di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

 

“Personalmente non coltivo il mito dei librai. Spesso sono l’anello debole del circuito del libro”, così ha scritto, recentemente, Antonio D’Orrico su Sette gettando una bella secchiata di aceto e fango contro i Librai.
Sono tanti anche gli scrittori e gli editori che non amano i librai! Se poi quel libraio è presenzialista, e si sbraccia e si agita, per vendere qualche copia in più, è pure parecchio malvisto.
Mentre leggevo questo passaggio del critico del Corrierone nazionale, mi é tornata in mente la faccia schifata che avevano nei miei riguardi, durante una presentazione, una grande scrittrice e un grande scrittore e poeta, entrambi molto lodati dalla critica. Mi guardavano dall’alto della loro spocchia, come se io fossi un pezzo di merda. Tutta gente che non ha mai lavorato e non sa cosa é la fatica fisica. La fatica che si fa a tenere in piedi una libreria per evitarne la chiusura. Gli sforzi che occorrono per resistere e provare, tra mille difficoltà e con diversi Eventi, a creare luoghi di aggregazione sociale e culturale, avendo contro anche chi si occupa di Cultura in quella città.
Lo sapete che, spesso, i primi a disertare gli Eventi di una libreria sono gli Scrittori e i Poeti del posto? La gente che fa cultura. E lo dichiarano apertamente. Anzi se ne fanno, spudoratamente, un vanto pure sui social… La settimana scorsa sotto un mio post su facebook, uno di questi ha scritto che una libreria come la nostra preferisce, con consapevolezza, non frequentarla. Abbiamo molto rispetto per la libertà e le scelte di chiunque, ci mancherebbe altro. Sono gli attacchi gratuiti a chi si spacca in quattro che non sono graditi, Creare una comunità di lettori intorno al libro non è semplice. E i librai, in giro per il paese, questo fanno. Spesso sostituendosi agli assessorati alla Cultura.

Savarese ai Diari

Sabato scorso, tanto per dire, avevamo la libreria stracolma. La comunità dei nostri lettori ha scelto, ancora una volta, di affollare Borgo Santa Brigida. Presentavamo Eduardo Savarese con “Le cose di prima” e la libreria era piena come non mai di lettrici e lettori. Sono tantissime, da cinque anni, ormai, le persone che hanno scelto questo luogo fisico, a Parma, come punto di aggregazione per scambiarsi opinioni e condividere momenti. Il filo che ci unisce ed aggrega sono solo i libri ed è molto bello potersi confrontare in questo modo e con passione. Il mio collega Giorgio di Rovereto sotto una foto della sua libreria Arcadia, strapiena di gente, qualche giorno fa scriveva che è questa “comunità di lettori che fa della libreria un posto migliore, un posto dove le idee circolano e di odio non si sente il bisogno”. Io ho pensato alle sue parole nel vedere tutta quella gente rapita dalle parole di Eduardo Savarese sulla Fisica, la Spiritualità, i Diritti e le possibilità che dona la scrittura. Ho pensato alle parole di Giorgio e al lavoro che fanno tanti librai come Me, Alice, Giorgio, Nico, Arturo, Veronica, Carla, Fabrizio, Andrea, Chiara, Remo, Salvatore, Gaia, Donato, Paola, Elena, Mauro, Viviana, Laura, Maurizio, Daniela, Laura, Simona, Barbara, Simona, Rimedia, Claudio, Sabina e tanti altri librai … con buona pace di quell’arrogante di Antonio D’Orrico!

CI MANCAVA SOLO D’ORRICO, ED E’ ARRIVATO!

Anche suggerire libri non è una cosa che viene molto apprezzata. “Pensa a vendere libri” mi disse un collega di D’Orrico qualche mese fa… e invece io sono ancora qua con il mio Zaino a proporre Eventi e a suggerire letture che loro non farebbero mai….
La Grande stagione degli Eventi ai Diari è iniziata proprio con la presentazione del libro, edito da Minimum Fax, di Eduardo Savarese.

