di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

AGGREGARE

0 (1)

Sono i tanti lettori la vera magia che rende una libreria “sacra”!

Le librerie indipendenti stanno diventando sempre più luoghi di aggregazione e Cultura dove sempre più in tanti si riversano volentieri per trascorrere il loro tempo. Il Sole 24 Ore, la scorsa settimana, titolava un bell’articolo “Piccole librerie italiane, officine di umanità per ritrovare se stessi”. Citava anche Parma tra le città della rinascita con librerie indipendenti capaci di essere attrattive per il lettore, grazie al clima di “complicità” e fedeltà con il libraio e alla possibilità di sentirsi parte di una comunità. E’ quello che da anni facciamo in Libreria con competenza, passione ed entusiasmo. Accanto al libraio, capace di trasmettere fiducia nel mondo del libro, cerchiamo in maniera originale, di dare anche una proposta varia e valida. Di spaziare anche da un continente all’altro con i libri, di far diventare il lettore un viaggiatore viaggiante, ma stando fermo in libreria. E così capita di avere la libreria sempre piena di gente molto diversa, ogni volta.

00Mercoledi 6 marzo, in libreria che scoppiava di gente, abbiamo scoperto un’America autentica attraverso i racconti di viaggio di due persone qualunque, Vilma Ricci e Giovanni Grilli. Con noi gli amici di ” Dalla parte del Torto” e Guido Conti e Seba Pezzani con la musica blues dei Rab 4 per la presentazione del libro Cartoline dall’America a «dalla parte del torto», Libreria Ticinum editore. Vilma e Giovanni hanno girato l’America in lungo e in largo per oltre trenta anni e dopo la morte di Giovanni, si è pensato bene di far diventare un librio organico questi loro racconti di viaggio. La sensazione che si riceve è quella di un unico corpo che esplora e viaggia, una mente sola, un tutt’uno che cerca l’America di provincia, quella meno scintillante, quella degli offesi, degli emarginati e degli ultimi.

“Le narrazioni americane di Giovanni e Vilma tra immagini e racconto sembrano avere la leggerezza e la completa assenza di retorica dei messaggi affidati alle cartoline, sono tutt’altra cosa dall’egocentrismo implicito nel genere dei racconti di viaggio. Hanno anche qualità di sintesi straordinarie: un incontro, un toponimo, una facciata o un’insegna rimandano subito a una storia, a una condizione, a una ragione mai superficiale che vengono raccontate a volte nella forma della divagazione – ma sempre puntualmente funzionale alla spiegazione di un contesto – e spesso affidate alla voce di una persona incontrata, comunque di un’amicizia”.

Molto rilievo è dato, in queste cartoline americane di Giovanni Grilli e Vilma Ricci, allo scrittore Sherman Alexie. Spesso i loro percorsi e viaggi erano fatti in base alle città dove si tenevano i Reading di questo grande scrittore americano.

Sherman Alexie vive a Seattle ma è nato nella riserva indiana di Wellpinit, nello stato di Washington, ed è autore di racconti, romanzi, sceneggiature. Il padre, un indiano Coeur d’Alene, era un uomo introverso, alcolizzato, che adorava i powwow e il basket. La madre, Lillian, un’indiana Spokane, sapeva parlare la lingua nativa e cuciva leggendarie trapunte per mantenere la famiglia. Sherman cresce con questa donna bella, loquace, brillante, ma anche feroce, bugiarda e superba. Considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi, ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui il PEN/Hemingway (1994), il PEN/Malamud (2001) e il PEN/Faulkner (2010). Dopo Danze di guerra nel 2018, NNE ha pubblicato pochi giorni fa anche il suo ultimo libro, You Don’t Have to Say You Love Me, col titolo “Non Devi Dirmi Che Mi Ami” nella traduzione di Laura Gazzarrini.

Danze di guerra” è un libro dalla struttura particolare: undici racconti alternati a undici poesie in cui tematiche sono tante: la morte, il razzismo, la religione, la famiglia, la politica. Ci racconta il suo mondo Sherman Alexie ma anche il nostro, quello in cui viviamo.

