di Andrea Cabassi

Andrea Cabassi

 

 

 

 

 

NERO È  L’ORIZZONTE

Recensione al libro di Valerio Aiolli

Nero ananas” (Voland)

Nero ananas

Il 12 dicembre 1969 fu il giorno in cui perdemmo l’innocenza, come scrive Giorgio Boatti  nel suo bel libro “Piazza Fontana. 12 dicembre 1969. Il giorno dell’innocenza perduta”  (Einaudi.2009). Ricordo quel venerdì, ma ancora di più il giorno dopo, il sabato. Frequentavo la IV ginnasio e alcune sezioni delle classi dei più grandi avevano un chiaro orientamento fascista, pronte a scagliarsi contro i rossi e gli anarchici, indicati come i responsabili della strage.

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Avevo trascorso l’ultima parte dell’estate a leggere Bertrand Russell. Forse una lettura precoce, ma a me non sembrava. Russell era un grande matematico, filosofo, divulgatore culturale. Scriveva in modo chiarissimo anche quando affrontava gli argomenti più ostici. Era politicamente e civilmente impegnato. Si dichiarava pacifista e, per questo motivo, aveva conosciuto il carcere durante la prima guerra mondiale. Benché pacifista, non aveva esitato a schierarsi contro la Germania di Hitler durante la seconda guerra mondiale. Più volte aveva manifestato contro la guerra in Vietnam. Nel 1950 era stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura. Questa la motivazione: 

“quale riconoscimento ai suoi vari e significativi scritti nei quali egli si leva in alto a campione degli ideali umanitari e della libertà di pensiero”.

In quello scorcio d’estate, dunque, avevo letto alcuni dei suoi libri: “Storia della filosofia occidentale”, “Ritratti a memoria”, “Socialismo, anarchismo, sindacalismo”, tutti pubblicati nei Pocket Longanesi. Lo consideravo un anarchico-pacifista. La mia ammirazione per lui era tale che, quando avevo cominciato il ginnasio, avevo declinato le mie acerbe generalità politiche definendomi anarchico-pacifista in un processo di identificazione molto intenso, ancorché ingenuo.

L’impatto con la scuola il giorno dopo la strage fu, per me, molto duro. Si respirava un clima  pesante, irreale. La tensione era tale che non si potevano escludere aggressioni, colluttazioni. In famiglia c’era le preoccupazione per la tenuta della democrazia. Si temeva un colpo di stato, preparativi c’erano già stati nel 1964.

Valerio AiolliSono riaffiorati ricordi, ho rivissuto il clima cupo e di tensione, ma anche di lutto e dolore di allora leggendo l’ultimo libro di Valerio Aiolli “Nero ananas” (Voland. 2019), che il clima e gli eventi di quei giorni descrive magistralmente. Valerio Aiolli ha pubblicato libri importanti come “Io e mio fratello” (Edizioni E/O. 1999), “Fuori tempo” (Rizzoli. 2004), “Lo stesso vento” (Voland 2016) “Il carteggio Bellosguardo” (Italo Svevo Edizioni. 2017). E adesso questo “Nero Ananas” che è un bellissimo romanzo, una cronaca degli anni terribili della storia d’Italia che vanno dal 1969 al 1973, un’opera improntata ad un forte impegno civile che è stata selezionata tra i dodici libri candidati allo Strega.

Già dall’incipit ci si trova immersi nella cupa atmosfera dei giorni dopo “il botto”. Ed ancora più profondamente si è immersi in quell’atmosfera quando si legge  il primo capitolo del romanzo “Mia sorella scappò di casa”, dove facciamo conoscenza di una famiglia della borghesia fiorentina composta dal figlio, che narra in prima persona, dalla sorella, che in questo primo capitolo scappa di casa, dal padre ingegnere, originario di Reggio Calabria, dalla madre, di origini fiorentine e dalla sorella del padre, Caterina.

