di Andrea Cabassi

Andrea Cabassi

 

 

 

 

 

INCERTA E’ LA GLORIA NELLA VITA CHE PASSA COME UN LAMPO

Recensione al libro di Joan Sales

“Incerta gloria”(Nottetempo)

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Forse è capitato ad ognuno di noi, nei nostri momenti difficili, nei nostri momenti drammatici, di avere la percezione che il tempo non scorra, ma si dilati. Forse ci è capitato di avere questa sensazione mentre guardavamo un fiume e avevamo l’impressione che l’acqua non scorresse, fosse lì, stantia e fangosa. Era come se il “panta rei” eracliteo avesse avuto una smentita e la filosofia di Eraclito  avesse subito uno scacco. Non scorreva l’acqua e non scorreva il tempo. Tutto sembrava immobile mentre noi avremmo voluto che quelle acque si portassero via tutti i nostri patemi. Ma, ad ognun di noi, sarà capitato anche l’opposto: la sensazione del tempo della nostra vita che fugge, che ci sfugge, il senso della precarietà del nostro essere nel mondo, il sentimento della caducità della nostra esistenza che Freud ha stupendamente descritto in un suo breve saggio del 1915, “Caducità” (Editori Riuniti. 1994), il senso della nostra finitudine su cui ha profondamente riflettuto il grande filosofo francese di origini russo-ebraiche, Vladimir Jankélévitch soprattutto nel suo testo “Il non- so-che e il quasi-niente “ (Einaudi. 2011) dove è giunto alla conclusione che è proprio il senso della nostra finitudine a rendere unica e irripetibile la nostra vita.

Nel primo caso vorremmo accelerare il corso del tempo perché vorremmo uscire dai nostri momenti difficili in cui tutto sembra rallentarsi, quasi congelarsi. Nel secondo caso il tempo vorremmo fermarlo perché ci prende l’angoscia di essere inghiottiti dal nulla. E’ in quei momenti che vorremmo lasciare traccia del nostro passaggio nel mondo, magari attraverso i figli, magari attraverso gli articoli e i libri che abbiamo scritto, magari grazie  a coloro che si ricorderanno di noi quando non ci saremo più perché, come affermo un antico detto ebraico, muovere le labbra dei morti è far rivivere le persone. O, magari, attraverso un istante di gloria, pur con la consapevolezza che si tratta di una gloria effimera, dell’incerta gloria di un giorno d’aprile. E’ del fragile tempo di questa incerta gloria che ci parla (certo, non solo di questo ci parla, ma anche di tante altre cose)  il romanzo di Joan Sales “Incerta gloria”, capolavoro della letteratura catalana e non solo, pubblicato meritoriamente dalla casa editrice Nottetempo (Nottetempo 2018)  nella bellissima traduzione  di Amaranta Sbardella sulla quale tornerò più avanti.

Un romanzo atipico per la sua struttura, che non parla solo di gloria, ma soprattutto di amori, amicizie, tradimenti, della vita e della morte, della Guerra di Spagna e dei suoi risvolti politici ed etici. Un romanzo che, per le riflessioni che contiene e per l’importanza che il concetto d tempo vi riveste, ricorda i grandi romanzi del primo novecento come la “Recherche” di Proust o “L’uomo senza qualità” di Musil; un romanzo che, per lo scavo psicologico dei personaggi e per il loro trovarsi sempre sul confine etico tra il bene e il male, ricorda  Dostoevskij.

Joan Sales (1912-1983) è stato uno dei più importanti scrittori catalani del novecento. Combatté nella Guerra di Spagna come militante comunista. Dopo la sconfitta delle forze che si battevano contro Franco fu arrestato e internato nel campo di Prats de Mollo. Poi l’esilio e il ritorno in Spagna nel 48 dove continuò la sua battaglia antifranchista anche come editore. Fondò la celebre collana Club dels Novels. Nel 1956 uscì la prima edizione di “Incerta Gloria”. Traduttore e grande conoscitore dei classici della letteratura, non è un caso che il titolo del suo libro sia una citazione da Shakespeare.

Nell’atto III, Scena I de “I Due gentiluomini di Verona” di Shakespeare , Proteo declama:

“O, How this spring of love resembleth

The uncertain glory of an April day,

Which now show all the beauty of the sun,

And by and by a cloud takes all away”

 

“Oh, come questa primavera d’amore  è simile

All’incerta gloria di un giorno d’aprile.

