di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 


Da Proust a Belén Rodriguez

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Sono stati giorni molto vivaci in libreria, questi tra fine febbraio e inizio marzo. Saranno state le temperature da primavera inoltrata, ma il friccichio di queste serate ha portato nuova linfa tra gli scaffali e pure qualche brivido di belle emozioni. Si è partiti dal traduttore Giuseppe Girimonti Greco che ha fatto letture di Proust non facendo rimpiangere il mai dimenticato Paolo Poli e si è finito con lo scrittore argentino Adriàn Bravi e una spumeggiante battuta del libraio sulla sua pronuncia sensuale che ricordava quella della soubrette televisiva Belèn Rodriguez. Poco ci è mancato che non chiedessi all’autorevole scrittore se anche lui avesse tatuato da qualche parte una farfallina. Ma questo è il bello di fare cultura in maniera alternativa. Si può essere attenti e appassionati librai, ma con professionalità e il senso della bibliodiversità, raccontare bene i libri anche con un po’ di pazzia da intrattenitore. Senza dimenticare ad esempio, che nel passaggio di Paolo Ciampi col suo splendido libro si parlava di Vermont, e quando l’autore ha citato l’inno del Vermont che ricordava un titolo di una canzone sanremese che aveva a che fare con le colline in fiore, al libraio strano è scappato il titolo di “Amore ritorna le colline sono in fiore” di Wilma Goich.

Si è partiti sabato 23 Febbraio con una intera serata dedicata a Proust con Mariolina Bertini, Eleonora Marangoni, Giuseppe Girimonti Greco e Ezio Sinigaglia.
Marcel Proust (1871-1922) è considerato uno dei più importanti scrittori del Novecento. Ancora giovane entra progressivamente in una spirale di isolamento per dedicarsi soltanto alla stesura delle sue opere. Forse è proprio questo bisogno di introspezione che ci restituisce un autore capace di descrivere così meticolosamente la mente e i suoi processi interiori, le sensazioni dei ricordi e l’umanità dei sentimenti. Nei suoi scritti rintracciamo anche la radicale trasformazione della società francese sotto la Terza Repubblica, la crisi dell’aristocrazia e l’ascesa della borghesia, fenomeni storici che Proust ci riconsegna con inedita potenza espressiva. Dopo una giovinezza mondana, si chiude in un progressivo e sempre più totale isolamento per dar vita al suo unico, immenso romanzo-cattedrale, “Alla ricerca del tempo perduto”, pubblicato nell’arco di quattordici anni in sette volumi (di cui gli ultimi tre usciti postumi). Grandioso affresco della società francese d’inizio secolo, l’opera proustiana si snoda attraverso un travolgente viaggio nella memoria e un germinare continuo di tematiche e riflessioni filosofiche che non hanno mai smesso di appassionare.
Due erano i libri su cui focalizzare l’attenzione per poi finire di parlare di tanto altro, con un lettore speciale come Giuseppe Girimonti, che si è rivelato come dicevo in apertura, essere più bravo ed eclettico come multivoce del noto attore Paolo Poli. I libri di partenza in esame erano quello di Giacomo Debenedetti, “Un altro Proust”, a cura di Eleonora Marangoni, Sellerio, e quello di Ezio Sinigaglia, “Il pantarèi”, TerraRossa edizioni.

Il volumetto di Debenedetti è la trascrizione integrale di una “Radiorecita su Marcel Proust” trasmessa nel 1952 dal terzo programma della Rai: riproposta da Sellerio con una introduzione di Eleonora Marangoni, riprende una prima edizione del 1952 di limitatissima diffusione.