Chi aveva quattordici anni nel 1969, come il sottoscritto, quando legge questo primo capitolo è sopraffatto dalle emozioni. Per una temperie culturale in cui si riconosce, per gli eventi che sono narrati e che non riguardano solo la strage. Perfino la formazione della Fiorentina che il narratore scandisce e che aveva vinto il suo secondo scudetto nel campionato 1968-69 provoca emozione e ricordi. Emozione che cresce quando scopriamo che questa è una famiglia che sta attraversando una profonda crisi. Gli avvenimenti storici e politici ne accentueranno ed esaspereranno le dinamiche. Il  travaglio dei suoi membri si farà sempre più doloroso e drammatico. Perché il libro di Aiolli non è solo un libro sulle stragi nere che hanno costellato la storia d’Italia, ma è anche la cronaca di una crisi coniugale e familiare, un po’ come lo era, per certi episodi che vi venivano narrati, “Lo stesso vento”.

Nel romanzo si alternano capitoli in cui sono in primo piano gli uomini di Ordine Nuovo, la loro ideologia, la mentalità che li ha portati e li porterà a fare stragi e capitoli in cui in primo piano stanno gli affanni del narratore che ci racconta alcuni momenti della sua pre/adolescenza. Affanni colti molto bene come quando la vigilia di Natale esce con il padre mentre della sorella scappata di casa non si sa ancora nulla:

“Quel 24 dicembre però non ci fu neanche l’ombra di tutta questa goduria. Mio padre si mise a camminare davanti a me di un mezzo passo, come faceva ogni volta che era nervoso. Se acceleravo per affiancarlo, lui allungava la falcata ancora un po’. Non aprì bocca mentre camminavamo sul Lungarno, non l’aprì quando piegammo in Oltrarno per attraversare piazza Santo Spirito e piazza del Carmine (di solito si fermava a osservare gli artigiani che dopo l’alluvione erano riusciti a riaprire i battenti in poche settimane). Né parlò quando uscimmo dalle mura passando sotto porta San Frediano… Niente era dato una volta per tutte. Non il bene, ma neanche il male.

Mai la città mi era parsa così fredda, tetra, grigia, muta, estranea, come durante quella camminata con mio padre del 24 dicembre 1969” (Pag. 44-45).

E ancora molto belle sono le pagine in cui il ragazzino, forse per la prima volta, in occasione del funerale di zia Caterina, ha cognizione del dolore e prende consapevolezza della crisi che la sua famiglia sta attraversando:

“Mentre stavo in chiesa, in piedi, aspettando che cominciasse la funzione, qualcuno mi fece una carezza sulla nuca. Mi voltai, era mia madre. Mi guardava con aria triste, sconsolata, ma ancora peggio, l’aria di chi non potrà essere consolata mai più. Intuii che non dipendeva dalla morte della zia Caterina, che ormai tutti noi ci aspettavamo da mesi e mesi. Dipendeva dall’assenza di mia sorella. Dal suo silenzio. Mi ricordai di quella brunetta che le somigliava, in testa al corteo delle donne di Reggio.

Pensai, per la prima volta in modo cosciente, che la nostra famiglia era diventata qualcosa di molto diverso da quello che era un tempo” (Pag. 146).

Una sorella che se ne è andata per i forti dissensi politici con il padre o per chissà cos’altro, forse per una profonda inquietudine esistenziale.

Aiolli non è meno efficace quando si dedica allo scavo psicologico degli uomini delle stragi. Uno scavo psicologico che mi ha ricordato il romanzo di Ferdinando Camon “Occidente (Garzanti 1975), sul quale tornerò più avanti e che costò a Camon molto sul piano umano: undici pagine manoscritte del suo romanzo furono trovate nel covo dei terroristi neri che avevano preparato la strage della stazione di Bologna; fu minacciato; i legali di Franco Freda, che, evidentemente si era identificato con il personaggio principale, riuscirono a bloccare un adattamento televisivo che la Rai aveva progettato; Freda chiese a Camon un incontro e quell’incontro fu drammatico confronto e intervista: Camon riporta quel colloquio nel suo libro “I miei personaggi mi scrivono” (Garzanti.1997).  