Eduardo Savarese, classe 1979, magistrato napoletano e studioso di diritto internazionale è autore di racconti e romanzi molto sensibili al tema della identità sessuale e della condizione degli omosessuali in Italia. Per le edizioni e/o ha pubblicato i romanzi “Non passare per il sangue” (2012) e “Le inutili vergogne” (2014), e nel 2015 un saggio-racconto sul complesso e frastornato rapporto tra Chiesa e omosessualità dal titolo “Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma”. Molto impegnato nel sociale, tiene un corso di scrittura creativa per diversamente abili presso l’associazione Onlus A Ruota Libera. Non solo si occupa del mondo della disabilità ma è impegnato anche sui temi del fine vita. Come magistrato e docente di diritto internazionale ha approfondito la questione del suicidio assistito, partecipando a tavole rotonde con Beppino Englaro e Mina Welby. Collabora con diversi giornali, ed è uno di quei personaggi tipicamente scomodi perché non ha paura di dire ciò che pensa. È anche da questa esperienza personale che trae ispirazione il saggio-racconto “Il tempo di morire. Breve esortazione per una cultura della morte”. Ed è proprio dal suo impegno civile che nasce il libro “Le cose di prima”.

Nella vita di Simeone, un adolescente colpito da distrofia muscolare, i tratti del melodramma sembrano aver preso il sopravvento. La malattia si rivela in tutte le sue penose limitazioni e in tutti i suoi contrasti – l’inerzia forzata e il desiderio di crescita, il bisogno di essere amato e il decadimento che inquina la dinamica dei sentimenti, l’incolpevolezza e il peso delle fratture causate ai rapporti familiari – mentre le «cose di prima» appaiono ormai improbabili e quasi esotiche. Sul suo palcoscenico la madre è un contralto, la voce stanca e nevrotica di chi vorrebbe riprendere a vivere ma non ci riesce. Pierotta, soprano, è la ragazza depressa e instabile con cui Simeone duetta. Filippo, il baritono, è il professore che gli illustra i misteri della fisica quantistica, nei quali è forse annidata una speranza di salvezza. Il grande assente è il tenore, Thomas, il padre di origine siriana che lo ha abbandonato: è il suo abbraccio che Simeone non smette di rincorrere per sapere se è un disertore o un eroe, e se davvero esistono legami così forti da ridefinire le leggi della fisica. Con una Gerusalemme innevata a fare da sfondo, a padre e figlio è riservato uno struggente atto finale.
Un adolescente segnato dalla malattia, deciso a rincorrere l’ombra del padre che lo ha abbandonato, ma anche a colmare il bisogno di essere amato.Un romanzo con l’impianto musicale di un melodramma, con un atto finale ambientato in una Gerusalemme innevata. Perché, come scriveva Julian Barnes, soltanto il melodramma riesce ad andare dritto alla meta e a rammentarci l’essenziale.

Lo spazio dei suggerimenti nello Zaino lo apriamo segnalando che da poco è arrivata in libreria una nuova edizione di “Grazie per il fuoco”, La Nuova Frontiera, capolavoro di Mario Benedetti nella traduzione di Elisa Tramontin, con la postfazione di Andrea Bajani e la splendida illustrazione di copertina firmata da Irene Rinaldi.

Edmundo e Ramón Budiño: due generazioni a confronto sullo sfondo di un paese immobile e corrotto, che non è più quello del padre ma ancora non ha trovato il coraggio di diventare quello del figlio. Edmundo è un uomo arrogante, avido di potere e disonesto che opprime i figli e la moglie. Ramón, al contrario, è un quarantenne indeciso che sente il bisogno di cambiare le cose ma che fatica a trasformare i pensieri in azioni. Per uscire da questo vicolo cieco e per restituire al figlio Gustavo i sogni e la speranza che lui stesso non riesce più a coltivare, Ramón decide di commettere un atto estremo: uccidere suo padre. Benedetti, grande cronista dell’animo umano, ci svela quell’inestricabile groviglio di delusioni e speranze che chiamiamo vita.