Al centro dei racconti e delle poesie di “Danze di guerra” ci sono, infatti,gli uomini che, di fronte a una scelta che cambierà le loro vite, cercano la propria strada e una risposta alle paure dell’infanzia o ai dilemmi della maturità. Ogni storia parte da un errore, da un rimpianto o da un conflitto: un padre di famiglia che per legittima difesa uccide un giovane ladro, un figlio che ricorda con dolcezza e rancore il padre morto alcolizzato, un marito incapace di provare ancora desiderio per la bellissima moglie.
Con una lingua poetica e una disincantata ironia, Sherman Alexie ci consegna un libro costruito come un mosaico, dove ogni tassello illumina il precario equilibrio di un’identità, quella dell’uomo di oggi, che rivela la sua natura sfuggente, insicura anche della propria forza, in costante ricerca di un’assoluzione per la propria dolorosa fragilità.

Altra autrice a cui è dedicato ampio spazio nel libro Cartoline dall’America è la scrittrice chicana Sandra Cisneros, di cui ricordiamo il suo capolavoro, pubblicato da La Nuova Frontiera, dal titolo “Caramelo“.

In viaggio con la famiglia Reyes come ogni estate, in una macchina piena di bambini, risate e litigi, da Chicago a Città del Messico. Come sempre Lala ascolta le storie della sua famiglia separando, di volta in volta, la verità dalle “sane bugie” che gli adulti si tramandano di generazione in generazione. Come fili che formano un “caramelo”, il prezioso scialle messicano, queste storie, o leggende, si svolgono e si riavvolgono attraverso lo sguardo vivace e curioso della piccola Lala. Il lettore sarà trascinato dalla prosa poliedrica e originale dell’autrice nella turbolenta Città del Messico degli inizi del ‘900, nelle strade piene di musica della Chicago dei folli anni ’20 sino all’adolescenza di Lala nella terra, non promessa, di San Antonio in Texas. Lo stile di Sandra Cisneros è una fusione di batticuori, rivelazioni, fuochi d’artificio, trovate kitsch, uno spanglish dei sentimenti, una rutilante sequela di vicende che colorano il melting pot americano.
“Questo libro è un treno pieno di gente, un treno che non si ferma mai e che va e viene tra il Messico e gli Stati Uniti, pieno di voci, pieno di musica. Fatto con la memoria, crea la vita” ha scritto Eduardo Galeano.
Sandra Cisneros è nata a Chicago nel 1954, terza di sette fratelli e unica figlia. Attualmente vive a San Antonio, in Texas. Ha scritto tre libri di poesie, la raccolta di racconti Fosso della Strillona, un libro per bambini Hairs/Pelitos e due romanzi La casa di Mango Street e Caramelo (premio Napoli 2005). È considerata la più importante scrittrice della letteratura chicana e numerosi sono i prestigiosi riconoscimenti che costellano la sua carriera: dalle borse di studio della MacArthur Foundation nel 1995 e del National Endowment of the Arts alle due lauree ad honorem. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.

Nel libro Cartoline dall’America un punto di riferimento è Woody Guthrie, autore di “Questa terra è la mia terra”, edito da Marcos y Marcos nella traduzione di Chiara Berta.

“In questo romanzo c’è la forza prepotente della gente che si ribella all’oppressione. Un grande libro sullo spirito americano.” Con queste parole il grande John Steinbeck descrive il romanzo ‘Questa terra è la mia terra’ .
L’America dei vagabondi pronti a saltare su un treno in corsa e dei vigilantes armati di manganello, l’America sterminata delle pianure, quella delle metropoli dove sempre accade qualcosa, delle tempeste di polvere e del sogno californiano, quella cruda di John Steinbeck, ereditata da Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Bob Dylan e Bruce Springsteen.Nessuno l’ha cantata meglio di Woody Guthrie.Come nelle sue canzoni, anzi, come in una lunga canzone parlata, Guthrie racconta la sua avventura con toni accesi e a tratti visionari, regalando alla scrittura una voce chiara, viva, secondo il grande esempio della tradizione statunitense che ha in Walt Whitman il proprio capostipite.
“Questa terra è la mia terra è stato per anni la mia Bibbia”
ha detto Bob Dylan.

