Casina

La Casina di cui si racconta in “Il diavolo d’estate” esiste veramente, così come esiste il piazzale che Totò e i suoi amici vogliono trasformare in una discoteca all’aperto. Su un lato il piazzale è circondato da una fila di pini marittimi piantati quando io ero un ragazzo, dietro s’intravede la cappella in cui è sepolto il barone Giuseppe Antonio Musso, che nel romanzo ho chiamato Farina e che è l’unica persona realmente esistita tra i personaggi del romanzo. Direi che all’ombra di quei pini, guardando la campagna che in lontananza dirada verso il mare, si dovrebbe chiacchierare bene.

L’invito viene da Giovanni Accardo, scrittore collega e amico, di nuovo in libreria con un romanzo che mi è particolarmente caro, ma non vi svelo il perché e lascio che lo scopriate da soli, arrivando ai ringraziamenti finali.

Un’estate infuocata del 1978, un paesino della provincia di Agrigento che ad agosto si riempie dei passi di chi è andato via a cercare fortuna, e ha la fortuna di ritornare in paese per le ferie. Il diavolo d'estateUn gruppo di amici, tra cui il diciassettenne Totò, voce narrante del romanzo “Il diavolo d’estate” con cui Giovanni Accardo torna in libreria, inaugurando la collana ATTRAVèRSO della casa editrice Ronzani, dopo l’esordio nel 2006 con Un anno di corsa (Sironi Editore), e il diario, a tratti autobiografico, “Un’altra scuola” per Ediesse, di cui abbiamo Chiacchierato QUI, e che me l’ha fatto conoscere, decide di organizzare una discoteca per movimentare le serate del sonnolento paese. Una storia che si snoda tra due binari paralleli: il presente narrativo in cui la discoteca è bruciata causando la morte di uno dei giovani, e il passato recente in cui si dà conto delle relazioni, della vita in paese e dell’introspezione dei personaggi che è anche un modo affilato con cui raccontare una terra complicata come la Sicilia della fine degli anni Settanta.

“Il diavolo d’estate” può essere considerato, prima di incasellarlo in qualsiasi genere letterario, un omaggio fervido e appassionato di Giovanni Accardo alla propria terra e agli anni giovanili?

scrittore, docente, saggista e organizzatore di eventi culturali a Bolzano.

Facendo l’insegnante, tutte le mattine mi trovo a contatto con degli adolescenti e questo mi ha portato a ripensare spesso alla mia adolescenza, spinto anche dalla naturale nostalgia che accompagna lo scorrere del tempo. Fino ai 18 anni ho vissuto in un paesino della provincia di Agrigento che sentivo come una prigione, sempre col desiderio di andare via, attratto dalle città del Nord. Sono andato a studiare a Padova, dove ho vissuto parecchi anni e dove mi sono formato, umanamente e intellettualmente, ora vivo a Bolzano, dove lavoro, ho la famiglia e dove ho avuto la possibilità di realizzare molti progetti. Eppure ogni tanto mi arrivano immagini, ricordi, parole della mia infanzia e della mia adolescenza che mi riportano in Sicilia, a quel paesino, e hanno una forza travolgente, forse perché sono i ricordi della progressiva scoperta del mondo. Ho sempre avuto un rapporto conflittuale col mondo, sin da ragazzo sognavo di cambiare molte cose, mi addoloravano la povertà, le ingiustizie, le prepotenze, e questo ha fatto nascere in me, sul finire della terza media, una forte passione politica che però non è mai stata militanza, per la difficoltà di riconoscermi in un partito, quanto piuttosto voglia di capire, di conoscere. Ma se devo racchiudere in una parola l’adolescenza, scelgo amicizia. E difatti “Il diavolo d’estate” è innanzitutto la storia di una fortissima amicizia. Ora rispondo alla tua domanda: sì, il romanzo è un omaggio alla mia terra, agli amici di quegli anni (cui è dedicato) e alla mia adolescenza, nonostante le tante cose che il protagonista critica. Mi fa piacere che te ne sia accorta. La prima ad accorgersene è stata mia moglie, ancor prima di me.

 

Un omaggio alla tua terra che si riflette anche nella lingua con le inserzioni di dialetto che però raramente sono nel corpo del testo, ma relegate ai dialoghi, soprattutto quelli famigliari.
Le espressioni dialettali che coloriscono la narrazione hanno una funzione mimetica, calare il lettore nella comunità e nel suo sistema di valori. Servono a spiegare con poche parole quello che la lingua italiana rende con maggiore difficoltà. Nello stesso tempo spesso come narratore senti la necessità di spiegare e contestualizzare ciò che il dialetto ha reso con grande icasticità. La voce narrante racconta fuori dal tempo narrativo. È un Totò maturo che guarda ai fatti e ne dà anche un’interpretazione critica e lucida in cui rientrano le spiegazioni dei detti dialettali.

