di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

Manifesti politici in Libreria

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Una libreria di progetto ha tra i suoi obblighi quello di fare buone proposte culturali e suggerire sempre libri capaci di innescare dibattito e pure discussione su valori civili e temi di scottante attualità. Una libreria di progetto prende posizione e suo modo fa politica con i suoi racconti dell’attualità.
Così Sabato 17 novembre abbiamo fortemente voluto il ritorno dello scrittore e antropologo e poeta Matteo Meschiari per la presentazione del libro “Bambini. Un manifesto politico”, Armillaria. A dialogare con l’autore è stato lo scrittore Antonio Vena. Una di quelle presentazione che un po’ sì, ti cambiano, se non la vita, il modo di guardare al mondo con occhi diversi.
Matteo Meschiari, già ricercatore in Discipline Demoetnoantropologiche, è professore associato in Geografia all’Università di Palermo. Studia il paesaggio in letteratura, la wilderness, il camminare, lo spazio percepito e vissuto presso varie culture di interesse etnografico. Ha pubblicato le sue ricerche con Sellerio, Liguori e Quodlibet. Nel 1997 ha fondato lo Studio Italiano di Geopoetica, affiliato all’Institut International de Géopoétique, creato dal poeta scozzese Kenneth White. Scrive testi di saggistica, narrativa e poesia. La geografia umana, l’antropologia dei mondi contemporanei e l’ecologia culturale sono al centro della sua scrittura. In questi anni, ha contribuito allo studio del concetto di paesaggio nella storia delle idee, nell’antropologia culturale, nelle scienze cognitive e in filosofia. In particolare è impegnato nella divulgazione in Italia della Landscape Anthropology anglosassone. Da una prospettiva evoluzionistica, cognitiva e culturale, ha studiato il modo in cui la pressione ambientale e le strategie di caccia e raccolta hanno contribuito a sviluppare in Homo dei moduli cognitivi paesaggistici, e ha scoperto come certi schemi mentali finalizzati all’orientamento e alla comprensione dell’ecosistema sono riutilizzati per organizzare culture, lingue, riti e cosmologie.

Perché bambini? Perché è tempo di svegliarsi. Perché per disinnescare la forza eversiva dell’infanzia, la biopolitica famigliare e sociale non si limita a intervenire in età scolare e prescolare, ma risale alle fasi precoci: svezzamento, parto, gravidanza. Assimilato a un pet da investire di cure, deresponsabilizzato rispetto a corpo, alterità e ambiente, iperresponsabilizzato come un piccolo adulto, il bambino è onnipresente a livello mediatico ma è il perenne assente politico. La delega elettorale scoraggia la partecipazione diretta, i guru dell’azione paralizzano l’individuo con macroproblemi inaffrontabili. È probabilmente arrivato il momento di elaborare delle tattiche di resistenza domestica, di ripensare l’idea di comunità a partire dal bambino. Perché concentrarsi sui piccoli di Sapiens non significa propugnare un’assurda bambinocrazia o avallare una retorica del futuro a tutti i costi, ma vuol dire selezionare un tema sociale occulto, esplorarlo, metterlo a nudo, per criticare i fondamenti di un’ideologia totalitaria. La nostra.