Padre e figlio, un binomio romanzesco inossidabile. Il conflitto senza quartiere tra il padre e il figlio, tra la virile e brutale autorità del padre e l’irresolutezza rinunciataria del figlio, un topos obbligato. Che rinasce, rifiorisce, acquista vita e doloroso nitore quando ad affrontarlo è un gigante come l’uruguayano Mario Benedetti.

Continuiamo con un suggerimento speciale “Chiedi a papà” di Jan Balabán nella traduzione di Alessandro De Vito, pubblicato nella collana NováVlna da Miraggi Edizioni.

«NováVlna» è la nuova collana italiana di letteratura ceca di Miraggi Edizioni e prende il nome dalla “Nouvelle Vague” cinematografica ceca degli anni della Primavera di Praga.
In passato come oggi la letteratura ceca è stata molte volte portatrice di freschezza e innovazione, col suo carattere ironico, grottesco e surreale, e la capacità di immergersi nelle profondità esistenziali. Questo carattere di “nouvelle vague permanente” è disseminato in tutta la sua storia: alle opere di nuovi autori si affiancheranno in un progetto organico recuperi di testi preziosi ingiustamente dimenticati e altri incredibilmente mai giunti al pubblico italiano.

Jan Balabán, morto prematuramente a 49 anni nel 2010, è stato e resta una delle voci migliori e più forti della letteratura ceca contemporanea. Accostato a Milan Kundera e Jachym Topol, è nato e vissuto nella zona mineraria di Ostrava, molto diversa dalla “Praga d’oro” che tutti conosciamo, è autore di svariate raccolte di racconti e di due romanzi, ed è stato definito un esistenzialista con una ispirazione cristiano-evangelica di fondo. Autore premiato due volte con il Magnesia Litera nel 2005 e nel 2011, tradotto all’estero in 10 lingue,con questa opera viene per la prima volta tradotto in Italia.

I fratelli Hans, Emil e Katerina devono far fronte, come la loro madre Marta, alla malattia e alla morte di una persona cara, il padre, il medico Jan Nedoma (che significa “senza casa”: nessuno in questo mondo è realmente a casa). Tutti e quattro si trovano a fare i conti con se stessi e i propri ricordi, e a far fronte alle accuse postume di complicità con le autorità comuniste mosse a loro padre da quello che un tempo era il suo migliore amico. Si tratta di un’amara ironia, “chiedere papà come siano andate davvero le cose” non è più immaginabile né possibile.
Il romanzo di Balabán è pervaso di domande che riflettono sul senso, sulla qualità e sul percorso della vita umana, sui rapporti famigliari, sulla malattia e sulla morte, e su quel che resta dopo. Con un’immediatezza straziante, che porta in sé una dimensione di meditazione e un’urgenza di espressione interiore concreta, l’autore descrive in modo estremamente preciso l’aspetto tragico del destino individuale che tende inesorabilmente al suo punto finale. Non è forse vero che è dalla nascita che si comincia a morire? E nel frattempo, che cosa facciamo, che cosa siamo?

Altra novità di NováVlna: “La corsa indiana”, libro d’esordio di Tereza Boucková, con la traduzione dal ceco di Laura Angeloni, romanzo breve (o racconto lungo), fu pubblicato per la prima volta nel 1988 in un’edizione samizdat e vinse nel 1990 il prestigioso premio letterario Jiří Orten. 

Con una prosa vivace narra in modo originale, in prima persona, la vita della protagonista dalla nascita fino all’età adulta. Quando l’autrice è la figlia di Pavel Kohout, noto intellettuale dissidente e firmatario di Charta 77, scrittore e drammaturgo,attivo nel circolo delle persone più in vista dell’underground di quegli anni, una storia autobiografica non è esattamente quel che si dice un racconto innocuo, specialmente se la narrazione si attiene ai fatti accaduti non risparmiando le personalità più note (nel racconto compare, col nomignolo di Monologo, anche l’ex presidente Vaclav Havel che la Bou?ková ha avuto modo di conoscere da vicino), pur celandole sotto ironici soprannomi.
Una scrittura catartica che ripercorre l’infanzia vissuta con la madre Alfa e i due fratelli Luna e Raggio di Sole, dopo che il padre, qui chiamato l’Indiano, li aveva abbandonati per trasferirsi all’estero con Musa, la sua nuova donna, dimostrando verso di loro un disinteresse quasi assoluto. E poi la giovinezza, gli amori e le difficoltà della madre Alfa, il matrimonio, la ricerca disperata di un figlio. Infine l’adozione di due bambini, le gioie e difficoltà della nuova vita, e finalmente, inaspettato, un ventre che germoglia.