Quale esigenza ha mosso questa scelta linguistica? Non volevi rinunciare al dialetto ma nello stesso tempo non volevi abusarne, perché?

scrittore, docente, saggista e organizzatore di eventi culturali a Bolzano.

Ho usato il dialetto prevalentemente nei dialoghi, soprattutto quando Totò parla con la madre, e questo per due ragioni: la madre, come gli zii Rosa e Arcangelo e la nonna Giuvannina, sono praticamente analfabeti, parlano e pensano in dialetto, appellandosi spesso ai proverbi, ovvero a quello che per loro è la saggezza della tradizione; ma anche, per citare Carmine Abate, perché il dialetto è la lingua del cuore, quella dell’affettività e della spontaneità, ma anche dell’irrazionalità, e i familiari di Totò sono dominati dall’irrazionalità, dalle credenze popolari che lui respinge perché ci vede una delle cause della povertà della Sicilia. Quella povertà che costringe ad emigrare. Ho raccontato i fatti in presa diretta, mentre avvengono, con un narratore che scopre quello che succede insieme al lettore. Però il passato remoto permette di ottenere quell’effetto di lontananza che colloca il narratore in una posizione quasi da testimone, ecco perché a volte si ha l’impressione che Totò stia commentando i fatti anni dopo il loro svolgimento. Sicuramente è un adolescente maturo con una voglia enorme di crescere, infatti frequenta prevalentemente persone più grandi di lui. Nasce da ciò la sua ansia di conoscere, di leggere, di farsi una cultura. Vuole capire, convinto che le spiegazioni “magiche” che talvolta danno i suoi i suoi familiari siano sbagliate.

 

Un ragazzo maturo Totò, e uno dei pochi, anzi l’unico giovane a frequentare la sezione del partito comunista del paese, forse frutto degli insegnamenti del padre, morto nelle miniere in Belgio, a cui si contrappone la figura dello zio, il fratello del padre, che è rimasto a lavorare in paese grazie a una raccomandazione politica e con il quale Totò è in aperto e aspro conflitto.

Anni difficili e a loro modo tremendi, in particolare il 1978 con il senso di spaesamento che avvolse l’Italia dopo il ritrovamento del cadavere di Moro. Ma la Sicilia che tu descrivi e le vite dei giovani che ne sono protagonisti, insieme con la varia umanità che popola il paese e che tu ritrai con precisione e attenzione sia al dato sociologico che economico, sono come lontani dalle onde tumultuose delle politica nazionale. Come se della Storia arrivasse a loro solo l’eco e non ne cogliessero in pieno gli effetti. 

Gli anni Settanta sono uno sfondo più intimo e introspettivo che non storico e politico in “Il diavolo d’estate”?

scrittore, docente, saggista e organizzatore di eventi culturali a Bolzano.

Quando ho cominciato a scrivere questo romanzo avevo il progetto di un romanzo prevalentemente politico, poi, però, scrivendo, è venuta fuori un’altra voce e un’altra storia. Del resto un piccolo paesino di 1500 abitanti era piuttosto lontano dalla Storia di quegli anni, anche se un’eco il protagonista la sente nelle iniziative e nelle parole degli studenti più grandi di lui e più politicizzati, a cui guarda con invidia, per la loro intraprendenza, ma anche con timore, per la sua timidezza. Totò legge i giornali e guarda i telegiornali, è molto interessato agli avvenimenti politici di quegli anni. Poi arriva l’estate, arriva il diavolo, incontra Angela, Ignazio, Siso, Michele e tutto prende un’altra direzione. Senza mai perdere la voglia di capire cosa sta succedendo nelle grandi città del nord; significativi in tal senso gli incontri con Andrea Polizzi, studente del DAMS di Bologna, la città dove esplose il movimento del ’77, degli indiani metropolitani. Apro una parentesi: lo stesso giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, il 9 maggio 1978, fu trovato il corpo, letteralmente ridotto a pezzi, di Peppino Impastato, che però non suscitò quell’impressione che susciterà anni dopo. Infatti nel romanzo non ne parlo, e sinceramente non ricordo molto di quella notizia, la ricordo, sì, ricordo che si parlò di un attentato finito male, ma non ricordo molto altro. Da un certo momento in poi la politica diventa un tutt’uno con l’amicizia, l’avventura della discoteca, i rapporti familiari, diventa cioè azione, sia pure piccola, limitata, diventa assunzione di responsabilità di fronte alla morte di Ignazio e alla necessità di scoprire cos’è successo. Lui sente che deve fare la sua parte, anche se ha paura.

 

Mentre dormivo, il diavolo incominciò a volare nella stanza. Sentivo il rumore sopra di me, tra il mio corpo e il soffitto. Non riuscivo a vedere nulla, però sapevo che era il diavolo a fare quel rumore. Mi aveva inchiodato ancora una volta a letto, con la lingua legata e le ginocchia paralizzate. Quel diavolo senza faccia né coda. Aprivo la bocca e non usciva alcun suono, la lingua dentro la bocca era un pezzo di legno inerte.

