Almarina

Se c’è una scrittrice che mi legge dentro, questa è Valeria Parrella. Difficile e intimo, troppo intimo, spiegare le ragioni che la rendono la scrittrice del cuore in senso concreto e pregnante. Ogni nuovo romanzo di Parrella è per me una sfida, che intraprendo sempre con tanta emozione e un carico di tensione. Finora le ha tutte vinte, a volte con un successo strepitoso di risonanze nel mio animo, come con “Lo spazio bianco” “Lettera di dimissioni” (di cui ho scritto QUI) e “Tempo di imparare”, (QUI il mio Chiacchierando) che sono per me le vette più alte della narrativa di Valeria Parrella. Anzi lo erano, perché a questo triangolo, si è aggiunto il nuovo romanzo, “Almarina” sempre per Einaudi, con una copertina di eccezionale nitore, che interpreta pienamente la sensazione perdurante a lettura ultimata dei cerchi concentrici e rifrazioni che continuano a riverberarsi e generarsi nel mio animo a partire dalla protagonista e dall’immagine indelebile che ha lasciato dentro di me.

valeriaparrella-982x540I personaggi di Valeria Parrella hanno sempre un fascino spigoloso, che la scrittura precisa e puntuale taglia come uno spiraglio di luce radente e contrastante. L’equilibrio che la scrittrice napoletana trova tra la materia narrata e la scrittura è in “Almarina” di assoluta perfezione. Bastano poche parole a chi sa maneggiarle con precisione e naturalezza, e in questo Valeria Parrella è una maestra, perché nel giro delle sue frasi le parole lievitano e si amplificano in una miriade di significati e sensi; l’implicito e l’esplicito della grammatica introspettiva che è alla base della scrittura si innestano profondamente l’uno nell’altro come nella Letteratura con la maiuscola. I protagonisti dei suoi romanzi sono unici e universali, specchio e “idea” come moderni paradigmi dell’umanità.

Non saprò mai dire se è Napoli o se sono io. Se mi grava addosso tutta assieme perché sono stati giorni plumbei, pieni di paura e dubbi, e sospetto. Oppure se è davvero la vista del palazzaccio dall’altra parte del cancello, l’onda gialla che gonfia, le cupole sotto le nubi, architravi troppo pesanti perché una donna sola possa reggerli.

Poche righe iniziali, colpi assestati con grazia e vigore, ed eccoci a galla, come suggerisce la copertina, nel mondo di Elisabetta Maiorano, insegnante di matematica nel carcere minorile di Nisida. Ma questo lo sapremo dopo. Inizialmente affrontiamo insieme a lei uno dei giorni rari dell’esistenza, e in un elegante battito di ciglia, l’io si trasforma in noi, perché lo sa bene Valeria Parrella che è bastato quel cielo plumbeo e quelli architravi pesanti a trasformarci tutti in una donna sola, erculea nella situazione che deve affrontare:

se è fatto, la realtà, di terrazzi irraggiungibili, poteri irraggiungibili come li raccontano; oppure siamo solo noi in uno di quei giorni rari in cui, vestiti bene, affrontiamo le scale che ci cambiano la vita.

“Almarina” è questo: scale che si scendono nell’abisso del dolore della perdita (Elisabetta Maiorano ha perso tre anni prima il marito per un infarto dopo aver tentato vanamente con lui la “fatica” dell’adozione); e scale che si salgono, quelle del tribunale dei minori, sotto i pini dei Colli Aminei. Tra una scala e l’altra, tra la morte e la vita: il carcere minorile di Nisida.

Nisida

Valeria Parrella presenta la sua protagonista con un attraversamento, dal fuori al dentro, dalla città al carcere: un’ascensione terrena, un ossimoro ricco di implicazioni e contraddizioni. Implicito e sottinteso il mondo classico, che struttura il suo pensiero: Ercole, Orfeo e Euridice, un pizzico di Antigone (tanto per citare i personaggi che ha frequentato con le sue opere narrative e teatrali) si fondono in questa donna che tutti ci rappresenta, tanto che di nuovo Valeria Parrella ha la necessità di uno scarto pronominale, dall’io al voi questa volta, per portarci dentro, segnando la distanza:

rinchiusa la sbarra alle spalle, mi sento più libera. Ho avuto il mio lasciapassare di occhi, ho superato il limite invalicabile altrimenti, e per il primo tratto ascolto il sollievo. È un sollievo da ogni cosa. Se voi sapeste cosa significa potersi girare un momento, nella tirata che anticipa il tornante. Fermarsi mentre il corpo continua, scala la marcia, gioca con la frizione, prepara la curva nel volante, mentre il corpo sale: trovarsi dopo la sbarra e prima del carcere, lasciando tutta la città sotto le sue ansie: che sono le mie.