In libreria sono arrivati i “Racconti Di Pietroburgo” nelle edizioni Marcos y Marcos: intrise di grottesco e fantastico, ritornano le storie di uno dei più grandi della letteratura russa, Nikolaj Gogol’.

Paolo Nori ha scritto che “non esistono disintossicanti per Gogol’. Così accade che, periodicamente, nella vita, veniamo accolti da un attacco di leggere i russi”. E questa nuova edizione dei “Racconti di Pietroburgo”, con una splendida copertina di Vendi Vernic (“Mattino d’inverno a Pietroburgo“), risponde prontamente a questo bisogno di leggere i russi. Cinque capolavori che fanno ridere e piangere, nella nuova vivissima traduzione di Paolo Nori. Nabokov li definì “comici e stellari”. Un cappotto, un naso, un matto, un ritratto e la strada più famosa di Pietroburgo: questi sono solo alcuni dei protagonisti delle memorabili avventure narrate da Gogol. I cinque racconti che compongono la raccolta offrono una panoramica perfetta dello stile satirico-grottesco di Gogol’, grazie alle storie surreali di antieroi destinati allo smarrimento esistenziale, tratteggiati sempre con un’ironia e una leggerezza che colpiscono al cuore.
Considerato da molti il padre del realismo magico, qua presenta in nuce tutto quello che la letteratura russa diventerà nei decenni a seguire (“Siamo tutti nati dal cappotto di Gogol”, diceva Dostoevskij, e come dargli torto), dalla rappresentazione fedele, realistica ed empatica di ogni tipo di umanità, alla comicità più favolistica. Queste avventure al limite fra sogno e realtà sono accomunate dall’ambientazione pietroburghese che offre all’autore la possibilità di dipingere una società urbana allucinata, prigioniera delle proprie paure e delle proprie fantasie.

È tornata in libreria anche Annie Ernaux con “La vergogna”, L’orma editore nella traduzione di Lorenzo Flabbi.

Yvetot, giugno 1952. L’universo del bar-alimentari dell’infanzia di Ernaux viene sconvolto da un episodio terrificante: durante una lite il padre cerca di uccidere la madre, salvata forse solo dal provvidenziale intervento della figlia dodicenne. Attraverso il quotidiano confronto con le compagne di scuola, tutte borghesi, il rapporto con il mondo di provenienza – violento, contadino, operaio, non istruito – adesso si incrina. Lo «sguardo degli altri» si fa d’un tratto macigno, capace di schiacciare ogni slancio e condizionare ogni gesto. E’ il libro in cui, come non mai, Ernaux affronta di petto l’indicibile: il trauma e la vergogna che hanno acceso in lei il desiderio di ribellarsi e di scrivere.Romanzo dell’infanzia e dei suoi abissi, ”La vergogna“ ricostruisce con spietata lucidità una presa di consapevolezza: quella di una bambina di dodici anni testimone della «scena» spartiacque, rimasta a lungo indicibile, che le fa scoprire di colpo di essere dalla parte sbagliata della società. Inventariando i linguaggi, i riti e le norme che delimitavano il suo pensiero e la sua condotta di allora, Ernaux sprofonda nella memoria intima e collettiva – fatta di usanze, espressioni e modi di dire – e scompone l’habitat del mondo in cui era immersa: la scuola privata, i codici della religione cattolica, il culto della «buona educazione», le leggi non scritte ma inviolabili della gerarchia sociale.
Come nessun altro, Annie Ernaux riesce a mettere a fuoco con bruciante distacco – da esemplare «etnologa di se stessa» – la più indifesa delle età, raccontando quel violento e reiterato sconcerto che è l’ingresso nella vita adulta.