Che adesso mostra tutta la bellezza del sole

E poco dopo una nuvola si porta via lontano”.

La gloria di un giorno d’aprile è effimera perché il sole, che si mostra in tutta la sua bellezza, in un attimo può essere coperto dalle nubi. Sappiamo, poi, da Eliot, che aprile è il più crudele dei mesi.

Non è un caso, comunque, che Sales riporti questi versi di Shakespeare, non solo per ribadire quanto la gloria sia effimera, ma anche perché c’è similitudine tra le vicende di Proteo, che tradisce l’amico Valentino per amore, e quelle di Lluis e Soleràs in “Incerta Gloria”, anch’esse caratterizzate dal tradimento.

Ma andiamo per ordine: il romanzo è, nelle sue due prime parti, un romanzo epistolare. Nella prima Lluis scrive dal fronte della bassa Aragona al fratello seminarista Ramon. Ha lasciato a Barcellona la sua compagna Trini e il figlio che ha avuto da lei, Ramonet. Molte delle lettere riportano i dialoghi di Lluis con Soleràs. In quelle lettere Lluis confida al fratello i sentimenti che ha provato e prova per la “Carlana”, la castellana di quel luogo di poche case. Gli confida l’intricata vicenda in cui ha una parte fondamentale Soleràs. Questa prima parte si conclude drammaticamente. Soleràs lascia a Lluis le lettere che Trini le ha scritto e in cui pare evidente il tradimento di Soleràs.

Nella seconda parte del romanzo possiamo leggere le lettere che Trini ha scritto a Soleràs e, dai commenti di Trini, possiamo dedurre le risposte di Soleràs

La terza parte del romanzo non è più epistolare. Riporta le memorie, in un tempo già lontano dalla Guerra Civile, del seminarista Cruells che si è trovato a combattere, quasi per inerzia e con molti tentennamenti, nel fronte repubblicano. Cruells non esita a leggere di nascosto le lettere di Trini a Lluis. E, forse, anche quello è un tradimento. Dalla lettura di quelle lettere Cruells si attiverà, in modo ambiguo, strano, spesso con motivazioni contorte che sono tipiche della sua personalità tormentata, per far riconciliare i due. Anche Cruells avrà modo di confrontarsi con Soleràs.

Lluis, Trini e Cruells sono tre personaggi molto diversi tra loro: il primo appartiene all’alta borghesia di Barcellona, è ammaliato dalla Carlana, vorrebbe riconciliarsi con Trini, è incerto e, spesso, fatica a prendere decisioni; Trini proviene da una famiglia anarchica e si è convertita al cattolicesimo, probabilmente per riempire un vuoto esistenziale, l’angoscia che l’assilla, la solitudine, è affascinata da Soleràs e, spesso, le sue lettere sono debordanti laddove vero e falso si confondono; Cruells è un personaggio tormentato, ai limiti della nevrastenia, che oscilla tra riflessioni teologiche ed esistenziali. Ma oltre e al di là di questi tre personaggi c’è Soleràs. Come scrive giustamente Amaranta Sbardella nella “Nota della traduttrice”, Soleràs e il Tempo sono i veri protagonisti del romanzo. Tutti e tre i narratori ruotano intorno a Soleràs che sembra, davvero, uscito dalle pagine di Dostoevskij: cinico, acuto, dotato di una grandissima intelligenza, anch’egli tormentatissimo e, forse, profondamente infelice, si situa al di là del bene e del male. Suscita negli altri emozioni forti e una profonda ambivalenza. Accade lo stesso al lettore che resta colpito  dalla sua lucidità, una lucidità che rasenta la follia, dalle sue bassezze, ma anche dal dolore che trapela dalle sue riflessioni che sembrano nascondere, dietro il cinismo, una cupa disperazione.

Amaranta Sbardella
Amaranta Sbardella

Un altro grande personaggio –oserei definirlo così – è il Tempo. Ci sono tempi diversi che si alternano nel romanzo. C’è il tempo degli eventi narrati, che è il tempo della Guerra di Spagna (ma anche il tempo della storia passata di Barcellona, come la Semana Tragica). E’ il tempo della Storia.

