scalinata di Trinità dei Monti

– Ci saremmo incontrate… sulla scalinata di Trinità dei Monti, le cupole di Roma davanti a noi. Per me l’immagine dell’apertura mentale si trova lì.

Pura invenzioneNon posso che rispondere con un luminoso sorriso di consenso a Lisa Ginzburg, e seguirla idealmente in uno dei luoghi in cui Roma è più se stessa per chiacchierare di “Pura invenzione”, il nuovo libro da pochi mesi in libreria.

Quando ero una studentessa liceale, scrissi per l’Annuario della mia scuola un pezzo sulla mia scrittrice del cuore, che consideravo più ancora di una maestra di vita, una guida, a tratti un alter ego, un modello inarrivabile. Non lo rileggo da allora, ma lo considero ancora oggi un battesimo in una vocazione che sentivo intimamente mia: scrivere di libri. Quando nel 1999 uscì in libreria “È difficile parlare di sé”, scrissi all’Einaudi perché mi sarebbe piaciuto far arrivare a Lisa Ginzburg, che era curatrice del volume insieme a Cesare Garboli, una copia dell’Annuario del Liceo Classico “M.T. Cicerone” di Sala Consilina (SA) con il mio ritratto in soggettiva di Natalia Ginzburg. Potete quindi immaginare con quale emozione quella giovane studentessa, che ancora vive in una parte recondita ma fondante della donna che oggi sono, si è accinta a chiacchierare con Lisa Ginzburg, e come per me la chiacchierata che segue sia la quadratura del cerchio.

Quindi prendo fiato e comincio con la prima domanda.

Dopo aver letto “Pura invenzione” con una certa frenesia, ho sentito il bisogno di rileggerlo con calma per concentrarmi sull’acutezza e la lungimiranza di certi passaggi; per collegare meglio il personale della tua autobiografia, che è una traccia da seguire nel libro, all’elemento letterario che sostanzia la scelta del romanzo “Frankenstein” di Mary Shelley; per cogliere appieno quelle “risonanze” che sono alla base della felicità che la lettura del romanzo suscita in te, che non ami i racconti dell’orrore, né le storie di fantasmi, e tantomeno i romanzi gotici; per ritrovare in alcune riflessioni di poetica e di apprendistato gli echi della scrittrice matura che ho apprezzato in “Per amore” sempre per Marsilio (QUI la mia lettura del romanzo).

Vorrei partire dalla scelta dell’opera per la collana PassaParola diretta da Chiara Valerio, in cui al momento Tu, Michela Murgia e Alessandro Giammei avete risposto alla provocazione della curatrice di raccontarvi attraverso il romanzo che vi ha cambiato la vita.

Scrivi che il libro di Mary Shelley non ti attira per il libro colto che è, ma 

per quanto avviene sottotraccia, prima ancora, quasi, della scrittura. […] Trasfigurazione in storia piena di vita di un intreccio disseminato di morte, cadaveri, uccisioni.

È ciò che ammiri in “Frankenstein”, o è la risonanza che la scrittura di Shelley suscita nella tua? Oppure tra voi due opera soltanto un’identificazione istintiva, come l’hai definita nel libro?

Lisa GinzburgTra le molle « scattate » per farmi scegliere “Frankenstein” , la prima risonanza ha certamente riguardato l’atmosfera del romanzo. Un racconto tetro ma reso con una lingua invece felice, ricca di immagini della natura, e per quello luminosa. Trasfigurare il senso di morte, costellandolo di sentimenti e momenti vivi, della vita: questo mi parlava da molto vicino. Anche per motivi personali; ho conosciuto anni di dolore per grandi perdite, la necessità di riscrivere la mestizia e trasporla su un piano di creatività mi apparteneva. E qui è scattata la seconda molla, ha vibrato la seconda risonanza. Il mondo creativo di Mary Shelley, la sua personalità di scrittrice pronta a tutto pur di fare intorno silenzio così da potersi mettere in ascolto della sua propria voce, di nient’altro che quella. Questo pure mi parlava, si rivolgeva a qualcosa di intimamente mio. C’è una forza magnetica nell’immagine di questa ragazza diciannovenne che rispondendo alla sfida di una scommessa letteraria si mette a scrivere, tutta tesa a decifrare un suo incubo notturno, una visione che l’ha rapita e poi lasciata con quella stessa forza spasmodica che può essere di un abbraccio della Creatura. Spasmodica e rapinosa: un singulto, ma un singulto potente.

