di Federica Pergola

Federica

 

 

 

Soffocanti Legami

Foto di Federica Pergola
Foto di Federica Pergola

Bentornati (o benvenuti) a Holt”, recita  Fabio Cremonesi nella nota del traduttore. E infatti eccoci di nuovo nella contea (immaginaria) di Holt, Colorado, che Kent Haruf cominciò a descrivere nel 1984, con questo romanzo d’esordio, e poi continuò ad evocare nei successivi volumi della Trilogia della pianura e nel romanzo (postumo): Le nostre anime di notte (tutti editi dalla NNE).

Le strade polverose – calde, deserte e gialle d’estate; gelide e sferzate da venti improvvisi e violenti d’inverno- qualche negozio di generi diversi, la pensione, un caffè, e fattorie isolate. Questa è Holt, un buco di mondo, dove tanta solitudine eppure tanta umanità si affacciano con una forza così prepotente nella sua dolcezza da rimanerci attaccati addosso per sempre.

È il 1977:

“Edith Goodnough non vive più in campagna. Ormai sta in città, in ospedale, in quel letto bianco, con un ago infilato nel dorso della mano e un uomo che la sorveglia in corridoio, fuori dalla sua stanza”.

Così, con l’immediatezza che caratterizzerà anche gli altri suoi lavori, Haruf ci fa entrare nella storia che vuole raccontare. È di Edith che si parla, è di lei che gli interessa riportare l’esistenza.

una donna linda, bella, con i capelli bianchi, che in vita sua non è mai arrivata a pesare cinquanta chili e da Capodanno pesa ancora meno di così (…) Eppure lo sceriffo e gli avvocati aspettano che stia meglio per metterla su una sedia a rotelle e portarla in tribunale, dall’altra parte della cittadina, per iniziare il processo”.

Di cosa si sarà mai macchiata? È solo

una vecchia signora che giovedì compirà ottant’anni, eppure è ancora elegante e bella come doveva esserlo nel 1922, quando aveva venticinque anni e girava per le colline di sabbia sulla Ford T di mio padre, con i finestrini abbassati per far entrare l’aria fresca della notte. Ecco, sono passati cinquantacinque anni, una vita intera, e lei ancora non ha imparato a dire a se stessa qualcosa che assomigli a un infinito sì”.

A chi ha letto ed amato la Trilogia, questo Haruf può sembrare più cupo ed acerbo, anche se si sente esattamente dove vuole arrivare (e dove, noi lo sappiamo!, sì che arriverà, col tempo, nelle sue opere più mature): a quella vicinanza con il lettore, a quella intimità che moltiplica la potenza della tenerezza e della crudezza della vita nel suo abituale, ordinario, normale, comune dipanarsi…

Qui invece cerca di raggiungere il lettore attraverso la complicità: con una narrazione in prima persona, con il racconto fatto da uno dei testimoni della storia, che, dopo aver respinto a muso duro un cronista di Denver (perché solo a caccia di pettegolezzi), ci rivela:

“Dunque, quel pezzo di storia era vero. Ma non era tutta la storia: era a malapena la parte di una parte. Non raccontava il come, non accennava mai al perché. (…) 

Adesso stammi a sentire: se quel tizio non avesse voluto pubblicare questa storia su quel maledetto giornale (…) insomma, se quel tizio si fosse solo seduto tranquillo al tavolo di fronte a me a bersi un caffè una domenica pomeriggio, senza mettermi troppa fretta- bè, magari gliel’avrei raccontato. Gliel’avrei detto dal principio alla fine, e gliel’avrei detto così com’era. 

Perché, stammi a sentire:”

E noi cos’altro possiamo fare, se non -incantati- ascoltare?

E la storia torna al 1906, quando ancora degli uomini e delle donne tenaci e determinati potevano, grazie all’Homestead Act promulgato nel 1862 da Abraham Lincoln, vedersi assegnare 160 acri di terra demaniale nelle terre selvagge dell’ovest, al di fuori dei confini delle tredici colonie originali.