Minimum fax ha pubblicato di recente una bellissima graphic novel dal titolo “La ballata di Woody Guthrie” di Nick Hayes. Luigi Grechi De Gregori ha curato la traduzione italiana del romanzo grafico che racconta la nascita del mito Woody Guthrie.

“Scrivo le cose che vedo, le cose che ho visto, le cose che spero di vedere, da qualche parte, in un posto lontano”. Sono parole di Woody Guthrie (1912-1967), compositore, scrittore, musicista e prima icona americana della canzone di protesta. Nick Hayes, appassionato cultore della sua musica, ne ricostruisce la vita e la vocazione: dall’infanzia difficile, segnata da lutti e tragedie familiari, ai lunghi anni di vagabondaggio, nei quali impara a conoscere sulla sua pelle il peso della povertà e dell’ingiustizia sociale, all’affermazione sulla scena folk, alla fama crescente, culminata, nel 1940, con il successo di “This Land Is Your Land”, secondo alcuni la più grande canzone americana di ogni tempo. E attraverso Guthrie – con una prosa piena di lirismo e un tratto inconfondibile – Hayes racconta un paese travolto dalla più grande crisi economica della storia ma capace di risollevarsi dalle proprie ceneri grazie alla forza della solidarietà e della condivisione.

In “Cartoline Dall’America a dalla parte del torto” viene fuori anche il volto sconosciuto dell’America schiavista. Non viviamo in una società post-razziale, razzismo è vivo e prospera negli Stati Uniti come viene spiegato in “Negroland” di Margo Jefferson, pubblicato da 66thand2nd Editore nella traduzione di Sara Antonelli.

Negroland non è Harlem a New York, né Bronzeville a Chicago, è un’enclave senza confini geografici, protetta da benessere e privilegi in un paese segnato dai conflitti razziali. Negroland è “l’élite di colore”, una classe nascosta tra le pieghe di una nazione che ha creato il mito della società senza classi. È un microcosmo regolato da un’etichetta minuziosa, ossessionato dalla perfezione, in cui si bada alle tonalità della pelle, alle forme dei nasi, a lozioni, parrucche e capelli. Figlia dell’alta borghesia nera, Margo Je Verson ha il lignaggio ideale per demolire una dopo l’altra le nostre convinzioni sulla “razza”, trasformandola in un concetto mutevole in cui si intrecciano lingua, genere, censo, ingegno e ambizioni personali. E per riappropriarsi fin dal titolo di una parola diventata tabù – “Negro”, con la N maiuscola –, in cui vibrano ancora, sedimentati sotto strati di significato, i proclami per i diritti civili, le taglie sugli schiavi fuggiaschi, gli scritti di W.E.B. Dubois e James Baldwin. Il risultato è un “lessico famigliare” intessuto di illuminanti digressioni storiche: sui lasciti della segregazione, sul Black Power, ma anche su Lena Horne e Donyale Luna, feticci glamour di un’epoca passata, sugli schiavisti neri, sui film di Audrey Hepburn, sugli “esercizi di suicidio” delle ragazze di Negroland. Perché questo è un memoir sorprendente, sincero, con cui l’autrice si propone, come fanno Claudia Rankine e Ta-Neishi Coates, di ampliare e ridefinire i contorni di una nuova coscienza afroamericana.

Un autentico interesse per i deboli e i marginali, appunto, è presente anche nel libro della pluripremiata poetessa saggista e drammaturga americana di origini giamaicane Claudia Rankine dal titolo “Citizen – Una lirica americana”, nella traduzione di Silvia Bre e Isabella Ferretti, uscito sempre per la casa editrice 66thand2nd.

