Appuntamento Grittani

Ti avrei invitata, cara Giuditta, a fumare una sigaretta – o se non fumi a respirare passivamente la mia, sebbene fumi raramente – di fronte al largo dei Torrioni di Sant’Elpidio a Mare. Di fronte a una gola che schiude la vista a tutto l’appennino. Là dove abbiamo girato il book trailer de “La Rampicante”, con una bambina bellissima che faceva la parte di Edera e un attore che impersonava Riccardo. Là dove l’orizzonte è così diverso dal mare e da tutto il resto, che uno si chiede se se lo è meritato. Per questo la si deve guardare fumando, per aiutare la contemplazione…  

E sarebbe stata la prima sigaretta della mia vita, perché di fatto non avrei potuto rifiutare un invito come quello di Davide Grittani, pur da accanita antifumatrice, alla mia richiesta di approfondire con una chiacchierata “La rampicante”, il terzo romanzo dell’autore e il primo suo edito da LiberAria, che potrebbe essere tra i candidati al Premio Strega, dando credito alle indiscrezioni apparse su Illibraio.it.

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Con “La rampicante” non ti sei fatto mancare nulla: adozione, usura, diversità, famiglie disfunzionali, trapianto d’organi e donazione. Temi delicati, trattati con una necessaria distanza grazie soprattutto a una scrittura che scivola tra le parole, come i ballerini di tango sulla pista, ma anche per una solida struttura narrativa che tutti li contiene incastrandoli l’uno nell’altro come delle matrioske, così da dare una visione complessiva e generale di spessore e tenuta. Contenerli tutti nell’economia di un solo romanzo è stata una sfida o un’impresa?

È stata un’intenzione. Io scrivo esattamente come cammino, come passeggio. Come quando si va sotto casa a comprare il latte e, durante il tragitto, s’incontrano un cane randagio che viene da chissà dove; una suora che magari è entrata in convento senza una reale vocazione; un uomo che ha avuto un altro figlio da una relazione extraconiugale; un altro che invece è stato licenziato e una ragazza appena lasciata dal suo fidanzato. Nessuna di queste cose distrae dalla destinazione, comprare il latte. Ma non si può ignorare – perlomeno io non riesco a farlo – che anche attraversando la strada sotto casa s’incontra una parte di umanità. Questo è il mio modo di scrivere. Incastrando circostanze, finestre sul mondo più che dei veri e propri temi. Non mi interessa approfondirli, a meno che non stia scrivendo un romanzo monotematico. Mi interessa attraversali, tagliandoli con una curiosità che non è superficialità ma al contrario rispetto.

Così mentre sapevo che avrei scritto un romanzo sull’importanza del dono, con due grandi temi centrali come l’adozione e la donazione degli organi, sapevo perfettamente che il cammino umano dei personaggi che lo popolano avrebbe incrociato molte cose. Certo per fare questo, come giustamente fai notare cara Giuditta, serve una scrittura consapevole, direi complice. Totalmente al servizio di una struttura narrativa come questa, con una posizione del narratore molto alta – cosa che non piace agli Editor ma molto ai Lettori – in grado di governare diverse voci, molti protagonisti e comprimari. Da questo punto di vista, la recensione di Furio Colombo e la sua descrizione del mio romanzo come un “bellissimo Lego con tanti pezzi perfettamente incastrati tra loro…”, mi ha fatto davvero piacere. Ripagandomi della fatica in fase di stesura, tanta fatica… a esser sinceri.

I due temi centrali che hai estrapolato sono attraversati da Edera, la protagonista assoluta di “La rampicante” come è suggerito già dal titolo. Qui ancora di più la tua scrittura si piega e si plasma sul personaggio: una bimba affetta da una sindrome non definita, che è una piccola grande eroina. Molto toccante e autentico ogni singolo momento narrativo in cui prende la parola, ma anche divertente e brillante, di ingenua sincerità come sono sempre gli interventi dei bambini, e di alcuni bambini particolari ancora di più.

Come hai “studiato” un personaggio come Edera, da dove hai tratto la sua particolarità e vividezza? Da quale altro modo arriva?

Davide GrittaniEdera interviene a spezzare un presunto momento di quiete del romanzo, un momento in cui l’equilibrio della trama e della storia sembrano reggere alla quotidianità. E da quel momento in poi, dal momento in cui irrompe Edera nelle pagine del libro, inevitabilmente nulla sarà più come prima.