A dieci km da Holt, immaginaria cittadina della provincia americana, in Colorado, giungono quindi i genitori di Edith; e di loro Sanders Roscoe, il narratore e vicino di casa, ci parla. Di Ada Goodnough:

“una donna piccola e minuta con occhi che sembrano troppo grandi per la sua testa. Una di quelle donne a cui si vedono le vene blu sulle tempie. Una ragazza come lei- tesa, nervosa, nel complesso troppo fine per ciò che ci si aspettava da lei- non avrebbe mai dovuto sposare uno come lui, e la pagò cara. Roy era un pezzo di legno”

Un pezzo di legno, sì, suo marito Roy: arido e avaro proprio come il terreno che è riuscito ad ottenere; un uomo duro, brutale, lontano da tutti i suoi cari, ma deciso a non mollarli anche se per riuscirci deve compiere atti spaventosi, per ricattarli colla commiserazione ed i sensi di colpa; un uomo in cui l’ostinazione diventa una terribile nemesi…

E la voce di Sanders rievoca questo terreno arido, sabbioso, accentratore di qualunque attenzione e cura; e quei lunghi, lunghissimi anni di “nulla”, dove la vita è strettamente legata solo alla tirannia della terra, alle sue esigenze di semina e mietitura, di mungitura delle vacche, dell’orto da piantare e innaffiare, della legna da tagliare, la stufa da alimentare, i polli da nutrire, le uova da raccogliere e pulire…

Un mondo dove il lavoro succhia sangue e sudore e carne, e dove gli unici svaghi possibili (ovviamente ad uso esclusivo degli uomini):giocare a poker alla locanda, passare qualche ora con una puttana- anche questi passatempi vengono negati dal rigido Roy. 

Quanto fa 356 per 20? Qualcosa più di settemila, giusto? Bè, ecco quanto è durato. Ecco quanti giorni è durato. Per oltre settemila giorni, per almeno vent’anni, ai Goodnough non successe niente”

Eppure quante cose succedono in questo nulla! Ad Holt, e nel più vasto mondo…

“Il Proibizionismo cominciò e finì. Arrivò la Grande depressione- e durò così a lungo che la gente iniziò a pensare che fosse la normalità. Ci furono la guerra civile in Spagna, un Roosevelt alla Casa Bianca, un pazzo scatenato in Germania (…)”

Cose che si rivelano un’opportunità per qualcuno, mentre  aggravano ancora di più la solitudine ormai pressoché totale di Edith…

E accompagnando la vita dei Goodnough prima e dei loro figli poi, Kent Haruf, con la sua voce limpida, luminosa ed essenziale, racconta gli esseri umani  nelle loro debolezze e fragilità, nei loro errori e nella loro prepotenza.

E narrando piano (Play Song è il titolo originale di Canto della pianura) le vite degli abitanti di questo piccolo grande mondo si intrecciano in un affresco magnifico e doloroso.

“Rimasero intrappolati in quella fattoria in mezzo alla sabbia. Come avrebbero potuto lasciarlo in quelle condizioni? Non potevano farlo. Non in quelle condizioni, non potevano proprio. Fu l’inferno per tutti. Erano sistemati tutti quanti

Perché Vincoli (The Tie That Binds) parla anche di certe decisioni – questioni di dovere e di rassegnazione – che a volte prendiamo nella vita: scelte che ci bloccano – e alle volte per sempre – in legami soffocanti che somigliano a nodi scorsoi…

Per questo l’atto che ha portato Edith- nelle primissime righe del romanzo – in quel letto bianco d’ospedale, con un ago nel dorso della mano e un poliziotto fuori dalla porta, per quanto grave e drammatico sia, non riusciamo a condannarlo: perché quell’ultima azione che Haruf ci consegna è anche la prima con cui Edith ha finalmente preso in mano il proprio destino, affermando la propria libertà.

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Vincoli, di Kent Haruf, traduzione di Fabio Cremonesi, NN Editore, pp.269, €18,00

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