Di recente è stato appena pubblicato sempre di Meschiari anche “Nelle Terre Esterne”, Mucchi Editore.
In che modo un’opera letteraria può arricchire la riflessione geografica?In che misura lo sguardo che ha uno scrittore sul paesaggio può fare luce sulle prerogative spaziali di Homo sapiens? Da tempo si insiste sul contributo che può dare la geografia all’interpretazione del testo o alla ridefinizione del canone e della storia della letteratura. Atlanti e cartografie letterarie, narrazioni spaziali, libri-paesaggio, eterotopie, distopie, palinsesti letterari e palinsesti geografici, mappe come testo e testi come mappe, parchi letterari e geositi culturali: qual è la struttura che connette queste esperienze di geografia più o meno intuitiva? Per rispondere, per cercare le tracce di Homo geographicus in autori come Sbarbaro, Calvino, Biamonti, Manzoni, Stoppani e Gadda, bisogna operare un’inversione di paradigma. I testi letterari, per quanto siano la cristallizzazione artistica di un io e di un’epoca, sono comunque degli etnotesti, dei documenti spontanei che registrano, nella storia individuale e collettiva, il «fare spazio» dell’uomo, cioè modi, strategie e narrazioni del suo stare al mondo nel mondo. Se allora la geografia ha anche a che vedere con l’immaginazione (esplorativa, modellizzante, predittiva), se i problemi di spazio sono il punto d’intersezione tra dinamiche sociali e dinamiche ambientali, e se, con Gaston Bachelard, l’immaginario spaziale è fotografato al meglio nella pagina scritta, allora per il geografo, l’antropologo e il critico letterario si apre un terreno d’indagine nuovo: la geoantropologia del testo.

Altro libro molto particolare di Matteo Meschiari è “Neghentopia” edito da Exòrma Edizioni.
Tra “La strada” di Cormac McCarthy e “Il Piccolo Principe” di Saint-Exupéry, “Neghentopia” è una parabola sul rapporto impossibile tra civiltà e lato selvatico. Ambienti e personaggi sembrano usciti dalle pellico­le di Herzog, Tarkovskij e Miyazaki, o dalle tavole di Moebius e Peter Kuper. Le azioni, come in un film distopico, sono accompagnate da una colonna sonora alienante: l’elettronica di nicchia degli an­ni Ottanta, Brian Eno, il punk rock cinese, PJ Harvey, il canto tradizionale mongolo. In un amalgama pop, Apocalypse Now e Blade Runnerconvivono con Orwell e Agamben, ma la vera protagonista è la scrittura, quella dei dialoghi svuotati, dei paesaggi dove i colori finiscono. Un mondo al crepuscolo. Un ragazzino che uccide e che dimentica di farlo. Deserti di polvere, vagabondi notturni, paesaggi sconvolti. Mentre una Bestia misteriosa li insegue, Lucius e il suo passero vanno dritti verso la notte. Senza speranza. Perché il piccolo assassino è tutto ciò che resta dell’umanità, un passaggio di testimone oltre le terre del nulla. Il testo è corredato da 26 illustrazioni in bianco e nero di Rocco Lombardi. Immagini di grande forza che rendono perfettamente tangibili il mondo allucinato dei personaggi, la tensione della narrazione, la vacuità del deserto.

Matteo Meschiari

In questi giorni in esposizione sui muri della libreria la mostra fotografica “Crystal Frontier” di Matteo Contini. Inaugurata Sabato 10 novembre la Mostra Fotografica,visitabile fino al 10 dicembre, si propone di fare un punto su confini, frontiere, migrazioni e muri.

“Ci fu un tempo in cui est e ovest erano due mondi separati. Loro erano i cattivi noi eravamo i buoni. Chi fossimo noi o chi fossero loro dipendeva dal lato in cui ti venivano spiegati i ruoli. Lato del muro, lato del filo spinato più o meno elettrificato. Lato di qualcosa di fisico. Tangibile. Di là non si andava. Non si poteva, non si voleva. E di nuovo, di là, di qua come categorie. Ora si può andare di là e venire di qua. La frontiera diventa uno stato mentale. Intangibile, trasparente. Ma evidente. “

Si parla diffusamente di queste tematiche nel libro di Marco Truzzi “Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere” , Exòrma edizioni.