Edera ha la forza della fantasia e della bellezza, ma anche la dannazione del destino e il mistero che portano, con loro, le cose strane. Lei stessa è una bambina strana, una bambina resa indecifrabile dalla tendenza – tutta umana, tutta barbara, oserei dire tutta Occidentale – di archiviare come “difettose” quelle persone che non si riescono a catalogare, che non rientrano in canoni riscontrabili negli usi e nei costumi comuni alla nostra società. Figurarsi Edera, che soffre di una malattia così difficile da identificare come le allucinazioni uditive. Edera sente le voci degli altri, nella propria testa. Cerca di interpretarle, di dargli un senso e un significato.

Costruire un personaggio del genere è stato abbastanza semplice, straordinariamente suggestivo, nel senso che avevo perfettamente in testa che cosa volevo scrivere, cosa mi serviva per far deflagrare il romanzo, per farlo esplodere in aria con la sua potenza narrativa. Volevo dare voce ai bambini che non ne hanno, volevo descrivere il mondo così come lo vede chi non viene ascoltato. Perché la società adultocentrica che ci onoriamo di abitare, vive il paradosso di non saper ascoltare i bambini, di temere ciò che hanno da dire per paura che sia vero e soprattutto che sia utile. Edera diventava una sfera per guardare dentro al futuro, dentro al futuro di Riccardo: che a un certo della storia decide di assumere su di sé l’onere di doverla salvare dal suo destino; e dentro al futuro di tutti gli altri personaggi del romanzo, che senza darne l’impressione dipendono in qualche modo da lei, da quello che dice e da quello che fa. La centralità involontaria di una bambina per altro strana, piena di difetti e stranezze, riconduce il romanzo a casa propria: riporta Edera tra le rampicanti, e l’imprevedibilità della vita ad arrampicarsi tra i rami del destino.

 

Al centro del romanzo cozzano due diverse concezioni della relazione genitori/figli : quello mancato che lega Riccardo alla sua famiglia adottiva, e che è in conflitto soprattutto con la figura paterna; e quello elettivo che Riccardo sente per Edera, così potente da mettere in discussione il matrimonio con Sara e poi da risultare contagioso. Mi pare che sia emblematico del tuo modo di affrontare l’incandescenza dei temi di “La rampicante”. L’equidistanza, senza preconcetti o prese di posizione ideologiche, rispetto ai personaggi e ancora di più le loro vicende.

“La rampicante” è anche un’analisi spietata delle relazioni che registrano picchi di grande e sublime generosità e abissi di deprivazione e sconforto. La forza narrativa dei personaggi del romanzo risiede soprattutto nel loro rapportarsi agli altri: mi è sembrato che a te non interessasse particolarmente l’indagine introspettiva dei singoli individui, quanto la forza d’urto delle relazioni, il loro deflagrare e scontrarsi.

Davide GrittaniLa tua è un’impressione non solo esatta, ma in linea con la mia idea di narrativa. Non sto dicendo che la narrativa moderna è, o dev’essere, questo, sto dicendo solo che a me, e a molti autori come me, interessa soprattutto l’impatto tra cose, destini, cause e concause; interessa il momento in cui due placche tettoniche entrano in conflitto, causando molto spesso un sisma. Del resto raccontare questa collisione è, a suo modo, una strada per raccontare le persone e le personalità che entrano in conflitto. A me pare che tutta la narrativa che, al giorno d’oggi, spende pagine e pagine di introspezione sui personaggi, sia quella che fa più fatica a farsi leggere dai Lettori dei nostri tempi: quelli che vogliono vedere cosa succede, come andrà a finire. Come se sapessero già cos’ha scatenato quegli avvenimenti, la psicologia dei personaggi che hanno condotto fino lì. Ecco perché mi interessa molto di più raccontare la rottura, più che com’è stata generata.

Vivo anch’io nelle dinamiche delle famiglie, e mi accorgo che nelle famiglie si consumano talmente tanti di quei micro delitti che si farebbe fatica a raccontarli tutti. La famiglia è una sintesi dell’umanità. Credere che sia immune da queste logiche di collera, è una menzogna. Al contrario, la famiglia è l’elemento della società più simile ai nostri tempi. Non a caso, oggi, le famiglie soffrono questa moda dello stare insieme attraverso la modernità: ci sono genitori e fratelli che si salutano sui propri profili Facebook, una cosa di una tristezza obiettivamente impossibile da sopportare. I due aspetti della genitorialità che ho analizzato sono molto differenti, è vero Giuditta. Ma anche collimanti. Ci sono scuole di pensiero in cui si crede che l’unico modo per conoscere davvero il mondo in cui si abita sia quello di mettere al mondo dei figli. E altre scuole di pensiero che ritengono, invece, che l’unico modo per sviluppare compiutamente sé stessi sia dedicarvisi in maniera esclusiva, abiurando l’idea di mettere al mondo dei figli per sempre. A mio avviso sono tutte aberrazioni del tema della cura del prossimo: ecco perché, col tempo, sono cresciute le carovane di gente che organizza autobus destinati a quei Paesi dell’Est da cui adottare bambini è praticamente uno scherzo, a scapito di chi invece lo fa perché ritiene di poter donare un po’ di sé agli altri. Il tema è enorme, ma non se ne parla. Non ne parla nessuno».

