di Federica

Federica

 

 

 

Mapocho

Mapocho

Un fiume scuro, un nastro sporco di acque torbide, pieno di ratti  e merda, pneumatici, spazzatura e rami.

Ma anche di cadaveri. Quelli che i vari regimi militari che il Cile ha subito nel corso della sua storia hanno “seminato” nelle sue acque.

Questo è il Mapocho: il fiume che attraversa Santiago. Qui arriva la Bionda, chiamata (evocata?) da suo fratello, l’Indio, dopo un incidente stradale che è costato la vita della loro madre.

Qui vivevano nella loro infanzia (in un quartiere dove tutti si conoscevano e salutavano) insieme ai loro genitori e alla vecchia nonna gattara.

Qui, in una notte buia e triste, il loro padre è sparito per non tornare mai più.

Ma qual è la verità e quale la menzogna?

“Intrighi, racconti di fantasia, storie nate male, trame mal costruite, finzioni, tranelli, inganni, falsità. Menzogne. Quante menzogne. Le menzogne si costruiscono con le parole. Escono da una bocca indecente ed essendo fatte di lettere prendono vita nel momento in cui vengono pronunciate. Le menzogne hanno ali e volano come un avvoltoio, girano sulla carogna e si nutrono di quelli che non hanno anima, di quelli che non sanno, che non vedono o non vogliono vedere (…) Le menzogne respirano, puzzano, gridano, vivono come un topo nel Mapocho, contaminando, propagando la malattia, ingarbugliando, confondendo, complicando”

Perché le parole sono magiche. Hanno un potere. “In principio fu il Verbo. Il mondo si creò grazie a una parola”. E così Fausto – che era chiamato Il Mago per come riusciva a creare mondi con le sue storie raccontate sui gradini della loro casa- si trasforma nel narratore ufficiale del regime.

Fausto pensa che la storia sia letteratura. La storia, secondo lui, si inventa a partire dalle parole come un vero atto di magia”.

Alla sua scelta- la scelta di reinventare la storia, di scrivere su commissione, di creare una realtà altra (più comoda, “ignara, cieca, sorda e felice”) ha sacrificato la sua famiglia e i suoi affetti; è rimasto solo, in Cile, anche mentre il regime radunava tutti gli antichi vicini del quartiere nell’Estadio nacional (per poi bruciarli in massa); anche mentre i treni continuavano a partire dalla stazione Mapocho, lì “da dove la gente è partita per non tornare mai più”.

Ma adesso è tormentato da quegli stessi orrori che  ha contribuito a seppellire.

Così Nona Fernandez riscrive la storia del suo paese, con un tono fiabesco e onirico e- però- quanto amaro!

“Si dice che il Cile fosse una casa vecchia, lunga e sottile come una biscia(…) Ma si dice che corresse l’anno millenovecentoventiequalcosa quando un giorno il padre di turno (ogni casa ne ha uno) se ne andò. Scoppiò il delirio. Cosa faremo ora? Si chiedevano. Chi stabilirà le regole? (…) ma in mezzo a tanto sconforto apparve un piccolo soldato baffuto che in tono sicuro si dichiarò pronto a sistemare la situazione. Era un colonnello. Colonello Ibanez, lo chiamavano.(…) Si dice che il Colonnello fosse un maniaco della pulizia (…) Si dice che nessuno fosse soddisfatto delle nuove regole (…) Si dice che misteriosamente cominciarono a sparire alcuni figli della casa…”

Costruendo un racconto dove tutti i punti di riferimento saltano: chi è vivo, chi il morto? Quale la realtà- e quale il suo riflesso? Se i morti vivono, se la morte è uno scherzo crudele e una menzogna, se non esiste nemmeno, allora-forse- non esiste neanche il tempo. Ma se è così allora tutti gli orrori non sono passati.  Sono ancora (eternamente) presenti, qui – e adesso.

In questa Santiago di ora (e di prima, o forse di sempre) si muove dunque la Bionda, alla ricerca del passato, di suo padre, di suo fratello.

E qui suo fratello Indio – novello Edipo: incestuoso e resosi cieco perché incapace di sopportare la verità- dichiara ora la sua sconfitta. Perché la verità ha un peso che può diventare insostenibile

“Sono una checca, Bionda. Dovrei smettere di passeggiare su questo ponte, lanciarmi nel fiume, nuotare fino a raggiungerti e affondare aggrappato alla tua carne fredda, ma non posso. Io sono solo un codardo. Non mi resta che continuare a spiarti da dietro i cespugli”

Si dice che Nona Fernandez stia costruendo “uno dei progetti personali più importanti della letteratura spagnola contemporanea” (Patricio Pron). Si dice che abbia vinto il Premio Municipal de Literatura nel 2003; si dice che riesca a mescolare storia e leggenda, popolando le sue pagine di personaggi sospesi tra passato e presente, vita e morte, verità e menzogne, sogni e ricordi.

Questo si dice.

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Mapocho di Nona Fernandez, traduzione di Stefania Marinoni, Gran via, pp.210

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