di Andrea Cabassi

Andrea Cabassi

 

 

 

 

 

LEGGERE LA VITA NEGLI ALFABETI DELLA MALINCONIA

recensione al libro di Marino Magliani

Prima che te lo dicano gli altri” (Chiarelettere)

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“Uno è il posto dove si nasce” disse. “poi ti innestano”. Lo afferma Leo Vialetti il protagonista dell’ultimo splendido romanzo di Marino Magliani “Prima che te lo dicano gli altri” (Chiarelettere. 2018. Pag.282).  E questo degli innesti, delle origini, delle radici è uno dei temi fondamentali del libro. Magliani aggiunge un altro importante tassello alla sua ricerca sull’espatriare, l’esilio, le origini, lui che è nato nell’estrema propaggine occidentale della Liguria, ha vissuto in Argentina e ora vive e lavora in Olanda pur non dimenticando mai la sua terra aspra e verticale. Una ricerca che era ben presente anche in altri suoi testi come “il collezionista del tempo” (Sironi 2007), “Carlos Paz e altre mitologie private” (Amos edizioni. 2016), “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi” (Exòrma. 2017).

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La trama in sintesi: Leo Vialetti vive la sua infanzia e adolescenza in Val Prino, una vallata che non conosce il boom economico che è arrivato nelle altre parti d’Italia. La sua è un’infanzia contrassegnata da un’ assenza: quella del padre che non ha mai conosciuto. E’ un’infanzia difficile e caratterizzata da uno scacco scolastico: è stato rimandato in italiano perché non sa “tradurre” dal dialetto alla lingua italiana. Sarà un argentino che vive nella valle, Raul Porti, a dargli ripetizioni, a coinvolgerlo negli innesti di fiori, a fargli vedere il mare. Quando Leo sarà adulto deciderà di comprare la villa abbandonata di Raul che, molto tempo prima, era tornato in Argentina per motivi misteriosi. Dopo l’acquisto Leo deciderà di partire per l’Argentina alla ricerca di Raul lasciandosi alle spalle un amore che, forse, stava maturando con un’olandese, Christel, che abita nella valle.

La prima parte del romanzo, che si intitola significativamente “La villa”, è ambientato interamente in questa vallata ligure in due momenti diversi della vita di Leo. Il primo va dal giugno 1974, quando Leo è stato rimandato, all’ottobre dello stesso anno, quando le scuole riprenderanno. Il secondo è ambientato in un tempo distopico, il 2024. Muoversi in un tempo distopico significa muoversi liberamente all’interno della narrazione, dare spazio all’immaginazione e all’immaginario. La Liguria del 2024, immaginata da Magliani, è una Liguria colonizzata dai  nuovi ricchi russi che su quella terra hanno speculato. Leggendo queste pagine non possono non venire alla mente i romanzi di Rafael Chirbes come “Sulla sponda” (Feltrinelli. 2014) dove, in un tempo non distopico, viene descritta la spietata speculazione, ad opera dei nuovi ricchi russi, a cui sono soggetti i terreni della zona di Valencia. Come lo fu Chirbes, Magliani è un attento osservatore della realtà sociale in cui vive e prevede situazioni che hanno grandi possibilità di verificarsi in un futuro  prossimo.

La seconda parte del romanzo è ambientata in Argentina, con lacerti che ci riportano alla Liguria degli anni ottanta, e  si intitola “La pozzanghera”, nome che Raul Porti dà all’Oceano, quell’Oceano che occorre attraversare quando si parte dall’Italia e da questa parte dell’Europa. Ci verrà descritta un’Argentina ancora traumatizzata dalla dittatura dove ogni incontro è un enigma e può rappresentare un pericolo.

