invece di essere perseguitato dalle ira di Poseidone, è attanagliato dalla buona fortuna, o meglio:

non è fortuna la mia, anche se per ora mi fa comodo chiamarla così. Non trovo banconote sul marciapiede. Non vinco premi alla lotteria. Le cose che mi accadono sono mediamente improbabili, non miracolose: è come se, di fronte alla possibilità di andare male o bene, ogni fatto che mi riguarda scegliesse di andare bene. Ma che lei ci creda o no, non ne posso più.

come lui stesso confessa a Lucia Dos Santos, uno dei numerosi personaggi, esilaranti e spiazzanti, che incontra e con cui si confronta nella sua “odissea”.

Cos’è la “Benevolenza cosmica” e da quali studi e ricerche viene fuori? o è tutto frutto della tua fervida immaginazione?

Fabio BacàNon credo di poter definire la Benevolenza Cosmica meglio di come hai ribadito tu nella domanda citando Kurt. Il quale ne da, comprensibilmente, un’interpretazione probabilistica: di fronte alla possibilità di una scelta, il cosmo (termine apparentemente neutro, ma che pagina dopo pagina pare assumere sempre meno i connotati del Caso per ipostatizzarsi in quelli di Dio) propende ineluttabilmente per quella più favorevole. E l’angoscia del nostro eroe è direttamente proporzionale alla presa d’atto che ormai non può più limitarsi a interpretare ciò che gli accade con gli strumenti emotivi, intuitivi e cognitivi di cui ha scelto di dotarsi: da un certo momento in poi realizza che ha bisogno di altro. Sono sicuro che l’azzeramento di ogni grado di aleatorietà destabilizzerebbe il più fervente dei devoti: come potrebbe non abbattere le certezze di un razionalista dichiarato? Da qui, ho semplicemente tracciato il sentiero lungo cui un giovane professionista metropolitano tenta di risolvere l’enigma del destino – o del karma, se preferisci – individuale. Credo che alla base di questo libro ci siano le domande che, a un certo punto della vita, ci siamo posti tutti, e che hanno tormentato generazioni di asceti e filosofi dai presocratici in poi. Chi sono io? E perché io sono io? Perché sono nato qui invece che in un’altra città del mondo? Chi ha deciso che i miei genitori, il mio aspetto fisico, il mio carattere, il mio quoziente intellettivo fossero ciò che sono? Perché amo questa donna e non un’altra? Perché il mondo sembra così irrimediabilmente ingiusto? Esiste davvero qualcosa di trascendente, o la vita su questo pianeta è frutto di un’irripetibile combinazione di eventi statisticamente improbabili ma tutt’altro che impossibili?  Una volta assunto ciò, non ho avuto bisogno di trovare ispirazione se non in molti dei romanzi che ho amato di più: quasi tutti cercano di rispondere alle stesse domande. I più belli in assoluto non ci provano nemmeno: si limitano a porre identiche questioni in modo più creativo, stimolante e divertente. L’unica documentazione a cui ho attinto (e da cui provengono i folgoranti epigrammi sulla statistica citati nel romanzo) è  un agile volumetto che si chiama “Mentire con le statistiche”, di Darrell Huff, imprevedibile bestseller scritto più di sessant’anni fa e scovato non ricordo nemmeno più come. A latere di una minuziosa – e attualissima – analisi  delle modalità di auto-obnubilamento razionale in cui incappiamo quando non siamo esercitati a una sana diffidenza nei confronti delle scienze probabilistiche, contiene perle come questa: “Le statistiche sono come i bikini. Ciò che rivelano è suggestivo, ma ciò che nascondono è più importante” (Aaron Levenstein).            

 

Così stuzzichi la mia curiosità di lettrice famelica: quali romanzi sono alla base di “Benevolenza cosmica” e quali fra i più belli? Ci spieghi anche i temi, le narrazioni, le suggestioni che hai trovato in ciascuno e come li hai rimaneggiati per farli calzare a pennello al tuo protagonista, che sembra indossare un abito di alta fattura  letteraria?

Fabio BacàUh, non sono sicuro di saper soddisfare una domanda così imponente in un numero accettabile di righe, Giuditta. Però posso provarci.