C’è il tempo vissuto dai protagonisti nel momento in cui scrivono  e anche il passato che ricordano e che, spesso riemerge con prepotenza. E’ il momento in cui ci rendiamo conto che gran parte del tempo della nostra vita se ne andato, che il passato occupa grande spazio, che il futuro è precario e si assottiglia, soprattutto in tempo di guerra. E’ il momento in cui il narcisismo  che ci ha fatto credere immortali durante l’infanzia e l’adolescenza subisce un duro colpo. Scrive, in una sua lettera al fratello Ramon, Lluis:  

“Cosa è roccia e cosa è nuvola nella nostra vita? Quale vale di più tra le due? Qual è la parte di noi che deve rimanere immutabile? E siamo sicuri che valga più dell’altra, quella che sfugge a ogni istante? O siamo in tutto e per tutto dei fantasmi, delle nuvole senza altra speranza che conoscere un istante di gloria, un solo istante, per poi dissolversi?” (Pag.38).

E poco oltre:

“Devo sbrigarmi a vivere prima che le mie ossa vengano gettate nella buitrera senza fondo che ci attende; devo vivere, ma come si fa a vivere? Vivere!. Un anno di guerra, un anno senza sapere cosa è una donna, e ce ne danno così pochi di anni! Avrò consumato già la terza parte della razione che mi spetta…” (Pag.39).

Misteri del tempo. Il tempo sembra un elastico: non sai se passi veloce o se non trascorra mai, misteri del tempo che solo la filosofia fenomenologia di Husserl  è riuscita a sfiorare. Scrive Lluis, rammentando della prima volta che aveva visto la Carlana:

“Un pomeriggio al crepuscolo sono di nuovo capitato in quel crocicchio dove l’avevo vista per la prima volta; non sono passati nemmeno due mesi e mi sembra un’eternità. Due mesi possono essere profondi quanto duemila anni. Quella sera di due mesi fa mi pare così lontana come la prima sera del mondo, e il ricordo della sua apparizione sprofondato nel mio passato come i miei ricordi più remoti” (Pag.109).

Elastico del tempo, mistero del tempo: sono passati duemila anni e sono durati un solo istante nel vissuto di Lluis?

C’è, poi, il tempo di cui, spesso, Soleràs parla a Lluis. È il tempo della nostra esistenza che trascorre tra l’oscuro e il macabro di cui sarà Trini a dare la miglior definizione:

“Dalla mia poltrona. Attraverso la porta-finestra aperta, vedo il tiglio in giardino, che ora ha tantissime foglioline nuove, di un verde tenero, dai riflessi argentati, e mi tornano in mente i giorni peggiori di quel periodo in cui tutto, ma proprio tutto, mi era venuto a noia, persino quel povero tiglio! Era allora che la tua battura – “veniamo dall’osceno e andiamo al macabro”- mi martellava continuamente il cervello. Ramonet ancora non camminava, gattonava sul tappeto del salone, e io lo guardavo quasi come si guarda un gattino e mi chiedevo con quale diritto gli avessi dato questa vita che può finire solo con la morte, questa vita che non può essere altro che una lunga angoscia senza speranza” (Pag.245).

E poco più avanti, a proposito del tempo che sembra non passare quando viviamo i nostri momenti drammatici:

“L’abisso incomprensibile del tempo, che fa venire la nausea…

E quel tronco di tiglio era un palo osceno che mi si conficcava nel cervello e mi provocava un malessere più insopportabile di qualsiasi mal di testa! Era là, in controluce. In quel novembre, per fortuna adesso lontano, il tempo si dilatava come se non scorresse mai. Mi schiacciava sotto la sua lentezza come Lluis sotto i suoi silenzi. Quando ero piccola, il tempo mi era sempre parso talmente magico! Anche nel ricordo più lontano, sento che amavo il tempo che passa. Amavo il tempo  e l’impronta che lascia il passato” (Pag.245-46)..

Infine c’è un tempo esterno alla trama del romanzo e ai vissuti temporali dei personaggi: è il tempo della costruzione del romanzo  che, per Joan Sales, è il romanzo della vita. Come si diceva più sopra la prima edizione del romanzo uscì nel 1956, ma Sales ne fu insoddisfatto anche perché dovette aggirare la censura. Ne uscirono dieci edizioni. Ci fu un interessamento di Rizzoli negli anni sessanta ma la casa editrice accantonò il progetto a causa dei continui riaggiornamenti. Ci sarebbe, poi, una quarta parte del romanzo. L’edizione italiana di Nottetempo, unica edizione e traduzione italiana, presenta le tre parti. Non la quarta, El vento de la nit, che è da considerarsi opera autonoma. Note molto interessanti sulla costruzione del romanzo, oltre che nelle “note editoriali” si trovano in un bell’articolo di Alberto Mittone “Joan Sales, Incerta Gloria” comparso il 25/01/2019 su Doppiozero. Quello che si può dire è che il tempo della costruzione dell’opera è stato alquanto tribolato.