Già dalle prime pagine ambientate in Liguria colpisce e affascina la ricerca linguistica. Magliani usa una lingua impastata del dialetto che Leo parla. E’ una lingua che, a volte, è scabra ed essenziale, altre è lirica, fortemente evocativa, soprattutto quando descrive i notturni, la pioggia, le battute di caccia e di bracconaggio, la villa di Raul. Spesso troviamo frasi brevi, incisive che, per certi versi, ci ricordano il Pavese di “Paesi tuoi” e di “La luna e i falò”. Del resto lo stesso Magliani, in un suo dialogo con Davide Brullo “Seduto in questa stanza, sulla costa olandese, a non far altro che guardare la pioggia dai vetri” (http://www.pangea.news 5 ottobre 2018), ha sottolineato che molto ha contato nella sua formazione letteraria quest’ ultimo romanzo di Pavese e che il Piemonte è il marsupio della Liguria. Viene, poi, alla mente l’altro grande scrittore ligure, Francesco Biamonti. Ma il gioco delle luci e le atmosfere in Magliani sono diverse, forse più cupe, come è del tutto originale questa interrogazione continua sugli innesti e le origini. Già il titolo è molto significativo perché ruota intorno ad un’assenza: prima che te lo dicano gli altri, te lo dico io, che sono tua madre, chi era tuo padre, prima che te lo dicano gli altri te lo dico io se quello è il tuo padre adottivo o naturale. Lo sappiamo dalla psicoanalisi quanto sia deleterio che i segreti di famiglia siano svelati da chi alla famiglia non appartiene e quanto deleterio sia che essi non vengano svelati perché, in questo modo, si trasmettono da una generazione all’altra. Silenzi che possono provocare psicopatologie importanti e che sono stati approfonditamente studiati dallo psicoanalista francese René Kaes che, su questo tema, ha scritto un libro, con altri colleghi, diventato un classico “Trasmissione della vita psichica tra generazioni”(Borla.1995). Tra silenzi, ammiccamenti, svelamenti e riconoscimenti tentati o riusciti si muove il romanzo.  

Nella parte ambientata in Liguria incontriamo personaggi come Anselmo, il figlio di Quello dei cani, Rìzine. Sono uomini di poche parole e molto umani, con la loro forza e le loro debolezze, che vengono tratteggiati con grande efficacia. L’infanzia e l’adolescenza di Leo e degli altri personaggi che lo circondano non sono infanzie e adolescenze facili. Ci si ritrova subito adulti a costeggiare il limite stretto tra il lecito e l’illecito, tra la caccia e il bracconaggio.

Leo è un ragazzino malinconico, una malinconia probabilmente dovuta al vuoto rappresentato dalla mancanza del padre. L’unico a prendersi cura di lui è Raul Porti, uno straniero di cui non si conosce il passato.

La malinconia prende Leo in diverse circostanze, ad esempio quando attende Raul, nei pomeriggi delle ripetizioni di italiano, e Raul non è lì con lui:

“Poi sta lì, ricorda, sul bordo della terrazza, come sul palmo di marciapiede in carruggio, a guardare l’ombra e la trasparenza polverosa, fin su alle pietraie, che lasciano una scia come la lumaca. A volte la madre gli chiede se ha malinconia. Ma queste cose a un estraneo non si raccontano” (Pag. 45).

Una malinconia che Leo si porta dentro  e che compare anche quando, con Christel, si trova davanti al notaio che gli legge i mappali:

“Leo pensava al giorno dei funerali in vallata, quando prima o poi qualcuno chiedeva cosa siamo.

La fatica, la sua e quella di sua madre, l’acqua nella terra riarsa stagnava quasi subito ed esalava l’odore segreto dei sogni dei morti… Cosa siamo, forse cosa si era stava scritto sulle carte di un notaio, in una confusione di cifre e superfici, di redditi dominicali che fino alla fine non si capiva mai se fossero cose necessarie nella vita o un reticolato di segni incomprensibili” (Pag. 47).