Tutto è documentato e documentabile nel romanzo di Aiolli tanto che qualcuno potrebbe obiettare che ci sono già tanti libri su Piazza Fontana e le altre stragi. Sarebbe un’obiezione che non coglie nel segno. Bisogna leggere con molta attenzione quello che Aiolli scrive prima dell’inizio del romanzo:

“Questo è un romanzo. Nonostante si faccia riferimento a eventi accaduti e a persone esistenti o esistite, tali eventi e persone assumono valore di realtà solo in quanto appartenenti a questo romanzo. Che, come tutti i romanzi, è un’opera di finzione” (Il corsivo è mio).

C’è somiglianza, anche se in Aiolli è maggiormente sottolineato l’aspetto di finzione, con quanto scrisse Camon nella “Avvertenza” finale posta quasi a post/fazione a “Occidente”:

“Quanto narrato in questo romanzo non è frutto del caso e della fantasia: al contrario è frutto della realtà, sia per quanto riguarda le idee, sia per quanto riguarda le vicende. Al caso è dovuta soltanto la coincidenza, ove ricorra, tra nomi, luoghi e personaggi del libro e della realtà” (Pag.315).

È necessario fare molta attenzione a questi topoi. I personaggi del romanzo di Aiolli che hanno a che fare con le stragi sono realmente esistiti, alcuni sono morti, altri sono ancora viventi, molti di loro sono stati imputati in numerosi processi (alla fine di “Nero Ananas , in quella che può essere considerata una post/fazione intitolata “Futuro anteriore”, troviamo una sintesi di tutto ciò). Ma nel libro non c’è nessun nome reale, solo qualche soprannome. Tutti sono facilmente identificabili. Non è un caso e non è un eccesso di prudenza di Aiolli. È che nello scarto tra nome reale e nome fittizio sta l’opera di finzione, sta il topos del romanzo che può essere più reale della realtà (come si disse per “Occidente”), più efficace di un saggio. In questo scarto sta la possibilità di scavare in  profondità su personaggi come Delfo Zorzi, Franco Freda, Giovanni Ventura, Gianfranco Bertoli e tutti gli altri che il lettore, mano a mano che procede nella lettura, riconoscerà. Sembra di sentirli parlare davvero mentre cospirano, mentre riflettono sulle loro idee. Sembra di respirare l’aria cupissima di Venezia e della Padova nera, quella Padova che in “Occidente” Camon definisce così:

“… Padova resta, per chi la conosce, una delle città più nere dell’Occidente”. (Pag. 52).

Sembra di respirare la claustrofobica atmosfera dell’appartamento di Via Stella, a Verona, vero e proprio crocevia degli uomini delle stragi. E sulla mentalità degli stragisti mi sia concesso di citare ancora qualche brano di “Occidente:

“Se uno vuole lasciare un segno, deve fare qualcosa di più. La sorpresa sta qui: che in tutti c’è il bisogno esistenziale di lasciare una traccia, di manifestare un potere: e il potere si manifesta facendo, non pensando. Più bella e terribile è la cosa, più grande è il potere” (Pag.190).

“Così, in Europa, la morte degli innocenti –viaggiatori addormentati in una sala d’aspetto o in carrozza ferroviaria, contadini riuniti in festa nella piazza, scioperanti incolonnati in corteo- era, per i sopravvissuti, non solo una garanzia, ma una prova di immortalità: si poteva uccidere, dunque si era in grado di esportare la morte” (Pag. 304-305).

“… la morte che esportano è la morte che hanno dentro di sé, i loro atti sterminatori sono esemplari e naturali come un suicidio…”. (Pag. 306).

“Non riesco a rassegnarmi all’idea della morte… del mio corpo morto… fermo… mentre intorno tutti gli altri vivono, e si muovono” (pag. 179).

Qualsiasi commento sarebbe superfluo. Basti dire che proprio con questo tipo di ideologia, dove la fascinazione filosofica per la morte e per i simboli mortiferi giocavano un ruolo importante, mi scontrai, ci scontrammo a scuola, in IV ginnasio, e oltre. Ed io avevo come baluardo Bertrand Russell nei cui scritti nulla era mortifero.