Mescolando sapientemente molti generi diversi e diverse modalità di scrittura e lettura e immagini, poesie, saggistica e critica testuale la poetessa Claudia Rankine racconta storie di razzismo in cui il lettore è obbligato a prendere una posizione sulle dinamiche sociali degli Stati Uniti e di dovunque si manifestino episodi di violenza e soprusi razziali.
«Citizen di Claudia Rankine travolge come un destino implacabile. È la nota migliore in quella canzone sbagliata che è l’America. Le diverse realtà, l’identità “confusa”, il razzismo sociale, l’intero tessuto della vita urbana e suburbana sono quasi troppo da sopportare, eppure si sopportano, perché questa è la verità. Citizen è la Spoon River di Claudia Rankine, un’epica tanto maestosa, terrificante e bella quanto la nazione e le diverse condizioni emotive che l’hanno prodotta». Hilton Als, Premio Pulitzer 2017.

Sabato 9 marzo ancora una volta la libreria Diari debordava di lettori accorsi per sentir parlare di Iran con uno dei massimi esperti iranologi italiani, Antonello Sacchetti, che presentava il suo ultimo libro edito da Infinito edizioni e dal titolo “Iran,1979. La Rivoluzione, la repubblica islamica, la guerra con l’Iraq”.

La storia dell’Iran non comincia certo nel 1979, ma la rivoluzione, con il suo prezzo altissimo di sangue e di verità, con le lacerazioni insanabili e con le ferite solo in parte ricomposte, è ormai una parte fondamentale, imprescindibile della storia e dell’identità del Paese. Non può e non deve essere assolutamente considerata una “parentesi storica” (come Benedetto Croce definisce il fascismo per l’Italia), o un “incidente di percorso” lungo la strada che porterà forse un giorno a una democrazia liberale di stampo occidentale.
Sacchetti, con grande competenza e con ricchezza di aneddoti inediti e dati storici oggettivi, ha spiegato molti passaggi della storia recente e di come la Rivoluzione Islamica vera e propria parta dal gennaio del 1978, con la pubblicazione di un articolo contro Khomeini, sul giornale governativo Ettelaat che lo accusava di essere un agente britannico, alleato dei comunisti, e insinuava che non era davvero iraniano e che le sue credenziali religiose erano dubbie. Quell’articolo fu una miccia gettata nel calderone delle disuguaglianze sociali, dell’odio per i brutali servizi di sicurezza e per la crescente occidentalizzazione che aveva scandalizzato i conservatori. I religiosi di Qom scioperarono, seguiti dai mercanti dei bazaar. Le proteste aumentarono, con slogan contro la monarchia. La polizia aprì il fuoco, prima in aria, poi sulla folla. Ogni funerale divenne una nuova manifestazione, un’escalation che portò il 16 gennaio 1979 all’esilio dello scià.L’11 febbraio del 1979 l’ultimo governo nominato da Pahlavi si dimise, con la caduta del regime monarchico. La spallata finale fu data dai guerriglieri marxisti ma nei mesi successivi i khomeinisti si riorganizzarono, e in due o tre anni prese forma uno Stato clericale che eliminò uno a uno quelli che erano stati gli alleati della rivoluzione: marxisti, laici e islamici liberali.
La rivoluzione, oltre a segnare la storia dell’Iran e di tutto il Medio Oriente, ha toccato la vita di milioni di iraniani: ha diviso e lacerato famiglie, distrutto vite e carriere, dato speranze illusorie e liberato energie insospettabili, affossato e realizzato sogni, segnando profondamente l’esistenza sia di chi quegli eventi storici li ha vissuti sia di chi è nato dopo e ne ha toccato con mano e ne subisce tuttora le conseguenze. Ripercorrerne le origini, anche attraverso le testimonianze dirette di chi l’ha vissuta, è un esercizio fondamentale. La rivoluzione, come diceva Mao Tse Tung, non è un pranzo di gala. Nemmeno quarant’anni dopo.
“Ho letto queste pagine con lo stesso ritmo frenetico con il quale sono accaduti i fatti raccontati con passione e precisione da Sacchetti, impressionata, ancora una volta, dalla violenza che sconvolse l’Iran di quegli anni, dal caos e dal terrore come uniche leggi, ma anche dalle tante e complesse ragioni storiche che portarono allo sconvolgimento di quell’area geografica, la cui onda lunga lambisce e condanna ancora oggi tanti Paesi a scenari di guerra e di morte”. ( estratto dalla prefazione della scrittrice Chiara Mezzalama).

Nello Zaino di Antonello: AGGREGARE