Un libro che intende proporre una riflessione sullo scarto esistente tra “confine” e “frontiera”, cioè qualcosa che finisce e qualcosa – anche solo un’opportunità – che inizia (un luogo può essere confine e frontiera allo stesso tempo, spesso dipende solo da che parte di filo spinato si guarda). “Sui confini” di Marco Truzzi è un bellissimo saggio/reportage sulle frontiere dell’Europa che vacilla.
Il tema del confine si intreccia inesorabilmente con la cronaca. Il libro è un viaggio sulle frontiere di un’Europa, quella di Schengen, che vacilla; ma non si limita alla cronaca dell’emergenza umanitaria. L’autore, negli ultimi tre anni, attraversa luoghi dove rimangono indizi di una storia recente, di frontiere in realtà ancora in essere. Al nord, a Basilea, città d’incontro di tre nazioni, a Copenaghen, tra percorsi ciclabili rialzati ed eleganti palazzi in vetro e cemento, e ancora più su, in Svezia e in Norvegia, dove il confine è segnato da pianure, boschi e una pace silente, si percepisce ancora solo l’eco lontana di quanto avviene lungo altri confini, spesso letteralmente “in fiamme”. A Melilla, in un’Europa che è Africa, al checkpoint di Barrio Chino controllato dal governo spagnolo, centinaia di persone trasportano balle piene di mercanzia, lavorando per conto di notabili marocchini per una forma di migrazione costante e tollerata; a Ventimiglia, alcune decine di ragazzi africani trascorrono l’estate accampati sugli scogli in riva al mare; a Calais si muore nel tentativo di attraversare la Manica nascosti sotto i tir o si vive nel limbo della “jungle”; a Röszke, in Ungheria, si sorveglia un muro di fil di ferro, che tenga lontani i siriani; a Seghedino, a Cracovia, persino in una capitale come Belgrado, si vive in attesa che qualcosa debba accadere, qualcosa di minaccioso, qualcosa che ha a che fare con le frontiere e la difesa dei confini come suggello dell’identità nazionale; a Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, sorge il più grande e disperato campo profughi d’Europa.Così il racconto dei confini diventa racconto dell’attualità, diario geopolitico dell’Europa, dove le linee di demarcazione continuano a rappresentare luoghi simbolici che proteggono realtà economiche e sociali e affermano un’appartenenza geografica irrinunciabile e, soprattutto, non cedibile a chi non ha i requisiti per farne parte.

Marco Truzzi
Di confini slabbrati e arrugginiti, di frontiere, di quello stato mentale che chiamiamo Europa si parla nel libro “La Crepa” di Carlos Spottorno e Guillermo Abril, edito da Add.
Dopo tre anni di viaggio, 25.000 foto, 15 quaderni di appunti, decine di articoli e un World Press Photo vinto, il fotografo Carlos Spottorno e il giornalista Guillermo Abril pubblicano questo straordinario libro sulle frontiere dell’Unione europea che unisce immagine e testo in una forma di racconto inedita e di grande impatto. Marocco, Turchia, Lampedusa, Ungheria, Ucraina, Finlandia sono luoghi in cui le culture vengono a confronto e in cui gli uomini cercano di superare i confini per approdare a un futuro migliore. Tra viaggi della speranza, campi profughi, estremi gesti di accoglienza, ma anche sacche di razzismo e xenofobia, Spottorno e Abril parlano del nostro mondo con la forza dell’immagine e la semplicità di un testo fatto di didascalie ricche di informazioni che si fanno racconto attento e delicato.La crepa è il viaggio di due giornalisti che attraversano il confine europeo, dall’Africa all’Artico, per svelare le cause e le conseguenze della crisi di identità in Europa. La scelta di colorare le immagini rende il reportage di uno dei più apprezzati fotografi contemporanei un libro artistico e suggestivo, che affronta con il linguaggio della graphic novel il grande tema della nostra contemporaneità: lo scontro e l’incontro tra i popoli.
Spottorno e Abril sono riusciti a parlare in modo chiaro grazie all’arte e alla delicatezza di una narrazione che tiene al centro del suo discorso l’uomo e il suo modo di essere talvolta crudele, ma anche capace di gesti straordinari.
Fratelli migranti“Fratelli migranti” è un libro che tratta questi temi con la grande raffinatezza dello scrittore francese della Martinica Patrick Chamoiseau. Un libro che mescola i generi, poesia, saggio e manifesto, un testo generoso, che nasce da un grido di empatia e dalla necessità di riconoscere ogni essere umano degno di essere accolto perché parte di un tutto, in continuo movimento e trasformazione.
«File di uomini attraverso la nebbia, le pietraie, i deserti, le tempeste, i fili spinati, i muri e le recinzioni, si spingono a toccare il cielo, a scavare l’inferno. Non si spostano seguendo il magnetismo terrestre o il movimento delle merci, ma i segni di un’intuizione che li porta verso un orizzonte. Clandestini espulsi esiliati desolati viaggiatori rifugiati espatriati rimpatriati globalizzati e de-globalizzati, arsi dal sale o annegati, richiedenti asilo, richiedenti di tutto quello che manca al mondo, richiedenti di un’altra cartografia del mondo. Contro gli stati di diritto parlano di umanità del diritto.Persone, milioni di persone, non alghe o meduse, persone, piccole grandi vecchie giovani, che deperiscono e periscono, e muoiono nelle garrote delle frontiere, ai margini delle nazioni, delle città e degli stati di diritto.Il mondo e le sue miserie sono la nostra terra.
Fare paese di questo mondo, fare coraggio di queste paure, fare incontro di queste fughe, è la nostra terra.
Fare minareto di asilo, cattedrale di rifugio, tempio di benevolenza, è la nostra dignità.»
Il libro si chiude con la Dichiarazione dei poeti, una chiamata all’inaspettato umano a resistere, rifiutando di abbandonare il mondo.