L’intreccio, la temporalità, ma anche la Guerra di Spagna dove non c’è una divisione manichea tra  buoni e cattivi, benché la scelta di campo sia chiara. C’è molta amarezza su come le cose potranno andare a finire. E’ ancora Soleràs, rivolto a Lluis, a dire una verità scomoda:

“Te lo profetizzo da adesso perché un giorno te lo possa ricordare: sarà la gente come questa a spartirsi la torta. Tu e io no! Abbiamo ingoiato troppa polvere. Abbiamo respirato troppa puzza di carogne, abbiamo grattato via troppa rogna. La trincea lascia un segno che non si cancella, ci eviteranno tutti”. (Pag.571-2)

e in riferimento ai vincitori e ai vinti Cruells riporta quanto gli diceva Soleràs:

“I più degni di compassione sono sempre i vincitori, chiunque essi siano. ‘Compatisco di cuore chi si ritroverà la vittoria tra le mani’, era solito dire. Quanto ai vinti, i vinti di tutti i secoli e di tutte le cause, è la loro stessa sconfitta a redimerli. Hanno provato la sete di gloria – è questo niente altro che questo, ciò che spinge gli uomini a crocefiggersi- , la sete di grandi gesta, eroiche, assolute. Hanno scritto sulla sabbia, e il vento dei secoli ha cancellato completamente le loro parole, la memoria degli uomini sembra averli dimenticati quasi non fossero mai esistiti, però qualunque peccato sarà perdonato, tranne la bestemmia contro lo Spirito?, e qualsiasi uomo che si faccia crocefiggere in nome di una causa che ritiene giusta non proclama forse lo Spirito?” (Pag.504).

Molte pagine prima Lluis, mentre sta riflettendo dopo aver dato la morte del sottotenente Antonio López Fernández, che potrebbe essere il nipote dell’affittuaria di Lluis, zia Olegària, riporta un’osservazione di Soleràs:

“Il vero problema, perciò, non è ucciderci gli uni con gli altri, bensì l’odio. Giacché dobbiamo farlo, uccidiamoci pure, ma senza odio. E’ quello che diceva una volta Soleràs: ‘Uccidiamoci come dei bravi ragazzi’” (Pag.176).

Qui sia Lluis, sia Soleràs sbagliano e lo dimostra la guerra di Spagna. Uccidersi da fratelli è ripetere il gesto di Caino con Abele. C’è più odio nelle guerre civili che in quelle tradizionali, dove si sfogano vendette, rancori accumulatisi nel tempo, risentimenti, dove l’altro non è considerato l’Altro ma qualcosa da annientare. Ci conferma tutto questo un vecchio bel libro dello storico Gabriele Ranzato: “Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea” (Bollati.Boringhieri.1994). In quel libro Ranzato analizza le dinamiche, le fenomenologie, la struttura delle guerre civili in età contemporanea”. Alla fine della lettura possiamo dire che non c’ niente di peggio della guerre, ma ancora peggio sono le guerre civili dove all’Altro non è riconosciuto lo status di avversario.

Vorrei concludere con la traduzione. Amaranta Sbardella ci regala una bellissima e importante riflessione nella “Nota della traduttrice” che si trova alla fine del libro e che ci fa entrare nelle pieghe più riposte delle pagine di Joan Sales, quasi una guida alla lettura e alla rilettura del testo. Ci spiega con chiarezza le difficoltà della traduzione e come non sia stata facile la scelta dei tempi verbali in un romanzo in cui la temporalità, come abbiamo visto, assume un ruolo di grande rilevanza. In questa temporalità è riuscita a farci entrare e, inoltre, è riuscita a dare scorrevolezza ad un testo  certo non  facile. L’auspicio è che, ora, possa tradurre El vento de la nit, che sia o no la quarta parte del romanzo o un romanzo autonomo che va a completare l’opera di Joan Sales.

 

Lo Scaffale di Andrea: “Incerta gloria”