Un Consiglio di lettura particolare “Catalogo delle religioni nuovissime”, Quodlibet, di Graziano Graziani.

Ogni anno in giro per il mondo spuntano nuove religioni come funghi. In questo libro Graziano Graziani ne ha catalogate e raccontate quarantadue, tra le più sorprendenti: si va dalle religioni parodistico-paradossali come il Pastafarianesimo, i cui adepti adorano un essere superiore (il «Prodigioso Spaghetto Volante») alla Chiesa del Giovedì Scorso, che sostiene, con irreprensibile argomentazione logica, che Dio ha creato il mondo giovedì scorso; dalle religioni pop (il Googleismo, l’Iglesia Maradoniana) a quelle di natura artistica (la Chiesa di John Coltrane), o contestatrice (il Kopimismo, la Chiesa dell’Eutanasia). Ma anche le religioni più serie, come quelle generate dalla scienza (la Religione della Scienza o il Cosmismo) e dalla politica (il Culto di Putin), sono parodie; e forse nel mondo secolarizzato finiscono per esserlo anche quelle tradizionali. Oltre a contenere storie buffe e curiose, questo catalogo ci porta a riflettere sul persistere del fenomeno religioso nel mondo dominato da scienza e tecnica, nonché sulle questioni di diritto che la pluralità religiosa pone a uno Stato laico.

Graziano Graziani è nato a Roma. Oltre a essere uno dei conduttori di Fahrenheit (Radio 3), ha realizzato documentari e programmi per Rai 5. Collabora con «Lo Straniero», «Il Tascabile» e «Minima&Moralia». Scrive di teatro contemporaneo, come critico, o almeno ci prova. Ha pubblicato il romanzo “Esperia” (Gaffi, 2008), la Spoon River romanesca dei “I sonetti der Corvaccio” (La camera verde, 2011).
Per Quodlibet Compagnia Extra ha pubblicato nel 2015″ l’Atlante delle micronazioni”. Un libro che offre finestre sullo sconosciuto universo geopolitico e finanziario che ci gira attorno.

Di motivi per fondare una nazione ce ne sono tantissimi: idealismo, goliardia, politica, evasione fiscale.Qui si raccontano i casi più strani e suggestivi di una pratica molto più diffusa di quanto ci si immagini, dichiarare l’indipendenza di una microscopica parte di territorio e proclamarsi re o presidente, almeno in casa propria. Pochi sanno, ad esempio, che oltre a San Marino e al Vaticano, esistono in Italia un paese e un’isoletta che vantano la sovranità assoluta sui propri territori, sulla base di diritti acquisiti prima dell’unità d’Italia; o che in Australia è stata fondata una nazione per tutelare i diritti degli omosessuali, mentre in Africa e in Sud America alcuni «stati inesistenti» hanno dichiarato l’indipendenza al solo scopo di emettere buoni del tesoro fittizi. Questo libro vuole essere un atlante di storie e personaggi, una geografia di luoghi a metà strada tra realtà e immaginazione e che spesso si dissolvono con la scomparsa del loro fondatore. Piccole epopee che, nel bene e nel male, portano al parossismo l’irriducibile voglia di indipendenza e autonomia dell’uomo.

Questo Atlante raccoglie le storie e le schede geografiche di paesi minuscoli che nessuno ha mai riconosciuto: le micronazioni. Di che tipo di entità politica parliamo? Secondo Wikipedia, una micronazione è “un’entità creata da una persona, o da un piccolo numero di persone, che pretende di essere considerata come nazione o stato indipendente, ma che tuttavia non è riconosciuta dai governi e dalle maggiori organizzazioni internazionali”. Che cosa la rende diversa, allora, da una secessione non riconosciuta come Somaliland o la Transinistria, o dal principio di autodeterminazione dei popoli? Il fatto che non ci sono popoli da autodeterminare, innanzitutto, perché le micronazioni coinvolgono un numero limitato di persone; la loro estensione territoriale generalmente molto limitata; a volte, la loro natura eccentrica.

Nello Zaino di Antonello: CI MANCAVA SOLO D’ORRICO, ED E’ ARRIVATO!