Questa estate ho scritto tre articoli per “Roma Cronache Lucane“, gentilmente ospitata da Leonardo Pisani. Ho cercato di coniugare tre elementi: quello cromatico, il territorio lucano e un libro di recente in libreria.

Vi ho già riproposto il primo dedicato al Giallo (QUI). Oggi vi ricordo quello sul Rosso.

Scotellaro Levi

In uno dei pannelli di “Lucania 61”, il dipinto che Carlo Levi eseguì per la mostra per il Centenario dell’Unità d’Italia, rifulge la capigliatura rossa di Rocco Scotellaro, protagonista assoluto dell’opera, che ammaestra la folla di “cafoni”, tra le coppole dei quali è confuso lo stesso Levi, riconoscibile dal vistoso paio d’occhiali.

La nota dei capelli rossi del sindaco-poeta è un elemento costante dei ritratti che Levi dedica all’amico, come anche nel ricordo del loro primo incontro a Tricarico:

“Mi venne incontro un giovane che sembrava quasi un bambino, piccolo, rosso di capelli, che mi riconobbe proprio come uno dei personaggi della sua immaginazione e passò l’intera giornata con me.”

È il 1946. Rocco Scotellaro è stato eletto sindaco del paese, con lo schieramento del Fronte Popolare Repubblicano, e mantiene la carica fino al 18 aprile del 1948, quando la sconfitta delle Sinistre lo spinge alle dimissioni.

Nel rosso della chioma forse Carlo Levi legge un segno premonitore di quello che ha definito “il poeta della libertà contadina”? Rocco Scotellaro è protagonista, infatti, delle rivendicazioni contadine che infiammano la Basilicata, durante il secondo mandato da sindaco, dall’autunno del 1948 al 1950, quando si dimette, dopo essere stato prosciolto dalle accuse di concussione, che lo hanno costretto a quarantacinque giorni di carcere. Accuse che sono motivo dell’allontanamento definitivo dalla politica attiva che l’ha visto partecipe sin dal 1940, anno del conseguimento della maturità classica a Trento, dove si è avvicinato al socialismo.

Il rosso, infatti, è considerato il colore delle lotte popolari, stigmatizzato dalla bandiera rossa della Comune di Parigi nel 1871, durante il breve governo del popolo parigino con democrazia diretta, che fu salutato come il primo esperimento di governo comunista. La bandiera rossa era una ripresa di quella giacobina durante la Rivoluzione Francese a ricordo del sangue versato per la libertà. Dal 1871 la bandiera rossa, e in generale il colore rosso sono diventati simbolo dei paesi comunisti, soprattutto da quando fu usato per la bandiera dell’Unione Sovietica.

Una particolare tonalità di rosso, il “rosso lettone”, compone le due bande estreme della bandiera lettone, con al centro una linea più sottile di colore bianco. La bandiera, come simbolo di libertà e indipendenza, è uno dei protagonisti invisibili de “Il latte della madre” di Nora Ikstena, una delle voci contemporanee più importanti della letteratura baltica, tradotto in italiano da Margherita Carbonaro per Voland, una delle case editrici italiane più accurate nella traduzione. Non a caso l’editore, Daniela Di Sora, è una raffinata traduttrice della scuola di Ripellino.

Parlava del miracolo che sarebbe avvenuto e della libertà che sarebbe arrivata, della bandiera che avrebbe sventolato con le sue tre fasce orizzontali: rossa, bianca e rossa.