Il secondo libro è il romanzo d’esordio di Ezio Sinigaglia, l’autore di “Eclissi”, pubblicato una prima volta nel 1985 da SPS-Sapiens di Milano in un’edizione – a sua volta – di limitatissima diffusione. Il fatto di intraprendere un secondo viaggio dopo la scarsa fortuna del primo non è la sola cosa che questi due libri hanno in comune. Debenedetti non è stato soltanto il primo critico italiano a parlare di Proust e ad amare appassionatamente la Recherche, come emerge con chiarezza da “Un altro Proust”: è stato anche il solo critico italiano a occuparsi, nel suo “Il romanzo del Novecento”, della rivoluzione portata da Proust, Joyce ed altri grandi nella storia del romanzo occidentale.
Da parte sua “Il pantarèi”, singolare ibrido fra saggistica e narrativa, fa del romanzo del Novecento il proprio filo conduttore. Siamo nella seconda metà degli anni Settanta: il protagonista, Daniele Stern, viene incaricato di scrivere una storia del romanzo del Novecento per un’enciclopedia di terz’ordine. Si getta a capofitto nel lavoro e, intanto, vive la sua vita che del romanzo del Novecento è forse in qualche modo il riflesso. Pubblicato la prima volta nel 1985, torna in libreria dopo 34 anni grazie a Terra Rossa Edizioni di Giovanni Turi nella collana dedicata ai recuperi (quarta uscita; sin qua, per la cronaca, il più apprezzabile era stato “Il cadetto” di Cosimo Argentina). Ripulito da “qualche errore materiale, qualche sbavatura grammaticale, qualche leggerezza lessicale”, la punteggiatura, qua e là, razionalizzata, questa è

un’opera metaletteraria sulle inesauribili possibilità della scrittura, una risposta alla domanda sulla morte del romanzo che già a quei tempi circolava con insistenza fra gli intellettuali, ma è anche una storia sull’instabilità sentimentale ed emotiva, sull’ambiguità dell’eros e la meravigliosa inafferrabilità della vita.

Grande successo durante la serata la lettura dei “Racconti”  pubblicati dalla casa editrice fiorentina edizioni Clichy. Si tratta di una raccolta di sei racconti giovanili di Marcel Proust. L’edizione, curata con attenzione da Giuseppe Girimonti Greco ed Ezio Sinigaglia, si basa sull’edizione di lusso de Les Plaisirs et les Jours uscita nel 1896 per Calmann-Lévy, una delle più antiche case editrici di Francia, corredata dalle illustrazioni di Madame Lemaire. Libro subito e bisbeticamente stroncato dal critico Jean Lorrain, con una recensione che sfociava nel pettegolezzo sull’orientamento sessuale dell’autore, che reagì sfidandolo a duello .
Le traduzioni dei racconti sono di Mariolina Bertini, Federica Di Lella , Giuseppe Girimonti Greco, Ezio Sinigaglia e Ornella Tajani.

Questa raccolta contiene una scelta di testi narrativi giovanili di Proust, tratti da I piaceri e i giorni (1896) – il noto esordio del futuro autore della Recherche – a eccezione dell’Indifferente, che l’autore eliminò dalla raccolta e di cui si ignorava l’esistenza fino alla fine degli anni Settanta del Novecento. In questa collezione emergono già con grande nettezza di contorni i temi e i motivi che saranno poi centrali, quando non addirittura ossessivi, nel capolavoro narrativo di Proust.

Tra i libri su Proust analizzati “La ragazza con le rose rosse” edito da Nuova Editrice Berti a cura di Mariolina Bertini.

Tratti dai Cahiers proustiani, questi frammenti raccontano l’innamoramento del narratore per una misteriosa “ragazza con le rose rosse” incontrata a un ricevimento, che scatena in lui un vortice di sogni e fantasticherie. L’episodio, poi eliminato dalla Récherche, ha grande importanza critica e documentaria: i più attenti studiosi hanno infatti sottolineato come questa fanciulla dal fascino singolare sia di fatto un’antesignana di Albertine, che ne erediterà la “lussuosa carne di fiore”.

Altro libro sempre a cura di Mariolina Bertini “Snob” sempre edito da Nuova Editrice Berti.

Nel 1896 Marcel Proust pubblica “I piaceri e i giorni”, una raccolta di prose sparse. Liquidata all’epoca come l’opera dilettantesca di un giovane frivolo, lascia in realtà intravedere un primo groviglio di temi e immagini che ritroveremo nel capolavoro dello scrittore francese, Alla ricerca del tempo perduto. Soprattutto, ci sono gli snob, con le loro abitudini assurde e mortificanti: una manciata di racconti, ritratti e osservazioni satiriche per descrivere l’incomprensibile rituale della mondanità e i suoi protagonisti.

Tra i libri su Proust citati quello di Berta Calvani, edito da Aletti editore dal titolo “La mia storia con Proust”

“Lo seppellirono, ma per tutta la notte prima dei funerali, nelle vetrine illuminate, i suoi libri, disposti a tre a tre, vegliarono come angeli dalle ali spiegate sembrando, percolui che non era più, un simbolo di resurrezione.”
Berta Calvani è nata a Firenze il 2 ottobre 1938.
Una scoperta letteraria e la passione per Marcel Proust portano questa lettrice/autrice a cimentarsi nella stesura di un romanzo in cui il racconto autobiografico si mescola a citazioni della Recherche (quasi un saggio) e via via che il racconto prosegue, sembra di intravedere attraverso un nuovo sguardo dell’autrice, la possibile felicità di una vita finalmente ritrovata.