Mary Wollstonecraft Shelley (1797 - 1851), British writer best known for 'Frankenstein', and second wife of poet Percy Bysshe Shelley.    (Photo by Hulton Archive/Getty Images)
Hulton Archive/Getty Images

…la stessa forza magnetica che percorre “Pura invenzione”, che non è un semplice memoir (d’altronde non potrebbe esserlo già solo per l’idea da cui nasce Passaparola), ma anche un trattato di poetica “romanzato”, perché attraverso il racconto del libro straordinario che Mary Shelley è riuscita a scrivere facendo il silenzio intorno a sé, inseguiamo anche la scrittrice che sei alla ricerca della sua voce e del suo posto, in mezzo a tante sollecitazioni e parole, esperienze e studi.

Mi è sembrato che un altro punto di contatto tra te e Mary Shelley fosse di poetica e vada riscontrato nell’invenzione.

Costruire un romanzo può segnare la via d’uscita da un senso di mancanza. Creare salva: più di qualsiasi incontro, più di ogni altro rimedio, la pura invenzione libera, cura. Inventare, trasfigurare: ecco cosa davvero può condurre alla fine di una notte.

Questa lucida e nello stesso tempo accorata professione di poetica riguarda Mary Shelley o Lisa Ginzburg, o entrambe? In quest’ultimo caso, segna un’affinità o una divergenza? Cosa distingue e aggiunge l’aggettivo “vera”: che differenza c’è tra l’invenzione e una PURA invenzione? Come va interpretato quell’aggettivo: in senso rafforzativo, o etico, o letterario?

Lisa Ginzburg« Pura », riferito all’invenzione, io l’ho inteso in senso assolutamente rafforzativo. Invenzione pura è quando la realtà l’hai compresa a fondo, l’hai assimilata, e puoi liberartene. Puoi trasfigurare, inventare. Perché accada, le parole devi ritrovarle nuove, dentro di te, non quelle ascoltate o imparate da altri. Mary Shelley in questo l’ho sentita vicina; assurdamente, perché si tratta di sintonie spropositate, impossibili quanto forti, che travalicano gli ordini di grandezza di calibro e tempo, mentre su un piano di lettura interiorizzato, subconscio, risultano invece del tutto verosimili. Assurdamente dunque, eppure l’ho sentita proprio vicina. Vicina in quella necessità imperiosa di svincolarsi dai pesi dell’intelletto. Disfarsi delle griglie mentali imposte dal pensiero quando lavora troppo, quando vuole sostituirsi alla vita. Abbandonare un orizzonte tutto teorico, e dedicarsi invece alla fantasia, lasciarsene guidare. Ho avuto due genitori intellettuali, sino ai trent’anni ho fatto studi di filosofia teoretica occupandomi di questioni astruse, contorte. Un eccesso di lucidità logica, deduttiva e non intuitiva, è il mio nemico. Ragionare e non sentire, non abbastanza. Quello per me l’ostacolo da aggirare, qualcosa che intralcia il mio scrivere e forse la mia vita. Perché scrivere narrativa è tutt’altro: è fidarsi di intuizioni sottili, o evidenti, comunque forti e segrete. In “Frankenstein”, la cosa straordinaria è che la pura invenzione scaturisce da una visione notturna, da un’immagine onirica potentissima. La pura invenzione è alla notte che si affida, a ombre e chiaroscuri. Vai dietro a quei chiaroscuri, a certe immagini, ti addentri, segui scene e personaggi. Inventi: che è un atto etico, anche. Ed è una genesi che ha molto più in comune con la poesia che non con l’intelletto. Mary Shelley bambina ascolta Coleridge leggere i versi de “La Ballata del vecchio marinaio”, percepisce la vastità di un mondo poetico lontano dai discorsi di filosofia e politica. Per me bambina, i romanzi sono stati la salvezza: liberarsi da un ticchettare di intelligenza che mi schiacciava. Con i romanzi le passioni diventavano carne, e non solo idee difficili e stancanti. La portata liberatoria in termini di autoaffermazione della Mary Shelley che inventa il suo romanzo è un atto rivoluzionario, come lo è una pura invenzione. Questo mi ha parlato in profondità.