Ed ancora quando con Christel è al mare:

“ ‘Con Raulporti, quello della villa, per capirci, andavamo sulla spiaggia. Si viene a vedere se il mare c’è ancora, mi diceva. Ricordo un pomeriggio ventoso come oggi, era poco prima che partisse… guardavamo la riva e c’era un cane sulla sabbia, gli occhi infiammati, probabilmente viveva sul molo… Sono le cose che restano impresse, una palma rotta, ma non c’era ancora la malattia delle palme, parliamo di cinquant’anni fa… i vuoti sulla sabbia al posto dei cabinati. Non lo so…’ ” (Pag. 49).

Il brano e il paragrafo si concludono con quel sospeso “non so”. E questo “non so” che , forse, sta a indicare che è difficile continuare, che è difficile trovare le parole ci riporta al “non-so- che”, una tematica studiata approfonditamente dal filosofo francese di origini russo-ebraiche Vladimir Jankélévitch che molto influenzò lo scrittore Antonio Tabucchi. Le descrizioni della Liguria provocano nel lettore un senso di forte struggimento e di rammemorazioni: il ricordo di madri che chiamavano dal cortile mentre tu giocavi a pallone, memorie del settembre, ultimo spicchio d’estate prima che iniziassero le scuole, gli amori ancora acerbi; descrizioni che provocano cinestesie come sentire i colori, vedere i suoni. Tutto questo è  il “non so” su cui si blocca Leo, è il non-so-che studiato da Jankélévitch, quel non so-che che mille parole non saprebbero rendere, quel non so che che Jankélévitch chiama charme e che così descrive nel suo libro più importante “Il non- so- che e il quasi-niente”:

“A questo qualcosa di diffuso e di sparso dappertutto che non è mai essenza, ma presenza, mai ousia, ma parusia, a questa presenza assente in quanto onnipresente e onniassente; a questa presenza che è sempre altrove e altra, che è insieme ibi e alibi si addirebbe veramente un’unica parola: charme. Lo charme è il non-so-che in azione” (Einaudi. 2011. Pag. 75-76).

Tutte le pagine del libro di Magliani, che le parole le sa usare con precisione. trasmettono questo charme al lettore. Charme che è sempre associato alla malinconia e che è intriso di una nostalgia per qualcosa di indefinito. Malinconia, ma potremmo chiamarla proprio saudade, che compare anche in un in un altro breve brano:

“Cos’è il molo, Leo, che non è né terra né mare?” (Pag. 70).

Risponderebbe Fernando Pessoa, con il suo eteronimo Alvaro de Campos, che il molo è nostalgia di pietra.

Sarà scartabellando tra gli angoli della casa che Leo deciderà di partire per l’Argentina alla ricerca di un padre adottivo o naturale, che non si sa se sia vivo o morto, che non si sa se sia da contare tra i desaparecidos, alla ricerca di un difficile processo di identificazione che potrebbe colmare i suoi vuoti.

Come si diceva più sopra la seconda parte del romanzo è ambientata in Argentina, anche se ci sono del flashback che ci riportano alla Liguria. La narrazione alterna i ritmi lenti della pampa ai ritmi veloci, superbe sono le descrizioni della città di Buenos Aires con le sue zone centrali e le periferie e delle altre città lontane dalla capitale. Avventure e vicende drammatiche si alternano. C’è suspense e il romanzo si colora di noir, ci sono colpi di scena e c’è una durissima condanna al regime di Videla. Due parole sembrano spettri che si aggirano per l’Argentina ad assillare le persone: tortura e desaparecidos. Sono parole che nessuno vorrebbe sentire pronunciate, parole che provocano reazioni incontrollate, parole drammatiche che tutti vorrebbero rimuovere, cancellare. Ma esse sono lì a testimoniare la tragicità di quella dittatura, che fu un bagno di sangue e che portò all’eliminazione fisica di una intera generazione. Magliani non se ne dimentica come non dimentica le responsabilità della P2 benché non la citi esplicitamente, ma sono espliciti i riferimenti alle responsabilità degli italiani:

“… ma la dittatura e i milicos si erano rubati tutto e, assieme ai sovversivi, se n’era andata anche la brava gente. Anche i diplomatici italiani- e certi preti- avevano protetto i torturatori e impedito ai cittadini italiani di chiedere rifugio in ambasciata. Queste cose Leo le aveva lette: certi diplomatici italiani farabutti erano andati addirittura a giocare a tennis coi generali, pareva” (Pag. 176).  

marino_magliani_002 (1)Magliani non è solo un raffinato cartografo della saudade ma è uno scrittore che non dimentica la Storia e l’attualità, non dimentica l’Argentina dei militari, non dimentica la sua Liguria e quale potrebbe essere la sua evoluzione futura. In questa parte ambientata in Argentina c’è poi anche la vendetta, la vendetta di Leo -che potrebbe essere una declinazione simbolica della giustizia- vendetta e giustizia simbolica per tutti i desaparecidos. Ma lascio al lettore l’incombenza di addentrarsi in queste drammatiche pagine.

Nel libro c’è un continuo rimbalzo di tempi e di coordinate geografiche che vanno dalla Liguria all’Argentina, dall’Argentina alla Liguria. Un confronto costante che rende omogeneo il testo. Ci sono due persone, Leo e Raul, su cui Magliani scava con mano felice, c’è ancora una volta la malinconia che unisce le sponde di Liguria e Argentina. A questo proposito non si può non citare -anche se la citazione è lunga-  una pagina di cristallina bellezza e che coglie Leo in un momento particolarmente malinconico:

“ Nono piangeva mai. Mai pianto in vita sua, neanche da bambino quando vecchi e coetanei gliela menavano. Neanche allora, o quando era morta lei ma ultimamente in Argentina, sì, a volte gli veniva da piangere per un nulla, .o cercava un motivo di quelli lontani, certe cose che allora non lo facevano piangere e ora sì, l’aria di Buenos Aires e il ricordo della madre quando andavano a innaffiare la sera e lo vedeva serio, impalato a guardare la polvere delle pietraie nell’aria azzurra, e gli chiedeva se aveva la malinconia, e aveva imparato che quella cosa lì che aveva era la malinconia, e aveva imparato ad accettarla, come si accetta il tempo o il fatto di non avere un padre. Senza pianti, perché non si piange per le cose che si accettano. Ma ultimamente era tutto così strano, e tutte le cose che nella vita aveva accettato ora lo facevano piangere e allora non le accettava più.

Sì, forse sono le Buone Arie e le giornate d questa città si diceva, tiepide e lunghe, troppo lunghe, per essere -stentava a crederlo-  quasi alla fine di novembre” (Pag. 187).             

Magliani sa variare i registri e la cifra stilistica: se nella parte ambientata in Liguria i dialoghi sono concisi ed essenziali qui, ma anche in tanti brani di riflessione e di descrizione dei paesaggi liguri,  il periodare è di ampio respiro, di grande profondità e sempre impregnato di una indefinibile nostalgia.

Lascio al lettore scoprire se tra Leo e Raul  ci sarà riconoscimento, se per Leo sarà possibile attuare un processo di identificazione con questa figura paterna, se Leo continuerà ad essere un espatriato, un esiliato o se riuscirà a ritornare in Liguria, insomma quale sarà il suo destino in terra argentina. In questa sede si può solo ribadire che “Prima che te lo dicano gli altri” è un romanzo bellissimo che è un vero e proprio alfabeto della malinconia con cui leggere la vita perché:

“ ‘Leggere la vita’ significava rimproverare qualcuno… Il centro rimuoveva, i margini conservavano. L’emozione di un uomo anziano e confuso come mostrava d’esserlo la sua lingua sporca di spagnolismi e recuperi. Non più la lingua che gli aveva insegnato durante le ripetizioni, ora era un codice loro, privato, in grado di paralizzare il senso del tempo. Era l’alfabeto della malinconia” (Pag.263-264).

Lo Scaffale di Andrea: “Prima che te lo dicano gli altri”