È uno dei momenti in cui Totò si sente minacciato da una presenza che è un presentimento e un disagio, ma anche uno dei modi a cui affidi la descrizione di un sentimento introspettivo difficile da definire e che è il senso che per Totò rappresenta quell’estate con il niente e il tutto che accade a lui e intorno a lui. Non a caso il titolo del romanzo fa riferimento proprio alla presenza diabolica che Totò sente aleggiare intorno a sé.

Chi è “Il diavolo d’estate” e cosa rappresenta nella vita di Totò e nella vicenda della morte di Ignazio, che Totò vuole credere proprio un pezzo di legno bruciato e non il corpo del suo amico?

scrittore, docente, saggista e organizzatore di eventi culturali a Bolzano.

Il diavolo probabilmente rappresenta una minaccia che compare nei sogni di Totò, ma è anche una presenza che ogni tanto sente attorno a sé, come lo sguardo di qualcuno che lo segue senza essere visto, qualcosa che si nasconde nella campagna e nelle credenze popolari della sua famiglia, soprattutto della nonna. Qualcosa a cui credere e non credere, qualcosa da cui difendersi ma soprattutto contro cui lottare. Il resto lo lascio all’immaginario dei lettori.

 

Tanti i temi che affronti in “Il diavolo d’estate”, incastrati l’uno nell’altro in modo da rendere un quadro vivido e vero della Sicilia di quegli anni, e forse anche di quella attuale: emigrazione, politica clientelare, pregiudizi sociali, arretratezza socio-economica e mancanza di prospettive.
Ad amalgamarli un drammatico incidente: quello che doveva essere il momento festoso dell’estate, la discoteca alla Casina organizzata da Ignazio e dai suoi amici tra i quali Totò, prende fuoco e Ignazio perde la vita.
L’incendio più che rendere il romanzo di un genere specifico, quello giallo, serve come chiave interpretativa del mondo descritto e dei sistemi di valori che sostanziano quel mondo, e anche come momento di rottura tra passato e presente, e ancora di più per Totò tra l’adolescenza e la vita adulta, passaggio che per lui sarà segnato anche dall’attrazione per Angela, una donna sposata di circa dieci anni più grande di lui.
Senza svelare i dettagli della morte di Ignazio, a cominciare dalla domanda che tutti si fanno – sia gli investigatori che i suoi amici – ovvero cosa ci faceva ancora dentro la discoteca dopo la chiusura e dopo che aveva già accompagnato Totò e Siso nelle rispettive case, che dunque lasciamo alla curiosità del lettore nelle vorticose pagine finali in cui il mistero si risolve, ti chiedo qual è la funzione che all’incidente alla Casina hai affidato nella narrazione della Sicilia dei tuoi anni giovanili?

scrittore, docente, saggista e organizzatore di eventi culturali a Bolzano.

Il tema dell’incendio attraversa il romanzo – ce ne sono di diversi tipi, veri e immaginari – rappresenta sia una minaccia concreta, legata anche a paure ancestrali, sia la fine di ogni cosa. Totò non vuole credere che Ignazio sia morto e che quello che i carabinieri indicano come il suo corpo bruciato sia davvero lui, cioè non riesce ad accettare che un’esperienza così intensa e importante, durata neppure un mese e durante la quale lui sente di essere cresciuto di qualche anno, finisca in quel modo tragico. Durante quell’estate scopre il sesso, l’amore, l’amicizia, i libri, la musica rock e poi arriva la morte, che per un ragazzo di neppure di 18 anni è certamente qualcosa di inaccettabile. Per certi versi rappresenta la fine di quel sogno di cambiare il mondo che in tanti negli anni Settanta coltivavano e che per lui e i suoi amici si era concretizzato in quella discoteca all’aperto, come dicevo in un’altra risposta, era la loro rivoluzione, o almeno lo era per Totò, l’unico politicizzato del gruppo. E inevitabilmente costituisce una tappa fondamentale della sua crescita, la scoperta che la morte, purtroppo, è strettamente intrecciata con la vita.
Per finire, il tuo romanzo inaugura una nuova collana della casa editrice in cui è accolto. Un progetto importante e soddisfacente. In cosa credi che “Il diavolo d’estate” rappresenti la collana? 

scrittore, docente, saggista e organizzatore di eventi culturali a Bolzano.

La collana “ATTRAVèRSO” di Ronzani Editore, che il mio romanzo inaugura, intende proporre, tra gli altri generi (ad esempio la fantascienza dell’Est Europa e il noir mediterraneo), il giallo italiano purché fortemente caratterizzato nell’ambientazione, capace di esprimere un profondo legame con la penisola, i suoi luoghi e la sua anima, e nel mio romanzo credo che tutto questo ci sia pienamente.

Chiacchierando (per la seconda volta) con… Giovanni Accardo