Frankenstein

Frankenstein è dunque il racconto di una Creatura sabotata dal suo creatore, laddove il romanzo che ne porta il nome è vicenda di un creatore oscurato (sorpassato) dalla sua Creatura.

Anche in questo caso c’è una risonanza profonda con te, apparentemente in opposizione:

Il mio nome era nel mondo; tutto il resto sarebbe venuto.

Questo è uno degli insegnamenti più brucianti che racconti nel libro, che contiene dentro di sé una rinascita, una scoperta e una rivelazione. Poi continui:

Per Frankenstein accade l’inverso.

Il Mostro non ha nome, (anche se poi per capriccio e ironia della letteratura gli verrà attribuito quello del suo creatore che un nome non ha voluto dargli); il romanzo Frankenstein circola a lungo senza il nome della scrittrice, e alla base della riconciliazione con te stessa c’è la consapevolezza che il tuo nome è nel mondo, un nome importante, talvolta ingombrante eppure insostituibile per te.

Quale importanza riveste il nome per Lisa Ginzburg e in che senso quello che accade a “Frankenstein” è l’inverso di quello che è accaduto a te?

Lisa GinzburgUn nome non sempre è cosa siamo. Una persona è molto più del suo nome, ma a tutti è dato nascere e crescere sviluppandosi all’ombra di un nome. Non succede al Mostro. Il Mostro un battesimo lo vorrebbe così come vorrebbe un amore; perché così come uno sguardo altrui posato su di noi, anche possedere un nome è una sponda di realtà, una prima definizione. Da quella sponda, staccarsi, nuotare, esistere. Se il nome che porti è importante, noto, diventare quel che senti di essere può risultare un cammino difficile. Hai assorbito nel corso del tempo tante proiezioni. Sei stata un simbolo agli occhi di certi, un vessillo per altri. Hai sorriso un po’ finta sforzandoti di corrispondere ad aspettative che non erano le tue. E i simboli li si usa: e un nome “importante” evoca manipolazione, utilizzo, dinamiche mai lontane da rapporti di forza, subiti o esercitati che siano. Per il Mostro sentirsi vittima di manipolazione sta nel proprio anonimato, ma alla base lo schema è lo stesso di chi si trovi in una situazione opposta, quella di voler essere malgrado il nome, al di là di quello. Sono due rivolte interne altrettanto dolorose. “Vedimi per quello che sono”; “vedimi anche oltre il mio nome”. Richieste opposte ma emotivamente contigue. Identità che faticano a ripartorirsi oltre le definizioni, oltre le aspettative. “Osserva te stesso è la parola della serpe” ha scritto Kafka; una riflessione che nella mia lettura significa a che punto sia nello sguardo degli altri che incominci a essere te stesso per davvero. Quando non ti ossessiona più né il nome né la sua assenza, ma entri nella vita, nel flusso del mondo. Sguardi di reciproco riconoscersi, non solo proiettivo. La libertà – quella preclusa al Mostro – arriva allora. Quando l’insostituibilità di un nome si accompagna a una costruzione di sé, cessa la dipendenza da sguardi che non ci vedono.

 

Un libro, Frankenstein, scritto per vendetta contro un genitore geloso, insomma. Il punto invece non è lì. Quel che io vedo piuttosto, pagina dopo pagina, è il riflesso dell’ombra della madre. La centralità della sua assenza.

Sul tema della figura della madre, che si intreccia a quella del padre con una serie di rimandi e suggestioni, che tu poi trasformi in risonanze aggiungendoci la tua esperienza esistenziale, il tuo sguardo critico al romanzo di Mery Shelley apporta nuove illuminanti analisi, svelandone significati nascosti. Infatti “Pura invenzione” è insieme un memoir, un racconto e un saggio critico.

È stato difficile tenere insieme questi tre elementi: la tua presenza come personaggio del testo; il ritmo narrativo del libro che di fatto lo fa essere un racconto; la presenza di una parte critica e letteraria che potesse essere divulgativa ma anche innovativa sulla visione del romanzo ottocentesco prescelto?