Quando ho cominciato a scrivere, nella primavera del 2015, avevo all’attivo solo una mezza dozzina di racconti. E soprattutto non avevo dimenticato la lapidaria sentenza di Jeffery Deaver: “da un punto di vista strutturale/narratologico, scrivere racconti per prepararsi a scrivere un romanzo ha lo stesso senso logico di imparare il cinese per prepararsi a studiare il greco antico”. Comprensibilmente turbato da questo ammonimento, ho deciso che: 1. L’idea che avevo in mente dovesse essere sviluppata da un unico punto di vista, perché non ero per niente sicuro di saper gestire un romanzo corale (e la prima persona è un accidentale corollario alla medesima necessità).  2. Il romanzo sarebbe stato relativamente breve (una sorta di racconto lungo), con unità di tempo e luogo ben circoscritte, e soprattutto il più agile e vivace possibile.

Alla fine della prima stesura ho scoperto di avere più risorse e strumenti di quanto avrei anche solo osato sperare. Allo stesso tempo, non avevo una reale necessità di modificare i parametri originali perché l’architettura narrativa non necessitava di polifonia né di un intreccio più sofisticato. L’intento iniziale era:  “applico alla mia idea la struttura meravigliosamente elementare di Cosmopolis: tizio in evidenti ambasce psichiche vaga per la sua città alla ricerca di qualcosa”. Dello stesso DeLillo avevo amato così intensamente il David Bell di Americana  (di cui l’Eric Packer di Cosmopolis è discendente patrilineare) che non mi sogno nemmeno di sottovalutarne l’influenza sul mio romanzo. Ho sempre amato i personaggi estremi e contraddittori: se menzionassi il Patrick Bateman di American Psycho ti stupiresti? Allo stesso tempo non volevo oberare il mio personaggio del peso della follia e della violenza: i suoi travagli avrebbero dovuto risolversi in modo  decisamente più lieve. Se all’inizio volevo dotare Kurt di una profondità e un senso del tragico che la frequentazione letteraria di Martin Amis e Michel Houllebecq (diversissimi tra loro, ma ugualmente chirurgici nell’anamnesi dell’uomo occidentale) mi suggeriva di infondergli, alla fine ho optato per il tono più ironico e distaccato di autori altrettanto amati come Philip Roth (chissà se l’ossessione di Kurt  per il corpo femminile è un richiamo inconscio alle fissazioni muliebri di Roth) e Umberto Eco (qui d’ispirazione più per la deliziosa e cerebrale levità di Diario Minimo che per la magnificenza teoretica e strutturale dei suoi romanzi. Ho già detto pubblicamente, e non mi sogno di rimangiarmi, che reputo Il nome della rosa il più bel romanzo di tutti i tempi). Sulle influenze (a mio sommesso parere non così esplicite in Benevolenza Cosmica) e sui doverosi omaggi onomastici a Kurt Vonnegut non credo di dovermi dilungare: Vonnegut è un autore formidabile e considero Ghiaccio 9 e Hocus Pocus tra i libri più belli mai scritti. La mia pericolosa inclinazione alla magniloquenza è di gran lunga precedente all’incontro con David Foster Wallace, ma il mai troppo compianto genio di Ithaca mi ha indicato come temperare i miei elaborati stilemi con una certa dose di umorismo e vivacità intellettuale. A proposito di humour e ritmo narrativo, vorrei citare un libro seminale: Le lettere di Groucho Marx. Come dico sempre: “Io sono totalmente apolitico, eppure profondamente marxista”. Mi imbattei nelle Lettere quando Cuore, l’indimenticato settimanale satirico di Michele Serra e Piergiorgio Paterlini, ne allegò un estratto in due agili volumetti alla fine degli anni ottanta. Fu una rivelazione. Conoscevo e amavo il Groucho Marx attore, ma non potevo immaginare che il suo funambolico talento si esprimesse così compiutamente nella corrispondenza (assolutamente autentica) con amici, fratelli, colleghi e alcune delle maggiori personalità politiche e artistiche del suo tempo. Chiunque abbia aspirazioni  letterarie non può trascurare questo sublime compendio di caos e genialità. Che qualche anno dopo Le Lettere siano state pubblicate da Adelphi mi inorgoglisce ulteriormente .                          

 

Parliamo di Londra: a piedi soprattutto, in metro e con i taxi, il protagonista attraversa la metropoli con passi certi e spediti e la testa piena di pensieri. 
Perché Londra e perché così circostanziata? Quale ruolo ha la capitale britannica nella “Benevolenza cosmica” che avvolge Kurt? Si sarebbe potuta verificare altrove? 