Dentro c’è una ragazza nuova, segnata dalla vita già a sedici anni: Almarina.

In questi casi si ripercorrono i passi all’indietro finché non si arriva al punto da cui comincia tutto, il punto che conosci: ci sarà pure un momento, una casa, un giorno, il calore di un letto da qualche parte qua dentro. L’addizione. Conosce l’addizione, allora cominceremo con gli addendi e dalla somma, dalla proprietà commutativa.

Sempre particolarmente felice nelle mani di Valeria Parrella la relazione tra discente e docente, mai condotta sui binari canonici, ma sempre con qualche devianza, un passo sbilenco, un procedere incerto. Le classi del serale in “Lo spazio bianco”, la misura soggettiva del genitore in “Tempo di imparare”, e i corridoi tortuosi e risonanti del carcere minorile in “Almarina”. Da questi percorsi non scontati, c’è sempre un germoglio, spinoso e carnoso, che Valeria Parrella coglie e regala al lettore, investendolo della responsabilità di uno sguardo rinnovato. Il pregio di Valeria Parrella è quello di non edulcorare mai la realtà, ma nello stesso tempo di non cedere mai alla tragicità, pur essendo imbevuta di tragico, che è misura universale delle vicende umane, che non la portano mai a isolarsi dal mondo attuale. La scrittura di Valeria Parrella ha sempre una misura “politica”, nel senso più classico del termine, “che riguarda la polis” la società e la comunità che la abita.

Mi guardo attorno, guardo i premesopotamici. Penso che sono ignoranti, penso che per ogni figlio che fa una come Aurora loro ne fanno sette, penso che rovinano la mia città con la loro tracotanza, e il mio Paese con i loro voti bendati. Penso che sono preda dei furbi, preda dei violenti, di chi è forte ma non di chi ragiona. Penso che pensano che l’unica emancipazione possibile dalla merda che li attornia sia avere soldi, e penso che alcuni non si accorgono nemmeno di stare nella merda. Penso che il Paese ne è pieno, ma penso pure che è colpa mia. Mia nel senso nostra, di noi. Penso che la responsabilità sociale sia grandissima e ce l’abbiamo proprio noi che buttiamo la carta della pizza fritta nel cestino. Penso che stanno in ogni città, ma nelle altre città si vedono poco perché i quartieri menano vite separate, e se i professori si vanno a mangiare una pizza fritta là in mezzo ci vanno come fosse un safari, mentre noi viviamo tutti assieme sempre: il passaggio è aperto e lo attraversiamo continuamente. Stiamo seduti sullo stesso muretto a mangiare la stessa pizza e ci capiamo su poche semplici cose: i bambini, per esempio, o che se piove si devono tirare i panni. Che fa caldo in estate. Io li temo un poco e un poco ne sono profondamente affascinata. Quando li osservo dal balcone, di notte, seduti sui motorini fino a tardi, a emettere suoni disarticolati, a non rendersi conto che è mezzanotte, capisco che loro non vedranno i murales che noi abbiamo dipinto proprio per loro al parchetto giallo, non vedranno nella matematica che abbiamo spiegato fino a esaurirci l’aereo che li porterà lontano. Che non sentiranno la musica jazz. E provo rabbia e pena, e allora me ne torno a letto e, nella notte, sono anche contenta di sentirli parlare. Perché se parlano non spacciano, finché parlano non si picchiano, dove stanno le parole non ci sono i coltelli. E se non parlano sotto casa mia dove possono parlare? Che alternativa hanno, visto che io sono l’unica che non chiamerà i vigili né li prenderà a secchiate dai balconi?

Almarina sarà per Elisabetta, e dunque per tutti noi, la chiave della libertà. Di liberare lo sguardo dai cancelli del passato e farlo andare incontro al futuro. Almarina è il centro gravitazionale, un modo nuovo di guardare le cose per Elisabetta, grazie al fatto di tendere la mano e afferrarne un’altra.

La strada per arrivare a Nisida è lunga e in salita, e tenere tutto assieme è faticoso, e fare tutto bene è impossibile. E così nel quotidiano fare, avevo dimenticato sugli scalini della casa antica, lì dove i ricordi restano in nostra assenza, l’amore delle madri: senza merito, senza reciprocità e senza conquista.

Almarina

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