di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

 

Libri cult in libreria tra ripubblicazioni e nuove edizioni

Sebastiano Vassalli ha scritto che

“Con la lettura ci si abitua a guardare il mondo con cento occhi, anziché con due soli, e a sentire nella propria testa cento pensieri diversi, anziché uno solo. Si diventa consapevoli di se stessi e degli altri”

Con la lettura e coi buoni libri ci si emancipa, poco da aggiungere. Ecco perchè diventa di fondamentale importanza da parte delle case editrici proporre ai lettori libri di grande significato, con una decisa attenzione alla contemporaneità, senza tralasciare di pubblicare libri e autori che diventano contemporanei nel rapporto con il nostro presente. Accanto a volumi inediti diventa necessario ripubblicare testi dimenticati o autori di grande spessore e di eccezionale capacità e farli diventare degli eterni long seller. Ci sono libri che non smettono mai di sorprendere, anche dopo anni dalla loro uscita. Sono libri che raccontano storie che sanno tenere il lettore incollato alle pagine, che lo sanno far emozionare, e commuovere, e divertire.
Libri il cui successo è lento ma duraturo, come “Panchine” di Beppe Sebaste. Pubblicato per la prima volta nel 2008 nella collana Contromano di Laterza e a distanza di 10 anni ripubblicato in una nuova edizione.

zzzzzzProprio Sabato 9 febbraio lo scrittore Beppe Sebaste ha fatto in Libreria una lettura tratta dalla nuova edizione del suo libro “Panchine – Come uscire dal mondo senza uscirne “. Tantissima l’affluenza in libreria: con molti lettori che per oltre due ore hanno ascoltato in religioso silenzio un reading di alto livello.

La panchina è un luogo di sosta, un’utopia realizzata. È l’ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città e lo spazio. È il margine sopraelevato della realtà, il posto ideale per osservare quello che accade, la gente che si muove, che vive, l’autobus che passa, i piccioni, le nuvole sopra la testa. Per molti, che a stare seduti su una panchina provano imbarazzo, è l’immagine della provvisorietà, della precarietà, forse del declino. Stare in panchina, nel lessico attuale, è il contrario dello scendere in campo. Eppure una buona panchina fa sentire al riparo chi vi siede e fa apparire il suo ozio come un’attività di qualità superiore, da intenditore – un po’ come quando al ristorante uno ordina un piatto molto semplice e il cuoco gli fa capire di considerarlo un buongustaio. Una panchina perfetta è come una piega del mondo, una zona franca, liberata o salvata, dove il semplice sedersi è già in sé una meditazione. Non è necessario che sia sullo Stelvio o sulla Promenade des Anglais o davanti allo skyline di Manhattan: è la panchina che definisce il centro dell’universo.
Beppe Sebaste ha esordito poco più che ventenne nella narrativa con “L’ultimo buco nell’acqua” (scritto con Giorgio Messori, Aelia Laelia 1983). È autore di libri di racconti, romanzi e saggi, tra cui ricordiamo “Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei” (Feltrinelli 1997), “Tolbiac” (Baldini Castoldi Dalai 2002), “H.P. L’ultimo autista di Lady Diana” (Einaudi 2007), “Il libro dei maestri. Porte senza porta rewind” (Luca Sossella editore 2010) e “Fallire. Storia con fantasmi” (produzione indipendente, 2015).

Durante il Reading di Beppe Sebaste grande spazio è stato dato a un grande autore e alle sue passeggiate, Robert Walser. Si è lungamente citato “I fratelli Tanner” un romanzo meraviglioso di questo scrittore svizzero di lingua tedesca. Quando lo scrittore Beppe Sebaste mi ha chiesto una impressione sulla serata non ho potuto fare a meno di citare “Verso il bianco, diario di viaggio sulle orme di Robert Walser” di Paolo Miorandi. Il libro, edito da Exòrma, è arrivato in Libreria ai Diari da pochi giorni e noi siamo sempre più impazienti di far conoscere questo personaggio letterario commovente ai nostri lettori. Primo nuovo titolo dell’anno del 2019 per Exòrma edizioni per tutti quelli che hanno Walser nel cuore.