Fabio BacàBé, Giuditta, la doverosa premessa è che io vivo (e ho sempre vissuto, a parte una breve parentesi di pochi mesi a Macerata) in una piccola cittadina di poco più di diecimila abitanti. Alba Adriatica è la tipica località costiera consacrata al turismo: caotica e vivacissima in piena estate, tranquilla e a suo modo incantevole nei periodi intermedi, assolutamente letargica da novembre a febbraio. Mai pensato, nemmeno per un attimo, che rappresentasse un’ambientazione credibile per le vicende che volevo narrare in Benevolenza Cosmica. Anche se il primo dogma dello scrittore è “scrivi di ciò che conosci”, volevo che lo sfondo fosse un grande nucleo metropolitano: a Kurt O’Reilly accadono cose davvero bizzarre e non potevo sperare che la sospensione dell’incredulità del lettore medio sfociasse in un’epidemia di dabbenaggine letteraria collettiva. Per lo stesso motivo ho cassato istantaneamente l’ipotesi San Benedetto del Tronto, la città nella quale sono nato (tanto che metà dei miei recensori continua a definirmi “marchigiano”: non che ci sia nulla di male, ma secondo un criterio analogo Italo Calvino sarebbe uno scrittore cubano), nella quale lavoro e dove sto comprando casa con la mia compagna: pur essendo di gran lunga più ampia e popolata di Alba, non mi sembrava adempiere granché alla funzione di fondale idoneo alle disavventure del mio eroe. A questo punto credo che la stragrande maggioranza dei romanzieri all’esordio avrebbe scelto una qualunque città italiana abbastanza estesa (Roma, Milano, Napoli o Torino in ordine decrescente di grandezza/popolazione), si sarebbe documentato a fondo su topografia e scorci pittoreschi, avrebbe trascorso un paio di weekend in loco per colorare di ulteriore verosimiglianza il tutto e avrebbe cominciato a scrivere.  

Eppure ero perplesso.

Il problema non era tanto il fatto di non conoscere a sufficienza nessuna metropoli italiana (e le sole di cui ho una vaga esperienza, Firenze e Bologna, non credo siano nemmeno lontanamente definibili come “metropoli”) quanto l’incipiente, venefico sospetto che ambientare il romanzo a Napoli o Roma mi avrebbe costretto a connotare la vicenda di una specificità gergale e comportamentale di cui ho un’idea assolutamente stereotipata. Non volevo che il mio Kurt (a quel punto traslatosi in Curzio) parlasse romanesco, perché il mio romanesco è mutuato da centinaia di film molto più che dall’esperienza diretta. Il rischio era di incappare nel cliché.

A quel punto ho cominciato a vagliare l’ipotesi di una grande capitale europea. Mi affascinavano Vienna, Berlino o Monaco, perché nei confronti della cultura mitteleuropea avverto un’affinità epiteliale di cui prima o poi mi deciderò a esaminare la causa prima, ma della lingua tedesca conosco solo una dozzina di parole – metà delle quali sono insulti: due dettagli che non mi sembravano un presupposto incoraggiante. Madrid non mi dava un’impressione abbastanza cosmopolita; Parigi, da un decennio a questa parte, mi sembra impelagata in troppe vicende sociopolitiche locali e internazionali per rappresentare uno sfondo sufficientemente neutro.

Restava Londra.

Come ormai ripetuto spesso, non sono mai stato in Inghilterra. Però avevo il supporto di una cugina londinese e una familiarità recentemente acquisita con Google maps e StreetView. Soprattutto, sentivo di non aver bisogno di sorreggere le traversie del mio eroe sull’impalcatura di una totale identità con l’unità di luogo: mi bastava il minimo sindacale di colore e ammissibilità, considerato che la storia che volevo narrare aveva peculiarità estranee alla radicalizzazione in un luogo specifico. Inoltre conosco a sufficienza l’inglese e non avrei dovuto barcamenarmi penosamente tra toponomastica e nomi propri.

Il resto è venuto da sé. Non credo di aver fornito un affresco memorabile della Londra della seconda decade del ventunesimo secolo, ma in fondo non ne avevo nemmeno l’intenzione. Quello che volevo era una scenografia verosimile per raccontare qualcosa di immanente allo spirito dell’uomo – italiano, inglese, colombiano o giapponese che sia .