Altro libro sul nostro altarino Proust è stato “The Albertine Workout” di Anne Carson a cura di Eleonora Marangoni, edizioni Tlon.

Scritta in uno stile unico, geniale, tra prosa forense e appunti d’esplorazione, Anne Carson compie così la sua personale ricerca di Albertine, il grande amore di Marcel, il narratore di “Alla Ricerca del Tempo Perduto”. Cinquantanove paragrafi che condensano e restituiscono la vivida dissezione del corpo e della mente di una protagonista femminile, tra questioni di genere e desiderio.
“Nessuno ci ha mai detto tanto, di Albertine, e al contempo nessuno la nasconde così bene, ricordandoci che l’amore è un’eterna domanda, e il cuore delle cose non può essere catturato, ma solo intravisto.” Dall’introduzione di Eleonora Marangoni.

Mercoledì 27 febbraio è stata la volta in libreria della presentazione del nuovo libro del giornalista e scrittore Paolo Ciampi, “L’ambasciatore delle foreste”, terza pubblicazione della collana di narrativa Senza rotta, curata da Marino Magliani e Luigi Preziosi per Arkadia editore.

1Erano anni che con Paolo Ciampi ci si inseguiva in giro per la Rete. Per tutta una serie di circostanze non riuscivamo mai a concludere una presentazione o un incontro, ma nonostante le distanze fisiche, il suo supporto concreto alla libreria una costante di questi anni. E’ stato molto bello scoprire una persona di grande spessore umano e con un travolgente entusiasmo capace di contagiare lettori e librai. Con le sue divagazioni ha animato un mercoledì davvero particolare in libreria con questo viaggio nella vita di George Perkins Marsch, diplomatico e ambasciatore delle foreste nel mondo, dal New England all’Appennino.

Appassionante come un romanzo, un libro che regala un nuovo sguardo sugli alberi, sulle montagne, e ci allerta sui cambiamenti climatici e sulla precarietà del pianeta. Poco importa che si tratti di catastrofi che riguardano tutti, ogni volta che sente parlare di ambiente l’autore comincia a sbadigliare, preso dalla noia. A molti succede così. Un giorno un collega gli regala un libro che parla di tale George Perkins Marsh, primo ambasciatore in Italia degli Stati Uniti, nominato da Abramo Lincoln. Fa le fotocopie, le mette via, solo dieci anni più tardi capisce di chi si tratta: è l’uomo che, nel secolo del progresso e dell’industria, prima ancora che esista la stessa parola ecologia, capisce cosa sta succedendo al mondo. Il primo che parla di cambiamenti climatici e di foreste da salvare. Ne nasce un viaggio dalle foreste del New England alle foreste del nostro Appennino, passando per i deserti dell’Africa. Ma soprattutto comincia un viaggio intorno a una persona dimenticata – pensare che dall’altro lato dell’Atlantico Marsh è considerato il padre di parchi come Yellowstone – che ci regala un nuovo sguardo sugli alberi, sulle montagne, sulla stessa nostra civiltà. Non c’è più noia, con questo personaggio stravagante, che frequenta a malincuore la corte dei Savoia, ma si appassiona alle saghe di Islanda e coltiva l’idea di portare i cammelli nelle praterie degli Stati Uniti.
E chi è che parla, alla fine? L’autore o l’ambasciatore delle foreste?
Paolo Ciampi, giornalista e scrittore fiorentino, ha lavorato per diversi quotidiani e oggi è direttore dell’Agenzia di informazione della Regione Toscana. Si divide tra la passione per i viaggi e la curiosità per i nomi dimenticati nelle pieghe della storia. Ha all’attivo una trentina di libri usciti per editori come Mursia, Vallecchi, Giuntina, Ediciclo, Clichy. Gli ultimi, in ordine di pubblicazione, sono “L’uomo che ci regalò i numeri” (Mursia), sui viaggi e le scoperte del matematico Leonardo Fibonacci; “Il sogno delle mappe” (Ediciclo, Piccola Filosofia di Viaggio) e “Cosa ne sai della Polonia” (Fusta). Attivo nella promozione degli aspetti sociali della lettura, partecipa a numerose iniziative nelle scuole. Cura due blog: ilibrisonoviaggi.blogspot.it e passieparole.blog.
Sabato 2 Marzo abbiamo concluso con la presentazione del libro “L’idioma di Casilda Moreira” di Adrián N. Bravi, pubblicato da pochissimi giorni da Exòrma edizioni.
Avevo avuto modo di apprezzare la caratura di questo sensibile scrittore argentino nel novembre scorso, durante la manifestazione organizzata dalla Biblioteca San Giorgio di Pistoia dal titolo L’anno che verrà. Mi era toccato in sorte di intervistare Adriàn e poter raccontare i libri che aveva pubblicato fino ad allora.
In libreria il duo dei librai intrattenitori ha dato vita a una serata ricca di emozioni dove si sono capite tante cose intorno a un libro.Una bella serata fatta col cuore, capace di far entrare il lettore nella dimensione più profonda delle parole di un libro. Una delle più belle presentazioni fatte in libreria e conclusasi con un lungo abbraccio tra librai e scrittore e un applauso dei lettori lungo quasi dieci minuti.

