di Federica

Federica

 

 

 

La mia vita è un paese straniero

La mia vita è un paese straniero

“Come fa un uomo a lasciarsi alle spalle una guerra, quale che sia, e a riprendere il cammino della vita che gli resta? “

Brian Turner ci prova scrivendo.

Dopo essere stato per sette anni nell’esercito americano; dopo aver partecipato ai conflitti in Bosnia Erzegovina e in Iraq,  in Medio ed Estremo Oriente, ha cominciato a scrivere delle poesie, finendo, con la sua raccolta Phantom Noise, candidato al premio T. S. Eliot nel 2010.

Figlio e nipote di soldati, con questo piccolo, imprevedibile libro (che mescola, con continui salti temporali,  la struttura narrativa del reportage di guerra a momenti lirici ed onirici) Turner finisce col raccontare la drammatica, comune realtà di tutti i conflitti di tutti i tempi: la molteplicità delle ambientazioni, infatti, e il racconto di quanto altri soldati (il padre, il nonno) hanno vissuto, ci porta di volta in volta dalla guerra del Vietnam alle trincee della prima guerra mondiale, dalla Bosnia all’Iraq, dalla Cambogia al Giappone.

Dicendoci della guerra quello che non sappiamo

“La situazione è questa- disse il sergente maggiore capo Fredrickson indicando le bandierine di plastica rosse e blu, conficcate nel terreno su barrette di metallo. (…) Siamo circondati da morti. E da pezzi di morti (…) La vostra squadra si è imbattuta nel luogo di una possibile imboscata. Nessun sopravvissuto. E’ una simulazione con feriti multipli. Quindi: qual è la prima cosa da fare?” (…) “La prima cosa da fare, la prima cosa, è la messa in sicurezza. Creare un perimetro, poi mettersi al lavoro.(…) E ricordatevi di non mettere mai due pezzi separati nello stesso sacco. Immaginate che questo braccio sia saltato all’altezza dell’ascella. Intorno non ci sono altri corpi e così via. Ciò non toglie che dobbiate mettere il corpo in un primo sacco assegnandogli un numero, poi mettere il braccio in un secondo sacco, con un altro numero…Non traete conclusioni. Ci penseranno a casa. Gli faranno il test del Dna e tutto il resto. Statemi bene a sentire. Bisogna assolutamente evitare che quei poveretti dei familiari si ritrovino a seppellire il loro soldato insieme ai pezzi di qualcun altro. Ricevuto?”

E soffermandosi sui piccoli particolari che rendono vivi i ricordi- e i morti.

Alcuni giacciono sul fianco, altri sulla schiena, girati verso il cielo. Alcuni voltano piano la testa verso di me, gli occhi confusi nel paesaggio di nuvole mentre chiedono con voci roche, sommesse, un poco d’acqua. Solo un sorso, dicono. Un sorso d’acqua (…): è sempre l’acqua che invocano”

Ma anche riaffermando quello che invece sappiamo da sempre: che ogni guerra è portatrice di violenza e orrore, sangue e paura:

“Quasi sempre ho paura. Sono profondamente spaventato. Una paura così lunga e ininterrotta da diventare normale, da non farci più caso. Temo di finire a pezzi, con le bandierine piantate nel terreno accanto a me. Tempo di diventare cieco o storpio. Temo che capiti lo stesso a qualcun altro della squadra- a Fiorillo o Jax o Gigantor o Knight o Liu o Noodles o Z o Zoo o Whit o Bruzik. Per colpa mia. Per un mio errore. Una decisione frettolosa e sbagliata con cui convivere per il resto dei miei giorni, o con cui giacere nella tomba dopo che mi avrà smembrato”.

Così, tra il realismo più crudo e i momenti in cui la poesia si fa largo per salvarlo dal pericolo della disumanizzazione e dalla perdita di identità –

il linguaggio della poesia creava in me uno spazio interiore, che non apparteneva né all’esercito né alla comunità militare in cui prestavo servizio. Il sergente Turner era troppo limitato per fare spazio ad un essere umano

– il racconto si dipana con un andamento divagante, ondeggiando tra un qui e un là, un ora e un allora.

“Firmai il foglio e mi arruolai in fanteria per ragioni che non vi racconterò, e per altre che vi racconterò. Firmai il foglio e mi arruolai in fanteria perché  a un certo punto della vita dell’eroe, l’eroe deve dire: Giuro. Firmai il foglio e mi arruolai in fanteria perché non mi ero fatto reclutare per la prima guerra del Golfo. (…) Mi arruolai in fanteria perché sapevo, anche allora, che gran parte di quel che ho appena detto è una stronzata, o quantomeno non darà risposte”

Perché la guerra non finisce quando si torna a casa…

“Sa, e lo so anch’io, che non sono le cose che ho visto a preoccuparmi. Perché quando uscirò dalla tenda, decine di migliaia, forse centinaia di migliaia, forse addirittura milioni di morti cominceranno a uscire dalla tenda per seguirci fino a casa. E i feriti, e i mutilati, e i traumatizzati, e i terrorizzati, e i distrutti, e i tremanti, e gli ammaccati e gli spezzati, e gli sfigurati. Il mondo in rovina prenderà casa dentro di me”

E allora quanto più triste e ancora più amara la conclusione di tutto! Perché la “pazienza del mondo” finisce col seppellire, negli spazi quieti della Storia, i morti certamente, ma anche le cause che hanno portato a quella violenza, sempre uguale e sempre irrazionale, sempre vana e senza veri vincitori.

“Naturalmente i colpi di fucile, il fuoco dei cannoni, le granate che scoppiano…il mondo con la sua pazienza li seppellisce tutti. Con la sabbia, il vento, l’erosione. Con l’opera continua del disfacimento. Il rampicante allunga i suoi viticci e trascina la Storia giù nella terra. Eppure i soldati non smettono di marciare, generazione dopo generazione, da una guerra all’altra…”

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La mia vita è un paese straniero, di Brian Turner, traduzione di Guido Calza, NN Editore, €18,00

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