Un diario di viaggio a Herisau, nella Svizzera tedesca, dove Robert Walser ha vissuto, internato in manicomio, per ventitré anni, la parte finale della sua vita.
“Negli anni in cui il male di vivere si era fatto più intenso e la sottile scorza che ricopre la nuda vita si era crepata, forse nulla mi ha dato più conforto dei libri di Robert Walser. (…) Per questo andrò a Herisau”.
Nel primo pomeriggio del giorno di Natale del 1956, il corpo senza vita di Robert Walser fu trovato lungo un sentiero di montagna.
La celebre fotografia in bianco e nero scattata da un anonimo poliziotto accorso sul posto, e riprodotta su ogni libro dedicato allo scrittore svizzero, lo ritrae disteso sulla neve, adagiato nel bianco. Paolo Miorandi procede, dal capitolo 7 (sette sono le orme di Walser nella neve) al capitolo 1, che è l’ultimo, viaggiando a ritroso in una delle più profonde ed eccentriche esperienze letterarie del Novecento.
Robert Walser, introverso ironico e visionario, amato e ammirato da Kafka e Benjamin, da Musil e Herman Hesse, come da molti altri numi tutelari che hanno cercato di carpirne il segreto – Canetti, Sebald, Seelig – e considerato tra i massimi autori di lingua tedesca del secolo, rimane oggi tra i più invisibili. Ma Gianni Celati ci conforta: “Con l’epidemia di romanzi d’attualità che c’è in giro, e il conseguente crollo dell’intelligenza, Walser resta una specie di luce, un’energia che i media non hanno ancora divulgato e perciò svuotato”.

Finalmente ripubblicato in una nuova edizione da Quodlibet nella collana Compagnia Extra è “Mozziconi” di Luigi Malerba. Agli inizi di maggio Anna Lapenna, moglie di Luigi Malerba, sarà di nuovo in libreria a Parma con Daniele Benati per raccontarci di questo piccolo gioiellino e tornare sulle tracce di uno dei migliori e più apprezzati autori italiani del secondo Novecento che ha scritto libri memorabili che hanno lasciato il segno in chi li ha letti, influenzando la parte migliore della letteratura italiana contemporanea.

“Mozziconi” è uno straccione che vive sotto i ponti del Tevere, una specie di filosofo anarchista, che pensa e mette i pensieri in bottiglia e li affida alle acque del Tevere; un poveraccio, d’animo aristocratico, che non fa lega con gli altri barboni, ignoranti e di scarso pensiero, che neppure leggono i giornali vecchi trovati in mezzo al pattume, come fa lui.Mozziconi è in fondo una specie di filosofo cinico, come l’antico Diogene, che viveva in una botte ad Atene facendo a meno di tutto, a cui perfino Alessandro Magno portava rispetto; al giorno d’oggi la filosofia cinica non è più di moda, solo Malerba le ridà dignità, mettendo in bocca a Mozziconi discorsi che somigliano a profonde verità o a stupidaggini, difficile dire cosa prevale, sempre però con la leggera comicità e divertimento, come è nel suo stile migliore. La prima e unica edizione è stata Einaudi 1975.

In Libreria è tornata anche “La bambina che amava troppo i fiammiferi” dello scrittore canadese Gaètan Soucy, morto a cinquantacinque anni nel 2013 .
Una storia incredibile e travolgente. Un libro che la casa editrice marcos y marcos aveva già pubblicato nel 2003, ma che era talmente bello e imperdibile che hanno deciso di regalargli una nuova veste grafica e una nuova copertina e di riportarlo sugli scaffali delle librerie con l’llustrazione di Gaia Scarpari e la traduzione di Francesco Bruno.
A raccontare questa fiaba nera, immersa in un Medioevo immaginario e incantato dove tutto è nebuloso è uno dei due fratellini protagonisti. Si intuisce dalle prime righe che il protagonista sta scrivendo delle memorie molto particolari.

“Mio fratello e io abbiamo dovuto prendere l’universo in mano una mattina poco prima dell’alba perché papà era spirato all’improvviso. La sua spoglia contratta in un dolore di cui restava soltanto la scorza, i suoi decreti finiti di colpo in polvere, tutto ciò giaceva nella stanza al piano di sopra da cui papà, ancora soltanto il giorno prima, ci comandava in tutto e per tutto. Avevamo bisogno di ordini per non cadere a pezzi, mio fratello e io: erano la nostra malta. Senza papà non sapevamo fare niente. Da soli, riuscivamo a malapena a esitare, esistere, aver paura, soffrire”.

Questa è la prima informazione che viene consegnata al lettore. Sono due fratelli che

escono per la prima volta nel mondo dopo la morte del padre tiranno che li teneva segregati in un castello. Parlano una lingua fatta di brutalità e poesia purissima; custodiscono un segreto atroce.
Una voce freschissima, armata di un linguaggio assieme rozzo, forbito e serenamente sconcio, ci calamita nel cuore di una storia sorprendente. Una vasta tenuta di campagna, circondata da una fitta pineta. Un vedovo tirannico e folle lascia, alla morte, due figli selvatici, spiazzati di fronte al mondo: tutto quello che sanno degli uomini viene dalle sue parole, o dai romanzi cavallereschi scovati nella biblioteca del castello. Costretti, letteralmente, a “prendere l’universo in mano”, faranno i conti con la realtà – negli occhi degli altri capiranno chi sono, e affronteranno i misteri micidiali lasciati in sospeso dal padre.
Un romanzo di formazione, un thriller fuoriclasse, una favola gotica, un horror: una gloriosa festa della parola questo scoprire i terribili segreti e le atroci verità nascosti tra le pagine di Gaétan Soucy.