Adriàn Bravi è uno scrittore argentino di origine italiana, nato a Buenos Aires nel 1963. Ancora venticinquenne, dopo un viaggio alla ricerca delle proprie radici familiari decide di stabilirsi in Italia e di continuare gli studi in Filosofia presso l’Università di Macerata. Oggi vive a Recanati, paese d’origine del padre, e lavora come bibliotecario. Dopo un primo romanzo concepito in spagnolo castigliano (“Río Sauce”, 2003), con “Restituiscimi il cappotto” (2004) Bravi inizia a scrivere in italiano e a far propri i registri e le sfumature della sua lingua di adozione. Seguono opere colme di poesia e comicità, ora occasionate dalla crisi esistenziale di un uomo di mezza età (“Il riporto”, 2011), ora dal sogno a occhi aperti di un bambino che vive il passaggio all’età adulta grazie a un pugno di bacche velenose (“L’albero e la vacca”, 2013). Ha pubblicato con nottetempo La pelusa (2007), Sud 1982 (2008), L’albero e la vacca (nottetempo/Feltrinelli 2013) con il quale è stata inaugurata la collana indies di Feltrinelli e ha vinto il Premio Bergamo 2014. Nel 2015 l’editoriale argentina Sofia Cartonera ha pubblicato una breve raccolta dei sui racconti, Después de la línea del Ecuador. Nel 2012, il cortometraggio di Andrea Papini ispirato al romanzo Il riporto ha vinto la prima edizione del Premio Bookciak 2012. I suoi libri sono stati tradotti al francese, all’inglese e allo spagnolo. L’inondazione per Nottetempo, nel 2015, il libro di racconti Variazioni straniere, il racconto breve “Gli zoppicanti per FuocoFuochino” nel 2016 e Willy Rocco il bibliotecario per edizioni Babbomorto nel 2017.
L’eredità del miglior realismo magico traspare in tutti i suoi romanzi imperniati della stralunata quotidianità di una piccola comunità argentina.

Il racconto, “L’idioma di Casilda Moreira”, sospeso nella luce della sconfinata pianura argentina, prende la forma di un viaggio, ed è un viaggio verso una lingua più che verso un luogo, anche se il luogo c’è ed è lontanissimo.
Un professore di etnolinguistica, Giuseppe Montefiori, da qualche tempo ha un’ossessione che non lo lascia dormire. Racconta ai suoi allievi che in una zona remota tra la Patagonia e la pampa argentina vivono gli ultimi due parlanti di un’antica lingua che si credeva scomparsa (l’idioma degli indios gu?nu?n a ku?nä). I due custodi di quella lingua però, Bartolo e Casilda, non si rivolgono la parola da tanti anni, per via di una lite amorosa che hanno avuto da giovani. Da allora quella lingua se la tengono stretta nella testa. Come fare per impedire che si perda per sempre? Annibale, allievo del professor Montefiori, decide allora di raggiungere Kahualkan, un piccolo villaggio in mezzo alla pampa, alla ricerca dei due indios. Proverà a metterli insieme, registrare una loro conversazione e recuperare così quel che si può di quell’idioma magico e ancestrale.

Sempre di Adriàn Bravi ricordiamo un libro da amare come “L’Inondazione”, pubblicato da Nottetempo nella collana Narrativa.