 

Mentre leggevo “La rampicante” nella mia mente la tua scrittura aveva il passo di due ballerini di tango, quel modo di scivolare sulla pista con agilità e precisione, movimenti fluidi che nascondono tecnica e talento. Una lingua, la tua, che vibra e che si impenna nell’accostamento inedito, nella metafora arguta, per poi riempirsi di vivacità nei dialoghi sporcati da un’inflessione dialettale, senza mai perdere in immediatezza. Si aggiungano i passaggi repentini dalla terza alla prima persona, che sono uno sforamento della narrazione per permettere a Riccardo, perché solo a lui affidi lo spazio seppure limitato di dire io, per sfogare il tumulto di emozioni, di rabbia e dolore, o anche di felicità e appagamento che lo percuote. In “La rampicante” c’è attenzione alla scrittura come atto in sé? Che poi mi sembra una caratteristica della collana Meduse di LiberAria diretta da Alessandra Minervini. O forse lo dovremmo chiedere a lei?

Davide GrittaniGovernare un romanzo così corale, con dodici personaggi, tra protagonisti e comprimari, e usando per lungo tempo il passato remoto in terza persona, non era una cosa semplice. Tutt’altro! Ecco perché la voce narrante è così alta rispetto ai romanzi contemporanei, così presente e così dentro la storia da sembrare un altro protagonista a tutti gli effetti. Una voce molto attrezzata, direi. Molto raffinata ma quando serviva anche molto rude, particolarmente attenta a rispettare i tempi e le fasi del romanzo. Ecco perché ogni tanto ho concesso degli sconfinamenti a Riccardo Graziosi – il personaggio principale di tutto il romanzo – nell’io narrante: perché servivano da un lato per allentare la tensione, per modulare il registro e i tempi della narrazione; dall’altro per offrire al Lettore una prospettiva differente, un’angolazione inedita almeno fino a quel momento. Come guardare la stessa scena da due posti diversi, dal di fuori e dal di dentro della camera da presa. Una concessione che riguarda solo Riccardo – quella dell’io narrante – perché sono le sue reazioni che interessano di più al Lettore, le sue angosce quelle che fanno più storia, il suo disagio quello che popola quasi tutto il romanzo. Trasferire questa prerogativa anche agli altri personaggi, aggiungere più voci all’identità narrante, avrebbe finito per confondere il Lettore: per questo non l’ho fatto.

La scrittura de “La rampicante” è una scrittura molto accurata, su questo non v’è dubbio… almeno da parte mia. Nel senso che io so quanto tempo abbiamo passato, io e la mia bravissima editor Alessandra Minervini, a curare questi aspetti, i suoni e le immaginazioni a cui riconducevano la voce narrante. E la scrittura ne ha risentito, in buona parte, in maniera assolutamente positiva mi pare di capire dai giudizi che stiamo raccogliendo. Consegnando al romanzo pagine che, mi permetto di dire, sono davvero molto armoniche. Può darsi che questa sia proprio una caratteristica della collana Medusa diretta da Alessandra Minervini, non saprei dire perché non ho letto tutti i titoli pubblicati ma alcuni di essi: ma il comune denominatore è certamente la cura della narrazione, la particolare attenzione – quasi artigianale, direi – prima ai dettagli e poi all’insieme. Al punto che sono orgoglioso di far parte di questa collana. Per tutto il resto però, per le caratteristiche specifiche e soprattutto per l’identità della scrittura che sintetizza i libri usciti nelle Meduse, credo sia meglio chiedere direttamente ad Alessandra Minervini e all’Editore Giorgia Antonelli.