Il latte della madreIl romanzo di Nora Ikstena si muove su diversi piani temporali che si intersecano tra di loro, nell’alternanza delle voci narranti tra la figlia, nata il 15 ottobre 1969, nella Lettonia che, persa la propria bandiera, non gode di nessuna autonomia sotto il giogo dei diktat sovietici, e la madre, nata il 22 ottobre 1944, a Riga appena liberata dalle truppe hitleriane. Nascite drammatiche per entrambe: la madre che beve il latte dal seno di colei che l’ha generata tra bombe che fischiano nell’aria e odore acre di bruciato; la figlia che è lasciata alla nonna e allontanata dal seno della madre, senza mai assaporare il latte, se non negli incubi in cui è un liquido amaro, che quasi la soffoca. Il rapporto tra madre e figlia si dipana per un ventennio, dal 1969 al 1989, in un continuo e altalenante ribaltamento di ruoli. La madre, ginecologa, viene esiliata nell’ambulatorio di uno sperduto paese di campagna, portando con sé la figlia che fino a quel momento ha considerato i nonni come genitori. Se il romanzo sembra giocato sul rapporto pieno e conflittuale tra due donne, che si cercano e si perdono, nel riconoscimento di sé che passa per la cognizione dell’altra, è anche una narrazione approfondita e lacerante sul bisogno di libertà, che per la madre diventa, nella sua impossibilità, disaffezione alla vita propria e altrui, e per la figlia un invisibile, costante esercizio alla libertà, prima misconosciuta e denigrata, e poi via via più compresa e sentita. La scrittura di Ikstena è affilata e dolce, asfissiante e claustrofobica, intima e autentica.

Una storia grande che si fa piccola nel racconto intimo di esistenze, come quelle protagoniste delle opere di Scotellaro, che differentemente da Carlo Levi, fu il primo a raccontare il mondo contadino dall’interno, come annota Alessandro Leogrande in un bellissimo pezzo, “La politica del mestiere. Ritorno a Rocco Scotellaro”, apparso per la prima volta su “Lo straniero”, di cui è stato vicedirettore, e riproposto il 19 aprile 2017, giorno natale del poeta e scrittore lucano, sul sito minima&moralia.

Leogrande

È struggente leggere le acute impressioni di Leogrande sull’intellettuale lucano, morto a soli trent’anni nel 1953, alla luce della sua prematura scomparsa, avvenuta a soli quarant’anni il 26 novembre 2017.

Leogrande ci invita a leggere le opere di Scotellaro come un’eredità, che trova il punto nevralgico nell’intreccio irrisolto tra letteratura e politica, indicando le poesie di “È fatto giorno” che vinsero il Viareggio, il romanzo incompiuto “L’uva puttanella” (che Levi riteneva superiore allo stesso “Cristo si è fermato a Eboli”), l’inchiesta altrettanto incompiuta di “Contadini del Sud”, pubblicati tutti nel biennio 1954-55, come il nucleo del suo lascito.

Leogrande suggellava la ricchezza della figura di Rocco Scotellaro in un esempio letterario su cui meditare: un esempio complesso, sfaccettato, poliedrico, come tutte le narrazioni che sorgono seguendo mille rivoli, e che per giunta, come nel suo caso, restano incompiute, riconoscendogli di essere un modello con cui fare i conti, un modello significativo di inchiesta, di costruzione di biografie di uomini e donne sconosciuti, di rielaborazione di racconti ascoltati a voce o raccolti “in presa diretta”, persino di autobiografia politica, tra pubblico e privato, cogliendo il tentativo di trovare una soluzione letteraria all’organizzazione di questo materiale complesso, affinché esso non strozzi la vita di cui si vuol dire, ma la faccia invece scivolare nelle pagine. Con le stesse parole e con la tristezza per l’incompiutezza connaturata alle perdite precoci, vi invito a leggere i libri di Alessandro Leogrande: “Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud”, vincitore di numerosi premi, dedicato ai lavoratori schiavi in Puglia; “Il naufragio. Morte nel Mediterraneo” (Feltrinelli), sulla tragedia dei migranti albanesi della Kater i Rades; “La frontiera” sul complesso fenomeno della migrazione nel Mediterraneo.

Quello che non potremo mai leggere, neppure nella forma incompiuta che sottolineava per Scotellaro prosatore, è il libro che stava scrivendo sulla dittatura argentina, con cui avrebbe tentato ancora una volta di far rivivere i morti. I morti per cancro della sua città natale, i morti affogati nel Mediterraneo, gli schiavi del traffico di vite umane, i desaparecidos erano tutti presenti accanto a lui, sempre, erano la sua ossessione, i suoi fantasmi, come ricorda la scrittrice Nadia Terranova, in un sentito e partecipato articolo su Doppiozero.

Letture in Rosso

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