Lisa GinzburgPer me quelli che tu metti a fuoco come tre aspetti di “Pura invenzione” – il suo essere insieme memoir autobiografico, racconto e saggio – sono del tutto interconnessi. Devo dire che la stesura di questo libro è stata fluida per quanto riguarda il tono generale, quella che si può definire la sua “impostazione”. In principio ho avuto qualche reticenza nell’inserire me stessa, nel mettermi in gioco in senso autobiografico. Superata quella esitazione, poi tutto è venuto naturalmente, secondo una serie di simultaneità che definirei felici. Parlavo di “Frankenstein” nel mentre trovavo modo di inserire il racconto di passaggi di tempo miei personali. E la pienezza del lavoro di scrittura proprio in quel doppio registro trovava senso. Tra  le definizioni di “memoir” e “saggio critico” mi trovo più a mio agio con la prima: non mi arrogherei il diritto di aver scritto un saggio, né mi interessa, perché le mie argomentazioni scaturiscono tutte da interpretazioni personali, non da studi rigorosi. Il punto di forza di una rilettura di un classico come quella suggerita dall’iniziativa di Passaparola, sta proprio nel suo essere una forzatura. Dove è l’arbitrio di una lettura personalizzata a fare da spartiacque, e rendere il mio un libro più che altro narrativo. Anche l’idea che vi sta al centro, della centralità della figura materna per Mary Shelley, è stata un’intuizione dettata da riverberi personali (il lutto per la morte di mia madre, in cui sono ancora completamente dentro). Assonanze che mi hanno fatto da guida, delle quali, come succede con certe intuizioni, ho solo dopo trovato successive conferme. All’inizio, di altro non si è trattato se non di pensieri fulminei, profondi perché molto intimi, echi privati lontani dalla sfera del ragionamento. 

« Tenere insieme » insomma è venuto spontaneo. Lo sforzo è stato casomai di montaggio, ma non di impianto.

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Anche l’impianto, la struttura portante di “Pura invenzione” è molto interessante. Dodici capitoli preceduti da un prologo. Ogni capitolo è dedicato a una parola, che rappresenta un tema con cui ti inoltri nei sentieri labirintici dell’immaginario di Mary Shelley.

Felicità

Rabbia

Asimmetrie

Notte

Kaos

Eros

Nessuno

Sogno

Terra

Errore

Inventare

Nascere

È un lusus con il lettore, un semplice gioco linguistico alla maniera di Lewis Carroll, o invece quel F.R.A.N.K.E.N.S.T.E.I.N. iniziale è stato una traccia, un modo per fare ordine e trovare un filo da seguire dalla prima all’ultima lettera?

Lisa GinzburgL’idea dell’acronimo F.R.A.N.K.E.N.S.T.E.I.N., e di suddividere il libro in capitoli è stata la prima che ho avuto in merito al lavoro da fare. Penso sia stato come tu dici per dare una forma, costruire sponde che potessero contenere e strutturare una materia molto complessa e incandescente come è quella del romanzo. Un “sillabario shelleyano”, come una bussola per orientarsi in un mosaico di temi altrimenti inafferrabile (nel senso che letteralmente non avrei saputo da che parte incominciare).

 

Per concludere davvero questa chiacchierata, ci racconti qual è stata l’occasione contingente per la quale ti sei trovata a contribuire alla nascita della collana PassaParola di Chiara Valerio per Marsilio?

Lisa GinzburgCon Chiara Valerio, che conoscevo appena, ci siamo trovate a parlare di “Frankenstein” una mattina presto a Piazza San Cosimato a Trastevere, a Roma. Della esiguità delle figure dei padri. Della labilità però feconda dell’essere figli. Temi importanti per me, che mi interpellavano; così quando poi la proposta di una mia collaborazione alla collana Passaparola si è concretizzata, non ho esitato ad accettare di scrivere di “Frankenstein”. Di nuovo a Piazza San Cosimato, in un incontro successivo ho sottoposto a Chiara Valerio l’ipotesi di una suddivisione secondo l’acronimo e dunque delle “12 variazioni”, e di lì il lavoro è incominciato, supportato dall’eccellente contributo redazionale di Claudio Panzavolta.

Ringraziandoti delle tue preziose domande, Giuditta, concludo la nostra chiacchierata dicendo che “Pura invenzione” segna un passaggio di tempo importante nella mia vita di lavoro. Un libro che marca un prima e un dopo. Data la vicinanza ai temi giganteschi e abissali di “Frankenstein”, forse non poteva essere altrimenti.

Chiacchierando con… Lisa Ginzburg
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