“Atlante delle Frontiere – Muri, conflitti, migrazioni” edito da Add è un altro di quei libri imperdibili a proposito di questi argomenti. Migranti, Brexit, conflitti ai confini della Russia e in Medio Oriente, tensioni in Asia, un muro tra il Messico e gli Stati Uniti: le frontiere non sono mai state così attuali. Esistono 323 frontiere terrestri su circa 250.000 km. Aggiungendo le frontiere marittime, delimitate o meno, si arriva a un totale di circa 750 frontiere tra Stati. Alcune si attraversano facilmente, altre sono invalicabili, alcune sono visibili, altre invisibili (aeree, astronomiche). Ma esistono anche frontiere immaginarie o arbitrarie: politiche, economiche, culturali (lingua, religione, civiltà) che quasi mai coincidono con le frontiere internazionali. Quali sono le frontiere esterne dell’Europa: quelle dello spazio Schengen, quelle dell’Unione Europea o quelle dell’Europa in quanto idea o concetto? Le tre non si sovrappongono. Si possono tracciare linee di separazione tra grandi aree culturali? Dove comincia l’Asia? Qual è la frontiera più militarizzata? Qual è il muro di difesa più lungo? E il reticolato più alto? Come si determinano le frontiere aeree? Ci sono ancora “zone bianche”, le terrae nullius che non appartengono a nessuno? Il cambiamento climatico può modificare certe frontiere esistenti? Le frontiere favoriscono la pace o sono foriere di guerre?
Questo Atlante dedicato alle frontiere ci aiuta a capire le sfide che si nascondono dietro queste linee che dividono o uniscono i popoli.
Con più di 40 cartine e infografiche originali, gli autori ci raccontano il mondo attraverso il prisma delle frontiere.

Di frontiere si parla anche nel libro “Piccolo lessico del Grande Esodo – Ottanta lemmi per pensare la crisi migrante” di Fabrice Olivier Dubosc e Nijmi Edres edito da Minimum Fax.
Un vocabolario della crisi migrante attraverso ottanta lemmi che mettono in relazione la migrazione economica e quella dei rifugiati politici, la Storia e le storie delle persone.
Il Piccolo Lessicoesplora l’impatto e le sfide psicopolitiche poste dal fenomeno ma anche le dinamiche e le procedure con cui l’Europa e l’Italia affrontano l’emergenza: gli hotspot, la regolamentazione delle frontiere, i trattati internazionali, le politiche sull’accoglienza e la cittadinanza.
Uno strumento di consultazione e di riflessione agile per chi è interessato a comprendere uno dei fenomeni cruciali della contemporaneità.

Nello Zaino di Antonello: Manifesti politici in Libreria