 

E allora facciamo intervenire l’editor di “La rampicante”: Alessandra Minervini, per raccontare “Meduse”.

o-ALESSANDRA-MINERVINI-facebookLe meduse sono la prima collana di narrativa italiana nata per Liberaria, in qualche modo rappresentano il marchio di fabbrica della casa editrice. Di questa collana fanno parte autori e autrici, esordienti e non, che prima di tutto possiedono una voce potente, una lingua propria che li identifica. L’attenzione che rivolgo alla ricerca e alla valorizzazione di queste voci si concentra sulla scrittura. Non tanto sull’originalità, che ritengo un mito superfluo, ma l’unicità. Solo Grittani poteva scrivere “La Rampicante” così come solo Menzani poteva generare i suoi racconti o Pecere la sua “Vita Lontana”. L’ambizione che ripongo in ogni pubblicazione è quella di far riemergere una tradizione italiana di scrittori e scrittrici che nella parola non vedano un mezzo ma un modo di vivere. Le Meduse raccontano storie totemiche, come avveniva in passato per Pavese, Calvino, Tondelli, Morante, Sapienza, Ortese. Pungono senza accorgersene e lasciano segni che nel tempo, all’improvviso, riaffiorano facendo delle loro storie feroci e delicate cicatrici di un immaginario collettivo.

Nel ringraziare Alessandra della sua consueta acribia e puntualità, torniamo a Davide con l’ultima domanda.

Nulla è lasciato a caso nel tuo romanzo, ma tutto studiato e architettato nei minimi particolari. Anche i casi imprevedibili come il terremoto, che darà lo scossone definitivo alla vicenda, mettendo alla prova i personaggi e costringendoli a decisioni definitive. Il romanzo è infatti ambientato nelle Marche, in uno dei tanti paesi dell’Appennino, in cui la modernità e l’ancestrale convivono e spesso cozzano tra di loro. 

Raggiunta una vetta di modeste dimensioni, sotto i loro occhi comparve una campagna disegnata dai pastelli di un dio e insozzata dagli eccessi degli uomini. una tavolozza biblica a cui era stata aggiunta una infinità di attrezzi inutili, pale su pale che impedivano di scandirne i confini, di guardare l’orizzonte senza essere interrotti. 

Trapiantare la storia di Riccardo ed Edera in un territorio che non ti appartiene a quale esigenza narrativa è legata? Cosa rappresentano i paesaggi e i profumi marchigiani nell’economia della vicenda? O la scelta è legata alla necessità come scrittore di allontanarti da ciò che ti è famigliare?

Davide GrittaniLe Marche hanno fatto parte, molti anni fa, della mia vita. Ci ho praticamente vissuto per quasi tre anni, e da allora ci sono sempre tornato, tutte le volte che ho potuto. Le Marche si prestavano, perfettamente direi, al romanzo che avevo in testa e che poi ho scritto. Questa idea di vita vissuta un po’ di lato, rispetto al chiasso e al clamore di oggi. Questa gente così fiera e così misteriosamente silenziosa, della quale non si sa quasi niente. Queste terre così belle e complicate, così poetiche ma anche così pericolose visti i fenomenici – su tutti quello sismico – che le attraversano. Insomma, per moltissimi aspetti mi sembrava che le Marche contenessero l’esigenza di magia e gregarietà dell’edera, sposassero a pieno la parabola della rampicante. Dei Marchigiani si sa poco, si conosce poco e si intuisce ancora meno. Questa vita condotta di nascosto, assomiglia molto alla vita della rampicante. Questa pianta che cresce nonostante nessuno si chieda come fa, nonostante nessuno si occupi di lei, nonostante molte volte per estirparla si riversino su di essa secchiate d’acqua, acido, sabbia e talvolta anche di cemento. Ecco, la sua resistenza è innanzi tutto una lezione: nulla dipende veramente da noi, nemmeno quello che siamo certi di poter controllare. E il cammino della rampicante, quello dell’edera in particolar modo, era lì a ricordarmi che la casualità non esiste. Ma che, come dice Seneca, la fortuna non è altro “che l’esatto momento in cui il talento incontra l’occasione”. Le Marche sono quasi casa mia, ci torno ogni volta che posso, che ne sento il bisogno. Per un Pugliese come me, descrivere questa terra non è stato un sacrificio ma un desiderio. E chi ha letto il romanzo, sa che più che una terra … il romanzo descrive un carattere antropologico, un modo di essere e di stare dentro al mondo. Il modo dei Marchigiani. Ecco, per La rampicante, penso che l’unico posto in cui potevano stare i miei personaggi… sono appunto le Marche.

Potenza, 25 gennaio 2019Se foste nei dintorni di Potenza venerdì 25 gennaio alle 18.30, vi aspettiamo con Davide Grittani alla Libreria Ubik per continuare ad approfondire le tante tracce di “La Rampicante”.

 

Chiacchierando con… Davide Grittani