Un’ultima curiosità. Nel romanzo ho immaginato che Kurt sia un italo-irlandese che vive a Londra ma è originario di Leicester. In tutta onestà, non ricordo perché ho scelto proprio Leicester. Ma so che quando ho terminato la prima stesura, nell’ottobre del 2015, la locale squadra di calcio aveva appena iniziato una pazzesca cavalcata verso il titolo di campione d’Inghilterra che avrebbe conquistato, tra lo stupore del mondo intero, nove mesi dopo. Secondo i più autorevoli bookmaker britannici, la probabilità che le Foxies vincessero la Premier League – dopo essersi miracolosamente salvate dalla retrocessione all’ultima giornata della stagione precedente – era di CINQUEMILA a UNO. Mi piace pensare che il libro abbia infuso un po’ di benevolenza cosmica su di loro.

Un bel po’, direi.       

 

Nel suo girovagare per la metropoli alla ricerca di risposte e spiegazioni a ciò che gli sta accadendo, Kurt incontra e cerca o è consigliato a rintracciare personaggi imprevedibili e mai scontati. Gli incontri si giocano su un doppio binario: la prova della sua sfacciata fortuna che porta spesso a situazioni in cui il tragico si capovolge in un comico amaro a tratti esilarante; e il ricorso a personaggi di una certa levatura intellettuale e specialistica, ritratti in pose egotiche e spettacolari, che possano aiutarlo a decifrare gli strani segni della “Benevolenza comisca”.

Un bestiario umano, molteplice e variegato. Tu come l’hai trovati? Chi di loro è stato il più ostico e chi il più amico della tua scrittura? Ci sono incontri che hai amato di più e altri che ti sono costati più fatica? o con tutti è stato un colpo di fulmine tra autore e personaggio?

Fabio BacàAdoro questa domanda. Mi pare che sia stato Melville a dire che “i personaggi sono l’anima del racconto” e chi sono io per smentirlo? Ho già ammesso pubblicamente che il protagonista di Benevolenza Cosmica è ritagliato sulla personalità del sottoscritto (e non meno di quattro cinque cari amici lettori mi hanno fatto sorridere, sostenendo che leggendo i dialoghi e le riflessioni di Kurt è sembrato loro di sentir parlare me). Una  scelta che non è stata dettata da manie egolatriche o prospettive di desolante ristrettezza, ma dall’altrettanto divulgato periodo problematico che ho vissuto – al quale devo l’ispirazione per la storia assolutamente speculare di un uomo afflitto da eccesso di fortuna: in questo senso, il romanzo è stato un tentativo di autoanalisi . Dopodiché, è altrettanto vero che non dissimulare granché le analogie tra la tua personalità e quella della tua creatura può condurre a bizzarri fraintendimenti:  uno zio materno, incontrandomi per le scale di casa, mi ha chiesto se la contorta relazione tra Kurt e Liz rifletteva qualche problema di coppia tra me  e Silvia, la mia compagna. Io ho risposto che grazie a Dio ho la fidanzata più dolce e paziente del mondo, e che Liz è stata delineata su una tipologia di donna metropolitana volitiva/talentuosa/ricchissima/chiaramente-viziata-ma-con-un-fondo-di-tenerezza che non ho mai conosciuto personalmente, ma che rappresenta il classico precipitato di migliaia di personaggi letterari o cinematografici assorbiti in decenni di sovraesposizione a quinta e settima arte. Tutti gli altri caratteri principali o secondari sono il risultato di un analogo morphing  tra inventio più o meno ispirata e  osservazione del mondo reale (che delle prerogative dello scrittore, a mio parere, rimane la più importante). Bob, ad esempio, con la sua raffinata cerebralità e l’aristocratica ma accorata partecipazione alle angosce di Kurt, mi ricorda un caro amico che ha una ventina d’anni più di me: è stato quindi il più facile da tratteggiare e, forse, il più amato dei personaggi. Il compagno di viaggio esperto, vissuto e sensato  che sovrintende con raziocinio alle nostre esistenze, consigliandoci e indirizzandoci: chi non vorrebbe averne uno? Bob è anche l’unico, nel corso della narrazione, che conserva una certa imperturbabile saggezza : come hai acutamente notato, Giuditta, tutti gli altri soggetti (sostantivo non casuale) possiedono personalità molto forti (ben più di un passo oltre l’eccentricità) in grazia delle quali dicono o fanno cose piuttosto sui generis. A latere delle esigenze di narrazione, è evidente che descrivere le gesta di individui simili – infondere loro un po’ di sana follia erasmiana –  è molto più divertente che plasmare figure realistiche sulle quali limitarsi a far giocare di sponda un antieroe in travaglio spirituale come Kurt O’Reilly.  Posso dire di aver amato scrivere di ognuno dei miei personaggi, e che nessuno di loro ha manifestato particolari reticenze nel lasciarsi raffigurare, ma approfitto dello spazio che mi concedi per sottolineare due cose – la prima delle quali svela  qual è il mio capitolo preferito (o meglio: quello che ho amato di più scrivere). 