Dopo quarant’anni dalla prima pubblicazione, torna in libreria, grazie a Hacca, una nuova terza edizione ampliata di un libro di culto “Brown sugar – strade di polvere”. Si tratta dell’esordio del poeta Antonio Veneziani che si arricchisce in questa nuova edizione di una sezione di inediti. L’edizione è corredato da una nota di Nicola Lagioia, dalla prefazione originale di Dario Bellezza del 1978, dalla postfazione alla seconda edizione di Renzo Paris, e infine da un’intervista fatta dal giovane poeta romano Gabriele Galloni, pupillo dell’artista.
Antonio Veneziani, poeta, narratore e saggista, è considerato uno dei massimi rappresentanti della scuola romana di poesia (Pasolini, Penna, Bellezza, Rosselli, …). Curatore di importanti antologie di racconti e poesie, è anche drammaturgo e regista.
Scriveva Bellezza, presentando Veneziani

«La presenza di Veneziani nel mondo è una presenza discreta, talvolta rabbiosa, sempre discontinua: alla ricerca perenne di una ragione per vivere. (…) La verità leggendaria del suo procedere è lì a premiarlo di ogni sventura che potrà patire in vita. Anche essere dimenticati.»

 
Renzo Paris osservava, vent’anni dopo:

«I personaggi di queste poesie-racconto sono vivi, oggetto dell’amore di un poeta che vorrebbe scrutarne la profonda intimità. (…) Alla ricerca della “vena nuda”, con un linguaggio trasparente e letterario, il poeta si aggira tra i corpi delle latrine, sperando di incontrare il grande amore e ogni volta trovando facce da criminali. Ciò che gli resta in mano è un pugno di parole, quelle di questi versi, che parlano di un’assenza inquietante, della paura di chi crede che insieme alla Realtà se ne sia andata per sempre anche la Generazione.»

A dar detta a Nicola Lagioia, che incontrò il maestro Veneziani vent’anni fa, già all’epoca,

«I suoi versi lo precedevano. E lui ne fu all’altezza… quando ci conoscemmo, parlava già dall’altro capo. Non era morto di overdose. Non era impazzito. Non era rimasto senza parole. Portava addosso qualche segno dell’esperienza, ma si era ‘risvegliato dalla malattia’ già da qualche anno, e le poesie di Brown Sugar erano la cronaca, la testimonianza e insieme la trasfigurazione poetica di quell’attraversamento».

Brown Sugar è diventato, edizione dopo edizione, un altro libro: si apre con diverse poesie datate 2018 (“Insignificanti questioni di polvere”), quindi ecco i testi originari del 1977-78 e quelli successivi, già pubblicati nella seconda edizione.
Tra le nuove pubblicazioni ricordiamo quella di una cara amica dei Diari, una sostenitrice del nostro progetto, una grande lettrice che i suoi libri da leggere li compra ai Diari e se li fa spedire in una Caffetteria di Civitavecchia con #AmazonSaiz. Si tratta di una giovane ragazza che con la scrittura ci sa parecchio fare, Emanuela Cocco. Per Wojtek edizioni nel 2018 è uscito “Tu che eri ogni ragazza”

Dietro le nostre porte c’è la cosa temuta, che accade: noi non verremo risparmiati. C’è un protagonista maschile che alla stazione di Roma Termini distribuisce monete: lo chiamano Gesù ed è il padre di una ragazza uccisa dopo uno stupro, e con i suoi gesti e la sua quotidianità cerca qualcuno da salvare, attende un segno. C’è poi Maria Concetta detta Jungla, adolescente della provincia romana, sgraziata, imponente e rabbiosa,che è scappata di casa ed è seguita dai servizi sociali; per tutta la vita le è sembrato di stare ferma dietro a una porta chiusa, ad aspettare che la facessero entrare. Ora entrare non le interessa più: chi vuole uscire deve vedersela con lei.
Infine c’è Duca, con i suoi tentativi di un assistente sociale di essere all’altezza del dolore altrui.Una donna sola e che prova vergogna: del suo nome rubato ai romanzi di Scerbanenco, del suo lavoro da educatrice, di ogni azione buona compiuta, del suo proposito di ritrovare la ragazza scomparsa. Una storia violenta. Un romanzo morale in cui tutto si gioca sulla linea mediana tra il dentro e il fuori, tra la durata e l’estinzione.

Nello Zaino di Antonello: Libri cult in libreria tra ripubblicazioni e nuove edizioni
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