Ma torniamo a “Nero Ananas”. Possiamo individuare quattro blocchi nel romanzo: quello della vicenda familiare; quello in cui agiscono gli uomini di Ordine Nuovo, alcuni dei quali frenati o assoldati dai servizi segreti; quello di Pio, onorevole Rumor, Presidente del Consiglio nei giorni della strage di Piazza Fontana; quello dell’anarchico individualista Gianfranco Bertoli che è anche una notevole psicobiografia del personaggio, ma che non si appiattisce mai sul documento. I blocchi non sono mai a comportamenti stagni, slittano l’uno nell’altro, le storie si fanno Storia e viceversa.

Giova ribadire che si ha un forte processo di identificazione con il ragazzino, io narrante della famiglia di Firenze. Giova, inoltre, sottolineare che Aiolli usa diverse cifre stilistiche. Con il ragazzino di cui non conosciamo il nome entriamo nel mondo della pre/adolescenza con tutti i patemi che essa comporta, con la voglia di diventare e essere grandi, le amicizie difficili, le prime cotte, le preoccupazioni per la sorella che se ne è andata di casa. Sul piano stilistico l’uso della prima persona singolare permette di vedere le cose attraverso gli occhi del ragazzino, anche le stragi. Il linguaggio si adegua perfettamente al personaggio. Diversa è la cifra stilistica quando si parla di Pio/Rumor o di Vinciguerra. Qui il linguaggio è piano e drammatico allo stesso tempo. Il tu usato con Gianfranco Bertoli permette di cartografare la sua anima e noi lettori possiamo seguire il percorso contorto dei suoi pensieri e i suoi assilli.

Nell’ultima parte il ritmo del romanzo accelera impetuosamente grazie ad un sapiente uso dello spazio grafico e dei paragrafi, utilizzati, giustamente, come punteggiatura. I capitoli diventano capitoletti, poi solo uno spazio tra un personaggio e l’altro, fino ad un alternarsi tra le righe dove, non solo lo spazio, ma anche i tempi sembrano sovrapporsi nella caotica Milano. Come nel  teatro elisabettiano il ragazzino, Rumor, Bertoli, forse la sorella del narratore (lascio al lettore il piacere di scoprirlo) confluiscono in un unico luogo nello stesso giorno, nella stessa ora: la sede della Questura di Milano in Via Fatebenefratelli il 17 maggio 1973. Con l’attentato di Via Fatebenefratelli che causò 4 morti (tutti citati per nome e cognome da Aiolli) e 52 feriti si chiude il romanzo di Valerio Aiolli che, tra le altre cose, si inserisce con autorevolezza nel filone del romanzo civile, anche se non è solo quello. È romanzo tout court. E di grande spessore.  

Qui si ferma il romanzo, ma non si fermano le stragi. Dopo Piazza Fontana e prima della strage alla Questura di Milano c’erano stati : il 14 marzo 1972 la morte di Feltrinelli a Segrate; il 17 maggio 1972 l’omicidio Calabresi; il 31 maggio 1972 la strage di Peteano dove persero la vita 3 carabinieri e altri 2 furono feriti. Dopo La strage alla questura di Milano ci sarebbero stati: il 28 maggio 1974 la strage di Piazza della Loggia a Brescia con 8 morti e 102 feriti; la notte tra il 3 e il 4 agosto la strage dell’Italicus a San Benedetto Val di Sambro con 12 morti e 48 feriti; il 16 marzo 1978 il rapimento Moro e l’uccisone dei 5 uomini della sua scorta: il 9 maggio il ritrovamento del cadavere di Moro ucciso dalla Brigate Rosse; il 27 giugno 1980 la strage di Ustica con 81 morti; il 2 agosto 1980 la strage alla stazione di Bologna con 85 morti e 200 feriti; gli anni di piombo e gli attentati di Prima Linea; il 23 dicembre 1984 la strage del rapido 904 Napoli-Milano nella grande Galleria dell’Appenino, località San Benedetto Val di Sambro con 17 morti e 267 feriti; la notte tra il  26-27 maggio 1993 la strage di Via Georgofili a Firenze con 5 morti e 48 feriti ; ma l’anno prima, 1992,  c’erano stati Falcone e Borsellino…

Lo scaffale di Andrea: Nero ananas
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