È il numero nove. O come lo definivo per individuarlo sbrigativamente in fase di prima stesura: il capitolo delle telefonate. Senza spoilerare troppo ai futuri lettori, dico solo che in quelle 24 pagine ho dato fondo a tutte le mie risorse immaginifiche per tratteggiare alcuni individui che Kurt interpella telefonicamente e che alla fine, per un motivo o per l’altro, si rivelano quasi tutti stravaganti esemplari di umanità. Il mio preferito è senz’altro il professor Lack, vecchio professore di liceo di Kurt, che perverte una conversazione tutto sommato coerente e sensata con alcuni falotici suggerimenti finali,  degna conclusione della disperata ricerca telefonica del suo antico discente. Ricordo perfettamente di essermi goduto così tanto la prima bozza di quel capitolo, iniziata con buona approssimazione alla fine dell’estate del 2015, che dovunque fossi e qualunque cosa stessi facendo (per quanto dolce fosse il clima, buono il cibo o stimolante la compagnia) non vedevo l’ora di tornare a casa per continuare a scrivere.  Vi assicuro che non capita spesso.

La seconda cosa è legata ai quokka, animale simbolo del romanzo. O meglio: l’animale che ritenevo fosse tale, al punto che nei lunghi mesi pre-pubblicazione fantasticavo potesse finire addirittura in copertina. Di tutte le recensioni ottenute dal mio libro (tutte o quasi tutte incredibilmente lusinghiere, accurate, puntuali, esaustive, penetranti, dettagliate fino all’eccesso) nessuna  ha attribuito un significato allegorico particolarmente ragguardevole ai quokka. Bé, è stata l’unica, minuscola fitta di delusione provata dal sottoscritto dal giorno del suo esordio. Perché per me, per i miei occhi di scrittore, il quokka è …

Ehi, aspettate un momento.

Uno scrittore che interpreta il suo libro? Che lo spiega?

Perdonatemi. Un momento di debolezza.

 

A discolpa dei lettori e dei recensori posso dirti che sono così eccentriche e riuscite le tue figure umane che forse quelle animali sono passate in secondo piano. 
Però adesso ce lo devi svelare: il quokka per Fabio Baca è…? 

È questa l’ultima domanda? Guarda che da sto spunto parto con un pippone esistenzialista…

Sì, dai… Facciamo che è l’ultima così puoi sviluppare il tuo pippone esistenzialista senza remore.

Fabio BacàUhm … la prendo un po’ alla lontana allora. Diciamo che entro una certa età (undici anni? Forse anche meno) un essere umano occidentale medio dovrebbe aver grossomodo: 1. iniziato a elaborare il mondo come frutto della sua volontà e rappresentazione, e quindi cominciato a dubitare di ogni pretesa di oggettività nella percezione della realtà fenomenica; 2. avviato un’intensa indagine interiore sulla natura ultima delle cose, cercando una tortuosa  sintesi tra materialismo e idealismo; 3. iniziato a sospettare che, in generale, è tutto troppo complicato e forse è meglio uscire a giocare a pallone.

Orbene, se riusciamo a resistere alla tentazione del campo di calcetto e proseguiamo in un minimo di intima speculazione, crescendo e accumulando esperienze è naturale sviluppare un’idea personale della realtà. Anche se scelgo di aderire a una qualunque delle religioni teistiche – o a un sistema filosofico come quello buddista: e in entrambi i casi la conseguenza principale è di dover introiettare e accettare un’opinione sul mondo terreno e ultraterreno postulata e diffusa secoli o millenni fa da qualcuno che, ovviamente, non ho mai conosciuto – credo che sia sempre più difficile negare l’assunto di Paul Watzlawick (più o meno coincidente con le tesi del sopra-alluso Schopenauer) secondo cui “l’illusione più pericolosa è quella che esista soltanto un’unica realtà”. 