Morales vive con Clemente, un cane arancione con le orecchie appese, in una soffitta di Río Sauce. Un paese che prende il nome da un fiume e che, dopo un’inondazione, è diventato una distesa d’acqua disseminata di tetti. Tutti gli abitanti lasciano le loro case sommerse tranne Morales che passa le sue giornate a percorrere il paese in barca, a mangiare fagioli neri all’osteria del Turco Hasan e a sorvegliare le mosse di un enorme caimano che si stabilisce nella stanza dei figli. Con l’andare del tempo ha la strana sensazione che i luoghi non siano piú dove li ricordava e che la mappa del paese si sia scomposta, a eccezione del cimitero sommerso dove riposa la moglie. Tutto potrebbe restare eternamente sul fondo del fiume, se su Río Sauce non gravasse la minaccia di una speculazione, e un gruppo di imprenditori, forse cinesi, non si apprestasse a comprare per poco il passato di una cittadina fantasma infestata di coccodrilli. Con la sua lingua incantata Bravi racconta una vicenda a fior d’acqua, in cui tutte le grandi avventure umane, le minacce, le promesse, le nostalgie e gli affetti avvengono nel calibrato silenzio di una vita sospesa.

“La pelusa” è stato il secondo libro che Adrian Bravi ha pubblicato in Italia, dodici anni fa, con Nottetempo. Nel 2009 è stato tradotto in francese da Payot-Rivages (trad. Daniele Valin) e nel 2017 è uscita una traduzione in inglese dall’editore americano Dalkey Archive (trad. Patience Haggin).

Un bibliotecario con la fobia della polvere passa il suo tempo a combatterla con accanimento ossessionando la moglie. Per lui la decadenza si manifesta in quel leggero pulviscolo che si deposita su ogni cosa. Ma la polvere non si può combattere, e il protagonista cerca sfogo alla propria sconfitta in un epistolario fatto di messaggi che il computer gli rimanda sempre indietro. E questo fino al giorno in cui Adrián Bravi (proprio lui) si presenta in biblioteca e rivela la stessa mania. Esiste dunque un’anima sorella? Qualcuno che capisce quale insidia si nasconda nella polvere, o meglio nella pelusa, quella lanugine che si accumula sugli oggetti, quel vischio impalpabile che distrugge ogni speranza di purezza, di limpidezza, forse di felicità? Ora si tratta di andare alla ricerca di quell’Adrián Bravi, che sembra svanito nel nulla.

Sempre per Nottetempo Adrian bravi ha scritto “Il riporto”.

Arduino Gherarducci, discendente di una famiglia dai capelli “riportati”, chi su un lato della testa, chi al centro, non vede l’ora di diventare calvo per sperimentare il riporto alla Giulio Cesare, in avanti con la frangetta. Ma il riporto, di cui va fiero, ha grossi inconvenienti. Qualunque malintenzionato, qualunque spiffero, qualunque colpo d’aria può scoperchiarlo. Quando questo succede, però, Arduino decide di chiudere con la sua vita di studioso dei formati di scambio dei dati bibliografici e partire per la Lapponia. Ma la sua fuga si fermerà prima, su una montagna delle Marche, dove la sua improvvisata vita da eremita avrà un inatteso risvolto. Il riporto ha la fantasia libera e concreta, e l’ironia e la comicità dei romanzi precedenti di Bravi, che fanno di lui uno scrittore unico nel panorama italiano.

Ultimo titolo Nottetempo di Adrian Bravi è “Sud 1982”.

Nel 1982, un’Argentina in crisi, dilaniata dalla contestazione contro la giunta militare, richiama alle armi una generazione, nella speranza che una facile guerra lampo riesca a ricompattare la nazione. Bravi racconta la guerra delle Malvine attraverso la storia delle sue reclute, per le quali il tragico di un conflitto assurdo si trasforma in comico. Sud 1982 coglie i sentimenti della guerra, di chi aspetta il congedo, di chi è stato appena arruolato, di chi ritorna a casa ma continua a sentirsi un soldato, di chi si aggira nell’accampamento con un libro di poesie nella tasca dell’uniforme. In questo romanzo di Bravi, la voce ironica di un moderno soldato Švejk narra l’ultima guerra tra nazioni occidentali, una guerra che è ogni guerra.

 

Nello Zaino di Antonello: uno zaino scoppiettante