Ho nominato Watzlawick, che è uno psicologo e non un filosofo, proprio per sottolineare che la pretesa di una omologazione collettiva di schemi nell’interpretazione della vita su questo pianeta è non solo irrealizzabile, ma quasi certamente addirittura dannosa. Che c’entra tutto ciò con Benevolenza Cosmica? Con Kurt O’Reilly? Con i quokka soprattutto? Io sostengo che uno dei temi del libro sia proprio l’effetto dolorosamente terapeutico di un reset – temporaneo o definitivo – dei nostri abituali punti di riferimento. Per quanto la mia esecrazione dei romanzi che allegano una morale preconfezionata sia totale e incondizionata, capita che nel narrare una storia lo scrittore si lasci sfuggire non solo un’opinione sullo stato generale delle cose (il che fa parte dei suoi diritti/doveri di narratore) ma ne accluda un parere esplicito su come ritiene che le cose debbano andare (il che è un po’ meno consigliabile) o addirittura la Ricetta Definitiva per fare in modo che funzionino (il che mi sembra di un’arroganza apocalittica). In Benevolenza Cosmica, per entrare nel dettaglio, ho utilizzato un espediente sovrannaturale  per descrivere lo smarrimento di un essere umano dinanzi alle contraddizioni e all’incongruità della vita urbana del ventunesimo secolo(ma sospetto che lo smarrimento sia in massima parte traslabile anche a un essere umano che abbia vissuto un’esistenza bucolica nel primo mondo del ventesimo), cercando di porre sul piatto questioni importanti sul destino, sui rapporti dell’uomo con il trascendente, sulle relazioni interpersonali, sulla morte delle persone amate, sul senso generale dell’esistenza e su altro ancora: questioni a cui credo di aver dato le risposte più vaghe e interpretabili e persino fraintendibili possibili proprio perché non mi sono mai nemmeno sognato di supporre di saperne di più in proposito rispetto al lettore medio. Ho sempre creduto che il novantanove per cento del compito dello scrittore sia divertire il lettore (e non necessariamente nel senso di farlo ridere o svagare, ma nell’accezione etimologica del termine: dal latino divertere, ossia deviare, volgere altrove – da intendersi  come “offrire una prospettiva ulteriore”) e che per fare ciò sia autorizzato a infilare i suoi personaggi in mezzo a situazioni problematiche e possibilmente paradigmatiche dalle quali li aiuta a uscire (e naturalmente non è detto che ciò avvenga in virtù di un lieto fine) traendone, al contempo, qualche accidentale indicazione sulla natura della porzione di spazio e di tempo in cui gli tocca vivere – e magari persino sulle caratteristiche universali e acroniche dei sentimenti umani. Che queste indicazioni siano di aiuto, sostegno, consolazione o fonte di semplice riflessione ai suoi lettori è auspicabile, ma in fondo del tutto collaterale. Non sta certo a me suggerire quali riflessioni dovrebbe stimolare Benevolenza Cosmica,  ma non credo che sia sfuggito al lettore che il protagonista sia improvvisamente costretto a sovvertire la visione della realtà su cui ha basato tre decenni di vita: ebbene, poiché è lapalissiano che il simbolismo sia un’arma potente, e che incarnarlo – alla lettera – in un essere vivente sia arbitrio intangibile dello scrittore, a un certo punto ho inserito nella narrazione una tribù di quokka perché  il piccolo marsupiale oceanico, a mio parere, rappresenta bene la fonte di bizzarre sorprese che è il mondo: un animale che sembra l’ibridazione di almeno quattro specie diverse (con il muso di un topo, le dimensioni di un gatto, le zampe e il marsupio di un canguro, l’estrema affettuosità di un cane) appare improvvisamente agli antipodi del suo habitat naturale e induce nel mio eroe la reazione esattamente opposta a quella prodotta in chiunque ne abbia avuto un contatto diretto o nei milioni di internauti che ne seguono le buffe e tenerissime gesta sui filmati disponibili in rete. A me è sembrato  sufficientemente emblematico: tutto qui. 

Ma se a voi tutta questa tirata è sembrata troppo masturbatoria e complicata e cominciate a sospettare che avreste potuto impiegare meglio gli ultimi dieci minuti della vostra vita … bè … trovate altri nove volontari e andate a giocare a calcetto.

Sono un istruttore di fitness, no? Avete la mia benedizione.

Chiacchierando con… Fabio Bacà
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